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Tempo Natalizio ABC – 2. Domenica

Gesù nel progetto di Dio

In questa domenica la liturgia presenta, come nella terza Messa di Natale, il tema della dignità trascendente di Gesù alla luce della riflessione sapienziale. Nella prima lettura si parla infatti della sapienza di Dio. Secondo il pensiero biblico Dio ha creato il mondo e lo governa secondo un ordine da lui prestabilito. Ma Dio è santo e non può immergersi in un mondo limitato e impuro. Per salvare la trascendenza di Dio e al tempo stesso garantire la sua presenza attiva nel mondo, l’autore di questo brano si rifà a un pensiero tipico del giudaismo ellenistico affermando che Dio, l’unico sapiente, si è servito della sua sapienza per creare e governare il mondo. Così la sapienza, che è un semplice attributo di Dio, viene personificata e diventa lo strumento mediante il quale il Dio trascendente si rende presente e opera nel mondo prima, per crearlo e poi per condurre a sé l’umanità. Questa Sapienza divina, viene poi identificata con la parola (logos) di cui, secondo la Genesi, Dio si è servito per creare il mondo (cfr. Sal 33,6). Questa a sua volta si rende presente nella legge data da Dio a Mosè nel contesto dell’alleanza con Israele. La parola così concepita viene poi identificata con il Logos, la Parola-Ragione suprema che secondo la filosofia greca governa il mondo (Filone). 

Nel prologo del vangelo di Giovanni, riportato come terza lettura, la concezione della Parola/Sapienza di Dio, tipica dei giudei ellenisti, viene utilizzata per comprendere e spiegare la persona di Gesù. Per il quarto evangelista questa Parola non si rende presente nella legge mosaica ma nella persona di Gesù. In forza di questa identificazione, Gesù viene visto come l’incarnazione della Sapienza preesistente, mediante la quale Dio ha creato il mondo e ha conferito all’uomo, non più al solo Israele, la sua salvezza. Ciò non significa che Gesù esistesse prima della sua nascita da Maria ma che in lui si manifesta il piano di salvezza concepito da Dio fin dall’eternità.

Infine nella seconda lettura si dice che quelli che hanno creduto in Cristo sono stati scelti anch’essi da Dio, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati e per diventare in Cristo suoi figli. Con ciò non si vuol dire che i credenti in Cristo siano preesistenti, cioè che esistessero prima della creazione, ma che la loro scelta è parte di un progetto divino concepito già prima della creazione. 

La rilettura sapienziale della persona di Gesù, propria di una comunità che si rifaceva all’apostolo Giovanni, ha svolto un ruolo importante nella storia del movimento cristiano: alla sua luce i primi cristiani hanno compreso Gesù come colui che ha rivelato al mondo il «volto umano» di Dio. Purtroppo questa concezione però ha in parte offuscato l’umanità di Gesù, facendo sì che molti cristiani vedessero in lui una divinità a cui dare culto piuttosto che un maestro di vita e una guida nel cammino verso Dio.

Tempo Ordinario C – 3. Domenica

Un Dio che guarisce

Le letture di questa domenica mettono in luce l’opera di risanamento che Gesù è venuto a compiere nella società umana. Nella prima lettura si descrive una svolta determinante nel processo di ricostituzione del popolo giudaico dopo l’esilio: per la prima volta viene promulgata, con l’autorità di Dio, una legge che stabilisce, con severe sanzioni, la giustizia nei rapporti fra tutti i membri della comunità. In questo modo si pone un limite ai soprusi che si verificavano nei confronti dei più poveri. Coloro che assistono all’evento piangono: questo pianto può essere espressione di gioia ma anche di paura per le sanzioni per i tragressori che una legge porta sempre con sé.

