Categoria: Tempo ordinario C

Tempo Ordinario C – Festa di Cristo Re

La regalità di Gesù

La festa di Cristo re offre ogni anno l’occasione per mettere a fuoco il significato della regalità che i primi cristiani hanno riconosciuto a Gesù attribuendogli l’appellativo di Cristo. Infatti il titolo di re è sinonimo di Messia, unto (in greco christos), in quanto i re di Israele venivano intronizzati con il rito dell’unzione. Le letture di oggi ci aiutano a comprendere meglio la regalità di Gesù e a eliminare i malintesi a cui questo titolo ha dato origine.

Nella prima lettura viene riportata la notizia dell’unzione di Davide come re d’Israele. In questo testo si nota una parvenza di democrazia, in quanto sono gli anziani di Israele che si recano da Davide per insignirlo della regalità. La loro scelta ricade su di lui in seguito alla constatazione che già Dio si era espresso precedentemente in suo favore mediante l’unzione regale conferitagli da Samuele (1Sam 16.12-13). Essi inoltre fanno un’alleanza con Davide: in tal modo pongono anche delle condizioni che il re dovrà osservare. Davide sarà quindi il rappresentante di Dio in mezzo al popolo, ma dovrà stare ai patti e non prevaricare imponendo un giogo troppo pesante ai suoi sudditi.

Nel brano del vangelo si affronta il tema della regalità del Messia, il discendente del re Davide. Gesù è ormai in croce e sia i soldati che uno dei malfattori crocifissi con lui gli dicono: «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». In queste parole affiora la concezione secondo la quale il re deve pensare anzitutto a se stesso, a difendere il suo potere e i suoi privilegi nei confronti dei propri nemici. Il «buon ladrone» invece si rende conto che Gesù è veramente re, ma in un modo diverso: egli è innocente e la sua morte ha a che fare con il suo regno. Perciò esprime il desiderio di entrare in questo regno e viene esaudito. La regalità di Gesù è dunque radicalmente diversa da quella dei potenti di questo mondo. Gesù muore come re, ma proprio in quanto ha rinunziato al potere e ai privilegi della condizione regale per attuare la salvezza dell’umanità, cominciando proprio dai lontani e dagli esclusi.

La seconda lettura mette in luce le prerogative della regalità di Cristo. In essa l’autore afferma che Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio amato, per mezzo del quale abbiamo ottenuto il perdono dei peccati. Riconciliando l’umanità con Dio, Gesù è diventato il capo del corpo, che è la Chiesa. Proprio per questo è riconosciuto retrospettivamente come colui che ha collaborato con Dio all’opera della creazione.

A Gesù è stata attribuita simbolicamente dai primi cristiani la regalità universale in quanto ha saputo dare la vita per la realizzazione del regno di Dio, cioè per l’attuazione di un mondo migliore. Dai suoi discepoli Gesù si aspetta non atti di culto o di devozione ma l’impegno a seguirlo e a collaborare con lui per migliorare il mondo in cui viviamo. 

Tempo Ordinario C – 33. Domenica

Un mondo nuovo

La liturgia di questa domenica ci richiama a un sano realismo nei confronti del mondo in cui viviamo. Nella prima lettura, di fronte all’ingiustizia che predomina nella società, si prospetta un intervento di Dio che ristabilirà il giusto ordine. I malvagi saranno distrutti mentre per quelli che temono Dio sorgerà un sole di giustizia. È un messaggio di speranza che aiuta i buoni a non cedere alla disperazione e a operare per il bene, nonostante tutti gli ostacoli. 

