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No al proselitismo

Ho letto con piacere quanto scrive Severino Dianich nell’articolo “No al proselitismo“: “L’evangelizzazione, infatti, ha in comune con il proselitismo il desiderio che l’altro accolga la proposta di condividere la fede in Cristo. Ma la vera evangelizzazione rovescia l’intento dal quale è mosso il proselitismo. Proselitismo è diffondere un’idea per potenziare il proprio gruppo e sé stessi. È ovvio che lo faccia un partito politico in campagna elettorale, ma alla Chiesa non è permesso di farlo. Insorgerebbe l’apostolo Paolo, esibendo la sua testimonianza: «Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5). O l’evangelizzazione è offerta di un dono che si è ricevuto, nella totale gratuità del dono, o evangelizzazione non è. Per evangelizzare è necessario lasciare la Chiesa in secondo piano, perché lo spazio del discorso sia occupato totalmente da Gesù: solus Christus. Solo Gesù è il salvatore, solo Gesù è il Signore, solo il Figlio di Dio è degno che si creda in lui, cioè che si dedichi a lui la propria vita.”

Mi resta però un grosso problema: il Gesù che noi presentiamo, dopo 2000 anni di cristianesimo, è in gran parte una figura “confessionale”, rivestita di tutta una serie di incrostazioni che provengono da una cultura in cui la Chiesa era predominante. Oggi le ricerche sul “Gesù storico” mostrano chiaramente come non tutti gli sviluppi successivi siano stati omegenei con l’annunzio fatto da Gesù. Ne risulta che l’evangelizzazione diventa automaticamente proselitismo. A meno di affrontare onestamente, come individui e come Chiesa, un vero processo di riforma intellettuale e di fede tale da presentare Gesù con modalità che vadano alle radici del movimento cristiano e al tempo stesso una sequela che vada al di là dell’appartenenza all Chiesa. Ora temo proprio che su questo, salvo lodevoli eccezioni, non si sia ancora mosso il primo passo.

Il dono dell’annunzio

Non ho letto il libro di Roberto Repole, “Il dono dell’annuncio. Ripensare la Chiesa e la sua missione” (Edizioni San Paolo, pp. 206, € 22) ma semplicemente la recensione di Maria Teresa Pontara Pederiva. Strano! Non trovo nessuna accenno al fatto che noi ancora oggi proponiamo alla gente un Vangelo che è sovraccarico di dottrine, dogmi, strutture, riti, norme morali che cozzano contro la mentalità non dico di quanti hanno fatto una scelta di vita diversa, ma di persone normali, che pensano, si fanno domande e vogliono vivere il Vangelo secondo i dettami della propria coscienza. La nostra gente non è affetta da una sorta di “analfabetismo religioso”, ma piuttosto ha rimosso tutto un complesso di interpretazioni dogmatiche che non solo non interessano più ma che molte volte provocano un rifiuto, sono sentite come una sfida al buon senso. Una nuova evangelizzazione può venire solo da un cambiamento dottrinale, che metta al primo posto il Vangelo e la sua forza provocatoria e non le successive interpretazioni. Se si farà tutto ciò, le folle non ritorneranno certo a frequentare le nostre chiese, ma avremo comunità che saranno sale della terra e luce del mondo. Altrimenti il Vangelo seguirà altre vie che già oggi tanti “fuorusciti” stanno cercando con alterne vicende.

Festa di Pentecoste A

I doni dello Spirito

La festa di Pentecoste commemora la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli come inizio della Chiesa. Nella prima lettura viene riportato il brano degli Atti degli apostoli in cui si descrive questo evento. Nel suo racconto Luca è preoccupato di mostrare come proprio in quella occasione Dio abbia attuato un passo importante per la salvezza di tutta l’umanità. Lo Spirito Santo simboleggia Dio in quanto opera nella storia e nel cuore degli uomini. La sua venuta viene descritta in forma simbolica come lingue di fuoco che discendevano sugli apostoli. Lo Spirito provoca in essi un fenomeno molto conosciuto e apprezzato agli inizi del cristianesimo: il parlare in lingue (glossolalia), cioè pregare Dio in una lingua diversa e sconosciuta, con un profondo fervore accompagnato da forte emotività. Luca però trasforma questo fenomeno in un parlare «altre» lingue, quelle cioè dei presenti provenienti da tutte le parti del mondo. In tal modo egli vuole sottolineare come la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli avesse lo scopo di spingerli ad annunziare il vangelo a tutte le nazioni. 

