Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario B – 19. Domenica

Il Maestro interiore

Il tema di questa liturgia è indicato nella prima lettura. Al profeta Elia, che fugge perché la regina Gezabele lo vuole far uccidere, Dio indica la strada verso la sacra montagna, l’Oreb, dove si manifesterà a lui. Al tempo stesso gli dà un cibo che lo sostiene nel lungo cammino che dovrà percorrere. L’Oreb è un altro nome per indicare il Sinai ai piedi del quale Dio ha fatto con il popolo di Israele un’alleanza. Elia deve dunque risalire alle origini dell’esperienza religiosa del suo popolo. Ma lo può fare solo sotto la guida di Dio che lo nutre, come aveva fatto con gli israeliti dell’esodo, con un pane che viene dal cielo.

Nel brano del vangelo Gesù dice: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio». E soggiunge: «Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio». Poi sottolinea nuovamente: «Chiunque ha ascoltato il Padre viene a me». Il piano di Dio è dunque quello di condurre a sé tutta l’umanità. Perciò ha affidato al suo Figlio il compito di dare a tutti un insegnamento interiore che consiste in una sensibilità verso le cose dello Spirito. In altre parole egli li conduce a Cristo perché possano ottenere per mezzo suo quella istruzione completa che è simboleggiata nella metafora del pane di vita. Gesù è il pane di vita in quanto è lui stesso la Parola che si dona e scava nel cuore degli uomini.

In che modo Cristo ci istruisce interiormente? Ne parla la seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini. In essa l’autore esorta ad adottare un comportamento senza asprezze, pieno di benevolenza e misericordia. Poi invita i destinatari a diventare imitatori di Dio. Ciò è possibile solo imitando Cristo, il quale ha rivelato ai credenti il volto di Dio.

Nella società umana c’è sempre l’illusione di poter mettere tutti in riga mediante leggi e relative sanzioni per i trasgressori. Secondo la visione cristiana invece quello che conta non è la legge ma la persona, la quale deve essere aiutata a trovare la sua strada rientrando in se stessa e scoprendo in sé i valori a cui ispirarsi. Questo vale per la chiesa, la scuola, le carceri… Gesù contribuisce alla formazione della persona con la sua parola e il suo esempio. E noi? Qual è il nostro contributo?

Tempo Ordinario B – 18. Domenica

Il banchetto della vita

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione sulla metafora del banchetto come luogo in cui i credenti si incontrano con Dio. Nella prima lettura si ricorda il dono della manna, il pane disceso dal cielo, segno della misericordia di Dio, che il popolo aveva consumato nel deserto in spirito di obbedienza a lui e di comunione fraterna. Nella Bibbia il banchetto è l’ ambito in cui si è attuata l’alleanza sinaitica e un giorno si concluderà l’alleanza finale. Un significato analogo era attribuito al banchetto pasquale consumato in occasione della liberazione dall’Egitto, Il ricordo di questi banchetti che avevano segnato la storia di Israele era tenuto vivo dalla celebrazione annuale della Pasqua e dai pasti che accompagnavano i sacrifici del tempio.

Su questo sfondo si comprende il discorso che l’evangelista Giovanni attribuisce a Gesù dopo il racconto della moltiplicazione dei pani. Anzitutto Gesù rimprovera i suoi ascoltatori perché sono attratti unicamente dal pane materiale e non sanno scoprire il significato spirituale del pane che Dio conferisce loro. Sotto l’immagine del pane Gesù offre la sua persona, portatrice della salvezza significata nel dono della manna. È lui il vero pane venuto dal cielo, quello che dà la vita eterna, che essi devono mangiare se vogliono ottenere la salvezza. Ma devono essere consapevoli che questo pane si mangia unicamente con la fede, che significa identificarsi con lui e attuare nel mondo il suo messaggio di amore. Su questa linea i vangeli sinottici narreranno l’ultima cena come il momento in cui Gesù si è dato ai suoi discepoli come via dell’incontro con Dio.

Nella seconda lettura si sottolinea, in sintonia con quanto afferma il brano evangelico, che noi abbiamo “imparato Cristo”, cioè gli abbiamo dato ascolto, da lui abbiamo imparato ad abbandonare l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità. In questo passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo si attua un vero cammino di fede.

