Autore: Alessandro Sacchi

Dio non è neanche un’ipotesi?

Ricavo da Franco Ferrari, Dio non è neanche un’ipotesi?

Alcuni cattolici si sono mostrati molto risentiti da una frase, detta a suo tempo, da Parisi: “Dio per me non è nemmeno un’ipotesi”. Risentimento totalmente ingiustificato. La teologia non contempla tra le sue categorie metodologiche l’ipotesi, se non come analogia debole per dar forza al discorso. L’ipotesi appartiene alla scienza e basta, al discorso scientifico, al metodo scientifico e basta. Ora il problema è vecchio di anni, di secoli, l’ho visto ripresentarsi in moltissime conferenze tra teologi e scienziati, ma anche tra filosofi e scienziati. Esso nasce quando uno invade il campo dell’altro con l’autorevolezza della sua disciplina e pretende di dire qualcosa di assolutamente vero sulla disciplina dell’altro. Il contrasto tra fede e scienza è tutto qua.

La pandemia ci dovrebbe aver insegnato che la scienza non può dire “l’assolutamente vero”, come pretendeva il ministro Speranza in una sua uscita per la stampa nei primi tempi della pandemia. La scienza, ci ricorda Popper, può dire il verosimile, o più semplicemente ciò che oggi funziona per capire un fenomeno, per predire un fenomeno. La frase di Parisi è non solo scientificamente assolutamente legittima, ma non è un’affermazione sull’esistenza di Dio, semmai è un’affermazione sull’impossibilità di uno scienziato in quanto tale di dire qualcosa su Dio (come ribadito ieri in una  lettera pubblicata su Avvenire). (…)

Tempo Ordinario B – 30. Domenica

Gli occhi della fede

La liturgia di questa domenica ci invita a riflettere sulla visione interiore provocata dalla fede. Nella prima lettura è riportato il racconto degli esuli che lasciano Babilonia per tornare nella terra dei loro padri. Essi sono paragonati a dei ciechi che cominciano a vedere, in quanto fanno esperienza di un Dio che indica loro una meta da raggiungere e dà un senso alla loro vita.

Il tema del cieco che riacquista la vista ritorna nel brano del vangelo che conclude la sezione del viaggio di Gesù verso Gerusalemme; con un miracolo analogo era terminata la sezione precedente, nella quale Gesù aveva rimproverato i discepoli di avere occhi e di non vedere. Il cieco Bartimeo riconosce in Gesù il figlio di Davide e chiede di essere guarito dalla sua infermità. L’evangelista aveva riportato all’inizio di questa stessa sezione la proclamazione di Gesù come Messia fatta da Pietro a nome anche degli altri discepoli mentre si trovavano nei pressi di Cesarea di Filippo. I discepoli si attendevano un messia trionfatore, che avrebbe liberato il suo popolo dalla dominazione straniera: perciò stentavano a capire la sua scelta di non violenza che lo avrebbe portato fatalmente alla morte. Essi erano spiritualmente come dei ciechi. Durante il suo viaggio verso Gerusalemme Gesù ha voluto guarire la loro cecità. Perciò ha annunziato per ben tre volte la sua imminente morte e risurrezione e ha insegnato loro che cosa significa essere suoi discepoli. Al termine, la guarigione di Bartimeo rappresenta simbolicamente il punto d’arrivo di questo percorso. Egli infatti riconosce in Gesù non il messia potente che instaura un regno terreno ma colui nel quale si manifesta l’infinita misericordia di Dio che guarisce l’umanità, conferendole quella libertà interiore che è il presupposto di ogni altra liberazione: egli ha visto con gli occhi della fede prima ancora che con quelli del corpo. La sua fede è l’espressione vissuta di ciò che Gesù ha voluto insegnare ai discepoli. Il cieco, una volta guarito, non se ne va per i fatti suoi, ma si mette al seguito di Gesù, diventando così il modello del discepolo che, ormai guarito dal desiderio di potenza, segue Gesù sul cammino della croce.