Il parlare in lingue, di cui avevano dato prova gli apostoli nel giorno di Pentecoste, era molto noto nella comunità di Corinto. Ma di esso si erano impadroniti alcuni «specialisti», persone cioè dotate di questo particolare dono («carisma»), creando un certo scompiglio nella comunità. Dal contesto della seconda lettura appare che è proprio l’esercizio di questo dono che Paolo intende correggere. Scrivendo ai corinzi, egli non condanna coloro che hanno ricevuto questo carisma, ma sottolinea che la glossolalia è solo un carisma fra i tanti che sono elargiti ai membri della comunità per il bene di tutti. Ognuno ha il suo carisma e l’unità della comunità appare proprio nell’interazione fra i diversi carismi. Nessuno è autorizzato ad appropriarsi di un carisma, esaltandolo e squalificando gli altri.

Nel brano del vangelo infine il dono dello Spirito, fatto ai discepoli dal Cristo risorto, viene messo in rapporto con la pace e con il perdono dei peccati. Il compito dei cristiani, animati e guidati dallo Spirito, è dunque quello di portare la pace e di lottare contro ogni tipo di violenza e di ingiustizia, non con mezzi violenti e neppure con la semplice protesta, ma stabilendo fra loro e con tutti un nuovo rapporto di solidarietà e condivisione.

Per essere discepoli di Gesù e membri attivi di una comunità cristiana bisogna riscoprire ogni giorno il proprio carisma e metterlo al servizio degli altri. Se ciò non avviene la Chiesa resta «ingessata», con le sue gerarchie, i suoi dogmi, i suoi riti standardizzati, le prediche noiose, a cui fa riscontro la passività dei presenti e la mancanza di conoscenza reciproca. Ma una Chiesa così ridotta difficilmente potrà diventare artefice di un profondo rinnovamento di tutta la società.

Tempo Ordinario A – 05 Domenica

La testimonianza cristiana

In queste letture si affronta il tema della luce in funzione della testimonianza, cioè dell’impatto che il messaggio cristiano deve avere sulla società. Nella prima lettura il profeta prende lo spunto da una pratica rituale molto diffusa al suo tempo, il digiuno. In un contesto di grave ingiustizia sociale egli si domanda in che cosa consista il vero digiuno, quello cioè che piace a Dio. E risponde dicendo che esso consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri e i senza tetto, nel vestire chi è nudo. E aggiunge che, per praticare il digiuno, i credenti dovranno non solo togliere di mezzo l’ingiustizia, ma anche stabilire un rapporto di solidarietà con chi soffre. Solo così diventeranno portatori di una luce capace di trasformare le strutture della vita sociale. 

Nel vangelo lo stesso discorso viene ripreso mediante le metafore del sale della terra, della città sul monte e della lampada sul candelabro. Con queste immagini, Gesù non intende lanciare i suoi discepoli in un’opera di proselitismo a tappeto, come spesso si è pensato, ma vuole richiamarli alle loro responsabilità. L’essere discepoli di Gesù non significa chiudersi in se stessi, formando una società alternativa con le sue regole e le sue sicurezze, ma piuttosto implica la capacità di influire sulla vita di tutta la società. Il Vangelo è l’annunzio della buona notizia che riguarda la venuta del regno di Dio e in questa prospettiva propone dei valori che riguardano tutta la società. Si tratta sostanzialmente di valori umani dalla cui pratica dipende il benessere di tutti. Essi non possono venire imposti dall’esterno, ma devono essere scoperti e capiti da tutti. L’unico modo per farli apprezzare è dunque quello di praticarli, mostrandone così l’efficacia.

