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Tempo di Quaresima B – 2. Domenica

Il dono del figlio

Le tre letture di oggi sono unite da un filo comune: quello del figlio che è donato dal padre. Nella prima lettura si racconta appunto di un padre, Abramo, che aveva ottenuto da Dio, dopo anni di preghiere e di tentativi andati a vuoto, di avere un figlio, dal quale sarebbe sorto un grande popolo. E ora Dio gli chiede di sacrificarlo a lui. Il lettore viene avvertito che si tratta non di una richiesta vera ma di una prova. Abramo non lo sa ma obbedisce senza fiatare. Il lettore moderno avrebbe molto da obiettare, ma il messaggio del racconto è chiaro: nessun figlio appartiene ai genitori, in quanto riceve un compito che va al di là dei loro sogni e desideri.

Nel vangelo si parla di un altro figlio, Gesù, che è donato da Dio, suo Padre. Di lui si parla in un racconto inusuale, nel quale Gesù appare circondato da una luce divina, simbolo del suo rapporto speciale con Dio. Il racconto assume un significato particolare se si ricorda che Gesù è diretto verso Gerusalemme e ha appena annunziato la sua imminente morte e risurrezione. Accanto a lui appaiono Elia e Mosè, che rappresentano due grandi esperienze di Israele: il profetismo e la legge. Ciò significa che in Gesù si compiono le Scritture, con tutto ciò che esse significano per il popolo ebraico. Pietro vorrebbe rimanere sul monte con Gesù e con i due personaggi che sono con lui. Ma la voce di Dio lo richiama alla realtà: Gesù è il suo figlio amato, per questo deve essere ascoltato, non sulla cima di un monte, ma nel groviglio della vita quotidiana. Gesù è un maestro che indica la via verso il Padre.

Nella seconda lettura si dice che Dio non ha risparmiato il suo figlio ma lo ha dato per noi. Dobbiamo scartare l’interpretazione, suggerita implicitamente dall’abbinamento con la prima lettura, secondo cui Gesù è morto in sostituzione dei peccatori, per offrire a Dio al loro posto una degna ammenda. Non è così: Dio ha dato il suo figlio come guida nel cammino verso di Lui, un cammino che non è facile perché passa attraverso la croce.

Non è facile rinunziare al proprio figlio. Ogni genitore vorrebbe tenerlo sempre per sé. Ma il figlio deve andare, deve fare la sua vita. Neppure Dio ha voluto tenere per sé il suo figlio ma lo ha dato per noi. A noi spetta il compito non di adorarlo, ma di ascoltarlo e seguirlo. Con il rischio di pagare un prezzo molto alto, ma con un vantaggio ineguagliabile: dare un senso alla nostra vita.

Battesimo di Gesù B

La sfida del battesimo

La liturgia ricorda il battesimo di Gesù come una seconda epifania, cioè un momento speciale in cui egli si è manifestato al mondo. Con questa festa terminano le celebrazioni natalizie e inizia il tempo ordinario, in cui la liturgia propone la lettura del vangelo di Marco (anno B). È questa un’occasione preziosa in cui siamo invitati a riflettere sul nostro battesimo in quanto modellato sul battesimo di Gesù.

La prima lettura è rivolta ai giudei esuli a Babilonia che ormai intravedevano la liberazione e il ritorno nella terra promessa. Il profeta, i cui oracoli sono riportati nella seconda parte del libro di Isaia, intende dare loro un’ulteriore garanzia circa la realizzazione del progetto di Dio. Egli sta per fare con il popolo rinnovato un’alleanza eterna perché sia il testimone di una salvezza che dovrà estendersi a tutti i popoli. Ma il profeta sottolinea anche che essi devono collaborare con l’azione divina. Ciò significa nutrirsi metaforicamente del cibo che egli dà loro: in altre parole, essi devono cercare il Signore, fidarsi di lui e abbandonare i propri interessi personali per adottare i pensieri del Signore.

