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Tempo Ordinario B – 21. Domenica

Una difficile scelta di vita

La liturgia di questa domenica propone il tema delle difficili scelte che ognuno nella vita è chiamato a fare. Nella prima lettura si narra che Giosuè, prima di morire raduna tutto il popolo di Israele a Sichem, e chiede a esso di rinnovare l’alleanza con YHWH. L’alleanza era già stata conclusa ai piedi del monte Sinai, ma a essa avevano aderito gli israeliti di una precedente generazione. Ora coloro che, sotto la guida di Giosuè, sono entrati nella terra promessa devono far propria quella decisione. E soprattutto devono prendere coscienza del significato dell’alleanza. Infatti questa implica non semplicemente il culto di una particolare divinità, ma l’accettazione nella vita di un codice di comportamento, il decalogo, nel quale in primo piano sono enumerati i diritti del prossimo. Non basta andare avanti per inerzia, in forza di tradizioni inveterate. Ognuno deve decidere da che parte stare.

Al termine del discorso del pane di vita, Gesù si rende conto che tanti suoi discepoli si scandalizzano e si allontanano da lui, lamentandosi che il suo discorso era duro, non capivano che cosa volesse dire. Ma Gesù insiste: «E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dove era prima?». Con la sua morte in croce, in quanto atto supremo d’amore, Gesù ritorna al Padre e così dimostra di essere venuto da lui. Poi aggiunge: «È lo Spirito che fa vivere, la carne non serve a nulla». I discepoli avevano capito il discorso di Gesù solo in senso materiale, come se Gesù chiedesse di mangiare fisicamente la sua carne. Ma l’affermazione di Gesù si situava su un piano diverso, quello dello Spirito: il mangiare il suo corpo era un’immagine che indicava il rapporto con lui, mediante il quale egli trasmette il suo Spirito a chi crede nelle sue parole. Molti di coloro che lo seguivano non sanno entrare in questa ottica e perciò si allontanano da lui, come tante volte il popolo di Israele ha fatto con YHWH. Allora Gesù chiede ai Dodici se anche loro vogliono andarsene. Egli non vuole legare a sé i discepoli quasi per dovere. Non basta appartenere al gruppo dei Dodici per essere suoi discepoli, bisogna fare una scelta radicale. Chi vuole seguirlo deve rendersi conto che il suo messaggio ha come esigenza fondamentale il dono di sé espresso nell’immagine del pane di vita. È quello che Pietro riconosce dicendo: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. Noi crediamo e sappiamo che tu sei il Santo di Dio».

Nella seconda lettura l’autore della lettera agli Efesini fa un’affermazione molto importante: gli sposi devono modellare il loro rapporto su quello che unisce Cristo alla sua comunità, la Chiesa. In altre parole egli applica agli sposi il principio fondamentale di una vera comunità cristiana, nella quali bisogna essere sottomessi gli uni agli altri: non succubi nei confronti dell’altro, ma partecipi di un unico ideale di vita. L’identificazione del marito con Cristo e della moglie con la Chiesa è secondaria, come anche il fatto che alla donna sia richiesto di essere sottomessa al marito e a questi di amare la moglie. Si tratta di stabilire un rapporto vicendevole in cui i due partner, sull’esempio di Cristo e con il suo aiuto, decidono di donare insieme la vita per i propri fratelli.

Ogni persona in certi momenti si trova a dover prendere decisioni importanti che determineranno tutto il seguito della sua vita: può essere il tipo di studi, la professione, il matrimonio, il sacerdozio, la vita religiosa, oppure l’impegno politico o il volontariato. Ma a monte ognuno deve rispondere ad alcune domande fondamentali: chi sono, chi voglio essere, qual è il mio progetto di vita? Si tratta di fare una scelta radicale, da cui dipendono poi tutte le altre. E’ questa la decisione di fronte alla quale ci pone il vangelo. Oggi ciò che importa non è tanto affermare l’importanza di strutture tradizionali quanto piuttosto aiutare le persone a fare delle scelte decisive e a esservi fedeli anche a costo di sacrifici e rinunce, magari creando strutture nuove a loro più congeniali. E’ questa la decisione che Gesù propone a chi desidera diventare suo discepolo.