Nel brano del vangelo si rispecchia la situazione delle prime comunità cristiane, immerse in un mondo profondamente ingiusto e violento. In esse molti cristiani, influenzati dai discorsi dei predicatori apocalittici (i falsi profeti), pensavano che i mali della società in cui vivevano fossero il segno dell’imminente ritorno di Gesù e della fine del mondo. Attribuendo a Gesù lo stesso linguaggio apocalittico, l’evangelista li mette in guardia nei confronti di uno sterile catastrofismo. La fine del mondo verrà, ma questo non è ancora il momento stabilito da Dio. È vero che stanno capitando terribili cataclismi, guerra e rivoluzioni, unitamente alla venuta di falsi profeti e alla persecuzione dei cristiani. Ma tutto ciò fa parte della storia umana. È in questo  mondo, così com’è, che i cristiani devono testimoniare i valori del Vangelo. Non serve evadere dalla realtà e rifugiarsi in un futuro meraviglioso quanto imprevedibile. Bisogna assumersi le proprie responsabilità e operare in questo mondo cercando di renderlo più umano e solidale. 

Nella seconda lettura si dice in che modo possiamo migliorare questo mondo. Lo strumento a nostra disposizione è il lavoro. Ciascuno è invitato a lavorare con le proprie mani. Chi non lavora non mangi. In un momento in cui il lavoro sembra mancare e la disoccupazione aumenta, le parole attribuite a Paolo rappresentano un invito a non darsi per vinti e ad accettare anche i lavori più umili ma necessari per il bene della società. Al tempo stesso queste parole sono un appello agli imprenditori e al governo perché creino posti di lavoro anche quando non si intravede un profitto personale adeguato.

La fede ci dà un supplemento di coraggio e di lungimiranza per affrontare i problemi di questo mondo, con la disponibilità a pagare di persona perché il sole di giustizia, di cui parla la prima lettura, cominci a spendere già da oggi.

Tempo Ordinario C – 32. Domenica

La vita dopo la morte

Il tema di questa liturgia è quello della vita oltre la morte. Nella prima lettura è riportato uno dei pochissimi testi biblici in cui si parla di risurrezione. Si tratta del secondo libro dei Maccabei, uno degli scritti più recenti della Bibbia cristiana che però non è riconosciuto dagli ebrei come ispirato da Dio. I protagonisti del racconto sono persone che danno la vita per la loro fede con la speranza di risuscitare un giorno per aver parte alla rinascita del loro popolo, rinnovato anche in forza del loro sacrificio. Il non mangiare carne di maiale è solo un segno esterno della loro fede.

Nel brano del vangelo è riferita una discussione di Gesù con i sadducei, i quali non ammettevano la risurrezione dei morti mentre invece questa era affermata dai farisei. Per mettere Gesù in imbarazzo, costoro raccontano un fatto basato sulla legge del levirato, in forza della quale se un uomo muore senza figli, suo fratello deve prendere con sé sua moglie per dare al defunto una discendenza. Essi raccontano di una donna che è rimasta vedova senza figli ed è stata presa in moglie dal cognato: questo si è ripetuto altre sei volte. Essi chiedono a Gesù di chi la donna sarà moglie al momento della risurrezione. Da questa storiella risulterebbe l’assurdità della risurrezione perché in questo caso una donna avrebbe contemporaneamente sette mariti, e ciò sarebbe contro le prescrizioni della legge. Essi dimostrano così di intendere la risurrezione come un semplice ritorno alla vita di questo mondo. Gesù si schiera dalla parte dei farisei. E afferma che nella risurrezione si opera una trasformazione radicale dell’essere umano, che non avrà più bisogno del matrimonio; oltre ciò Gesù richiama il messaggio biblico secondo cui il Signore è Dio non dei morti ma dei vivi. Con la sua risposta Gesù non vuole squalificare la vita matrimoniale: per lui la vera vita è quella che si attuerà un giorno nel regno di Dio mediante quella profonda solidarietà tra persone a cui è orientato anche il rapporto tra coniugi.

Nella seconda lettura si affronta il problema della fine dei tempi. Stando il fatto che essa non è imminente e la risurrezione dei morti avrà luogo in un futuro imprevedibile, il tempo attuale deve essere considerato come un tempo non semplicemente d’attesa ma di impegno per l’annunzio del Vangelo.

