Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Parola di Dio

Fa un certo effetto sentire proclamare, alla fine di una lettura della messa, la formula «Parola di Dio/Parola del Signore» a cui si risponde automaticamente: «Rendiamo grazie a Dio». Ma che cosa ha detto di speciale questo Dio? Sì, il brano del vangelo contiene spesso degli utili orientamenti di vita, ma espressi il più delle volte in un linguaggio così arcaico da lasciarci perplessi. Non parliamo poi della prima lettura, in cui appare spesso in azione un Dio troppo umano, a volte arbitrario e vendicativo. Anche la seconda lettura contiene dei messaggi che facciamo fatica a capire perché non sappiamo chi erano e che cosa pensavano coloro a cui erano indirizzati.

E allora perché non riconoscere che le letture della Bibbia non sono la parola di Dio, ma soltanto la parola di uomini che in nome di Dio hanno comunicato ad altri uomini un messaggio che ritenevano importante per loro, ma con tutti i limiti di qualsiasi parola umana. Che questa parola venga da Dio e non torni a lui senza aver prodotto il suo effetto sembra veramente un po’ azzardato. Aveva ragione Gesù: tante di queste parole sono per noi oggi come semi caduti in un terreno sterile e improduttivo, non sempre per colpa nostra ma spesso per l’enorme divario culturale che ci separa dai primi destinatari della Bibbia.

Ma forse le cose possono essere viste secondo un’altra angolatura. In senso metaforico la parola di Dio è quella voce interiore che si fa sentire quando entriamo in noi stessi, una voce che ci ispira, ci rimprovera, ci consola. Gli autori della Bibbia sono uomini e donne che hanno saputo ascoltare questa voce e l’hanno espressa con parole umane, certo limitate e a volte purtroppo intrise di una cultura che per noi è ormai superata. Le loro riflessioni hanno preparato la strada al messaggio di Gesù, che può essere capito profondamente solo alla luce di quanto essi hanno detto e scritto. Per mezzo del suo vangelo la parola di questi antichi personaggi non ha perso la sua efficacia: non perché dicono cose nuove ma èerché ci costringono a rientrare in noi stessi e ad ascoltare quella parola di Dio che risuona nei nostri cuori.

Mitezza

Nell’antichità la cavalcatura scelta per i propri spostamenti era normalmente anche uno status symbol, come per noi oggi l’automobile. Allora per un re presentarsi sul dorso di un asinello era come oggi per un politico di alto rango far uso di una piccola utilitaria. Chi vuole farsi valere deve necessariamente usare i segni del potere. E l’auto è uno di quelli. Non solo, ma è facile la tentazione, al momento dato, di alzare la voce, mettendo a tacere uno scomodo interlocutore. Esistono tanti modi per affermare il proprio potere, mettendo con le spalle al muro chi ha la sfacciataggine di opporsi o di dissentire.

Gesù ha rifiutato ogni segno del potere e si è presentato come mite e umile di cuore. Questa scelta si manifestava certo nel tono dimesso, nel suo sapersi mescolare con la gente comune, senza rifiutare l’abbraccio, la stretta di mano, la condivisione di un pasto, l’amicizia con i peccatori. Ma è soprattutto nel suo insegnamento che ha manifestato la sua mitezza e la sua umiltà. È stato un maestro che non si è mai seduto in cattedra, non ha fatto prediche e neppure ha enunciato dogmi o regole di comportamento, ma ha scelto come metodo di insegnamento la parabola, la massima sapienziale, il proverbio: un metodo che stimola la riflessione e coinvolge gli ascoltatori in una ricerca personale.

Ma soprattutto la mitezza di Gesù si è manifestata nel saper ascoltare. È questa una disposizione che si trova raramente in coloro che hanno in mano quel grosso potere che si chiama cultura. Per lui la verità non viene dal cielo, ma deve essere estratta dal cuore di ogni persona, anche la più povera e ignorante. Con l’intento non di istruire, ma di stabilire dei rapporti, di creare comunione e fraternità.