Nel brano del vangelo si narra il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni il Battista. Questi invitava i peccatori alla conversione e amministrava loro il battesimo come segno del perdono di Dio. È comprensibile perciò che i primi cristiani sentissero un certo imbarazzo per il fatto che Gesù aveva ricevuto il battesimo di Giovanni insieme a una folla di persone che confessavano i loro peccati. Secondo Marco, il vangelo più antico, che è la fonte principale degli altri due, il significato del battesimo di Gesù si capisce a partire da ciò che è avvenuto subito dopo. Appena ha ricevuto il battesimo, Gesù ha visto i cieli aperti e lo Spirito di Dio, in forma di colomba, discendere su di lui mentre una voce dal cielo diceva: Tu sei il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Questa visione non deve essere letta come un evento accaduto oggettivamente ma come un racconto composto dall’evangelista per esprimere il significato del battesimo di Gesù. La visione da lui ricevuta mostra chiaramente che la presenza di Gesù tra i peccatori non è stata la risposta a un suo bisogno di purificazione, ma l’occasione in cui ha iniziato a compiere la missione che il Padre gli aveva assegnato. In quel momento Gesù si è impegnato a raccogliere un popolo rinnovato e purificato, disposto ad accettare su di sé la regalità di Dio. Immergendosi nell’acqua con i peccatori, Gesù non ha compiuto qualcosa di disdicevole per il figlio di Dio, ma piuttosto ha mostrato come il vero «figlio di Dio», il Messia, si riveli non in un tempio o una reggia ma condividendo le sofferenze e i limiti propri di ogni essere umano. Si spiega così la scandalosa amicizia con i peccatori che ha contrassegnato il ministero pubblico di Gesù (cfr. Mc 2,15). 

Nella seconda lettura si dice che chi è stato generato da Dio non può non amarlo. Ma se veramente ama Dio come suo Padre, egli deve amare anche tutti coloro che Dio ha generato. Infatti l’amore per Dio si manifesta nell’osservanza dei suoi comandamenti che hanno come oggetto fondamentale l’amore del prossimo. È proprio amando Dio e il prossimo che il credente vince il mondo, cioè sconfigge il peccato che si annida nelle strutture ingiuste che corrompono i rapporti tra le persone.

L’uso di amministrare il battesimo ai bambini ha fatto perdere lungo i secoli il significato del battesimo cristiano. In un periodo come il nostro, nel quale molti genitori rinunziano a far battezzare i loro figli, è importante riscoprire il significato del battesimo, che implica, come dice la prima lettura, un vero cambiamento di mentalità. Esso significa diventare discepoli di Gesù ed entrare così nell’ottica di Dio, impegnandosi con lui in una lotta senza quartiere contro il male che pervade la società. Ciò si attua entrando a far parte di una comunità in cui si anticipa nell’oggi, come richiede la seconda lettura, quel regno di giustizia e di pace che Gesù è venuto ad annunziare

Tempo di Avvento B – 4. Domenica

La dignità messianica di Gesù

La liturgia di questa domenica, che precede immediatamente il Natale, presenta alla considerazione della comunità il tema della dignità messianica di Gesù. Il termine messia, in italiano «unto» e in greco christos, indica il re di Giuda, discendente di Davide, in quanto consacrato con il rito dell’unzione. La prima lettura parla di una promessa fatta al re Davide, in forza della quale Dio si impegna a far sì che sul suo trono vi sia sempre uno dei suoi discendenti; inoltre gli promette di stringere con ciascuno di loro un rapporto specialissimo, analogo a quello di un padre con il suo unico figlio. Da questa profezia nasce, dopo la caduta del regno di Giuda, l’attesa di un re discendente di Davide che alla fine dei tempi sarà unto da Dio come re (Messia) con il compito di instaurare il suo regno in Israele e in tutto il mondo; egli perciò riceverà in modo speciale la dignità di Figlio di Dio. Al tempo di Gesù questa figura era interpretata in vari modi, ma sempre con una forte connotazione politica e militare.

Nel vangelo si presenta nuovamente il racconto della visita dell’angelo a Maria. Per capire questo testo, a cui non corrisponde nulla di simile in Marco, il vangelo più antico, bisogna ricordare che, secondo gli strati più antichi della tradizione evangelica, Gesù non ha mai preteso di essere il Messia ma si è limitato a non smentire, in qualche occasione, coloro che gli attribuivano questa dignità. Dopo la sua morte i primi cristiani si sono convinti, in forza della sua risurrezione, che lui era veramente il Messia atteso dai loro connazionali; al tempo stesso però hanno sottolineato come egli abbia inaugurato il regno di Dio non con le armi ma morendo in croce per i nostri peccati. Solo alla fine dei tempi sarebbe ritornato come re glorioso e giudice dei vivi e dei morti. Con il racconto simbolico dell’annunzio a Maria, Luca vuole mostrare come a Gesù competano, fin dalla nascita, i grandi titoli che in Israele si attribuivano al futuro Messia. Tutto il vangelo, di cui questa scena rappresenta il prologo, doveva spiegare in che modo egli intendeva la sua regalità.