Nella seconda lettura si descrive Gesù come colui che è diventato il sommo sacerdote in quanto ha offerto una volta per tutte se stesso in sacrificio a Dio. L’autore si preoccupa però di sottolineare che questa dignità non lo separa dal popolo, anzi è l’espressione simbolica della sua compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore. È rendendosi solidale con i peccatori, e non con gesti di potenza, che Gesù ha combattuto il peccato e ha dato ai credenti la visione di un mondo nuovo.

Noi ci lamentiamo spesso che il mondo va male e vorremmo che Dio intervenisse per mettere ogni cosa al suo posto. Ma come? Con un intervento potente che scavalca la libera iniziativa dell’uomo. Dio invece interviene nelle vicende umane in modo diverso, dando a chi crede la visone di un mondo nuovo per il quale vale la pena di impegnarsi e di donare la vita. È Gesù che ci apre gli occhi e ci fa vedere la strada da percorrere. Ma con lui tanti altri hanno illuminato il cammino dell’umanità. La missione della chiesa non è quella di negare la luce che viene dagli altri ma di collaborare con tutti per rendere il mondo un po’ più umano.

Tempo Ordinario B – 29. Domenica

Autorità e potere

La liturgia di quesa domenica propone alla riflessione il tema dell’uso corretto del potere. Nella prima lettura si riporta un passo dei famosi carmi del Servo del Signore. Per capire queste frasi, tirate fuori dal loro contesto, bisogna ricordare che questo Servo era un personaggio importante, che aveva avuto il compito di preparare i giudei esuli in Babilonia al ritorno nella terra promessa. Per fare ciò egli ha dovuto affrontare una situazione di lacerazione interna per creare fra gli esuli un rapporto di comunione. Ci è riuscito, in quanto ha visto una discendenza, cioè ha potuto rendere giusti coloro a cui si rivolgeva. Ma ha dovuto pagare un prezzo molto alto, subendo incomprensioni e violenze che lo hanno portato alla morte. Egli è l’esempio di un governo ispirato alla non violenza e al servizio.

È proprio questa modalità di governo quella a cui Gesù si è ispirato e ha proposto ai suoi discepoli. Anche fra loro c’erano ambizioni e desiderio di potere. Due di loro vorrebbero occupare i primi posti accanto a lui. Lo immaginano come a un re che sconfigge i suoi nemici. Cedono quindi alla tentazione di carrierismo. Ma Gesù mette in luce che il destino che lo attende non è la gloria terrena ma la sofferenza e la morte e propone loro di seguirlo in questo cammino, lasciando da parte ogni ambizione umana. Poi mette in guardia sia i discepoli che tutti coloro che saranno investiti di compiti di governo nella Chiesa dalla tentazione di imitare i potenti di questo mondo. Costoro «dominano» sui loro sudditi, cioè impongono il loro volere e li sfruttano. Gesù invece propone ai suoi discepoli il suo esempio, che consiste nel servire la comunità e tutti i suoi membri perché raggiungano la salvezza. Questo significa sostanzialmente creare rapporti nuovi, ispirati alla solidarietà e all’amore.

Nella seconda lettura Gesù viene proclamato simbolicamente come sommo sacerdote in quanto è dotato di una caratteristica specifica: non solo è dalla parte di Dio ma anche da quella del popolo. E lo dimostra assumendo la nostre debolezze, cioè facendosi solidale con noi. Il vero governo della Chiesa consiste in questa solidarietà con i poveri e gli umili, non su manifestazioni di potere o imposizione di verità astratte.

Viviamo in un mondo in cui, pur invocando partecipazione, solidarietà e trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica, si consegna spesso il destino di intere popolazioni nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come credenti noi dobbiamo riscoprire nella Chiesa l’esercizio dell’autorità come mezzo per affermare la dignità e la libertà di tutti i suoi membri. Solo così potremo aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell’uomo.

