Autore: Alessandro Sacchi

Tempo ordinario C – 25 Domenica

Am 8,4-7
Sal 112/113;
1Tm 2,1-8
Lc 16,1-13

Il pericolo delle ricchezze

La prima lettura indica il tema della liturgia riportando un brano del profeta Amos, che contiene una condanna durissima nei confronti di coloro che sfruttano e opprimono i poveri e si arricchiscono alle loro spalle. Questo testo significa che l’accumulo di denaro è per se stesso disonesto perché è frutto dello sfruttamento dei poveri, i quali vengono così privati non solo di ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere ma anche della loro libertà e dignità. 
Nel brano del vangelo viene riportata una parabola in cui si narra apparentemente un fatto di disonestà: un fattore, in vista di un suo imminente licenziamento, riduce il debito contratto dai clienti del suo padrone, in modo da crearsi degli amici che lo aiuteranno quando sarà senza lavoro. Ciò che stupisce è il fatto che il suo padrone lo loda per la sua scaltrezza. Furbizia o saggezza? Gli ascoltatori di Gesù non potevano ignorare che il padrone era un ricco proprietario terriero il quale certamente aveva fatto i soldi sfruttando lavoratori e clienti. Il fattore perciò non ha fatto altro che restituire il mal tolto, privando il suo padrone non di quanto gli apparteneva ma di una parte di quanto aveva estorto ai suoi clienti. Quindi apparentemente è disonesto ma in realtà è saggio. Per chiarire il senso della parabola l’evangelista aggiunge alcuni detti che Gesù aveva pronunziato magari in altri contesti, con il rischio di distorcerne il senso. Anzitutto, prendendo lo spunto dal tema della scaltrezza, osserva che i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce: essi perciò, con la loro negligenza, rischiano di rendersi corresponsabili delle ingiustizie che capitano in questo mondo. Più appropriato è l’invito a farsi amici con la ricchezza disonesta per essere da loro accolti nelle dimore eterne: i beni materiali, concentrati nelle mani di pochi, non possono dunque essere che il frutto di un comportamento disonesto e quindi essi devono essere restituiti a coloro ai quali in realtà appartengono. Infine Gesù afferma che non si può servire Dio e mammona: un ricco che detiene per sé grosse somme di denaro e non le investe per il bene di tutti dimostra di servire non Dio ma mammona, cioè i beni materiali.
Nella seconda lettura l’autore chiede che si facciano preghiere per tutti, specialmente per i governanti perché garantiscano alla popolazione una vita serena e tranquilla. Le autorità dello stato devono garantire il benessere di tutti e non i privilegi di pochi.

Il desiderio di far soldi, tanti e presto, è una droga che uccide chi dipende da essa e provoca la rovina della società. 