Nel piccolo brano scelto come seconda lettura, si afferma che nel Vangelo di Gesù viene rivelato il piano misterioso di Dio che vuole la salvezza di tutte le nazioni.

L’affermazione della messianicità di Gesù per i primi cristiani aveva lo scopo di sottolineare lo speciale rapporto che lo univa a Dio. Purtroppo essa ha aperto la strada al culto di Gesù, facendo a volte dimenticare che egli non ha mai preteso l’adorazione della sua persona ma piuttosto ha invitato i suoi discepoli a seguirlo e a praticare il suo insegnamento.

Cristo Re A

Il giudizio finale

Il tema di questa celebrazione liturgica è quello del giudizio finale. Nella prima lettura Dio è presentato come giudice in quanto pastore del gregge. Questa immagine contiene una forte protesta contro i capi di Israele, immaginati come pastori che hanno portato il gregge alla rovina. Perciò Dio interviene mettendosi lui stesso a capo del gregge. Egli svolge il compito di giudice perché è il pastore del gregge ed è interessato unicamente al bene delle sue pecore.

Nella parabola del vangelo viene presentata l’immagine del giudizio, nel quale è Gesù che svolge il ruolo di pastore e di giudice.La scena riguarda gli ultimi tempi. Allora Gesù separerà i buoni dai cattivi. I buoni sono coloro che, a qualunque nazione o religione appartengano, hanno avuto misericordia per gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i poveri, i malati, i prigionieri. In tutti costoro essi, pur senza conoscerlo, l’hanno incontrato. La fine dei tempi, come la fine di ciascuno, è un buon punto di osservazione per valutare la situazione presente. Quando ormai tutto sta per essere perso, si capisce che l’unica cosa importante è la misericordia e l’amore fraterno verso i poveri e i bisognosi. In questo consiste la salvezza di una persona e di tutta la società. Ma che cosa Gesù si aspettava da quelli che così l’hanno incontrato? La parabola suggerisce alcuni verbi: dar da mangiare, accogliere, vestire, visitare. Indicano opere di misericordia rivolti alla persona in quanto tale. Questo aspetto è molto importante, perché l’amore non si nutre di belle parole ma di rapporti personali che coinvolgono tutta la persona, anima e corpo.

Anche nella seconda lettura Gesù viene immaginato come un re che ha ottenuto il trono, ma deve ancora vincere del tutto le potenze nemiche, prima di consegnare il regno al Padre. Questa immagine mette in luce un aspetto complementare a quello segnalato nel vangelo: l’amore per gli ultimi non è vero e adeguato se non mette in questione i poteri che determinano miseria e sfruttamento di una parte così grande di popolazione.

L’incontro con Gesù è determinante per la salvezza di tutti. Ma questo incontro non avviene semplicemente all’interno di una comunità. Gesù infatti è presente nei poveri e nei diseredati, nei quali ciascuno può incontrarlo, anche senza una specifica vita religiosa. Oggi si sente la necessità di eliminare le cause del disagio sociale: la ineguale distribuzione dei beni, le carceri sovraffollate, la crisi del mondo giovanile, il commercio internazionale, la vendita di armi. Ciò è molto importante, ma il nemico da sconfiggere è prima di tutto dentro di noi e si sconfigge solo condividendo la sorte degli ultimi di questo mondo.

Tempo Ordinario A – 14. Domenica

La scelta della non violenza

La liturgia di questa domenica mette in luce il tema della mitezza, intesa come non violenza. Nella prima lettura il profeta Zaccaria parla del futuro Messia, cioè del re che, secondo le attese dei giudei, sarà inviato da Dio negli ultimi tempi per instaurare il suo regno. Egli è presentato come un re giusto e umile, cioè mite, non violento. In quanto tale, egli è anche vittorioso nei confronti dei poteri che dominano questo mondo. Entra nella sua città cavalcando un umile asinello. Egli farà scomparire la guerra e instaurerà un’epoca di pace. Il futuro Messia annunzierà un Dio che, secondo il Salmo responsoriale, è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, buono verso tutti, dotato di una tenerezza che si espande su tutte le creature. Solo in forza di questi attributi di Dio l’attesa del suo regno è fonte di speranza.