È quanto ha fatto Paolo a Corinto: in quella città egli non ha cercato di fare colpo con la sua dottrina o con miracoli, ma si è presentato semplicemente come discepolo del Crocifisso, con grande povertà e umiltà. Solo così ha potuto rendersi credibile e fondare una comunità di discepoli che non impongono ma propongono un nuovo modo di vita. 

Una vera vita di fede non consiste primariamente nella difesa di una struttura ecclesiale, con tutti i suoi riti e le sue dottrine e neppure nella ricerca della salvezza della propria anima. Essa invece significa prendere a cuore il bene di questa umanità, in tutti i suoi aspetti. Impegnandosi per il bene comune si difende la Chiesa e si salva la propria anima.

Tempo Natalizio – Epifania

Una buona notizia per tutti

L’Epifania è la festa nella quale i cristiani riflettono sul carattere universale della loro fede. Nella prima lettura, ricavata dalla terza parte del libro di Isaia, si descrive un evento futuro che riguarda il destino di Israele. Un giorno Gerusalemme, città in cui, secondo la fede israelitica, Dio ha posto la sua dimora, si riempirà di luce. Allora a essa affluiranno tutte le genti, attratte dalla luce di Dio, portando con sé i loro doni: l’oro come segno della loro adesione alla regalità di Dio e l’incenso, simbolo della loro partecipazione al culto. Secondo il profeta i popoli otterranno la salvezza, ma solo se si aggregheranno a Israele e daranno culto al suo Dio.

Secondo Matteo la promessa riportata nel libro di Isaia si è realizzata con la venuta di Gesù. La visita dei magi alla sua culla rappresenta per loro l’anticipo simbolico di un grande pellegrinaggio di popoli che in diversi modi avrebbero aderito a Cristo, accettando il suo messaggio e mettendolo alla base della loro esistenza. I doni che i magi portano sono gli stessi ricordati da Isaia ai quali si aggiunge la mirra, con cui si anticipa nuovamente il destino doloroso del bambino. Purtroppo, secondo Matteo, il re Erode e tutta Gerusalemme, invece di rallegrarsi per la nascita del re dei giudei, sono turbati ed Erode pensa già come eliminarlo. In questa scena l’evangelista vede l’anticipazione del dramma che porterà una parte consistente del popolo giudaico a rifiutare il suo Messia. 

L’autore della lettera agli Efesini, da cui è ripresa la seconda lettura, attribuisce a Paolo la rivelazione di un mistero nascosto alle precedenti generazioni, in forza del quale le genti sono chiamate a condividere con i giudei che avevano creduto in Cristo le promesse fatte al popolo di Israele. Anche per questo autore le promesse fatte dai profeti si stanno realizzando per mezzo di Gesù. 

La venuta dei magi significa simbolicamente l’adesione a Cristo di gente di ogni colore e lingua che attraverso di lui hanno ottenuto la salvezza. Oggi però siamo consapevoli che la stessa salvezza raggiunge in molti modi anche i fedeli di altre religioni e coloro che si dicono atei ma praticano i valori evangelici. Il compito dei cristiani non è dunque più quello di convertire più gente possibile al cristianesimo ma di entrare in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà per dare vita a un mondo migliore in cui prevalgano i valori evangelici della pace, della giustizia e della solidarietà.

Kristu Bakhtas

Migliaia di indù in India, in particolare dentro e intorno alla città santa indù di Varanasi nello stato dell’Uttar Pradesh, hanno accettato Cristo come guru senza ricevere il battesimo o altri sacramenti. Conosciuto come Khristu Bhaktas o Devoti di Cristo, mantengono la loro cultura, i festival indù e vivono insieme ai loro fratelli indù. La loro fede viene espressa quando si uniscono regolarmente agli altri per Satgang (incontri di preghiera) e Sadhana (meditazione) per adorare e lodare il loro Satguru (insegnante), Gesù Cristo. Preti e fratelli della Società Missionaria Indiana, una congregazione indigena che ha avuto inizio a Varanasi, l’eterna città dell’induismo, assiste il movimento di Khristu Bhaktas.
Ukanews, I cristiani anonimi dell’induismo 13 novembre 2019