Tempo Ordinario B – 28. Domenica

Povertà e ricchezza

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione sull’uso corretto dei beni di questo mondo. La prima lettura suggerisce anzitutto il ricorso alla saggezza, una virtù che, in senso biblico, consiste nel guardare le persone, le cose e le vicende della vita da un punto di vista superiore, che è quello dei grandi valori della giustizia, della solidarietà, dell’amore.

Nel brano del vangelo si racconta di un uomo che chiede a Gesù che cosa deve fare per ottenere la vita eterna. Gesù gli indica come percorso imprescindibile l’osservanza dei comandamenti. Essi proibiscono alcune scelte sbagliate, che ciascuno deve evitare. È la legge di Dio ma anche la legge della coscienza. L’uomo che si è rivolto a Gesù afferma di averli osservati fin dalla sua giovinezza. Gesù riconosce e apprezza il suo comportamento. Ma mostra che ciò non è sufficiente. Ci vuole qualcosa di più, cioè una meta, un ideale da perseguire, che Gesù indica con il nome di regno di Dio. Perciò gli propone di seguirlo, di mettersi alla sua scuola. Ma come gesto previo gli chiede la rinunzia a tutti i suoi beni. Preso alla lettera, quello che Gesù esige è impraticabile. Gesù si esprime in modo iperbolico: per seguirlo bisogna da una parte rinunziare all’ingordigia nei confronti dei beni materiali e, dall’altra, impegnarsi perché tutti abbiano ciò che a loro compete in un contesto di vera fraternità. L’uomo non si sente di seguire Gesù su questa strada e si allontana triste. Gesù allora afferma che il ricco non può entrare nel regno di Dio. Ma anche al ricco offre una chance, che consiste nella capacità di condividere quello che ha. E infine mostra che rinunziando ai propri beni uno riceve il centuplo già in questa vita, cioè ottiene qualcosa di molto più grande, che consiste nella gioia della vera fraternità.

La seconda lettura mette in primo piano l’efficacia della parola di Dio. È solo mediante il riferimento al lieto annunzio del vangelo che impariamo a comprendere la relatività di tutte le cose di questo mondo e a mettere al primo posto i valori fondamentali della giustizia e dell’amore.

Anche se non siamo ricchi secondo i parametri della nostra società, noi non siamo fra coloro che hanno venduto i propri beni e hanno distribuito il ricavato ai poveri. Gesù non ci condanna per questo, ma indica anche a noi una strada più esigente. Ciò che è necessario anzitutto è riconoscerlo come nostro maestro e mettersi alla sua scuola. E poi iniziare un cammino di austerità e di condivisione. Dobbiamo comprendere che c’è una povertà che deve essere combattuta e una povertà che deve essere abbracciata perché tutti abbiano ciò che compete loro. In fondo un passo indietro ci viene richiesto anche dalla situazione attuale, caratterizzata da povertà, pandemie, cambiamenti climatici. Ci sono tanti modi per liberarsi dei beni inutili: pagare le tasse, lasciare i propri beni ai figli, andare ad abitare in una casa più piccola, accogliere una famiglia di immigrati, magari nella nostra seconda casa, aderire a qualche associazione di volontariato, aiutare economicamente iniziative caritatevoli. Ma soprattutto dobbiamo batterci per un mondo migliore, in cui tutti siano riconosciuti come persone, abbiano un lavoro e godano di una vera solidarietà. Così facendo possiamo ottenere anche noi il centuplo già in questa vita.

Tempo Ordinario B – 27. Domenica

La coppia di fronte al Vangelo

Le letture di questa domenica propongono il tema del matrimonio e della famiglia. Nella prima lettura viene riportato il racconto della creazione della donna. Contrariamente a quanto può sembrare, il testo non insegna l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, ma piuttosto la «specularità», cioè la sua complementarietà nei confronti dell’uomo. Ambedue derivano da un essere primordiale, Adamo, che viene come sdoppiato: la donna non è tratta da una sua costola ma dal suo fianco. Perciò uomo e donna tendono a ritrovare, mediante la loro unione, l’unità originaria.