Il brano del vangelo mostra come l’annunzio profetico sia stato interpretato da Gesù. Egli dice anzitutto che Dio si rivela ai piccoli, cioè ai poveri, agli emarginati, cioè a coloro che non hanno meriti da presentare. Gesù si presenta come colui che rivela questo Dio perché è in un rapporto profondo e personale con lui. Perciò lui solo è capace di dare loro ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi. E invita tutti a imparare da lui, che è mite e umile di cuore: solo così troveranno ristoro per le loro anime. Con queste parole Gesù trasforma radicalmente la nostra immagine di Dio. Dio non è più quello che dà ordini e punisce i trasgressori, ma colui che accoglie tutti e li trasforma con il suo amore.

Nella seconda lettura Paolo afferma che Dio non ci fa violenza esigendo da noi prestazioni che, come creature limitate, non saremo mai capaci di dargli. Dio ci ha dato il suo Spirito in forza del quale non siamo più sotto il dominio della carne. Ciò significa che non tocca a noi diventare buoni e santi. È Dio che ci trasforma nel nostro intimo per mezzo del suo Spirito, che è anche lo Spirito di Gesù.

Queste letture possono dare un grande conforto a chi si trova in situazioni difficili e dolorose. Ma possono generare anche un senso di rifiuto nei confronti di un Dio che non interviene per liberare proprio quei piccoli, poveri e oppressi che sono oggetto del suo amore. Se invece partiamo dalla premessa che Dio è un mistero insondabile, allora si comprende che le letture non ci parlano di Dio ma di noi stessi e ci dicono che la non violenza è l’unico mezzo efficace per attuare un mondo migliore. È un’indicazione di rotta che ci riguarda come individui e come società. Solo mettendoci su questa lunghezza d’onda possiamo incontrare il vero Dio e non il dio che ci siamo creati a nostra immagine e somiglianza. 

Festa della Ss. Trinità A

L’incontro con il Dio inconoscibile

Nel primo concilio di Nicea, che ha avuto luogo nel 325, è stata formulata la dottrina secondo cui Dio è unico quanto a natura ma in lui ci sono due persone, il Padre, il Figlio; successivamente è stata aggiunta una terza persona, lo Spirito santo. Questa dottrina ha consentito il superamento delle divergenze allora presenti nel movimento cristiano. Con il tempo però è diventato una formula che, proprio perché è continuamente ripetuta, non suggerisce più nulla ai cristiani ordinari. È dunque importante riscoprire l’origine biblica di questa dottrina e i riflessi che ha nella vita spirituale dei credenti.

Nella prima lettura è riportato il nucleo centrale del messaggio biblico, secondo il quale il mondo trae origine da una Realtà superiore, chiamata YHWH, che l’ha voluto e l’ha realizzato attraverso un’evoluzione che è durata miliardi di anni. Questo Dio è misericordioso, non tanto perché perdona il peccato di chi si pente, ma perché accetta tutte le creature che da lui hanno origine, nonostante tutti i loro limiti e le loro miserie, e dà loro armonia e finalità. È per questa sua misericordia che Dio ha ricevuto l’appellativo di Padre.

Nel brano del vangelo la paternità di Dio viene espressa come un immenso amore che si manifesta in massimo grado nella persona umana di Gesù. In quanto atto supremo di amore, il suo essere innalzato sulla croce appare come una gloria e non come un’umiliazione. Egli diventa così Maestro e ispiratore di chi si apre al suo messaggio. Ogni essere umano è equipaggiato per fare l’esperienza di Dio. Senza questa possibilità non potremmo vivere. Esistono però uomini che hanno percepito il divino in un modo speciale e sono diventati le guide spirituali dell’umanità. Gesù è uno di questi. Per i suoi discepoli è lui in sommo grado il Rivelatore del Padre. In lui essi hanno visto un riflesso speciale del Dio nascosto, il volto umano di Dio.

Nella seconda lettura, Paolo invita i cristiani a praticare l’amore vicendevole. Poi esprime i suoi saluti mediante una formula trinitaria in cui il Padre viene visto come fonte dell’amore e il Figlio come colui che ci ha donato la grazia di Dio; al terzo posto viene evocato lo Spirito come garante della comunione, cioè del legame profondo che unisce i credenti fra loro e con Dio. In altre parole il Dio nascosto si è manifestata in Gesù di Nazaret e agisce mediante lo Spirito da lui elargito nel cuore di chi crede in lui.