I giudei di Cafarnao cercano Gesù perché vogliono ottenere da lui il pane di cui hanno bisogno per sopravvivere. Gesù invece vuole condurli dalla preoccupazione per i propri bisogni da soddisfare alla ricerca di un pane vivo, che consiste nell’impegno costante per la giustizia, cioè per il bene vero di tutti. Per questo dà a loro se stesso come guida e sostegno e li fa partecipi della sua fede in un mondo migliore. Egli propone loro una crescita spirituale in forza della quale potranno procurarsi anche il pane materiale, non per se stessi soltanto ma per tutti

Tempo Ordinario B – 17. Domenica

Il banchetto della fraternità

La liturgia di questa domenica propone il tema della solidarietà. Nella prima lettura si racconta che il profeta Eliseo ha ricevuto in dono venti pani d’orzo da un ricco benefattore che aveva voluto onorarlo in quanto uomo di Dio. Il profeta non li tiene per sé. Nelle sue mani il pane si moltiplica e serve a sfamare un gruppo notevole di persone. Il poco pane di cui un ricco si priva senza troppo sacrificio diventa nutrimento per i più poveri.

Anche nel brano del vangelo si narra che Gesù dà da mangiare a una moltitudine. L’evangelista sottolinea però che, diversamente da Eliseo, è stato Gesù a prendere l’iniziativa; inoltre si serve di molto meno per sfamare una quantità ben più grande di persone. Ma è significativo soprattutto che i cinque pani e due pesci vengano messi a disposizione di Gesù non da un ricco benefattore e neppure, come si dice nei sinottici, dai suoi discepoli, ma da un ragazzo che si trovava fra la folla. Non è certamente un ricco che fa un po’ di beneficienza, ma un povero che condivide con gli altri le poche risorse che ha a disposizione. Diventa così più chiaro il riferimento non solo alla manna, un cibo donato da Dio a cui tutti prendevano parte in modo uguale, ma anche al banchetto pasquale in cui tutti condividono quanto hanno a disposizione: solo così il ricordo della liberazione dall’Egitto si concretizza nella vita di un popolo.

Nella seconda lettura si mette in luce la dinamica di una comunità in cui tutti interagiscono tra di loro sulla base di una fede comune, superando gli interessi personali e mettendosi al servizio gli uni degli altri.

Spesso sono i ricchi che giustificano con la beneficenza l’appropriazione di beni che appartengono a tutti, altre volte sono i poveri che si uniscono per far valere i loro diritti. Gesù vuol far capire che non solo i ricchi ma anche i poveri devono saper collaborare al bene di tutti, mettendo in comune le loro risorse, che non sono solo beni materiali, ma anche ideali, lavoro e abilità professionali. Se c’è il vero spirito di collaborazione si possono fare miracoli. Ciò vale non soltanto per una comunità cristiana ma anche per la società intera. Solo un cambiamento di mentalità può garantire un progresso economico veramente condiviso. E i credenti dovrebbero fornire un esempio convincente e suggerire un metodo efficace per raggiungere questa meta. 

Tempo Ordinario B – 16. Domenica

Una leadership evangelica

Nella liturgia di questa domenica viene messo a fuoco il tema della leadership sia nella società civile che nella chiesa. Nella prima lettura è attribuita a Geremia la convinzione, molto diffusa nell’AT, secondo cui la rovina del popolo è causata dai cattivi governanti. Perciò il profeta dichiara che un giorno Dio stesso assumerà la guida del popolo per condurlo alla salvezza. Questa presenza di Dio alla testa del suo popolo si attua mediante un personaggio da lui inviato che svolge in suo nome il ruolo di pastore. 

I primi cristiani hanno creduto che questo intermediario fosse Gesù, il Messia inviato da Dio. Il fatto di essere inviato significa che Gesù è stato dotato di un carisma, cioè di un dono speciale che consiste nella capacità di aggregare le persone. Nel brano del vangelo ciò appare nel fatto che egli ha avuto compassione dei presenti vedendo che erano come un gregge senza pastore. È chiaro che, senza un vero leader, un gruppo umano si disgrega e facilmente diventa preda di interessi personali. Gesù ha manifestato la sua compassione mettendosi a insegnare: le persone si aggregano non dando loro comandi o leggi, ma insegnando a riflettere, a porsi domande, a scambiarsi esperienze e intuizioni. In questo Gesù dimostra di essere un vero leader. Solo dopo insegnato egli darà alla folla anche il pane, cioè provvederà a realizzare, unendo gli sforzi di tutti, un benessere condiviso. 