Tempo ordinario C – 24. Domenica

La misericordia di Dio
Esodo 32,7-14
Sal 50/51
1Timoteo 1,12-17
Luca 15,1-10

Tema biblico

Nell’AT YHWH è presentato come un padre che ama i suoi figli, li punisce quando sbagliano e li perdona quando si convertono a lui. Quando il popolo è schiavo in Egitto, YHWH ascolta il suo grido e scende a liberarlo (Es 3,7-8). Se il popolo si ribella, Dio lo punisce ma poi prevale la misericordia. Subito dopo la conclusione dell’alleanza, le tradizioni ricordano che gli israeliti, in assenza di Mosè, si sono ribellati a YHWHe hanno adorato il vitello d’oro. YHWH vorrebbe sterminarli ma Mosè intercede per loro; Dio accetta allora di perdonarli, ma subito dopo li colpisce con una severa punizione (Es 32,10-12.27-28). È in quella occasione che YHWH si presenta come un Dio che conserva la sua misericordia per mille generazioni, che perdona i peccati del popolo ma non li lascia impuniti (Es 34,6-7). Quando il popolo sbaglia egli si adira, ma il suo cuore si commuove, le sue viscere fremono di compassione ed egli decide di non dare corso all’ardore della sua ira (Os 11,8-9); secondo Geremia per YHWH Israele è un figlio carissimo, un fanciullo prediletto; ogni volta che lo minaccia se ne ricorda sempre con affetto, il suo cuore si commuove per lui e sente per lui una profonda tenerezza (Ger 31,20; cfr. Is 49,14-15; 54,7-8). A volte si afferma che la sua misericordia si estende anche al di fuori di Israele, come appare nel libretto di Giona; nei salmi si afferma che YHWH è misericordioso e pietoso, tardo all’ira e ricco di misericordia; non è in lite per sempre, né in eterno serba sdegno; non ci ripaga secondo le nostre colpe… Quanto è tenero un padre verso i figli, così YHWH è tenero per chi lo teme perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che siamo polvere (Sal 103,8-14). La misericordia è dunque un attributo fondamentale di YHWH. Resta però l’ambiguità di un Dio geloso, che riserva la sua misericordia a Israele, con il quale però si comporta come un giudice severo, sempre preoccupato di ottenere il culto che gli spetta, che punisce con rigore ma è sempre disponibile al perdono quando il popolo si converte..

Il messaggio della liturgia

La prima lettura presenta un Dio adirato e vendicativo, che vorrebbe distruggere il popolo perché ha adorato un vitello d’oro; egli si placa solo in seguito all’intercessione di Mosè che gli spiega tutti i motivi per cui deve perdonare il popolo peccatore. È un racconto che sa molto di mitologia in quanto descrive il «peccato originale» di Israele e le sue conseguenze: lo scopo è, da una parte, quello di affermare il rapporto indissolubile che lega Dio al popolo e, dall’altro, di mettere il popolo davanti alla responsabilità che esso comporta. Dio non distrugge il popolo, ma riserva ai peccatori una terribile punizione. Questa immagine di un Dio che si lega a un popolo, lo perdona e poi lo castiga, è piuttosto inquietante. A Dio viene attribuito quello che era il comportamento di un grande re dell’antichità, magnanimo e generoso, ma a cui bisognava stare sottomessi a scanso di terribili conseguenze. È questa la religione di Mosè.

Nel vangelo l’immagine di Dio cambia. Nelle due parabole della pecorella smarrita e della moneta perduta non si parla più di peccato, di castigo e di misericordia. Il pastore che ha perduto una pecora e la donna che ha smarrito la moneta fanno ciò che farebbe ciascuno di noi: chiunque non si rassegna facilmente a perdere una cosa che gli è cara, anche se non di grande valore e si rallegra quando la ritrova. Il paradosso appare nella prima parabola, in quanto il pastore lascia nel deserto le altre novantanove, con il rischio che, per recuperarne una, perda tutte le altre. Il significato è chiaro: la misericordia di Dio si riversa non sul popolo o sulla massa ma su ciascuno in modo personale, a prescindere dai suoi meriti e dal suo stato sociale. È questa la religione di Gesù. Luca però sottolinea che le due parabole sono state pronunziate da Gesù perché gli scribi e i farisei lo accusavano di accogliere i peccatori e di mangiare con loro. I cosiddetti peccatori non erano delinquenti ma semplicemente persone che non si attenevano alla legge mosaica. Ma ascoltavano Gesù e quindi, pur con tutti i loro limiti, erano alla ricerca della verità. Luca dunque reintroduce il tema di peccato, castigo, conversione e perdono, ma con una nuova sottolineatura: Dio non si accontenta di persone che si adattano a esercitare gesti rituali o ad accettare formule precostituite, ma gradisce coloro che, pur essendosi allontanati dalla pratica religiosa, vogliono capire il senso della vita e il rapporto con l’Assoluto.