Assunzione di Maria

Maria, figura e madre della Chiesa

Nel Nuovo Testamento non si parla dell’assunzione di Maria in cielo. È questa una pia credenza che si è fatta strada per esprimere la piena solidarietà di Maria con il suo figlio Gesù. Il tema delle letture è quello di Maria, madre di Gesù, figura e madre della Chiesa. Nella prima lettura si presenta una grandiosa scena simbolica. In essa la donna che genera il figlio è Maria, ma è anche la Chiesa che è il corpo di Gesù e continua a generarlo in questo mondo.

Nel vangelo è Maria stessa che, nella preghiera a lei attribuita, esprime la sua fede. Maria crede in un Dio che ha fatto delle promesse che consistono nella venuta di quello che Gesù ha chiamato Regno di Dio, cioè un mondo di pace e di giustizia. Per questo afferma che Dio ha disperso i ricchi e i superbi e ha esaltato gli umili. Maria ne parla come di un progetto che si sta realizzando già ora, con la prossima nascita del suo figlio, e indica in se stessa la testimone di quanto sta avvenendo. Certamente Maria non pensa a un cambio di ruoli, alla sostituzione cioè degli attuali ricchi con quelli che ora sono poveri e viceversa. Cambierebbero i protagonisti, ma la situazione sarebbe la stessa. Maria invece dice che beati non sono i ricchi ma neppure i poveri, bensì quelli che hanno fede in un mondo migliore e sanno impegnarsi perché esso si realizzi.

Nella seconda lettura si parla di Cristo che un giorno, dopo aver sottomesso tutte le potenze del male, vincerà anche la morte e così potrà consegnare il regno al suo Padre celeste. Per la sua fede Maria già durante la vita ha vinto la morte ed è l’esempio di quanti, lottando per la vita degli altri, sono già loro stessi dei risuscitati.

Maria è la madre di Gesù e al tempo stesso la madre e l’immagine della Chiesa. Per Chiesa non intendo in primo luogo la gerarchia, con i suoi riti, i suoi dogmi, le sue strutture, ma la comunità dei credenti. È solo la comunità che fa nascere e crescere il Cristo nel cuore delle persone. In essa si esprime la certezza che il male non avrà il sopravvento. Maria non cerca persone devote che la preghino, magari aspettandosi favori, ma è vicina a quanti, come lei, si impegnano per un mondo migliore.

Tempo Ordinario B – 20. Domenica

Una vita piena di significato

La liturgia di questa domenica invita a riflettere sul significato della vita. Nella prima lettura entra in scena la Sapienza che prepara un banchetto al quale invita gli inesperti con queste parole: «Abbandonate l’inesperienza e vivrete…». La sapienza è una metafora per indicare Dio stesso in quanto entra nelle vicende umane. E l’insegnamento che, attraverso il simbolo del pane e del vino, la sapienza elargisce agli inesperti è la capacità di vivere in modo saggio, mettendo al primo posto i valori fondamentali: la giustizia, gli affetti, il rapporto con gli altri.

Secondo l’evangelista Giovanni, Gesù si presenta come il pane disceso dal cielo e promette di donare pienamente, a chi mangerà il suo corpo e berrà il suo sangue, la vita promessa da Dio al suo popolo. Questa affermazione è stata intesa normalmente in riferimento a un’altra vita, che si ottiene dopo la morte mediante i meriti accumulati in questa vita; quindi solo la vita dopo la morte avrebbe la prerogativa di essere «eterna». Gesù invece promette questa vita eterna già in questo mondo. Egli quindi fa propria l’idea di vita espressa in tanti testi della Bibbia e si limita a sottolineare che è lui a donare questa vita a chi «mangia» il suo corpo e «beve» il suo sangue. Questa immagine significa simbolicamente l’adesione piena a lui e al suo insegnamento. Questo rapporto pervade tutta la vita del credente, ma trova un punto di riferimento nella celebrazione eucaristica, in cui il credente mangia il pane e beve il vino che sono il segno della sua presenza reale nella comunità. Questo incontro comunitario è all’origine di rapporti nuovi tra persone diverse che imparano a conoscersi e a rispettarsi, entrando così in un’ottica di solidarietà e di amore.

