Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Un invito esigente

Avete in mente qualche parabola in cui manchino i paradossi, i colpi di scena, le conclusioni inaspettate? Niente sorpresa se trovate tutti questi espedienti anche nella parabola del banchetto così come è narrata da Matteo (Mt 22,1-14). Qui però almeno due dettagli ci lasciano interdetti: come immaginare che, mentre il banchetto nuziale è pronto, prima di far riempire la sala con un’accozzaglia di gente, il re manda a sterminare coloro che avevano rifiutato l’invito? E poi come pretendere che i nuovi invitati avessero l’abito nuziale? L’evangelista Luca ci aiuta a trovare una risposta. Anche lui riporta la stessa parabola ma non accenna a questi due dettagli. E allora si capisce che Matteo ci ha messo del suo. Forse per suggerire qualcosa che poteva far riflettere i suoi lettori.

Lasciamo quindi da parte i contributi di Matteo e vediamo che cosa la parabola ci vuole dire. Anzitutto balza agli occhi l’analogia tra quanio racconta la parabola e il brano di Isaia riguardante il banchetto sulla montagna (Is 25,6-10): a esso sono invitate tutte le genti, non mancano i cibi succulenti, Dio toglie il velo che ricopre i loro occhi, cioè si rivela a loro, le lacrime vengono asciugate, la morte è eliminata, inizia un’era di pace. C’è però una differenza: per Isaia è quello il momento in cui Dio toglie l’ignominia del suo popolo; Gesù invece dice che i primi invitati hanno rifiutato. Sia Isaia che Gesù pensano al regno di Dio che viene. Ma per il primo a favore di Israele, per il secondo nonostante il suo rifiuto.

Ed ora veniamo a Matteo. Le sue aggiunte riflettono la situazione in cui lui si trova. Ormai le legioni romane hanno fatto tabula rasa a Gerusalemme e in Giudea: se la sono meritata, sembra dire l’evangelista. Che cosa potevano aspettarsi dopo aver rifiutato Gesù? Ma alla fine ribalta la frittata. Che cosa è capitato a quel tizio che era entrato senza veste nuziale? Anche ai cristiani, che ritengono di essere loro il popolo eletto degli ultimi tempi, può capitare la stessa sorte se non sono fedeli al loro Maestro. Guai a chi presume di avere già la salvezza in tasca. E allora resta la domanda: cosa significa oggi per noi essere fedeli al messaggio di Gesù?

Una violenza suicida

Strano. Ma se il padrone della vigna, nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-43), aveva capito chi erano le persone a cui aveva affidato la sua vigna, con che coraggio ha mandato a loro il suo figlio per riscuotere l’affitto? E poi i vignaioli erano così sprovveduti da pensare che, facendo fuori il figlio del padrone, potevano diventare loro i proprietari della vigna? Un paradosso tipico delle parabole. Ma come si spiega?

Quando Matteo scrive la parabola, in Palestina si era consumata una tragedia: una rivolta contro i romani, sostenuta da una parte significativa della popolazione e accompagnata da violenti conflitti interni, aveva portato alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio e alla distruzione della nazione. Con i romani non si scherzava.

Come interpretare la parabola in questa situazione? Per i cristiani era possibile leggervi la conferma di ciò che Gesù aveva predicato: una rivoluzione non violenta, che partiva dal basso. Il rifiuto di questa via lasciava spazio alla logica di una violenza che non avrebbe risparmiato nessuno.

E Dio che cosa c’entra in tutto questo? Perché non ha bloccato con tutti i mezzi quella pazzia suicida? Mah, direi che ha seguito l’esempio del padrone della vigna: ha scelto la non violenza! Perciò ha mandato i suoi messaggeri a predicare la pace; nella storia ce ne sono stati tanti. In seguito ha mandato persino il suo Figlio; non l’hanno ascoltato. Anzi! E poi? È forse intervenuto a punire coloro che avevano scatenato la violenza? No, non ce n’era bisogno. La violenza porta con sé le sue conseguenze: chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ma la storia continua. Dio non ha abbandonato l’umanità. Ha dato ad altri il compito di mantenere vivo l’appello alla non violenza e alla pace.

Anche oggi la storia si ripete. Poco per volta si sta scivolando verso una guerra che nessuno vuole ma che tutti preparano. A che serve difendere con le armi la propria libertà se il prezzo da pagare è la distruzione del pianeta? E i discepoli del Figlio che cosa fanno? Sapranno bloccare questa deriva? A noi la risposta.

Guardarsi attorno

Ma allora Gesù voleva veramente dire che i pubblicani e le prostitute fossero migliori dei sacerdoti che svolgevano il loro servizio nel tempio? Forse Matteo, a cui si deve l’introduzione e la conclusione della parabola dei due fratelli (Mt 21,28-32), la pensava veramente così. Ma se prendiamo la parabola in sé, forse ci rendiamo conto che magari Gesù voleva dire qualcos’altro. Ma che cosa? Forse che per dire di sì bisogna aver prima fatto l’esperienza dei danni che provengono da un rifiuto? Oppure semplicemente che a Dio non si obbedisce a parole ma con l’impegno di tutta una vita? Mah, forse tutte le interpretazioni hanno una parte di verità. In fondo ogni parabola è un po’ un’enigma e come tale non cessa mai di far riflettere.

Ma al cittadino normale, che svolge una vita normale (lavoro, famiglia, un po’ di svago, qualche amicizia) che pretende sicurezza e condanna i criminali e i violenti, e per di più va anche a messa (quando può), che cosa può voler dire una parabola tanto enigmatica? Forse che va bene così, che sta già facendo la volontà di Dio?

Ma purtroppo (o per fortuna) le parabole non sono state dette da Gesù per lasciarci tranquilli, e anche questa volta le cose non vanno diversamente. Implicitamente Gesù vuole dirci una cosa: guardati intorno, vedi come vanno le cose in questo mondo. Violenze, discriminazioni, ingiustizie si espandono a macchia d’olio e giungono fino alla porta di casa tua. E tu che cosa fai?

Gesù non ti dice che ti comporti male, non ti suggerisce alternative, ma ti invita semplicemente a riflettere. Oggi (come d’altronde sempre) bisogna rivedere la propria vita in funzione di un mondo che rischia di finire in un baratro che esso stesso si è scavato. Una vita «normale» non è sufficiente. Devi orientare diversamente le tue scelte. E se ritieni di essere cristiano, devi chiederti se è sufficiente andare a messa e poi vivere come tutti gli altri. Gesù è un maestro esigente. Ma lo è stato prima di tutto con se stesso: ai suoi discepoli spetta imparare dall’esperienza cosa vuol dire seguirlo.