Riguardo al destino dell’uomo dopo la morte ogni religione e cultura ha elaborato la propria dottrina. L’idea della risurrezione ha un senso diverso: essa è stata elaborata non per spiegare ciò che capiterà dopo la morte ma per dare fondamento all’impegno perché si realizzi già nell’oggi quel mondo nuovo che Gesù ha inaugurato morendo in croce per noi. 

Tempo Ordinario C – 31. Domenica

Conversione

Il vangelo di questa domenica propone alla riflessione della comunità la vicenda di Zaccheo, che rappresenta il modello di una conversione genuina al Vangelo del Regno. La prima lettura propone di affrontare questo tema dal punto di vista di Dio, la cui misericordia è all’origine di un un cambiamento radicale di vita. Dio ama tutti gli esseri umani perché è stato lui a crearli. Dio ha compassione di tutti e chiude gli occhi sui peccati degli uomini aspettando il loro pentimento. La misericordia di Dio è il dogma centrale della nostra fede ma, proprio perché tale, è un mistero che non saremo mai capaci di spiegare se non vivendolo in noi stessi.

I frutti della misericordia di Dio appaiono nella vicenda di Zaccheo: egli era un pubblicano, cioè un agente del fisco ricco e potente il quale, ricevendo la visita di Gesù, improvvisamente cambia il suo atteggiamento nei confronti dei beni materiali. La presenza stessa di Gesù nella sua casa è un segno della misericordia divina che libera e guarisce. Con questo racconto Luca, l’unico evangelista che lo riporta, vuole mettere in luce il capovolgimento di valori che ha luogo quando uno si incontra con Dio. Certo, Zaccheo doveva essere molto ricco se, dopo aver dato metà dei suoi beni ai poveri, gli resta la possibilità di restituire quatto volte quello che ha frodato, che è in pratica la maggior parte del capitale che ha accumulato. Dopo che Gesù è andato a casa sua, Zaccheo scopre che le persone vengono prima delle cose. Gesù lo sottolinea attribuendo la salvezza di Zaccheo non alle opere da lui compiute ma al fatto che anche lui, pur essendo un pubblicano, è figlio di Abramo: infatti ha riscoperto il significato di essere membro di un popolo che ha un rapporto speciale con Dio: egli mette così la sua ragione di essere non nella potenza umana, ma nella giustizia e nella fraternità.

Nella seconda lettura si affronta il tema della seconda venuta di Gesù e si afferma, a nome di Paolo, che essa non è imminente. La visione apocalittica della fine del mondo è oggi al di fuori del nostro di interpretare la storia. Resta però la visione di un mondo migliore per il quale vale la pena combattere e soffrire, rinunziando al possesso egoistico dei propri beni. È questo il modo giusto di glorificare Dio.

La vicenda di Zaccheo, nel contesto della liturgia odierna, mostra come la misericordia di Dio raggiunga anche persone che hanno accumulato, magari in modo disonesto, una grande quantità di beni. In questo caso Gesù non esige l’abbandono dei propri beni, come aveva fatto con l’uomo ricco, ma indica la strada per usarli correttamente. E ciò può avvenire in vari modi: il più immediato fra essi è il pagamento delle tasse; subito dopo viene il loro utilizzo per creare opportunità di lavoro, in un clima di solidarietà e di fraternità.

Tempo Ordinario C – 30. Domenica

Il pericolo dell’ipocrisia

Il tema delle letture scelte per questa domenica è indicato nel brano del vangelo dalle parole con cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: essa è un’ammonizione rivolta a persone che presumevano di essere giuste e disprezzavano gli altri. Con questo tema non sembra però adattarsi la prima lettura nella quale sono riportate alcune massime di carattere sapienziale che riguardano non il comportamento dell’uomo ma quello di Dio: egli è giudice imparziale, difende la causa del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso; non trascura la supplica dell’orfano e della vedova; chi soccorre quest’ultima è accolto da lui con benevolenza; la preghiera del povero arriva fino a Dio e provoca il suo intervento. Proprio quest’ultima frase potrebbe riferirsi alla misericordia di Dio per il pubblicano della parabola: ma questi non è un povero, bensì un ricco corrotto. I pubblicani erano gli agenti del fisco al servizio dei romani, si arricchivano a spesa dei loro connazionali ed erano considerati come i peccatori per eccellenza. Il pubblicano della parabola aveva dunque forti motivi per battersi il petto e riconoscersi peccatore.