Luca descrive gli inizi del ministero di Gesù mediante una scena inaugurale con la quale fornisce una descrizione di quella che sarà la sua missione. Mentre Marco si limita a dire che Gesù annunziava la venuta imminente del regno di Dio, Luca mette sulla sua bocca un testo profetico riguardante la vocazione di un profeta del postesilio. Anche qui, come nella prima lettura, abbiamo la proclamazione pubblica di un testo biblico. Ma, mentre nella prima si promulga una legge, Gesù dà lettura di un testo profetico che preannunzia la venuta di una persona che porta un lieto annunzio ai poveri, risana coloro che sono afflitti da malattie del corpo e dello spirito, liberare tutti gli oppressi. È quanto Gesù ha fatto durante il periodo della sua predicazione, annunziando a tutti la misericordia di Dio. Egli non si rivolgerà alle autorità civili per esigere che risolvano i problemi della gente, ma si impegnerà in prima persona provocando un forte movimento di solidarietà. Inoltre, Gesù tronca la lettura del testo dell’AT subito dopo la promessa di liberazione, in modo da escludere la parte successiva, nella quale si tratta della punizione dei malvagi. Non sono le leggi, e neppure le punizioni, a garantire da sole i diritti delle persone. Senza un cambiamento del cuore non ci sarà mai la giustizia vera.

Nella seconda lettura il discorso si focalizza sulla comunità cristiana, dove tutti sono chiamati a formare un solo corpo in Cristo, senza più barriere e divisioni. È questo il frutto dell’opera di liberazione iniziata da Gesù. Per lui il rapporto con Dio ha il primato; ma a Dio si può andare solo mediante il servizio vicendevole in vista di un bene comune che riguarda tutta la società.

Le letture di oggi non escludono l’importanza di una legge giusta e la punizione di quanti la trasgrediscono. Ma mettono in primo piano la necessità di risanare le persone, afflitte da innumerevoli mali, la cui libertà è limitata da tanti condizionamenti psichici e sociali. Gesù ha fatto la sua parte ma ha lasciato a noi la responsabilità di attuare i valori che lui ha annunziato e in cui noi crediamo. Questo è il compito specifico di una comunità cristiana. Questa però non deve essere concepita come un ambito di privilegio, cioè di pochi eletti che sono al di fuori del mondo. Al contrario l’esperienza comunitaria deve contribuire a realizzare un grande progetto di risanamento di tutta la società, sia per mezzo dell’esempio che essa dà, sia mediante l’impegno a favore degli ultimi, dei poveri, dei carcerati, degli esclusi. Solo così il vangelo diventa una buona notizia.

Tempo Ordinario C – 2. Domenica

Un popolo “sposato” da Dio

La prima lettura evoca un tema che fa da sfondo al brano del vangelo: il rapporto sponsale tra Dio e il suo popolo. Per i giudei ritornati dall’esilio babilonese questo tema, che ha radici culturali molto antiche, diventa importante perché essi si rendono conto che solo una rinnovata fedeltà al loro Dio può costituire il fondamento della loro convivenza. Secondo questa lettura la prerogative essenziale del popolo rinnovato consiste in una salvezza che è frutto della giustizia, cioè di una fedeltà a Dio che comporta rapporti nuovi di fraternità e di solidarietà. In questo rapporto vicendevole, basato sulla fede nell’unico Dio, essi scoprono il senso di essere popolo in mezzo ad altri popoli più ricchi e potenti.

Nella lettura del vangelo le nozze di due giovani sposi richiamano alla mente il rapporto sponsale che unisce Dio al suo popolo. In questo contesto Gesù dichiara di non essere d’accordo con Maria quando, desolata, teme ormai che la festa finisca male per la mancanza di vino: è a lui che compete il compito di dare il vino, quello vero, che è un dono del Padre. Anzitutto il fatto che le anfore di pietra, che dovevano contenere l’acqua per la purificazione, fossero vuote significa che gli antichi riti di purificazione prescritti dalla legge erano ormai diventati inefficaci. Di riflesso il vino più buono dato da Gesù rappresenta una salvezza che non consiste anzitutto nella vita eterna dopo la morte ma in un’esistenza basata sulla giustizia del vangelo, che coincide con l’amore. In questo racconto Maria non è colei che con la sua intercessione ottiene addirittura un cambiamento nei tempi stabiliti da Dio, ma colei che è accanto a Gesù all’inizio, così come lo sarà alla fine quando scoccherà l’ora di Gesù ed egli, sulla croce, la darà come madre al discepolo prediletto, simbolo della Chiesa. È lei la prima discepola, la collaboratrice di Gesù nel suo compito di annunziare la salvezza, in altre parole la donna nemica del serpente tentatore della Genesi (cfr. Gn 3,15: «Porrò inimicizia tra te e la donna»).