La seconda lettura attribuisce a Gesù un compito molto importante, che è tipico del pastore, quello di attuare la pace tra persone che hanno una diversità di tradizioni, di esperienze, di valori. Il vero leader non cerca l’uniformità del gregge ma l’interazione e la messa in comune dei valori di cui ciascuno è portatore.

Sull’esempio di Gesù, un vero capo deve sentirsi inviato, cioè deve riferirsi ai valori del vangelo su cui si edifica la comunità; al tempo stesso deve essere solidale con coloro che deve guidare: solo così può evitare l’autoritarismo che solo apparentemente unisce ma in realtà disgrega la comunità. Perciò non deve essere selezionato e preparato, come avviene oggi, all’interno di una struttura artificiale ma deve aver dimostrato “sul campo” di avere un vero carisma e di saperlo esercitare in funzione non del proprio interesse o prestigio ma del bene comune. La stessa cosa deve avvenire in qualsiasi aggregazione umana, che può reggere e governarsi solo se è governata da persone preparate e oneste.

Tempo Ordinario B – 15. Domenica

Vangelo e missione

Il tema della liturgia di questa domenica è quello della missione. Nella Bibbia compaiono molte persone, uomini e donne, che si ritengono inviati da Dio e sono riconosciuti come tali dal popolo e dalle autorità religiose, ma spesso solo dopo la loro morte. Questi personaggi a volte fanno segni straordinari, ma normalmente non hanno a disposizione che la forza della loro parola con cui richiamano i loro ascoltatori, semplici fedeli o re e sacerdoti, ai loro doveri verso Dio e verso il popolo da lui scelto. Amos, di cui si parla nella prima lettura, è uno di questi. Il suo messaggio di sventura non è certo tale da essere gradito nelle alte sfere. Non fa segni miracolosi ma si appella unicamente a colui che lo ha mandato e alla realizzazione futura degli eventi terribili da lui annunziati. 

Anche Gesù si presenta come depositario di una missione che consiste nell’annunziare la venuta imminente del regno di Dio. Egli fa dei miracoli con cui illustra le caratteristiche di questo regno. Con essi però non intende dimostrare l’autenticità della sua parola, che ha in se stessa la forza di convincere e di trasformare i cuori. In questo suo annunzio egli coinvolge i suoi discepoli e conferisce loro la sua stessa autorità. La loro opera consisterà non tanto nel parlare quanto piuttosto nello scacciare i demoni, simbolo del male che è insito nell’uomo e nelle strutture di questo mondo e così anticipare la venuta del regno di Dio. Essi dimostreranno la loro autorevolezza soprattutto con il distacco da tutti i mezzi materiali. Inoltre correranno il rischio, come il loro Maestro, di non essere accolti: in questo caso non dovranno minacciare o insultare ma semplicemente andarsene scuotendo la polvere dai loro piedi. I discepoli obbediscono al mandato ricevuto e si mettono in cammino: come Gesù essi saranno medici delle anime e dei corpi. 

Nella seconda lettura appare che i credenti devono collaborare al progetto di Dio che è quello di ricapitolare in Cristo tutte le cose: in altre parole essi devono far sì che i valori del vangelo trasformino tutta la società e la mettano in armonia con tutte le altre creature di Dio. 

La missione cristiana ha assunto spesso lo scopo di offrire a individui o popoli interi una salvezza che si attua in un’altra vita e si ottiene entrando a far parte della chiesa. Oggi si è compreso più chiaramente che il significato della missione cristiana è un altro: quello cioè di annunziare, con le parole e con i gesti concreti, una salvezza che si realizza nel mondo e consiste nella pratica della giustizia e della solidarietà; l’ingresso nella chiesa non è escluso, a patto però che abbia lo scopo non di ottenere una salvezza per sé ma di collaborare con gli altri, credenti o non credenti, alla salvezza di tutti.