Diversamente dal pubblicano il fariseo si ritiene «giusto», cioè un fedele devoto e osservante della legge. E ne enumera i motivi: paga la decima di ogni cosa mentre secondo la legge grano, mosto e olio sono esentati da tale balzello; digiuna due volte a settimana mentre la legge prescrive il digiuno solamente nel giorno dell’Espiazione, una volta all’anno, e inoltre si astiene dal furto, dall’adulterio e dalle ingiustizie. Una figura esemplare! Ma ha una caduta di stile quando si confronta con gli altri e in particolare con il pubblicano. Questo suo comportamento solleva un groviglio di domande: che cosa crede di essere? Perché racconta a Dio le sue prodezze? Che cosa si aspetta? Ha fatto tante cose buone ma non ha imparato l’essenziale, cioè l’amore per i fratelli. Gesù non commenta ma si limita a dire che il pubblicano, e non il fariseo, è riconosciuto da Dio come giusto. Le parti si sono invertite: Dio ascolta la preghiera di un peccatore che si riconosce tale al fariseo che si ritiene giusto.

Dalla seconda lettura risulta che Paolo, dopo aver combattuto la buona battaglia, si aspetta da Dio la corona di giustizia, cioè di essere riconosciuto come giusto da Dio.  Egli era un uomo impegnato nell’evangelizzazione, che ha dedicato la sua vita agli altri, fino al punto di essere portato in giudizio, e ha avuto il coraggio di essere fedele anche quando è stato abbandonato da tutti. Ma non si vanta di essere giusto: solo Dio può riconoscerlo come tale.

Il fariseo e il pubblicano sono figure ben presenti non solo nella società e nella Chiesa ma anche in ciascuno di noi. A quale dei due vogliamo dare la preferenza? Solo chi fa il bene con cuore sincero è capace di riconoscere i propri limiti e di implorare la misericordia di Dio. Da ciò derivano importanti conseguenze su cui Luca ci chiamerà a riflettere nel racconto della conversione di Zaccheo che leggeremo domenica prossima.

Tempo Ordinario C – 29 Domenica

La pazienza di Dio

Nelle letture di questa domenica si può cogliere il tema della modalità con cui Dio interviene nelle vicende umane. Nella prima lettura appare l’immagine di una battaglia in cui gli israeliti sono vincitori perché Mosè sta tutto il tempo con le braccia alzate. Il suo atteggiamento è il simbolo di uno stretto collegamento tra cielo e terra. È dunque Dio che combatte con i suoi eletti contro un esercito nemico. Si tratta di un’immagine pericolosa: come può Dio combattere con gli uni contro gli altri? Ma essa adombra la lotta continua che il credente deve ingaggiare contro il male, sapendo che essa sarà vittoriosa solo nella misura in cui farà riferimento a quei valori superiori di giustizia, di solidarietà e di non violenza che trovano in Dio la loro sorgente.

Nel brano del vangelo è riportata la parabola del giudice iniquo che fa giustizia alla povera vedova solo a motivo della sua insistenza. Secondo quanto osserva Gesù, questo giudice rappresenta Dio che tante volte, nonostante le loro preghiere, sembra lasciare i credenti alla mercé dei loro nemici. Gesù vuole rassicurare i suoi: Dio non è impotente ma al momento giusto, quando lo riterrà opportuno, interverrà per fare giustizia ai suoi eletti. Nel frattempo però temporeggia, ha pazienza, prende tempo e dà tempo, si nasconde dietro le quinte: ciò non significa che dia via libera al male ma che lascia ai credenti la responsabilità di operare in suo nome. La parabola riguarda certo la necessità di una preghiera costante, come osserva Luca nell’introduzione. La preghiera indica la via e dà il coraggio necessario per percorrerla. Ma dal punto di vista pratico si pone al primo posto l’impegno per la giustizia in questo mondo, con la certezza che un giorno il bene trionferà. 