Nella seconda lettura, secondo l’autore di questo testo, Paolo dichiara di essere stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento, ma di avere ottenuto misericordia perché agiva per ignoranza, lontano dalla fede. Egli è presentato così come il modello del peccatore pentito che è diventato, per grazia di Dio, un apostolo. Anche qui ritorna il tema del peccato, della punizione, della conversione e del perdono. Ma in realtà Paolo non era un peccatore ma un giudeo devoto che, dopo aver incontrato Gesù, si è sentito chiamato ad annunziare il Vangelo in tutto il mondo.

La religione di Mosè è ancora viva nel profondo del nostro cuore e determina a volte giudizi severi nei confronti di chi sbaglia. Che cosa comporta per noi accogliere la religione di Gesù?

Tempo Ordinario C – 23. Domenica

Il tema biblico: la Sapienza di Dio

Nei libri sapienziali è conservata la voce dei saggi di Israele, i quali esprimono i loro consigli a partire non dall’alleanza e dai comandamenti di Dio ma dalla natura e dall’esperienza umana. Nella loro ricerca però essi non escludono Dio, ma lo considerano come l’Essere supremo e misterioso che ha dato origine all’universo e si manifesta nell’armonia del creato. In un carme contenuto nel libro di Giobbe, la sapienza è esaltata come una realtà che solo Dio ha conosciuto e l’ha utilizzata nella creazione e infine l’ha rivelato all’uomo con queste parole: «Ecco, temere Dio, questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza» (Gb 28,1-28). 
Poco per volta la Sapienza, pur essendo un semplice attributo di Dio, tende ad essere personificata. Nel libro dei Proverbi essa, dopo aver collaborato con Dio nella creazione, si rivolge agli uomini e li invita ad ascoltare i suoi insegnamenti perché  solo così essi troveranno la vita e otterranno favore dal Signore (Pr 8,22–9,6). Secondo il Siracide la sapienza, uscita dalla bocca dell’Altissimo, ha collaborato con lui nella creazione e infine ha preso dimora in Israele e si manifesta nella legge che Dio ha dato a Mosè (Sir 24,1-22). Nel libro della Sapienza essa è presentata come un’emanazione della potenza di Dio, che attraverso le età, entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti (Sap 7,22-30): perciò Salomone prega Dio perché gli conferisca la Sapienza (Sap 9,1-18). Nel libretto di Baruc (Bar 3,9-4,4) l’autore afferma che nessuno conosce la sapienza, se non Dio, il quale se ne è servito nella creazione dell’universo e l’ha data al popolo di Israele presso il quale abita: «Essa è il libro dei decreti di Dio, è la legge che sussiste nei secoli» (Bar 4,1). La sapienza è identificata non solo con la legge ma anche con lo Spirito, di cui Dio si serve per penetrare nelle vicende del mondo e operare la salvezza dell’umanità (cfr. Sap 7,22-24; cfr. 1,4.5; 7,7). La sapienza dunque è l’espressione umana di Dio il quale, pur restando misterioso e irraggiungibile è vicino all’uomo e si dona a lui. Essa è nascosta a coloro che ricercano una sapienza umana, concepita come mezzo di prestigio e di dominio sugli altri. Solo chi sa rinunziare ai propri progetti di potenza e di grandezza può cogliere questo dono ed entrare in piena comunione con Dio.

Gesù Maestro di sapienza

Il tema di questa liturgia è quello della vera sapienza che viene comunicata da Gesù. Nella prima lettura, in sintonia con tutta la riflessione sapienziale, si afferma che noi, in quanto esseri umani, non possiamo conoscere la volontà di Dio o capire le cose che lo riguardano. Come motivo viene riportato il fatto  Dio è immensamente al di sopra delle nostre possibilità umane, ma soprattutto perché l’anima è appesantita da un corpo corruttibile. Secondo un certo modo di concepire l’essere umano, ispirato dal pensiero filosofico, il corpo è sede dei desideri egoistici che oscurano la mente. Ma proprio per questo Dio ci ha dato la sua sapienza per poter discernere il bene dal male nelle diverse situazioni in cui ci troviamo. Dio non dà dei precetti da osservare ma indica dei valori in base ai quali ognuno deve fare le sue scelte personali.