Tempo Ordinario B – 14 Domenica

Fede e miracoli

La liturgia di questa domenica contiene una forte denunzia nei confronti di una religiosità basata sulla ricerca di prodigi e miracoli. Nel testo di Ezechiele, riportato nella prima lettura, gli israeliti sono condannati come una genia di ribelli. Il motivo non è detto, ma si tratta soprattutto di quella sottile idolatria che consiste nel ritenersi in diritto di ottenere i favori di Dio a prescindere dal proprio comportamento in campo etico. 

Nel brano del vangelo si dice che i compaesani di Gesù non erano disposti ad accogliere il suo insegnamento perché trovavano un ostacolo («scandalo») nella sua origine, umile e nota a tutti. Di lui infatti sono ben noti la professione di falegname, il nome di sua madre e quello dei suoi fratelli; le sue sorelle poi vivono ancora nel villaggio. Ma il rifiuto dei nazaretani consisteva soprattutto nel fatto che essi, in quanto suoi compaesani, pensavano di avere un particolare diritto ai suoi miracoli. Gesù non accetta tale pretesa: le sue opere prodigiose infatti non solo compiute per soddisfare le attese egoistiche di qualcuno ma per mostrare la potenza guaritrice del regno di Dio accolto con fede. L’atteggiamento dei nazaretani s’inserisce così nel contesto della rottura verificatasi ad un certo punto tra Gesù e gli abitanti della Galilea: costoro, attratti in un primo momento dai suoi miracoli, si sono allontanati ben presto da lui, vedendo che non potevano usufruire a proprio piacimento del suo potere straordinario. Secondo Marco Gesù commenta l’atteggiamento dei suoi compaesani osservando che «un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (v. 4). Questo detto riguarda i rapporti del popolo di Israele con gli inviati di Dio (cfr. 2Cr 36,15-16). Nell’atteggiamento dei nazaretani Marco vede dunque adombrato il rifiuto che il giudaismo istituzionale ha opposto a Gesù e al movimento che nascerà da lui. 

Nella seconda lettura Paolo mette in luce come nella sua debolezza si manifesti la potenza di Cristo. Come Gesù anche Paolo, diversamente da quanto si aspettavano i nazaretani, è convinto che Dio si manifesta non mediante grandi realizzazioni umane ma nel dono di sé che si attua nelle situazioni umili e quotidiane della vita.  

Il rischio più grande di ogni persona religiosa è quello di volersi appropriare di Dio e di aspettarsi da lui segni miracolosi. Sia i profeti che Gesù hanno condannato la falsa convinzione di avere Dio dalla propria parte per una sorta di privilegio, a motivo del culto a lui prestato. Dio non si lascia comprare da nessuno, ma è vicino a ognuno di noi per sostenerci nel nostro impegno quoticiano per rendere un po’ migliore il nostro mondo.

Tempo Ordinario B – 13. Domenica

Una vita piena di significato

La liturgia di questa domenica propone di riflettere sul significato che ha la vita umana nella prospettiva ineludibile della morte. Nella prima lettura l’autore afferma che Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Secondo lui la giustizia è immortale e chi la pratica gode il privilegio dell’incorruttibilità; la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza solo quelli che sono dalla sua parte. La vera morte non è dunque quella fisica ma quella che è causata dal peccato che è mancanza di amore. Ma per vincere il peccato e godere di una vita piena è necessario accettare la propria morte, non solo quella finale ma anche le piccole morti quotidiane che consistono nell’accettazione del proprio limite.

Nel brano del vangelo si racconta in stretto collegamento l’uno con l’altro due miracoli di Gesù: la guarigione di una donna che soffriva da 12 anni di perdite di sangue e la risurrezione di una bambina, anch’essa di 12 anni. La donna soffriva non solo per la sua malattia ma anche a causa dell’isolamento a cui essa la costringeva in quanto causa di impurità: nonostante fosse viva era praticamente morta. Guarendola, Gesù la riporta a una vita piena. Ciò che provoca questo cambiamento profondo è la fede della donna. Anche la bambina è riportata in vita in forza della fede dei suoi genitori. Ma nei due casi di che fede si tratta? Gesù non pensa certamente alla fiducia nella sua capacità di fare miracoli e tanto meno all’accettazione di particolari dottrine, ma a un atteggiamento del cuore per cui uno è aperto a Dio, alla vita, all’amore e quindi a tutti gli esseri umani: è questa la fede che Gesù si attende come risposta al suo annunzio che ha per oggetto la venuta imminente del regno di Dio. Essa ci salva perché ci guarisce dall’egoismo e ci mette in una sintonia profonda con quelle realtà superiori che danno un senso alla vita. 