Nella seconda lettura viene descritto il funzionamento di una comunità che non si basa sui riti di purificazione ma sul vino nuovo della salvezza. Questo consiste per ciascuno nel saper scoprire i propri talenti (carismi) per metterli a profitto, non in funzione dei propri interessi personali ma per il bene comune. È così che funziona una comunità che ha fatto l’esperienza della salvezza.

Il banchetto nuziale al quale Gesù prende parte significa le nozze tra Dio e il suo popolo, cioè il rapporto indissolubile che unisce Dio all’umanità. In questo contesto Gesù dà in abbondanza il vino della salvezza, in contrasto con l’acqua ormai esaurita delle purificazioni. Questo segno troverà la sua piena attuazione nell’ora di Gesù, cioè nel momento della sua morte in croce. Maria gli è accanto e collabora con lui sia al principio che alla fine, cioè per tutto l’arco del suo ministero pubblico. Il vino nuovo dato da lui si concretizza ancora oggi in una comunità solidale, in cui ciascuno mette i suoi doni a servizio degli altri, perché la comunità possa contribuire al bene di tutta la società.

Battesimo del Signore C

Una vocazione maturata nella preghiera

Il tema di questa prima domenica dopo l’Epifania è quello del battesimo di Gesù, presentato come modello del nostro battesimo. Nella prima lettura è riportato l’inizio del libro della Consolazione, nel quale il profeta annunzia agli israeliti esuli in Mesopotamia che il loro peccato è perdonato ed ora si apre per loro una nuova prospettiva, che ha come oggetto il ritorno nella loro terra. È una svolta esaltante e impegnativa perché implica una vocazione, quella di formare un popolo giusto e solidale, segno e strumento di un mondo migliore.



I primi cristiani, ricordando che Giovanni era il precursore di Gesù, non potevano ignorare che Gesù aveva ricevuto da lui il battesimo. Ma questo ricordo, più che esaltare la persona di Gesù, rischiava di metterla in cattiva luce: come era possibile associare il Messia a una folla di peccatori che chiedevano perdono? Per evitare ogni equivoco il vangelo di Giovanni omette un episodio tanto imbarazzante. I tre vangeli sinottici invece lo raccontano ma cercano di prevenire lo scandalo del pio cristiano ponendo l’accento soprattutto sulla visione che solo Gesù, secondo Marco, oppure tutta la folla, secondo gli altri due, ha avuto. Per loro ciò che conta è il fatto che Dio, in quella occasione, ha dichiarato solennemente che Gesù è il suo figlio prediletto e ha infuso in lui il suo Spirito che lo guiderà nella sua missione di annunziare l’imminente venuta del regno di Dio. Nella versione di Luca, riportata quest’anno nella liturgia, è importante non solo la voce dal cielo che proclama il ruolo messianico di Gesù ma anche il fatto che essa si è fatta sentire non mentre veniva battezzato ma mentre era immerso in preghiera. Per questo evangelista è nella preghiera che l’uomo scopre la sua vocazione e l’accoglie senza cedere alla tentazione del potere insita in ogni ruolo al servizio della società.

Nella seconda lettura, ripresa dalla lettera a Tito, si presenta il nostro battesimo non come risultato di una scelta umana ma come la risposta a una chiamata ad accogliere il dono gratuito dello Spirito, che rende possibile una vita santa, ricca di opere buone. Queste non sono quindi una condizione ma una conseguenza del dono di Dio.