Anche nel brano della lettera agli Efesini c’è in primo piano l’esigenza di una vita che non sia da stolti ma da saggi. L’autore spiega che noi, per vivere, non abbiamo bisogno di droghe, come il vino, ma del dono dello Spirito santo, che rappresenta la presenza intima di Dio e di Gesù Cristo nei credenti, presupposto di un’autentica vita comunitaria.

Nel nostro mondo occidentale l’abbondanza dei beni materiali crea l’illusione che siano essi lo scopo della vita. Da ciò deriva lo sforzo per avere sempre più in soldi e generi di consumo, sacrificando per questo affetti, sentimenti e valori come la giustizia e la solidarietà. Ma così facendo non si dà un senso alla vita. Lo dimostra il senso di vuoto che sperimenta tanta gente e il ricorso a droghe di ogni tipo. Il vangelo ci invita a rientrare in noi stessi e a riscoprire la realtà suprema di un Dio che è mistero ma che ci invita, per mezzo di Gesù, a trovare il senso della vita nel rapporto con l’altro, chiunque egli sia.

Tempo Ordinario B – 17. Domenica

Il banchetto della fraternità

La liturgia di questa domenica propone il tema della solidarietà. Nella prima lettura si racconta che il profeta Eliseo ha ricevuto in dono venti pani d’orzo da un ricco benefattore che aveva voluto onorarlo in quanto uomo di Dio. Il profeta non li tiene per sé. Nelle sue mani il pane si moltiplica e serve a sfamare un gruppo notevole di persone. Il poco pane di cui un ricco si priva senza troppo sacrificio diventa nutrimento per i più poveri.

Anche nel brano del vangelo si narra che Gesù dà da mangiare a una moltitudine. L’evangelista sottolinea però che, diversamente da Eliseo, è stato Gesù a prendere l’iniziativa; inoltre si serve di molto meno per sfamare una quantità ben più grande di persone. Ma è significativo soprattutto che i cinque pani e due pesci vengano messi a disposizione di Gesù non da un ricco benefattore e neppure, come si dice nei sinottici, dai suoi discepoli, ma da un ragazzo che si trovava fra la folla. Non è certamente un ricco che fa un po’ di beneficienza, ma un povero che condivide con gli altri le poche risorse che ha a disposizione. Diventa così più chiaro il riferimento non solo alla manna, un cibo donato da Dio a cui tutti prendevano parte in modo uguale, ma anche al banchetto pasquale in cui tutti condividono quanto hanno a disposizione: solo così il ricordo della liberazione dall’Egitto si concretizza nella vita di un popolo.

Nella seconda lettura si mette in luce la dinamica di una comunità in cui tutti interagiscono tra di loro sulla base di una fede comune, superando gli interessi personali e mettendosi al servizio gli uni degli altri.

Spesso sono i ricchi che giustificano con la beneficenza l’appropriazione di beni che appartengono a tutti, altre volte sono i poveri che si uniscono per far valere i loro diritti. Gesù vuol far capire che non solo i ricchi ma anche i poveri devono saper collaborare al bene di tutti, mettendo in comune le loro risorse, che non sono solo beni materiali, ma anche ideali, lavoro e abilità professionali. Se c’è il vero spirito di collaborazione si possono fare miracoli. Ciò vale non soltanto per una comunità cristiana ma anche per la società intera. Solo un cambiamento di mentalità può garantire un progresso economico veramente condiviso. E i credenti dovrebbero fornire un esempio convincente e suggerire un metodo efficace per raggiungere questa meta. 