La seconda lettura mostra invece come Cristo, invece di ricercare onori e gloria, abbia accettato la povertà e i limiti della natura umana, e quindi la morte in croce, mostrando così in che cosa consista la vera gloria. Questa povertà, frutto di solidarietà, è quella che ci ha arricchito perché ci ha fatto scoprire i veri valori della vita. 

In passato si considerava la vita in questo mondo come una semplice parentesi nella quale è importante rinunziare a tante cose in vista della beatitudine eterna del paradiso. Ora non è più così. Siamo diventati consapevoli che la vita è importante in se stessa, ma soltanto se ha senso. Questo senso si scopre solo se si accetta la propria morte riconoscendosi come creature limitate e bisognosa dell’Altro e degli altri e quindi capaci di donarsi in un atteggiamento di amore sincero. Chi non accetta la propria inevitabile fine precipita nell’egoismo e nella disperazione.  

Tempo Ordinario B – 12. Domenica

La difesa dell’ambiente

Le letture di questa domenica ci offrono lo spunto per riflettere su un tema molto attuale, quello della difesa dell’ambiente. Nella prima lettura è Dio stesso che, parlando in mezzo all’uragano, dice a Giobbe: Sono io che ho dominato le acque del mare e ho fissato loro un limite. Queste parole si capiscono ricordando che gli abissi del mare sono visti nella Bibbia come la sede dei grandi animali, dei draghi mostruosi che sono considerati come simbolo dei poteri avversi a Dio. Nei loro confronti Dio ingaggia dunque uno scontro nel quale risulta vincitore. In termini mitologici si afferma che Dio è il creatore e il garante dell’armonia del cosmo.

Il brano del vangelo riprende a modo suo questo tema. Gesù sta attraversando il lago di Tiberiade per entrare in una regione abitata da gentili che, secondo la mentalità giudaica, sono facile preda delle potenze del male. Gesù sta per entrare nel loro territorio, il loro potere è in pericolo. In chiave nuovamente mitologica l’evangelista vuole dire che le potenze del male sconquassano non solo il mare ma anche tutto l’universo, in contrasto con un potere opposto, quello del bene comune di tutta l’umanità, rappresentata da Gesù. Questo scontro si verifica prima che nel cosmo nel cuore degli uomini. I discepoli sono terrorizzati e chiedono a Gesù di intervenire. Gesù lo fa rivolgendosi al mare come prima si era rivolto agli indemoniati. Anche alle potenze diaboliche che risiedono nei mari Gesù dice: «Taci, calmati!». E poi rimprovera i discepoli perché hanno avuto paura: a loro manca ancora la fede. Solo con la fede nei valori supremi della vita, che Gesù ha predicato fino alla morte, si vince il potere del male.

Nella seconda lettura Paolo afferma che Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Il peccato consiste nel «vivere per se stessi», cioè nel mettere al primo posto i propri interessi a scapito del bene comune. Gesù vince il peccato accettando con coraggio la sua morte in favore di tutti.

L’ingordigia umana ha messo in atto uno sfruttamento diffuso dell’ambiene e con esso anche di quelli che lo abitano. Cosmo e persone si integrano a vicenda. Di fronte a tanti soprusi noi taciamo perché abbiamo paura di perdere i nostri privilegi, il nostro benessere. Oggi l’esigenza di tutelare la casa comune si fa sempre più forte e imprescindibile. Gesù ci insegna che solo con la fede nella vita , nell’umanità e in ultima analisi in Dio Padre e nel suo regno, si vincono le potenze del male che dominano in questo mondo e provocano violenze e disastri. È una lotta cosmica che però inizia nei nostri cuori.