Gesù coglie il senso della sua vocazione mentre, dopo essersi immerso nel mondo di un’umanità misera e peccatrice, si rivolge al Padre per comprendere che cosa si attende da lui. È in questo contesto di preghiera che egli comprende che Dio non fa discriminazioni ma ama tutti gli uomini, a cominciare da coloro che sono i più miseri ed emarginati. Questa esperienza di fede lo spingerà ad annunziare la venuta del regno di Dio e a mostrare, con le sue parole e coi suoi gesti, che questo mondo nuovo, più giusto e solidale, è già presente e disponibile a quanti lo accolgono con fede. Se questo è il significato del battesimo di Gesù, non diversamente dovrà essere quello del nostro battesimo.

Santa famiglia C

La famiglia

La festa di oggi ci dà l’occasione di riflettere sulla famiglia, una realtà nella quale bene o male tutti siamo nati e cresciuti. Nella storia dell’umanità la famiglia ha assunto le modalità più disparate, come la liturgia stessa ci segnala. Nella prima lettura viene alla luce un tipo di famiglia poligamica, in cui la donna vale per la sua fecondità, le mogli litigano e si contendono la preferenza del marito; in questa situazione disastrata nasce un bambino che viene consacrato a Dio e cresce in un tempio lontano dalla sua famiglia. C’è di che rimanere quanto meno perplessi.

Ma anche la famiglia di Gesù, che viene allo scoperto nel brano del vangelo, presenta caratteri per lo meno anomali. I genitori sono legalmente sposati, ma Giuseppe non è il padre naturale di Gesù. Per ragioni non chiare essi smarriscono Gesù, il quale si è deliberatamente fermato nel tempio a discutere con i dottori; rimproverato dalla madre lascia intendere di avere un altro padre a cui riferirsi. E Giuseppe, messo in discussione da questa affermazione, non ha niente da eccepire. Alla fine Gesù accetta di tornare a casa e cresce nella sua famiglia fino a quando se la lascerà per sempre. Con questo racconto Luca vuole sdrammatizzare il fatto che, in realtà, Gesù è stato molto critico nei confronti della propria famiglia, al punto tale da non accogliere sua madre e i suoi fratelli quando vanno a cercarlo (Mc 3,33) e da affermare che non dobbiamo chiamare nessuno padre sulla terra (Mt 23,9).

Infine nel brano della prima lettera di Giovanni l’autore afferma che siamo figli di Dio. Vuol dire che portiamo in noi una filiazione diversa, che va al di là di quella che ci viene dai nostri genitori, in forza della quale siamo tutti fratelli e sorelle.

Noi viviamo oggi in un periodo nel quale un modello di famiglia consacrato da secoli è andato in crisi perché è cambiata la società in cui viviamo e non si è affermato un modello alternativo condiviso da tutti. Forse non esisterà mai. I rapporti tra persone sono difficili, cambiano e a volte, anzi spesso, vanno in crisi. Nei rapporti bisogna investire. Non bisogna lasciarsi portare via dal lavoro, dai soldi, dalla carriera, dalle preoccupazioni materiali. Ma soprattutto bisogna ricordare che i rapporti sono belli se alla loro base c’è la fede in una fraternità che si può costruire solo insieme.

Avvento C – 4. Domenica

L’adempimento delle promesse

In questa domenica viene indicato come tema delle letture l’adempimento delle promesse fatte da Dio suo popolo. Nella prima lettura la situazione storica è quella degli israeliti esuli in Mesopotamia che si preparano a ritornare alla terra dei loro padri. Il profeta preannunzia la nascita in Betlemme di un altro Davide, che sarà un dominatore, si metterà a capo del suo popolo e lo governerà come fa un pastore con il suo gregge. Sullo sfondo c’è l’attesta del regno di Dio, immaginato sull’esempio dei grandi imperi dell’antichità.