Dalla seconda lettura si ricava che, nella lotta per il bene, si trova un valido aiuto nelle Scritture, le quali non sono un prontuario di verità infallibili a cui aderire ma uno strumento per insegnare, convincere, correggere ed educare a quella giustizia che si attua mediante la fede in Gesù. Le Scritture non danno soluzioni prefabbricate ma indicano un percorso di liberazione che non esclude ma conferma quanto di buono e di giusto ha saputo esprimere la mente umana.

Ogni conquista umana richiede pazienza e tenacia e queste si ottengono mediante la preghiera. 

Tempo Ordinario – 28. Domenica

Ringraziamento

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione su una dimensione fondamentale della vita cristiana, quella della riconoscenza. Nella prima lettura si racconta la guarigione, a opera del profeta Eliseo, di Naaman Siro, un generale, uomo ricco e potente, e per di più straniero, colpito da una grave malattia, la lebbra. In questo testo, in quanto sfondo del brano evangelico, è importante sottolineare alcuni aspetti che denotano un cammino di fede: la ritrosia di Naaman di fronte alle parole del profeta, poi la sua accettazione e la guarigione; il suo desiderio di sdebitarsi con il profeta, il quale però non accetta i suoi regali; la sua decisione di portare con sé un po’ di terra di Israele per potere su di essa adorare YHWH come se si trovasse nel paese abitato dal suo popolo.

Nel brano del vangelo, Luca racconta un episodio analogo: la guarigione da parte di Gesù non di uno, come riferisce Marco, ma addirittura di dieci lebbrosi. Essi non sono ricchi e potenti come Naaman, ma poveracci espulsi dalla società, privi di qualsiasi prospettiva umana. Gesù non fa nessuna promessa ma semplicemente ordina loro di presentarsi al sacerdote al quale spettava il compito di riconoscere la guarigione avvenuta. È dunque un gesto di fede quello che Gesù chiede loro. Tutti vanno e, cammin facendo, guariscono. Allora capita l’imprevisto: uno di loro si distacca dal gruppo e, lodando Dio, va a ringraziare Gesù. Luca osserva che era un samaritano, uno straniero, che nulla aveva a che fare con il Dio di Israele. Forse, diversamente dagli altri, non pensava di avere un diritto alla guarigione. Gesù si stupisce che solo uno, e per di più uno straniero, sia tornato: ciò che lo ha colpito non è tanto il fatto che ringrazi lui, ma che dia gloria a Dio. A lui solo perciò Gesù dice che, in forza della sua fede, ha ottenuto la salvezza. Anche gli altri avevano creduto, ma lui solo ha riconosciuto, quindi la sua fede ha raggiunto la sua pienezza, gli ha ottenuto la salvezza, anche se non appartiene al popolo e alla religione giudaica. La salvezza dunque consiste nel saper ringraziare.

Nella seconda lettura Paolo, prigioniero, vive la sua sofferenza come un mezzo per portare la salvezza a quelli che Dio ha scelto. E spiega che questa salvezza consiste in un rapporto profondo che unisce il credente a Gesù morto e risuscitato e ad accettare il suo messaggio d’amore. E questo vale per tutti, anche per coloro che appartengono a un’altra religione o a nessuna religione, perché il messaggio di Gesù giunge a tutti, purché abbiano il coraggio di guardare dentro se stessi.

Tutta la vita è un dono. È salvo non chi lo ignora o chi vuole sdebitarsi, ma colui che lo riconosce e condivide, con gratitudine, i doni ricevuti.