No al proselitismo

Ho letto con piacere quanto scrive Severino Dianich nell’articolo “No al proselitismo“: “L’evangelizzazione, infatti, ha in comune con il proselitismo il desiderio che l’altro accolga la proposta di condividere la fede in Cristo. Ma la vera evangelizzazione rovescia l’intento dal quale è mosso il proselitismo. Proselitismo è diffondere un’idea per potenziare il proprio gruppo e sé stessi. È ovvio che lo faccia un partito politico in campagna elettorale, ma alla Chiesa non è permesso di farlo. Insorgerebbe l’apostolo Paolo, esibendo la sua testimonianza: «Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5). O l’evangelizzazione è offerta di un dono che si è ricevuto, nella totale gratuità del dono, o evangelizzazione non è. Per evangelizzare è necessario lasciare la Chiesa in secondo piano, perché lo spazio del discorso sia occupato totalmente da Gesù: solus Christus. Solo Gesù è il salvatore, solo Gesù è il Signore, solo il Figlio di Dio è degno che si creda in lui, cioè che si dedichi a lui la propria vita.”

Mi resta però un grosso problema: il Gesù che noi presentiamo, dopo 2000 anni di cristianesimo, è in gran parte una figura “confessionale”, rivestita di tutta una serie di incrostazioni che provengono da una cultura in cui la Chiesa era predominante. Oggi le ricerche sul “Gesù storico” mostrano chiaramente come non tutti gli sviluppi successivi siano stati omegenei con l’annunzio fatto da Gesù. Ne risulta che l’evangelizzazione diventa automaticamente proselitismo. A meno di affrontare onestamente, come individui e come Chiesa, un vero processo di riforma intellettuale e di fede tale da presentare Gesù con modalità che vadano alle radici del movimento cristiano e al tempo stesso una sequela che vada al di là dell’appartenenza all Chiesa. Ora temo proprio che su questo, salvo lodevoli eccezioni, non si sia ancora mosso il primo passo.

Tempo Ordinario B – 11. Domenica

La speranza cristiana

Il tema di questa domenica è quello della speranza. Ciò appare subito dalla prima lettura. Il ramoscello che è prelevato dal grande albero ed è piantato sul monte di Israele rappresenta gli esuli che si trovano in Babilonia: il profeta annunzia loro che un giorno ritorneranno e si ricostituiranno come popolo nella loro terra. L’oracolo contiene anche la speranza in una figura di re fedele mediante il quale Dio farà rivivere il suo popolo. Gli uccelli del cielo che si riparano all’ombra dei suoi rami sono le nazioni che un giorno si uniranno a Israele per costituire insieme un’umanità nuova. Tutto ciò è attribuito alla potenza di Dio «che umilia l’albero alto e innalza l’albero basso».

Anche le due parabole di Gesù riportate da Marco sono un richiamo alla speranza. Il seme viene gettato nel terreno e sembra che scompaia, che muoia o magari che sia mangiato dagli uccelli. L’impressione è quella di uno spreco, mentre la gente ha un bisogno immediato di alimentazione. Per di più il contadino non può farci nulla, non può garantire che il seme cresca e dia il raccolto sperato. Non può far altro che attendere e sperare. Ma nel frattempo il seme cresce e produce spighe piene di chicchi che egli raccoglie con soddisfazione. La stessa cosa capita per il granello di senape che, nonostante la sua piccolezza, produce un grande albero, unicamente per la forza che ha in sé. Ciò avviene perché così operano le leggi della natura. Il contadino sa come andranno le cose. Non si lascia condizionare dalle apparenze. Con queste due parabole Gesù vuole dire che il regno di Dio fa la sua strada, anche se non con le modalità che vorremmo noi.

Nella seconda lettura la speranza è proiettata verso un’altra vita che ci sarà data dopo la morte. Ma questa nuova vita comincia già quaggiù, se noi ci sforziamo di essere graditi al Signore, cioè di vivere secondo gli ideali da lui proposti nel vangelo.

La fede in un Dio che è padre di tutti porta con sé la speranza in un mondo migliore, verso il quale tende la storia umana. I segni di questo mondo nuovo ci sono, ma spesso non li sappiamo vedere perché ci aspettiamo solo un progresso materiale a nostro vantaggio, non importa se gli altri ne sono esclusi. Invece ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici è un mondo più giusto e solidale, in cui tutti sono fratelli. Se siamo disposti, come il contadino che getta il seme nel terreno, a sacrificare qualche cosa perché questo mondo nuovo si realizzi, allora ci renderemo conto che le cose cambiano per il meglio, anche se non con i ritmi che ci aspetteremmo.