È questo anche l’insegnamento di Gesù, il quale nel brano del vangelo si presenta come un Maestro che indica il cammino della Sapienza. In questa veste egli avanza una richiesta a prima vista esorbitante: chi vuole seguirlo deve amare lui prima del padre, della madre, dei fratelli e delle sorelle, addirittura di se stesso; chi vuol essere suo discepolo deve prendere la sua croce e seguirlo. E aggiunge che chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere suo discepolo. Chi non accetta questa condizione è uno sconsiderato, come chi si mette a costruire una torre senza averne i mezzi o chi parte per la guerra senza avere un numero sufficiente di soldati per vincerla. La vita è fatta di discernimento e di scelte a volte difficili. Tutto quello che abbiamo, su cui fondiamo le nostre sicurezze, è precario e prima o poi lo perdiamo. Ma ci sono delle realtà a cui non dobbiamo mai rinunziare e che ci accompagnano per tutta la vita: i rapporti, i valori in cui crediamo, il mistero supremo di Dio che illumina le nostre tenebre. Gesù è il Maestro che ci guida nella ricerca di ciò che non perisce. Il suo messaggio sembra utopistico. Ma non dimentichiamo qual è l’altra faccia della medaglia: la schiavitù.

Questo tema è affrontato nella seconda lettura, dove si parla di uno schiavo fuggito, che Paolo rimanda al suo padrone, al quale ordina di trattarlo come un fratello. La schiavitù è un male terribile, che sussiste ancora oggi ed è più diffuso di quanto siamo abituati a pensare. Per eliminarla ci vogliono leggi adeguate, ma soprattutto quel distacco dai beni materiali che ci apre alla fraternità e alla solidarietà.

 

La fede di Gesù

Nelle sue lettere, specialmente Romani e Galati, Paolo insegna con forza che non si diventa giusti, cioè non si entra in un rapporto vitale con Dio, se non “mediante la fede in Gesù”. E naturalmente, almeno così si intende, la fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio. Ma in realtà Paolo non dice la fede “in” Gesù ma la fede “di” Gesù. Certo si può intendere la fede di Gesù come la fede che ha per oggetto Gesù. Ma allora perché Paolo non è stato più esplicito? Gli studiosi discutono. Ma penso che questa piccola ambiguità ci aiuti a capire che la fede di/in Gesù non significa l’accettazione di dogmi riguardanti la sua persona ma l’adesione al suo progetto di vita, tutto incentrato sull’annunzio del Regno di Dio. Gesù ha creduto fino in fondo in un mondo migliore, lo ha delineato e vissuto nei suoi rapporti con gli ultimi e non si è tirato indietro neppure di fronte alla reazione violenta del Potere che l’ha portato alla morte. È questa la fede di Gesù sulla quale anche noi modelliamo la nostra fede.

Ministero per le migrazioni

Qualche giorno fa Romano Prodi ha lanciato l’idea di creare un ministero per le migrazioni con l’incarico di coordinare tutti gli aspetti di questo problema. Credo che si tratti di un’idea molto valida. D’altronde, se non sbaglio, anche nella Commissione Europea c’è un commissario che si interessa di questa problematica. Non mi sembra che la proposta di Prodi sia stata accolta. È un peccato. Spero che la proposta sia ripresa da qualcuno in alto loco. Sarebbe un modo per uscire dall’emergenza, che è già durata troppo a lungo, e per affrontare in modo organico un settore che diventerà sempre più di ordinaria amministrazione

I segni dei tempi

Al tempo del Concilio era questo un tema molto in voga. Poi è scomparso. Oggi dovrebbe essere ripreso in grande stile perchè i segni da interpretare sono tanti. È diffusa la percezione di un declino planetario che mette a rischio la sopravvivenza stessa del nostro pianeta. Ma la fede non può cedere al pessimismo. Se le vicende del mondo sono guidate da un Ente superiore, ogni evento non può essere che un segno di un progetto che si sta realizzando. La fede da sé non può dirci come questo progetto si stia dipanando nel corso della storia. Ma può aprirci gli occhi per vedere come negli eventi e attraverso di essi si stia formando quel grande puzzle che è il nostro destino. E di conseguenza, se si vede, ci si può muovere in quella direzione, senza cedere al pessimismo e allo scoraggiamento.