Tempo Ordinario B – 16. Domenica

Una leadership evangelica

Nella liturgia di questa domenica viene messo a fuoco il tema della leadership sia nella società civile che nella chiesa. Nella prima lettura è attribuita a Geremia la convinzione, molto diffusa nell’AT, secondo cui la rovina del popolo è causata dai cattivi governanti. Perciò il profeta dichiara che un giorno Dio stesso assumerà la guida del popolo per condurlo alla salvezza. Questa presenza di Dio alla testa del suo popolo si attua mediante un personaggio da lui inviato che svolge in suo nome il ruolo di pastore. 

I primi cristiani hanno creduto che questo intermediario fosse Gesù, il Messia inviato da Dio. Il fatto di essere inviato significa che Gesù è stato dotato di un carisma, cioè di un dono speciale che consiste nella capacità di aggregare le persone. Nel brano del vangelo ciò appare nel fatto che egli ha avuto compassione dei presenti vedendo che erano come un gregge senza pastore. È chiaro che, senza un vero leader, un gruppo umano si disgrega e facilmente diventa preda di interessi personali. Gesù ha manifestato la sua compassione mettendosi a insegnare: le persone si aggregano non dando loro comandi o leggi, ma insegnando a riflettere, a porsi domande, a scambiarsi esperienze e intuizioni. In questo Gesù dimostra di essere un vero leader. Solo dopo insegnato egli darà alla folla anche il pane, cioè provvederà a realizzare, unendo gli sforzi di tutti, un benessere condiviso. 

La seconda lettura attribuisce a Gesù un compito molto importante, che è tipico del pastore, quello di attuare la pace tra persone che hanno una diversità di tradizioni, di esperienze, di valori. Il vero leader non cerca l’uniformità del gregge ma l’interazione e la messa in comune dei valori di cui ciascuno è portatore.

Sull’esempio di Gesù, un vero capo deve sentirsi inviato, cioè deve riferirsi ai valori del vangelo su cui si edifica la comunità; al tempo stesso deve essere solidale con coloro che deve guidare: solo così può evitare l’autoritarismo che solo apparentemente unisce ma in realtà disgrega la comunità. Perciò non deve essere selezionato e preparato, come avviene oggi, all’interno di una struttura artificiale ma deve aver dimostrato “sul campo” di avere un vero carisma e di saperlo esercitare in funzione non del proprio interesse o prestigio ma del bene comune. La stessa cosa deve avvenire in qualsiasi aggregazione umana, che può reggere e governarsi solo se è governata da persone preparate e oneste.

Corpo e sangue del Signore B

Un Dio alleato dell’umanità

In questa festa la liturgia ci invita a riflettere sul tema dell’alleanza. Nella prima lettura si parla di un rito che doveva servire a ratificare l’alleanza tra Dio e Israele. In questo rito sono presenti tutti gli elementi fondamentali dei sacrifici che venivano offerti alla divinità: l’altare, il sacerdote (Mosè), la vittima immolata, il sangue versato. Ma mentre nelle altre religioni il sacrificio era un dono fatto alla divinità per renderla “propizia” e ottenerne i favori, qui il sangue ha un valore simbolico: versato sull’altare e sul popolo esprime la “consanguineità” cioè la comunione di vita tra Dio e il suo popolo. Una comunione che, per poter sussistere, deve avere come presupposto l’osservanza dei comandamenti. Il rapporto con Dio si basa dunque non su uno scambio di favori tra Dio e l’uomo ma sulla fedeltà a Dio che si attua sulla pratica di quei valori fondamentali che sono la giustizia sociale e solidarietà. Alla luce del gesto simbolico attribuito a Mosè il narratore vuole affermare che gli analoghi sacrifici che venivano offerti nel tempio avevano lo scopo di fare memoria dell’alleanza e di orientare il popolo verso un comportamento giusto e santo.