Per quanto riguarda il brano del vangelo, bisogna evitare di interpretarlo come se Gesù promulgasse una legge più severa di quella sostenuta dai farisei. Gesù non si presenta mai come un legislatore, ma come colui che inaugura il regno di Dio, guarendo i mali dell’umanità e invitando tutti seguirlo in questo progetto di salvezza. In questa prospettiva egli rifiuta la consuetudine del ripudio, che umiliava la donna e la rendeva succube dell’uomo. Per contestarla Gesù si rifà al piano di Dio enunziato nella Genesi e prospetta il grande ideale di un’unione tra i coniugi che è basata sull’amore ed è causa di felicità. Per lui l’indissolubilità di questo legame non è una legge catenaccio ma un ideale a cui tendere e per la quale investire tempo, affetti, dialogo, partecipazione. Dal contesto in cui l’evangelista pone l’insegnamento di Gesù risulta che il successo della coppia deriva dal fatto che i due partner si incontrano in un progetto comune, quello cioè di operare insieme in vista del regno di Dio, cioè per un mondo migliore in cui predomina l’amore e la solidarietà.

La seconda lettura può essere letta facilmente nel contesto delle altre due. In essa Gesù viene presentato come colui che è diventato, per mezzo della sua sofferenza, l’uomo perfetto che guida i suoi fratelli alla perfezione. La sofferenza di cui si parla in questo brano non è imposta e neppure voluta da Dio ma è una conseguenza necessaria dell’impegno per il regno di Dio.

Da queste letture risulta che l’indissolubilità della coppia non è una legge ma una possibilità che è offerta ai credenti. Essi la possono ottenere solo se fanno proprio il progetto di Gesù: questo significa cercare insieme la propria felicità come parte di un bene più grande, che riguarda tutta l’umanità. A tale scopo i coniugi devono mettere nel conto non solo gioie e soddisfazioni, ma anche tante sofferenze che provengono dall’impegno comune per gli altri. La comunità cristiana dovrebbe dare un sostegno alle coppie attraverso la comunione fraterna, senza imporre regole che derivano non dal vangelo ma da consuetudini del passato.

“Valori non negoziabili”?

Non vorrei rubare il mestiere ai moralisti di professione. Ma spesso ho l’impressione che si faccia consistere la morale in una serie di norme (valori?) che devono essere messi in pratica “senza se e senza ma”. Deve essere chiaro che un conto sono i valori (sempre e tutti non negoziabili), un altro è la loro attuazione nella vita concreta. Il valore fondamentale non negoziabile è espresso nel principio “non fare all’altro quello che non vorresti fosse fatto a te” oppure “amerai il prossimo tuo come te stesso”. In questo principio è compresa la difesa della vita (inclusa la modalità di vita) di ogni essere umano. Su questo non si può mai transigere. Come poi questo valore si applichi nelle diverse situazioni, ciò è negoziabile, e come! Dipende dalle circostanze, dalla cultura e soprattutto dalle persone. Pena di morte, guerra, eutanasia sono sempre state giustificate, bene o male, nella storia dell’umanità. Ma allora diciamo che si tratta di mali che bisogna limitare al massimo fino a eliminarli, facendo tesoro di tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Ma sia chiaro che anche oggi vi sono circostanze in cui ciò non è possibile. Perciò bisogna attrezzarsi per evitare guerre, aborti, eutanasia, pena di morte. Ma non mancheranno mai i casi in cui si dirà che era meglio così, che l’alternativa sarebbe stata peggiore del male che si voleva evitare. Certo si tratta di un giudizio non facile: perciò ci sono i tribunali, i comitati etici, l’ONU e quant’altro mai. E’ in questo ambito che il credente potrà portare la sua sensibilità illuminata dalla fede. Ma non potrà imporre il suo punto di vista, magari presentandolo come volontà di Dio.