Tempo Ordinario C – 27. Domenica

Fede e merito

Le tre letture riportate dalla liturgia mettono in luce il tema della fede.  Nella prima lettura il profeta Abacuc, dopo essersi interrogato circa il comportamento di Dio nelle terribili situazioni in cui il popolo sta vivendo, riceve da Dio una risposta che deve essere conservata con la massima cura, per verificarne la realizzazione. Essa consiste in una minaccia per l’empio e una promessa per il giusto: il primo è destinato a perire mentre il giusto, in forza della sua fede, vivrà. In altre parole, di fronte alla sventura solo il giusto sopravvivrà perché ha fiducia in Dio. La fede consiste dunque nel fidarsi di Dio, ricercando ciò che è bene e ciò che è giusto, sapendo che alla fine il suo progetto si realizzerà. Chi ha questa fede saprà affrontare anche le peggiori disgrazie senza soccombere.

Questo messaggio si collega con quello del vangelo. Gesù afferma l’importanza della fede, di cui sottolinea l’efficacia in vista del regno di Dio. Essa non consiste tanto in verità da accettare senza una verifica della ragione, e neppure nella sicurezza che Dio esaudirà le proprie richieste, quanto piuttosto in una fiducia totale in lui e nella sua provvidenza. È questa fede che aiuta a non soccombere alle prove della vita, ma piuttosto a farne un’occasione di crescita e di amore verso il prossimo. Sulla stessa linea si pone la parabola del servo inutile. Essa non mira certo a presentare Dio come un padrone autoritario e privo di considerazione verso i suoi figli. Ciò che Gesù vuole sottolineare è che la fedeltà a Dio, che si manifesta nella pratica delle buone opere, non comporta per sé il diritto a una ricompensa da parte di Dio. In altre parole il bene è fine a se stesso, cioè deve essere compiuto perché è bene, non per avere un merito di fronte a Dio o agli uomini. Dopo aver fatto tutto ciò che la sua fede gli ispirava, il discepolo deve abbandonarsi totalmente alla misericordia gratuita di Dio cercando di scoprire il suo agire misterioso nelle vicende di questo mondo.

Nella seconda lettura si riprende il tema della fede. L’autore, a nome di Paolo, esorta Timoteo a ravvivare il dono di Dio che è in lui. E specifica che ha dato loro il suo Spirito che non è causa di timidezza ma di forza, di carità e di prudenza. E lo invita a soffrire con lui per il vangelo seguendo gli insegnamenti che ha ricevuto da lui. 

La fede è una forza che ispira e motiva mentre la ricerca del merito è frutto di un raffinato egoismo.

Tempo Ordinario C – 26. Domenica

Condivisione

La liturgia di questa domenica mette in crisi tutto un sistema di rapporti all’interno della società proponendo alla riflessione della comunità la parabola del “ricco epulone”. In essa è descritta una situazione di disuguaglianza sociale che si ribalta alla morte dei due protagonisti: il ricco precipita nell’inferno e il povero viene portato in «paradiso». Si crea così una compensazione che sembra giusta ma che suscita diversi interrogativi: mentre la situazione precedente era temporanea e circoscritta, quella dopo la morte è irreversibile e rivela una crudeltà ancora più grande della precedente. Purtroppo spesso la parabola è stata interpretata come un insegnamento circa l’aldilà: essa conterrebbe una minaccia di castigo eterno per i cattivi e una promessa di felicità per i buoni; inoltre ai miseri e agli oppressi di questo mondo verrebbe suggerito di accettare pazientemente le proprie sofferenze in vista della felicità futura. Ma tale interpretazione porta fuori strada. La parabola infatti si serve di una coreografia suggerita dal genere apocalittico per dire qualcosa riguardante non l’aldilà ma questo mondo.  Essa non esalta la situazione dei miserabili ma esprime un severo giudizio nei confronti dei ricchi che godono dei loro beni senza curarsi delle sofferenze altrui. Essi hanno ricercato la felicità nel possesso delle ricchezze ma queste sono diventate per loro una droga che li ha storditi e li ha privati della loro umanità. Così facendo non hanno saputo dare un significato alla loro vita. Considerata dal punto di vista della fine, la loro vita appare come un fallimento. La parabola quindi denunzia l’inganno delle ricchezze e la necessità, per essere felici, di saper condividere quanto si è ottenuto dalla sorte o con l’industria personale. Dalle parole attribuite ad Abramo risulta inoltre che l’esigenza di una solidarietà fraterna rappresenta il messaggio essenziale della Legge e dei Profeti, cioè la sintesi della volontà di Dio espressa nelle Scritture.