Nell’ultima cena Gesù, prevedendo la sua morte imminente, la presenta come l’espressione del dono di sé che corona una vita vissuta per gli altri. Gesù non cerca la morte, ma è disposto a rischiare la vita perché si attui quel mondo migliore che egli aveva definito come regno di Dio. Il pane e il vino hanno chiaramente un significato simbolico. Il pane rappresenta la sua persona in quanto spesa per i fratelli mentre il sangue rappresenta la morte a cui va incontro con coraggio per vincere in se stesso e negli altri la forza del peccato, che consiste nel mettere il proprio interesse al di sopra del bene comune. La morte del giusto non è un fallimento ma una vittoria: per questo spesso i potenti di questo mondo non vogliono fare dei martiri, sono troppo pericolosi, perché hanno il potere di smuovere gli animi paralizzati dalla paura. Mediante il suo dono portato all’estremo, Gesù rinnova l’alleanza, mostrando che Dio l’ha stabilita fin dall’inizio, non con un popolo privilegiato ma con tutta l’umanità.

Nella seconda lettura viene elaborata per la prima volta esplicitamente l’interpretazione sacrificale della morte di Gesù. Alla luce dei riti sacrificali degli ebrei, la morte di Gesù viene spiegata come un sacrificio che elimina i peccati e rinnova l’alleanza tra Dio e l’umanità. Ma, attenzione! Gesù non ha compiuto nessun rito. Il suo sacrificio si svolge non in un tempio ma nel santuario celeste, cioè nella vita vissuta per Dio e con Dio. L’effetto di questo sacrificio è la vittoria sul potere del male e la proposta di una vita nuova, donata a Dio e ai fratelli.

Noi oggi possiamo ancora parlare del “sacrificio” di Cristo, ma dobbiamo abbandonare l’idea che Gesù sia morto al nostro posto per espiare i nostri peccati, cioè per essere punito al nostro posto e così ottenerci il perdono di Dio. Non è così: il suo sacrificio indica la pienezza del dono che ha fatto di sé in tutta la sua vita. È con questo dono che si rinnova l’alleanza che Dio ha stabilito fin dagli inizi con tutta l’umanità. Nella messa i cristiani ricordano ciò che ha fatto Gesù non per sentirsi dei privilegiati ma per imparare dal Maestro a donare se stessi per il bene di tutti, a partire da coloro che sono considerati come gli scarti dell’umanità.

Ascensione del Signore B

L’eredità di Gesù

Le letture proposte dalla liturgia per questa domenica ci pongono un problema molto impegnativo: che cosa ci ha lasciato Gesù con la sua morte? Nella prima lettura Luca racconta che Gesù, dopo la sua risurrezione, ha trascorso quaranta giorni con i suoi discepoli parlando del regno di Dio. Forse Luca pensava a una specie di tirocinio a cui ha sottoposto i discepoli. Al termine di questo periodo Gesù è asceso al cielo: il Risorto non può stare se non nel luogo dove, secondo la cultura dell’epoca, risiede Dio con le creature «celesti». Ma prima di andarsene ha promesso di inviare loro lo Spirito Santo e li ha incaricati di essere suoi testimoni nella Giudea, in Samaria e fino ai confini del mondo.

Questo tema è ripreso nel brano del vangelo. Secondo Marco Gesù ha dato ai suoi discepoli la consegna di predicare il vangelo a tutte le creature e per fare ciò ha dato loro alcuni poteri, i più importanti dei quali sono quello di scacciare i demoni e di guarire i malati. Se li leggiamo nel loro contesto, essi assumono un grande significato. I demoni indicano simbolicamente ogni tipo di violenza e di ingiustizia istituzionalizzata. Annunziare il vangelo significa dunque anzitutto lottare per una vera giustizia sociale. Ma questo impegno i discepoli devono cominciare ad assumerlo nei confronti di ogni persona che ha bisogno di essere guarita dai suoi mali. Si tratta infatti prima di tutto della guarigione del cuore, indicando il vero senso della vita: la guarigione del corpo, cioè di tutta la persona, viene di conseguenza.