I “matrimoni” omosessuali

Il tema del matrimonio omosessuale è uno di quelli che condizionano in profondità i rapporti tra Chiesa e cultura moderna. Dietro le rispettive posizioni vi sono due modi di concepire la sessualità: per la chiesa il suo esercizio è permesso solo in vista della procreazione; per la cultura moderna invece fa parte del diritto fondamentale della persona alla libertà e alla ricerca della propria felicità, nel rispetto dello stesso diritto che compete a qualsiasi altro essere umano. Le due concezioni della sessualità devono rispettarsi a vicenda e dialogare tra di loro, come è già avvenuto a partire dal Concilio Vaticano II. L’autorità ecclesiastica non ha il diritto di permettere o proibire agli Stati di prendere posizione circa le unioni omosessuali e di usare per esse il termine «matrimonio». I singoli credenti invece possono influenzare le decisioni civili in forza non della propria appartenenza religiosa ma delle proprie convinzioni, usando tutti i mezzi che le moderne democrazie consentono loro. Bisogna però tener conto che anche nella Chiesa si confrontano punti di vista diversi e quindi deve essere permesso un dibattito aperto, sia tra i teologi che tra la gente comune, senza censure o sanzioni, su tutti gli aspetti del problema, ben sapendo quanto la cultura in cui si è sviluppato il cristianesimo abbia influito sulle posizioni ufficiali. Alla fine si dovranno prendere delle decisioni, ma questo deve avvenire all’interno degli organi collegiali della Chiesa (concilio, sinodo) che sono tali solo se in essi sono rappresentati in uguale misura chierici e laici, uomini e donne, scelti in modo democratico.

Tempo Ordinario B – 25. Domenica

I discepoli di Gesù e il potere

La liturgia di questa domenica riprende il tema dell’imminente morte e risurrezione di Gesù, con lo scopo però di sottolineare un aspetto specifico del ruolo assegnato ai discepoli: la rinunzia al potere. Nella prima lettura si mette in luce come chi vuole agire in sintonia con la sua fede deve rinunziare alla carriera e al successo, anzi deve mettere nel conto incomprensioni e persecuzioni.

Nel brano del vangelo si propone il testo in cui Gesù per la seconda volta preannunzia la sua morte e risurrezione. L’evangelista osserva che i discepoli, i quali lo accompagnavano nel suo cammino, non comprendevano quello che egli diceva. Non che non capissero il senso delle sue parole, ma non riuscivano a entrare nella logica della croce prospettata da Gesù. Il motivo di questa incomprensione viene indicato dall’ evangelista mediante l’aggiunta di un brano nel quale si dice che lungo la via i discepoli avevano discusso per stabilire chi di loro fosse il primo: l’ambizione che impedisce loro di capire il discorso di Gesù. Gesù quindi prende l’occasione per affermare che chi vuol essere primo deve diventare l’ultimo e il servitore di tutti: è proprio per aver fatto lui stesso questa scelta che si avvia verso la sua passione. Gesù afferma poi che chi accoglie un bambino accoglie lui. Per capire le parole di Gesù che preannunzia la sua sofferenza e la sua morte bisogna dunque rinunziare a ogni ricerca del potere e farsi come bambini nella semplicità del cuore.

Nel brano della sua lettera Giacomo contrappone il comportamento suggerito dalla sapienza che viene dall’alto a quello provocato dalle passioni e dai desideri umani. Mentre la sapienza porta alla giustizia, alla misericordia e alla pace, i desideri umani sfociano nei dissensi e nelle liti. È soprattutto il desiderio del potere che sconvolge non solo la vita sociale ma anche l’armonia della comunità cristiana.

Stiamo vivendo in un periodo di forti tensioni, nel quale emergono spesso interessi personali o di gruppo che condizionano la vita politica e sociale non solo nel nostro Paese ma anche in tutto il mondo. In questa situazione è più che mai necessario mettere al primo posto non la ricerca del consenso ma l’impegno disinteressato per il bene di tutti. In questa situazione il ruolo della comunità cristiana è quello di operare perché si attui una vera democrazia in cui tutti collaborino per il bene comune. Ma questo richiede che in essa si instauri una profonda unità di intenti che si basa non sull’esercizio del potere ma su un dialogo a cui tutti i suoi membri sono chiamati a partecipare su un piano di parità.