La prima lettura consente un ulteriore approfondimento. I ricchi rappresentano qui una classe dirigente che si disinteressa del bene comune: mentre sta per piombare sulla nazione una terribile sciagura, l’invasione assira, essi banchettano spensierati. Ma saranno i primi a pagare con l’esilio la loro mancanza di responsabilità. Coloro che possiedono potere, ricchezza e talenti non devono servirsene per i propri interessi ma per il bene comune.

Nella seconda lettura sono riportate alcune esortazioni che Paolo avrebbe rivolto al suo discepolo Timoteo e a tutta la comunità cristiana. In contrasto con la mentalità di questo mondo, i discepoli di Gesù sono invitati a tendere verso la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza. Praticando queste virtù, essi contribuiscono a costruire una società più giusta e solidale. E in questo devono prendere come esempio la testimonianza che Gesù ha dato di fronte a Ponzio Pilato e in tutta la sua vita.

Le enormi differenze tra ricchi e poveri sono un fattore di progresso sociale ed economico o non piuttosto una mina vagante che può esplodere da un momento all’altro causando danni irreparabili?

Tempo ordinario C – 25 Domenica

Il pericolo delle ricchezze

La prima lettura indica il tema della liturgia riportando un brano del profeta Amos, che contiene una condanna durissima nei confronti di coloro che sfruttano e opprimono i poveri e si arricchiscono alle loro spalle. Questo testo significa che l’accumulo di denaro è per se stesso disonesto perché è frutto dello sfruttamento dei poveri, i quali vengono così privati non solo di ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere ma anche della loro libertà e dignità. 

Nel brano del vangelo viene riportata una parabola in cui si narra apparentemente un fatto di disonestà: un fattore, in vista di un suo imminente licenziamento, riduce il debito contratto dai clienti del suo padrone, in modo da crearsi degli amici che lo aiuteranno quando sarà senza lavoro. Ciò che stupisce è il fatto che il suo padrone lo loda per la sua scaltrezza. Furbizia o saggezza? Gli ascoltatori di Gesù non potevano ignorare che il padrone era un ricco proprietario terriero il quale certamente aveva fatto i soldi sfruttando lavoratori e clienti. Il fattore perciò non ha fatto altro che restituire il mal tolto, privando il suo padrone non di quanto gli apparteneva ma di una parte di quanto aveva estorto ai suoi clienti. Quindi apparentemente è disonesto ma in realtà è saggio.

Per chiarire il senso della parabola l’evangelista aggiunge alcuni detti che Gesù aveva pronunziato magari in altri contesti, con il rischio di distorcerne il senso. Anzitutto, prendendo lo spunto dal tema della scaltrezza, osserva che i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce: essi perciò, con la loro negligenza, rischiano di rendersi corresponsabili delle ingiustizie che capitano in questo mondo. Più appropriato è l’invito a farsi amici con la ricchezza disonesta per essere da loro accolti nelle dimore eterne: i beni materiali, concentrati nelle mani di pochi, non possono dunque essere che il frutto di un comportamento disonesto e quindi essi devono essere restituiti a coloro ai quali in realtà appartengono. Infine Gesù afferma che non si può servire Dio e mammona: un ricco che detiene per sé grosse somme di denaro e non le investe per il bene di tutti dimostra di servire non Dio ma mammona, cioè i beni materiali.

Nella seconda lettura l’autore chiede che si facciano preghiere per tutti, specialmente per i governanti perché garantiscano alla popolazione una vita serena e tranquilla. Le autorità dello stato devono garantire il benessere di tutti e non i privilegi di pochi.

Il desiderio di far soldi, tanti e presto, è una droga che uccide chi dipende da essa e provoca la rovina della società.