Nella seconda lettura si sottolinea che i discepoli possono compiere la missione loro affidata solo mediante una vera vita comunitaria. Come prima cosa essi dovranno volersi bene fra di loro attuando quell’unità che viene dall’avere la stessa fede e lo stesso battesimo. E perché ciò si realizzi l’autore ricorda che Gesù, dopo essere salito al cielo, è ritornato per conferire dei doni ai suoi discepoli. Si tratta anzitutto di servizi che alcuni ricevono a favore della comunità. L’autore nomina gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i maestri. Costoro però non hanno l’esclusiva del ministero. Il loro compito anzi è quello di far sì che ogni membro della comunità abbia un servizio da svolgere a favore degli altri. Senza una pluralità di ministeri la comunità non può rappresentare Gesù e testimoniarlo nel mondo.

Con l’immagine della salita al cielo l’evangelista vuole dire che Gesù ha finito il suo compito. Durante la sua vita terrena egli ha annunziato la venuta del regno di Dio. Ora affida ai discepoli, non solo agli apostoli ma a tutti i cristiani, il compito di continuare la sua opera. Questo però esige che noi per primi ci comportiamo veramente secondo le esigenze del Vangelo. A tale scopo il nostro primo impegno deve essere quello di attuare un’autentica vita comunitaria, nella quale il servizio vicendevole fa sì che cessi la violenza e si instauri un clima di vera fraternità. In questo modo, anche senza fare nulla di particolare, diventiamo spontaneamente i testimoni di Gesù e il lievito che trasforma la società.

Tempo di Pasqua B – 5. Domenica

Per una vera comunità

Le letture di questa domenica richiamano ancora una volta l’attenzione su un tema oggi diventato cruciale, quello della comunità. Nella prima lettura Luca racconta l’incontro di Paolo (allora ancora Saulo), reduce dall’esperienza di Damasco, con la comunità di Gerusalemme. Egli vuol sottolineare come l’incontro con Gesù porta necessariamente a inserirsi in una comunità. Per Saulo non è stato facile perché i membri di quella comunità avevano tutte le ragioni per dubitare di lui. Uno di loro, però, di nome Barnaba, vede le cose in modo diverso, coglie le potenzialità del neo convertito, lo accoglie e lo introduce nella comunità. È così che Paolo diventa l’apostolo che conosciamo. 

Il vangelo parla di comunità a partire dall’immagine della vite e dei tralci. Nell’AT la vite simboleggiava il popolo di Israele, spesso infedele al suo Dio. Nel contesto giovanneo la vite invece rappresenta Cristo, il Figlio prediletto, nel suo rapporto unico con il Padre. I tralci sono i suoi discepoli che da lui ricevono la linfa vitale. Ma in una vite i tralci hanno anche un profondo rapporto fra loro. L’immagine si comprende correttamente solo a partire dall’esperienza di una comunità riunita nel ricordo di Cristo. È proprio condividendo i suoi valori, il suo orientamento di vita, la sua mentalità che persone diverse si trovano unite. Chiunque può essere un credente in Cristo o comunque una brava persona anche se non fa parte di una comunità. Ma normalmente è in una comunità che si viene a contatto con la persona di Gesù. Questo incontro non è qualcosa di astratto, ma viene mediato dagli esempi dei suoi membri, vivi e defunti, dalle loro riflessioni, esperienze e preghiere. È nella comunità che la linfa vitale scaturita da Gesù raggiunge tutti i suoi membri. Questa linfa può essere identificata con lo Spirito santo, che è lo spirito stesso di Gesù che si comunica ai suoi discepoli. Il rapporto comunitario si attua in vari modi e con intensità diversa. Esso non è quindi superficiale, ma viene dal profondo del cuore. Non elimina le diversità di cultura e di talenti ma aiuta a superare tutti gli ostacoli che possono dividere e impedire una vera solidarietà. 

Alla luce dell’immagine della vite e dei tralci si comprende il tema dell’amore di cui si parla nella seconda lettura. In essa si dice che il comandamento di Dio è che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri…». L’amore non è un semplice sentimento ma l’espressione di una scelta di vita che si basa sulla fede e si esprime nell’impegno comune per realizzare un mondo migliore, più giusto e fraterno.