Per questo Gesù non ci ha lasciato nulla di scritto ma ci ha fatto dono del suo Spirito che ci trasforma e ci rinnova. I vangeli non sono il riassunto della predicazione di Gesù ma semplicemente raccolte di ricordi, in cui la sua figura è vista attraverso il prisma ottico delle prime comunità cristiane. In essi egli è presente e continua ad interpellarci perché non desistiamo mai dal ricercare il senso della nostra vita.

Nell’antichità la cavalcatura scelta per i propri spostamenti era normalmente anche uno status symbol, come per noi oggi l’automobile. Allora per un re presentarsi sul dorso di un asinello era come oggi per un politico di alto rango far uso di una piccola utilitaria. Chi vuole farsi valere deve necessariamente usare i segni del potere. E l’auto è uno di quelli. Non solo, ma è facile la tentazione, al momento dato, di alzare la voce, mettendo a tacere uno scomodo interlocutore. Esistono tanti modi per affermare il proprio potere, mettendo con le spalle al muro chi ha la sfacciataggine di opporsi o di dissentire.

Festa della Trasfigurazione

Seguire Gesù

La festa della trasfigurazione la prima lettura ci riporta a un tempo di gravi tensioni in cui il popolo giudaico si è trovato a causa della persecuzione del re Antioco IV Epifane /2015-164 a.C.). In questo contesto la visione di Daniele rappresenta una forte contestazione degli imperi di questo mondo, rappresentanti come potenze demoniache che al momento stabilito vengono distrutte. Al loro posto Dio stabilisce il suo regno mediante un suo rappresentante, al quale affida il compito di attuare quei principi di giustizia e di solidarietà che ispirano la sua azione nel mondo.

Il racconto della trasfigurazione fa seguito a un brano in cui Gesù chiede ai discepoli: «Chi dice la gente che io sia? Cosa ne dite voi? Essi rispondono che la gente lo considera un profeta, loro invece vedono in lui il messia. Ma Gesù non si pronunzia e preferisce preannunziare la sua passione e la sua morte, seguita dalla risurrezione (Mc 8,27-31). Nel racconto della trasfigurazione viene data una risposta più esplicita alla domanda sull’identità di Gesù, facendo riferimento alle immagini dell’Antico Testamento, ben note ai primi cristiani, tutti di origine ebraica. Le vesti di Gesù, diventate straordinariamente bianche, indicano che egli è un personaggio trascendente, in cui Dio si rivela. Elia e Mosè, apparsi accanto a lui, sono coloro che, nella Bibbia, rappresentano la corrente profetica e la legge di Dio. Gesù è presentato in dialogo con loro, per significare che egli non nega il loro messaggio, ma lo porta a compimento. L’apparizione della nube ricorda il figlio dell’uomo, di cui si parla nella prima lettura, il quale riceve da Dio il regno e la potenza. Infine Dio stesso interviene, nella nube, a indicare la vera identità di Gesù: egli è il suo figlio prediletto, cioè il Messia atteso dai suoi connazionali. Si saldano così l’Antico e il nuovo Testamento: il primo non è eliminato ma è portato a compimento.

Alla fine del racconto resta solo Gesù. La legge e i profeti sono scomparsi. In lui soltanto si concentra tutta la rivelazione di Dio. Ciò che interessa al narratore non è però l’esaltazione della persona di Gesù, ma l’invito ad ascoltarlo, che proviene da Dio stesso, rappresentato dalla nube: anche nell’Antico Testamento Dio aveva invitato gli israeliti ad ascoltare i profeti, suoi rappresentanti (cfr. Dt 18,15).

Nei confronti di Gesù, nonostante il suo rapporto con Dio che lo fa più grande di Mosè e dei profeti, non sono dunque richiesti atti di culto, ma l’adesione al suo messaggio e l’impegno quotidiano per seguirlo nel suo cammino verso la croce. Questo tema è ripreso nella seconda lettura, dove il messaggio dei profeti viene presentato non come un’anticipazione ma come la conferma di ciò che Gesù è stato e ha detto.