Nel brano del vangelo si racconta che Maria, subito dopo l’annunzio dell’angelo, si è messa in cammino per recarsi da Elisabetta: è incinta e conduce con sé Gesù nel suo seno. Il racconto ha un significato chiaramente simbolico: Maria, portando in sé Gesù, va a mettersi al servizio di un’anziana parente che si trova in uno stato di bisogno. Nella finale del brano Elisabetta proclama beata Maria perché ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le aveva detto. Ella ha creduto alle parole dell’angelo perché a monte ha avuto fede nelle promesse fatte da Dio al suo popolo. E si è messa a sua disposizione per far sì che esse si realizzassero secondo però modalità nuove, che i suoi contemporanei non avevano immaginato. Gesù infatti non è stato un dominatore, come si dice nella prima lettura, ma un uomo che ha creduto nella misericordia di Dio verso gli ultimi di questo mondo, e per questo ha affrontato la sofferenza e la morte.

Nella seconda lettura si dice che Gesù ha portato a compimento quanto era stato affermato in un salmo: egli è venuto in questo mondo non per offrire vittime e sacrifici, cioè per dare culto a Dio, ma per compiere fino in fondo la sua volontà, cioè per manifestare il volto umano di Dio mediante il dono di sé fino alla morte in croce.

Per i primi cristiani era importante mostrare come in Gesù so fossero attuate le promesse fatte da Dio al suo popolo. Egli però non si è limitato ad attuare le attese dei suoi contemporanei, ma ha dato una nuova interpretazione alle Scritture annunziando fino alla morte non il dominio di Dio e del suo popolo sul mondo ma un regno di amore e di pace. Anche noi dobbiamo inserirci in una storia sacra durata due millenni, con la capacità però di andare avanti, interpretando il vangelo non come un mezzo di potere in nome di Dio ma come una parola di speranza per i più poveri ed emarginati.

Avvento C – 3. Domenica

La vera gioia

Il tema della liturgia di questa domenica è quello della gioia, che diventa sempre più intensa man mano che ci si avvicina al Natale di Gesù. Il profeta Sofonia invita alla gioia gli israeliti perché essi, ormai di ritorno dall’esilio, non devono più temere nessuna sventura: Dio è in mezzo a loro come un Salvatore potente, il quale rinnova il suo popolo e gli comunica la sua stessa gioia. La gioia più grande non deriva dal ritorno nella terra dei loro, ma dall’incontro con Dio, su cui si fonda la loro vita comunitaria.

Nel brano del vangelo Luca ricorda che Giovanni il Battista, prima di annunziare la venuta del Messia, ha trasmesso un messaggio di carattere sociale. Egli si rivolge prima a tutti gli ascoltatori in generale e poi a due categorie particolari: i pubblicani e i soldati. A tutti egli raccomanda la condivisione mentre esorta i pubblicani ad accontentarsi di quanto loro spetta e i soldati a non sfruttare la loro professione per estorcere denaro alla gente. Solo dopo aver esortato alla solidarietà e alla giustizia sociale Giovanni annunzia la venuta del Messia. Come dire che per aprirsi al Messia che viene bisogna cercare il vero bene di tutti. È lui che impegna i suoi discepoli nella ricerca di un rapporto sociale giusto e fraterno. Questo rapporto con i propri simili deve andare di pari passo con la difesa dell’ambiente in cui essi vivono. La vera gioia scaturisce dall’incontro con Cristo e si approfondisce mediante l’impegno per la giustizia sociale e per la difesa dell’ambiente.

Nella seconda lettura riappare il tema della gioia. Secondo Paolo il credente deve essere sempre lieto nel Signore. Questa gioia deriva dall’abbandono nelle mani di Dio, mediante il quale si supera ogni angustia e paura.