La confessione

Ho letto con interesse questo articolo sulla confessione. Mi restano però alcune domande. Perché chiamare “confessione dei peccati” e demandare al sacredote quella che può e deve essere una salutare consulenza religiosa. Ormai è noto che il più delle volte non si tratta di peccati veri e propri (materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso) ma di sofferenze, debolezze, ferite. Perché imporre l’umiliazione di battersi il petto per quella che è la conseguenza del proprio essere creature e spesso della violenza altrui? Certo negli atti umani c’è sempre una responsabilità personale, ma spesso non la sa valutare neppure la persona interessata. Figurarsi il sacerdote! Solo Dio può giudicare. E poi mi chiedo: il confessore che ascolta il “penitente” in Duomo, e anche il più delle volte in qualsiasi chiesa, che aiuto può offrirgli per iniziare o riprendere un cammino di fede? Al di là delle buone parole e della grazia di Dio che non manca mai, è necessari avere degli ambiti di comunità per andare avanti. Se mancano questi, la confessione diventa un inganno, in cui confessore e penitente sono conniventi.

Tempo Ordinario C – 22. Domenica

La via dell’umiltà

Israele impara l’umiltà anzitutto facendo l’esperienza dell’onnipotenza del Dio che lo salva e che è il solo Altissimo e conserva viva quest’esperienza nel culto che è una scuola di umiltà. Lodando e ringraziando, l’israelita imita l’umiltà di Davide che danza dinanzi all’arca (2Sam 6,16.22) per glorificare Dio al quale deve tutto (cfr. Sal 103,2-7). Israele ha fatto pure l’esperienza della povertà nella prova collettiva della sconfitta e dell’esilio o nella prova individuale della malattia e dell’oppressione dei deboli. Queste umiliazioni gli hanno fatto prendere coscienza dell’impotenza fondamentale dell’uomo e della miseria del peccatore che si separa da Dio.

Così l’uomo è incline a rivolgersi a Dio con un cuore contrito (Sal 51,19), con quella umiltà, fatta di dipendenza totale e di docilità fiduciosa, che ispira le suppliche di numerosi salmi (cfr. per es. Sal 25; 106). Coloro che lodano Dio e lo supplicano di salvarli si chiamano spesso i «poveri» (Sal 22,25.27; 34,7; 69,33-34); questa parola, che da prima designava la classe sociale degli sventurati, assume un senso religioso a partire da Sofonia: cercare Dio significa cercare la povertà, che coincide con l’umiltà (Sof 2,3). Dopo il giorno di yhwh, il «resto» del popolo di Dio sarà «umile e povero» (Sof 3,12; gr. praüse tapeinos; cfr. Mt 11,29; Ef 4,2).

Nell’AT i modelli di questa umiltà sono Mosè, il più umile degli uomini (Nm 12,3) e il Servo di yhwhche, con la sua umile sottomissione fino alla morte, realizza il disegno di Dio (cfr. Is 53,4-10). Al ritorno dall’esilio, profeti e sapienti predicheranno l’umiltà. L’Altissimo abita con colui che ha lo spirito umile ed il cuore contrito (Is 57,15; 66,2). «Il frutto dell’umiltà è il timore di Dio, ricchezza, gloria e vita » (Pr 22,4). «Quanto più sei grande, tanto più occorre che ti abbassi per trovare grazia dinanzi al Signore» (Sir 3,18; cfr. Dn 3,39). Infine il messia sarà un re umile; entrerà in Sion cavalcando un asinello (Zc 9,9). Veramente il Dio di Israele, re della creazione, e il «Dio degli umili» (Gdt 9,11-12).