La Trinità è una formula che è stata imposta spesso con metodi violenti e intolleranti. Oggi è importante che non sia più ripetuta mnemonicamente ma aiuti a comprendere il mistero di un Dio nascosto che si rivela come Padre mediante il suo Figlio Gesù Cristo e muove come soffio vitale persone e cose perché evolvano verso quella pienezza che egli ha assegnato loro come scopo della sua creazione. 

Tempo di Quaresima A – 1. Domenica

La tentazione

La quaresima inizia con una riflessione sul tema della tentazione. Nella prima lettura si parla della creazione dei progenitori e della loro caduta. È un racconto mitologico, che riguarda non tanto l’esperienza di una improbabile coppia originale, quanto piuttosto quella di ciascuno di noi. I progenitori cedono alla tentazione di essere come Dio. È questa la grande tentazione dell’uomo, che si concretizza nel mettere se stesso al centro, pretendendo che tutto, persone e cose, ruotino intorno a lui.

Nel brano del vangelo si racconta la tentazione che Gesù ha dovuto affrontare all’inizio della sua vita pubblica. L’evangelista parla di una tentazione in tre momenti: trasformare le pietre in pane, buttarsi giù dal pinnacolo del tempio, adorare il diavolo per avere da lui il potere su tutti i regni del mondo. Anche qui non si tratta di una descrizione oggettiva dei fatti, ma di un racconto che esprime in modo simbolico la pressione che sarà esercitata su Gesù in tutto il suo ministero, per indurlo a capeggiare un movimento di rivolta armata contro i romani. Era questo ciò che la gente si aspettava dal Messia in quanto Figlio di Dio. Questa concezione del Messia si basava sulla ricerca del potere economico e politico nonché del consenso pubblico come mezzo per realizzare una società migliore. Gesù ha vinto le suggestioni del diavolo e ha puntato invece su una grande azione risanatrice, che partiva dal cuore della gente, pur sapendo che ciò avrebbe comportato, apparentemente, una sconfitta.

Nella seconda lettura, Paolo parla della nostra solidarietà con Adamo, l’uomo peccatore, e la sua sostituzione con la solidarietà con Cristo. Questa comporta per noi il superamento della tentazione di mettere il nostro io al primo posto. Ciò si realizza quando si comprende che non si può essere felici da soli e che un mondo migliore si basa sul rapporto con l’altro. 

Le tentazioni di Gesù sono le stesse a cui sono andati incontro Israele e la Chiesa nella loro storia millenaria. Sono anche le stesse a cui è sottoposto ciascuno di noi. Purtroppo sia Israele che la Chiesa hanno spesso ceduto alla tentazione. Anche noi, nel nostro piccolo, cediamo facilmente alla suggestione del potere umano, in tutti i suoi aspetti. Non c’è bisogno di chiamare in causa Dio o il diavolo per spiegare la nostra inclinazione al male. La tentazione fa parte del nostro essere creature limitate e angosciate dalla paura. E così anche la caduta. Ma Dio è lì per indicarci la strada e per darci la forza di percorrerla.

Tempo Natalizio A – Battesimo del Signore

Il giusto fra i peccatori

Il fatto che Gesù abbia ricevuto il battesimo da Giovanni è importante non solo perché segna l’inizio del suo ministero pubblico, ma anche perché rappresenta una scelta che caratterizzerà la sua futura attività. Nella prima lettura si presenta la vocazione di un anonimo profeta, chiamato Servo di yhwh, nel quale Dio si compiace. Su di lui scende lo Spirito del Signore che gli dà forza per riaggregare la massa dei giudei dispersa nell’esilio e riportarli nella loro terra. A tale scopo egli non dovrà provocare un movimento di rivolta ma rinnovare il loro rapporto con yhwh, il Dio che li aveva liberati dalla schiavitù egiziana. Il Servo infatti è stato chiamato «per la giustizia», cioè per manifestare la fedeltà di Dio al suo popolo. Egli porta a termine questo compito rifiutando ogni tipo di violenza e di costrizione. Ciò significa immergersi personalmente in una massa di gente frustrata, logorata da anni di esilio, preda di tensioni ed egoismi: un metodo certamente rischioso che l’ha portato alla morte. Ma che si è dimostrato vincente. 