In un mondo in cui tante sicurezze sono andate in crisi, noi purtroppo siamo portati a vedere prevalentemente le contraddizioni di cui è piena la nostra società. I motivi di gioia sono pochi e spesso lasciano il posto a cocenti delusioni. Oggi la liturgia ci suggerisce la gioia di sapere che il Signore è con noi. Il Natale ce lo ricorda. La gioia nasce dall’incontro comunitario con lui e si espande poi nei rapporti con il prossimo. Essa si manifesta nella pace del cuore, che rende il credente amabile nei confronti di tutti e lo spinge a testimoniare la verità del vangelo mediante la ricerca del bene comune.

Avvento C – 2. Domenica

Le vie del Signore

Il tema di queste letture è quello delle vie del Signore che noi siamo chiamati a percorrere per andare incontro a Gesù che viene. Nella prima lettura un autore che si nasconde sotto lo pseudonimo di Baruc, segretario del profeta Geremia, ripensa, dopo parecchi anni, al ritorno degli esuli da Babilonia a Gerusalemme. Secondo lui si tratta di un evento che riguarda non gli israeliti del passato, ma i suoi contemporanei. Ad essi egli prospetta la necessità di mettersi ancora in cammino sotto la guida di Dio che cammina con loro. In altre parole Baruc suggerisce loro di non sentirsi degli arrivati, ma di riprendere il cammino per costruire una società conforme al volere di Dio.

Nel brano del vangelo la stessa immagine viene ripresa da Luca il quale, dopo alcuni decenni, la applica a un nuovo evento, quello della predicazione di Giovanni il Battista. Anzitutto è la parola di Dio che si muove, che scende. Colpisce il fatto che essa non vada nei palazzi del potere, ma si rechi nel deserto e raggiunga un uomo, Giovanni, che proprio lì predica alla gente comune, ai poveri e ai diseredati, prospettando loro la necessità di convertirsi per andare incontro al Signore che viene. Secondo Luca Giovanni si è recato nel deserto per preparare la strada nella quale Dio camminerà alla testa del suo popolo rinnovato. In realtà è Dio stesso che prepara la strada, riempie i burroni e spiana i monti e i colli. Sono i peccatori che devono convertirsi, cioè trovare questa strada e mettersi in cammino, sapendo che Dio non farà loro mancare il suo sostegno e il suo aiuto. Per l’evangelista è importante sottolineare, al termine della citazione di Isaia, che ora la salvezza non è offerta solo a un popolo particolare ma è messa a disposizione di ogni uomo.

Nella seconda lettura, Paolo loda i cristiani di Filippi per la loro cooperazione alla diffusione del vangelo e li esorta a crescere sempre di più nella conoscenza di Dio e a saper discernere ciò che è bene. Anche qui, sebbene non si faccia uso dell’immagine della strada, quello che si prospetta è un cammino da proseguire per essere fedeli al vangelo.

Il messaggio di queste letture viene rivolto anche ai cristiani di oggi. Viviamo in un mondo che cambia velocemente e tante volte noi siamo fermi, rimpiangendo le sicurezze del passato. Dobbiamo riscuoterci e metterci in cammino nella strada che ci porta incontro al Signore. Sono tanti gli ostacoli che incontriamo sul nostro cammino: la pandemia da Covid, le migrazioni, i cambiamenti climatici, le guerre. Ma noi dobbiamo vedere in essi non dei castighi ma delle opportunità da cogliere per trasformare il deserto in un giardino rigoglioso,. Ma ciò esige da noi che siamo pronti a fare qualche rinuncia in modo da consentire anche ad altri di avere una vita conforme alla loro dignità.

Avvento C – 1. Domenica

Un percorso di liberazione

In queste letture, con cui inizia l’anno liturgico dedicato all’evangelista Luca (anno C), il tema è quello dell’attesa di Gesù che dà un senso a tutta la storia umana. Nella prima lettura il profeta Geremia preannunzia la realizzazione finale delle promesse che Dio ha fatto al suo popolo. La venuta del germoglio giusto è da lui presentata come il segno della fedeltà di Dio al suo popolo.