Dalla parte degli ultimi

Nella prima lettura si raccomanda l’umiltà come atteggiamento interiore che rende l’uomo gradito a Dio. Ai miti Dio rivela i suoi segreti. Spesso si considera l’umiltà come l’atteggiamento di chi svaluta se stesso. Pensando alla massa di diseredati che vi sono ancora in questo mondo, si comprende come la vera umiltà consista nel vedere il mondo dalla parte degli ultimi e mettersi sul loro piano per poter crescere insieme. Solo cercando di condividere con gli altri quello che si ha è possibile capire se stessi e dare un senso alla propria vita. È partendo dagli ultimi che si può rendere migliore questo mondo. La vera saggezza non consiste nel fare la propria strada, disinteressandosi degli altri, ma nel ricercare il bene di tutti.

La prima parte del brano del vangelo contiene un detto molto strano. A prima vista sembra che Gesù insegni l’ipocrisia: mettersi all’ultimo posto aspettando di essere invitati a occupare il primo. Per dissipare ogni equivoco l’evangelista aggiunge il brano in cui Gesù elenca le persone da invitare quando si fa un banchetto: poveri, storpi, zoppi, ciechi. Non si tratta semplicemente di un consiglio riguardante i banchetti. Mettersi all’ultimo posto significa spendersi per gli ultimi, familiarizzare con loro, aiutarli a crescere. Chi si comporta così non può non crescere in saggezza. L’umanità piena si raggiunge nella condivisione con i poveri, non nella carriera economica e politica o anche religiosa. È proprio vero che chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.

Nella seconda lettura si confronta l’esperienza dei primi cristiani con quella degli israeliti dell’esodo. Per costoro la manifestazione di Dio ha avuto luogo mediante i fenomeni della natura: fuoco, tenebre, lampi, tempesta. I cristiani invece hanno sperimentato Dio nell’assemblea dei giusti, cioè nella comunità cristiana. L’autore di questo scritto vuole dire che l’incontro con Dio non avviene mediante fenomeni esterni, ma all’interno di rapporti interpersonali che si allargano a macchia d’olio. Sullo sfondo delle altre letture della messa questo brano fa comprendere come l’attenzione per i diseredati di questo mondo deve avvenire all’interno di una comunità che mette al primo posto non le cose ma la persona umana. È questa la provocazione che i cristiani devono rivolgere a tutta la società, dove spesso vige la legge del più forte, che comporta discriminazione e sfruttamento del più debole.

Libertà

Solitamente si pensa che la libertà consista nella facoltà di scegliere tra diverse possibilità che si presentano. Ma questo è solo un aspetto della libertà. Più in profondità la libertà consiste nel saper scegliere quello che è giusto, a prescindere dai propri interessi e dai propri desideri. Mentre la facoltà di scegliere fra diverse proposte deve essere garantita dalla società, la capacità di scegliere il bene è frutto di una lunga ricerca e di un superamento di condizionamenti che ciascuno porta dentro di sé. Essa richiede molta riflessione e si acquista con grandi sofferenze. A questo tipo di libertà dobbiamo essere instradati fin dalla più tenera età. Ma nessuno ce la può garantire. E soprattutto non è mai acquisita pienamente. Essa comporta l’apertura all’altro, il superamento del proprio egoismo, la capacità di sperare nella vittoria del bene e nella capacità di collaborare con tutti quelli che lo cercano. La vera libertà è molto vicina alla fede.

Comunicare

In un sistema democratico è molto importante la comunicazione. Anzitutto bisogna tenere al corrente i cittadini di ciò che avviene nel governo sia locale che nazionale. Ma è anche necessario stimolare da parte loro la capacità di valutare le informazioni, di ordinarle e scoprirne le cause e gli effetti. E’ poi importante cercare di vedere al di là degli eventi per capire quelli che ne sono i posibbili sviluppi, in modo tale da non essere impreparati quando essi si attueranno