Nel brano del vangelo si racconta il battesimo di Gesù. I primi cristiani hanno situato in questo contesto la sua manifestazione come Messia e Figlio di Dio, mettendo in secondo piano il fatto che egli è stato battezzato in mezzo a una folla di persone che andavano al Giordano per confessare i loro peccati. Ma è proprio immergendosi in questa moltitudine composta prevalentemente da persone emarginate e sofferenti, esseri umani considerati come peccatori dai rappresentanti della religione ufficiale, che Gesù dimostra di essere il Messia annunziato dalle Scritture. Egli ha assunto il ruolo non di un re potente ma quello del Servo che ha liberato i giudei dall’esilio: solo così infatti poteva «adempiere ogni giustizia», cioè manifestare al popolo la misericordia di Dio, come egli stesso dice a Giovanni. Immergendosi nell’acqua con i peccatori Gesù non ha compiuto dunque qualcosa di disdicevole per un giusto, ma piuttosto ha dimostrato come il vero «giusto», il «Figlio di Dio», il Messia, si riveli non appartandosi in un luogo sacro ma condividendo le sofferenze e i limiti propri di ogni essere umano.

Nella lettura degli Atti degli apostoli è Pietro stesso che illustra questa scelta di Gesù spiegando che egli, dopo e come effetto del battesimo, passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo. A ciò tendeva la sua scandalosa amicizia con i peccatori. Per questo ha accettato fin dall’inizio la prospettiva di una morte violenta.

Per i cristiani ricevere il battesimo significa fare proprie le scelte di Gesù: come lui, anch’essi accettano di non separarsi da questo mondo ma di essere solidali con i poveri, gli emarginati e quelli che hanno fatto nella vita scelte sbagliate: solo così possono fare anch’essi l’esperienza consolante di essere figli di Dio.

Avvento A – 4. Domenica

Il Figlio di Dio

Il tema di questa liturgia prenatalizia è indicato dalla seconda lettura, in cui si presenta Gesù come Figlio di Dio. Nella prima lettura si racconta che il profeta Isaia ha annunziato al re Acaz, come segno della benevolenza divina, la nascita di un bambino che sarà chiamato Emmanuele, Dio con noi. È difficile scoprire l’identità di questo bambino, ma probabilmente si tratta di Ezechia, figlio di Acaz, che sarà un re giusto e pio. In due successive profezie questo bambino è presentato come centro di un mondo rinnovato. Il testo presenta sua madre come una «giovane donna». La traduzione greca sostituisce però questo appellativo con il termine «vergine», dando così l’impressione che la madre abbia generato il bambino rimanendo vergine.

È stato facile per i primi cristiani interpretare questo bambino, portatore di una grande speranza, come la figura del futuro Messia, cioè di Gesù. Facendo leva sul malinteso secondo cui egli doveva nascere da una vergine, essi hanno hanno pensato che Maria l’avesse concepito e partorito restando vergine. Matteo e Luca hanno dato corpo a questa credenza con il racconto della sua nascita. Per Matteo però questa convinzione metteva in discussione un altro dato della tradizione: Gesù in quanto Messia è discendente di Davide. Ma la discendenza passa attraverso il padre, che però nel caso di Gesù non ha svolto un ruolo nel suo concepimento. L’evangelista racconta perciò la sua nascita in modo tale da far risaltare come per lui l’aver avuto una madre vergine non escluda la discendenza davidica. Giuseppe è un discendente di Davide; egli è sposato con Maria ma, secondo l’uso ebraico, essi non vivevano ancora insieme. Egli si rende conto con rammarico che Maria aspettava un bambino. Secondo le concezioni dell’epoca, Giuseppe avrebbe dovuto separarsi da lei, ma non vuole farle del male mettendo in pubblico un eventuale errore da lei compiuto. Ma come fare dal momento che il ripudio esigeva un atto ufficiale? In questa situazione di perplessità appare in sogno a Giuseppe un angelo che gli dice di prendere in moglie Maria perché il bambino che sta per nascere da lei è opera dello Spirito Santo. Giuseppe obbedisce: prendendo Maria come moglie, egli adotta Gesù come figlio e lo inserisce nella dinastia davidica. Per spiegare la missione assegnata a questo bambino l’angelo dice poi a Giuseppe di imporgli il nome Gesù, che significa «YHWH salva» perché salverà il suo popolo dai suoi peccati. Infine, l’evangelista cita a sostegno di questa ricostruzione la profezia della vergine. Egli non dà peso alle anomalie di tale racconto perché a lui non interessa il fatto in se stesso ma il suo significato: Gesù è l’uomo nuovo, la cui nascita dà origine a una nuova umanità.