Il brano del vangelo ci mette a contatto con un problema molto sentito dai primi cristiani. Gesù aveva annunziato la venuta imminente del regno di Dio in questo mondo. Dopo la sua morte e risurrezione, i suoi discepoli avevano pensato che dovesse ritornare quanto prima e che il suo ritorno sarebbe stato preceduto dalla distruzione di questo mondo cattivo. Nel frattempo c’era stata la caduta di Gerusalemme sotto i colpi delle armate romane, un evento che, secondo alcuni, era l’anticamera della fine del mondo. Luca precisa, con la sua versione di questo discorso, che la fine non è ancora giunta. Gesù ritornerà come colui che salva coloro che l’hanno seguito. Quando ciò si attuerà, essi dovranno «alzate il capo perché la loro liberazione è vicina». Per ora essi devono saper vivere il tempo dell’attesa, vigilando e pregando per essere pronti a sfuggire a tutte le sciagure che accompagneranno la fine e a comparire davanti al Figlio dell’uomo. Ciò significa che il tempo che li separa del ritorno di Gesù è piuttosto lungo, ma anch’esso è un tempo di salvezza: in esso infatti i credenti dovranno annunziare la salvezza portata da Gesù a tutte le nazioni.

Nella seconda lettura Paolo ci invita a sovrabbondare in un amore che non deve essere limitato a quelli che appartengono alla nostra cerchia (parenti, amici, colleghi) ma deve estendersi a tutti. Il tempo dell’attesa deve essere anche il tempo del progresso spirituale, illuminato dalla speranza.

Oggi si profila il pericolo di un disastro ecologico di dimensioni mondiali: noi dobbiamo interpretarlo non come una punizione di Dio ma come un richiamo a cercare un bene che non è solo nostro ma che spetta a tutta l’umanità, anche alle generazioni future. I fatti drammatici di cui siamo testimoni ci ricordano ogni giorno che ormai siamo tutti nella stessa barca e non possiamo salvarci da soli. Molti purtroppo, anche fra noi, sono preoccupati unicamente di salvaguardare i propri privilegi. Per questo noi restiamo con gli occhi bassi per la vergogna. Nell’Avvento dobbiamo imparare a levare invece il capo e pensare alla nostra personale liberazione in termini di liberazione e progresso di tutti i popoli.

Cristo Re B

A servizio della verità

Le letture di questa domenica hanno come tema la ricerca della verità, come espressione della regalità di Gesù e della sua comunità. Nella prima lettura, la figura di uno «simile a un figlio d’uomo» è introdotta in contrasto con quattro mostri marini che rappresentano gli imperi dell’antichità. L’espressione «figlio d’uomo» non indica altro che un individuo appartenente alla razza umana. Egli è l’uomo mediante il quale Dio sconfigge le potenze del male. Al termine della visione però il figlio d’uomo viene identificato con l’Israele degli ultimi tempi, che riceverà un giorno il potere di cui si erano impossessati i grandi imperi. Il figlio d’uomo è dunque un individuo che rappresenta una comunità a cui viene conferito il regno di Dio.

Nel brano del vangelo come titolare di questo regno viene indicato un individuo, Gesù, il quale, in quanto Messia, riveste la dignità regale. Secondo il quarto vangelo Gesù, di fronte a Ponzio Pilato, lo ha dichiarato in modo esplicito, ma ha precisato che il suo regno non è di questo mondo. Ciò non significa che la sua regalità si attua in un mondo diverso dal nostro ma piuttosto che essa è diversa da quella che si attua in questo mondo. Infatti i regni di questo mondo si qualificano per la violenza con cui impongono l’ordine sociale, il più delle volte in favore di una ristretta minoranza di privilegiati. Per evitare ogni rischio di malinteso, Gesù nel vangelo afferma che il suo regno consiste nel rendere testimonianza alla verità: questa nel linguaggio biblico è l’equivalente della fedeltà con cui Dio si rapporta a questo mondo e a tutta l’umanità. Testimoniare la verità significa dunque manifestare al mondo la fedeltà di Dio. Gesù lo ha fatto non solo a parole, ma praticando lui stesso, fino alla morte, la fedeltà verso Dio e i fratelli.