Nella nostra società si rendono necessarie nuove forme di aggregazione fondate sulla solidarietà e sull’impegno per il bene comune. Ne va della qualità della vita e del funzionamento stesso della democrazia. Per essere comunità in senso proprio non basta trovarsi nello stesso luogo, fare gesti comuni, ascoltare l’esperto di turno. Ciò che è più importante è lo scambio verbale, in cui ciascuno esprime la sua visione della vita e del mondo. Il cristianesimo fornisce a questo scopo uno strumento particolarmente efficace che consiste nella fede in un progetto comune che riguarda il bene dell’individuo e di tutta la società. Questa esperienza dovrebbe esprimersi nell’assemblea domenicale; se essa non avviene, anzi se viene esclusa di proposito, vuol dire che strutturalmente qualcosa non funziona. Per recuperar questa dimsnsione è necessario creare nuovi tipi di aggregazione nei quali sia centrale il rapporto interpersonale. Solo così i cristiani potranno diventare quel lievito nella massa di cui parlava Gesù con i suoi discepoli.

Tempo di Pasqua B – 4. Domenica

Gesù pastore e guida

Il tema di questa liturgia è quello del ruolo che Gesù svolge all’interno della sua comunità, la Chiesa. Nella prima lettura è Pietro che annunzia ai giudei la morte e la risurrezione di Gesù, affermando chelui è la pietra scartata dai costruttori che è diventata testata d’angolo.La comunità dei credenti si fonda dunque su Gesù e forma con lui un edificio spirituale, il nuovo tempio, cioè il luogo in cui Dio si rende presente.Pietro aggiunge che Gesù soltanto è la salvezza per tutti. Senz’altro Dio ha diverse vie di salvezza. Ma è pur vero che tutte convergono in quella indicata da Cristo e attuata dai suoi discepoli. 

L’immagine del buon pastore, a cui si richiama il brano del vangelo, riprende e approfondisce il tema del rapporto di Gesù con coloro che lo seguono. Nella nostra cultura l’immagine del pastore non è più familiare. Tuttavia essa resta significativa perché fa comprendere molto bene le modalità con cui Gesù attua la salvezza.Gesù è il pastore del gregge perché, diversamente dai falsi pastori, dà la vita per le sue pecore. Con il suo esempio egli esercita dunque nei confronti dei credenti un influsso profondo che li scuote e li trascina. Egli si presenta come un leader spirituale che, proprio perché è profondamente unito a Dio, è capace di stabilire con i suoi seguaci un rapporto profondo, coinvolgendoli in un’esperienza vissuta che trasforma la loro vita. L’immagine del gregge ha anche il vantaggio di mostrare come il percorso verso Dio non può essere compiuto da soli, ma deve avvenire all’interno di una comunità, i cui membri interagiscono tra di loro e con il loro Maestro. 

Infine la seconda lettura ricorda ai credenti che sono personalmente figli di Dio. Tutti gli esseri umani sono metaforicamente figli di Dio, ma Gesù ha portato qualcosa di nuovo: la consapevolezza di esserlo e quindi la possibilità di vivere fino in fondo secondo questa dignità.

Mentre l’immagine del sacrificio offerto da Gesù morendo in croce mette in luce soprattutto il suo rapporto con il Padre, quella del pastore e del gregge mostra più direttamente il ruolo che Gesù, in forza del suo rapporto con il Padre, svolge nei confronti di coloro che credono in lui. Gesù appare così come la guida che influisce su di loro non insegnando dottrine o imponendo precetti ma comunicando loro la sua esperienza di Dio, in forza della quale ha affrontato con coraggio la morte, seguita dalla risurrezione. È proprio attraverso il rapporto con lui che i credenti imparano a comunicare fra loro, abbattendo le barriere che li dividono e aprendosi al servizio verso tutta la società.