Nella lettera ai Romani, Paolo si presenta come l’annunciatore del vangelo che riguarda Gesù Cristo. Egli lo qualifica come discendente di Davide secondo la carne, ma Figlio di Dio in potenza a motivo della sua risurrezione dai morti. Per Paolo il suo essere discendente di Davide non esclude la sua dignità di Figlio di Dio, anzi la conferma. L’Apostolo non pensa alle modalità fisiche della sua nascita ma al ruolo che gli è affidato: quello di annunziare e di portare a compimento il regno di Dio, cioè un mondo nuovo basato sulla giustizia e sulla pace.

Secondo queste letture, Gesù è Figlio di Dio in un modo diverso da quello che è proprio di ogni credente e in ultima analisi di tutti gli esseri umani. Ciò che lo distingue è il ruolo unico che gli è stato assegnato come Maestro e guida. Anche se non tutti lo riconoscono, egli indica a tutti l’unica strada che porta alla salvezza: un amore che, per essere vero, si rivolge a Dio e ai fratelli, senza barriere o esclusioni.

Cristo Re

La regalità di Gesù

La festa di Cristo re offre ogni anno l’occasione per mettere a fuoco il significato della regalità che i primi cristiani hanno riconosciuto a Gesù attribuendogli l’appellativo di Cristo. Infatti il titolo di re è sinonimo di Messia, unto (in greco christos), in quanto i re di Israele venivano intronizzati con il rito dell’unzione. Le letture di oggi ci aiutano a comprendere meglio la regalità di Gesù e a eliminare i malintesi a cui questo titolo ha dato origine.

Nella prima lettura viene riportata la notizia dell’unzione di Davide come re d’Israele. In questo testo si nota una parvenza di democrazia, in quanto sono gli anziani di Israele che si recano da Davide per insignirlo della regalità. La loro scelta ricade su di lui in seguito alla constatazione che già Dio si era espresso precedentemente in suo favore mediante l’unzione regale conferitagli da Samuele (1Sam 16.12-13). Essi inoltre fanno un’alleanza con Davide: in tal modo pongono anche delle condizioni che il re dovrà osservare. Davide sarà quindi il rappresentante di Dio in mezzo al popolo, ma dovrà stare ai patti e non prevaricare imponendo un giogo troppo pesante ai suoi sudditi.

Nel brano del vangelo si affronta il tema della regalità del Messia, il discendente del re Davide. Gesù è ormai in croce e sia i soldati che uno dei malfattori crocifissi con lui gli dicono: «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». In queste parole affiora la concezione secondo la quale il re deve pensare anzitutto a se stesso, a difendere il suo potere e i suoi privilegi nei confronti dei propri nemici. Il «buon ladrone» invece si rende conto che Gesù è veramente re, ma in un modo diverso: egli è innocente e la sua morte ha a che fare con il suo regno. Perciò esprime il desiderio di entrare in questo regno e viene esaudito. La regalità di Gesù è dunque radicalmente diversa da quella dei potenti di questo mondo. Gesù muore come re, ma proprio in quanto ha rinunziato al potere e ai privilegi della condizione regale per attuare la salvezza dell’umanità, cominciando proprio dai lontani e dagli esclusi.

La seconda lettura mette in luce le prerogative della regalità di Cristo. In essa l’autore afferma che Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio amato, per mezzo del quale abbiamo ottenuto il perdono dei peccati. Riconciliando l’umanità con Dio, Gesù è diventato il capo del corpo, che è la Chiesa. Proprio per questo è riconosciuto retrospettivamente come colui che ha collaborato con Dio all’opera della creazione.

A Gesù è stata attribuita simbolicamente dai primi cristiani la regalità universale in quanto ha saputo dare la vita per la realizzazione del regno di Dio, cioè per l’attuazione di un mondo migliore. Dai suoi discepoli Gesù si aspetta non atti di culto o di devozione ma l’impegno a seguirlo e a collaborare con lui per migliorare il mondo in cui viviamo.