Nella seconda lettura si parla invece di una regalità conferita a tutta una comunità, quella dei discepoli di Gesù. Essi devono esercitarla, come ha fatto Gesù, non mediante i mezzi del potere (utilizzati spesso anche nelle moderne democrazie), ma mediante la testimonianza della vita. Questa si identifica con il sacerdozio che compete a tutti i fedeli come comunità che dà gloria a Dio non mediante riti o cerimonie religiose, ma praticando la giustizia fra gli uomini.

La regalità di Gesù e dei suoi discepoli è dunque un antico simbolo che indica non un potere ma un servizio che i credenti svolgono in funzione del bene comune. Esso consiste nel dare testimonianza alla verità: è questo lo scopo per cui esiste la comunità dei discepoli di Gesù, i quali, come lui e insieme a lui, accolgono la fedeltà di Dio e la manifestano nel rapporto che instaurano tra di loro al servizio di tutta la società.

Tempo Ordinario B – 33. Domenica

Un messaggio di speranza

Nella prima lettura, ricavata dal libro di Daniele, si preannunzia un periodo di grande angoscia mai visto precedentemente. Il riferimento è alla persecuzione di Antioco IV Epifane, un secolo e mezzo prima di Cristo, quando i giudei erano stati oggetto di pressioni e di violenze perché abbandonassero la loro religione e aderissero a quella dei dominatori. In questo contesto si afferma la corrente apocalittica che preannunzia il giudizio di Dio, la distruzione dei regni di questo mondo e la venuta con le nubi del cielo di uno «simile a un figlio d’uomo» al quale sarà dato il regno di Dio (cfr. Dn 7). Secondo Daniele alla fine si salveranno solo quanti sono scritti nel libro di Dio, cioè coloro che gli sono rimasti fedeli; allora anche coloro che erano morti per la loro fede risorgeranno per partecipare alla gloria del loro popolo. In altri testi dello stesso periodo (le Parabole di Enoc) il figlio dell’uomo è immaginato come un essere celeste, preesistente, che viene da Dio, al quale sarà assegnato il compito di giudice escatologico.

Nella sua predicazione, Gesù aveva preannunziato l’imminente venuta del regno di Dio, cioè di quel mondo migliore, fondato sulla giustizia e sulla pace, che Dio aveva promesso al suo popolo. Egli preannunziava anche il giudizio finale e la venuta come giudice del «Figlio dell’uomo». Ma al tempo stesso ha presentato se stesso come questo figlio dell’uomo venuto nell’umiltà della condizione umana per annunziare il perdono dei peccati come ultima possibilità per evitare la condanna nel giudizio finale. I primi cristiani hanno interpretato la vita terrena di Gesù, coronata dalla sua morte e risurrezione, come preparazione alla sua seconda venuta come giudice universale per instaurare il regno di Dio. Marco riprende la tradizione riguardante il ritorno di Gesù ma sottolinea che esso avrà luogo in un futuro che è al di fuori delle conoscenze umane. In questo modo egli richiama l’attenzione sull’oggi, ossia sulla realtà quotidiana, nella quale il cristiano deve vivere e testimoniare la sua fede.

Nella seconda lettura viene riformulata questa credenza: Gesù è venuto una prima volta per togliere il peccato; ora siede alla destra del Padre aspettando ormai che tutti i suoi nemci siano posti sotto i suoi piedi.

Mediante il ricorso alle categorie apocalittiche, le letture di questa domenica ci aiutano a capire che, nonostante tutto, il mondo è nelle mani di Dio, che lo guida mediante Gesù verso un fine di vita e di gioia. Al di là delle concezioni tipiche del loro tempo, esse contengono un messaggio di speranza. Alla luce della fede anche i segni più drammatici dei nostri tempi devono essere visti come un invito non alla rassegnazione ma all’impegno perché le promesse di un mondo migliore si realizzino.