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Tempo di Avvento B – 3. Domenica

La gioia dell’incontro con Gesù

Il tema della liturgia di questa domenica è quello della gioia. Nella prima lettura entra in scena un personaggio, consacrato con l’unzione regale, il quale è inviato da Dio a portare ai miseri un messaggio gioioso: le ferite dei cuori sono guarite, gli schiavi sono liberati, i prigionieri sono scarcerati e si apre un periodo in cui la misericordia del Signore prevale sul peccato dell’uomo. È un messaggio che riempie di gioia prima di tutto colui che lo annunzia. Si tratta di un progetto che secondo la Bibbia si attuerà pienamente solo un giorno, ma che già fin d’ora ci viene proposto come un ideale a cui tendere. 

Nel brano del quarto vangelo si descrive la testimonianza che Giovanni Battista ha dato a Gesù. La sua attività faceva pensare che fosse lui l’inviato di Dio che i giudei aspettavano. Secondo alcuni doveva essere il messia (Cristo), che avrebbe liberato il popolo dalla dominazione romana, oppure un antico profeta, magari Elia, ritornato in vita per preparare il giudizio finale di Dio. Giovanni il Battista nega di essere il Cristo, il profeta, Elia e si qualifica come la voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore. Il suo compito è unicamente quello di preparare la venuta del personaggio che essi aspettavano. Non si lascia montare la testa dal successo della sua opera di predicatore ma con grande umiltà si riserva un compito subordinato, senza potere e onori, quello cioè di annunziare uno più importante di lui, che si trova già fra loro e sta per iniziare la sua opera. In seguito dirà di essere come l’amico dello sposo che partecipa alla sua gioia. 

Nella seconda lettura Paolo invita tutti i membri della comunità non solo a pregare, a essere riconoscenti, a valorizzare i doni dello Spirito, a evitare ogni specie di male, ma prima di tutto ad essere veramente gioiosi. Il motivo di questa gioia, accompagnata dalla pace interiore, consiste nel fatto che è ormai vicino il tempo in cui si realizzeranno le promesse di Dio. Paolo aspettava entro breve tempo il ritorno di Gesù, ma la sua esortazione resta valida perché ogni giorno è possibile l’incontro con lui. 

L’invito alla gioia, rivolto a persone povere, sfruttate e diseredate, si basa sulla fede in un Dio che è misericordioso e ha un progetto di salvezza che riguarda anzitutto proprio loro. Oggi viviamo in un tempo di benessere e siamo tentati di cercare la gioia nel possesso delle cose materiali. Queste cose però possono dare un piacere momentaneo ma non la vera gioia. Questa si ottiene soltanto se si è disposti a condividere quello che si ha, impegnandosi per la realizzazione di un mondo più giusto e fraterno.  

Tempo di Avvento B – 2. Domenica

Un percorso di liberazione

La prima lettura, citata anche nel brano del vangelo, indica la liberazione come tema di questa seconda domenica di Avvento . Infatti nel brano del Deutero-Isaia il profeta proclama ai giudei esuli in terra di Babilonia un lieto annunzio: Dio ha posto fine alla loro schiavitù e, come fa un pastore con il suo gregge, li guida attraverso il deserto verso la terra promessa. Come nell’esodo dall’Egitto, un gruppo di sbandati, mentre affrontano insieme gli ostacoli apparentemente insormontabili che si frappongono al loro cammino, ritrovano la loro identità di popolo. Tutto sembrava perduto, invece la vita riprende più rigogliosa che mai.

Nel brano del vangelo Marco racconta la comparsa di Giovanni il Battista, presentandolo come il precursore di Gesù. Giovanni annunzia l’arrivo di uno più forte di lui, al quale non è degno di sciogliere i legacci dei calzari. Per andargli incontro in modo degno egli indica tre condizioni: conversione, confessione e battesimo. La conversione, nel linguaggio biblico, non significa né cambiare religione né cambiare vita, ma un «ritornare al Signore» che, nella lingua greca, viene interpretato come «cambiare mentalità». La confessione dei peccati significa riconoscere pubblicamente i propri limiti, i propri errori, con la disponibilità a cambiare il proprio comportamento.Il battesimo infine è un segno della purificazione interiore che ne consegue.Giovanni sceglie come luogo della sua predicazione proprio il deserto, perché è in esso che si era attuata la liberazione di Israele, sia nell’esodo dall’Egitto che nell’uscita dall’esilio babilonese. Egli è vestito, come gli antichi profeti, di peli di cammello, cioè è privo di qualsiasi interesse umano. La scena indica un percorso di liberazione, in attesa di una svolta nella storia dell’umanità: la venuta di un mondo migliore al quale ci si prepara mediante una trasformazione dei cuori. In questa descrizione l’evangelista anticipa in modo simbolico quello che sarà l’annunzio del regno di Dio, che costituisce il centro del vangelo di Gesù.

La seconda lettura mette in luce l’ostacolo più grande che si frappone a questo percorso di liberazione. I tempi si allungano, sembra che Dio tardi, si fanno sentire la delusione, la mancanza di senso, l’impotenza, che comportano la tentazione di abbandonare l’impresa. L’autore del brano risponde che i tempi di Dio non sono i tempi dell’uomo. Dio ha pazienza perché le vere trasformazioni non avvengono improvvisamente, magari con un intervento violento. Solo con la pazienza si costruisce qualcosa di nuovo che trasforma il mondo.

Credere non vuol dire aspettarsi dei cambiamenti repentini nella storia di questo mondo, ma piuttosto essere convinti che Dio opera nel silenzio dei cuori e realizza quello che ha promesso, servendosi anche del poco o tanto che ciascuno di noi è riuscito a fare. Perciò la fede dà la possibilità di ricominciare sempre da capo, sapendo che solo un impegno attivo e non violento porterà il cambiamento dei cuori e di riflesso anche delle strutture di questo mondo. 

Tempo di Avvento B – 1. Domenica

Vigilanza e ricerca di Dio

La liturgia di questa domenica ha come tema la vigilanza, in quanto comporta una costante ricerca di Dio. La prima lettura si apre con un’accorata confessione dei peccati del popolo. Secondo la mentalità degli antichi profeti, le disgrazie sono la conseguenza della lontananza di Dio, causata dai peccati del popolo. Perciò il profeta si rivolge a Dio con questa invocazione: «Se tu squarciassi i cieli e discendessi!». Ciò si verifica quando l’uomo si rende conto, a partire dall’esperienza personale e di tutto il popolo, che Dio non abbandona mai la sua creatura, neppure quando sbaglia.

Nel brano del vangelo si parla della vigilanza che il discepolo di Gesù deve esercitare in attesa della sua venuta. In questo testo si rispecchia l’attesa del ritorno di Gesù che secondo i primi cristiani era imminente. Essi pensavano che Gesù avesse già inaugurato il regno di Dio, ma solo al momento del suo ritorno lo avrebbe attuato pienamente. Siccome questo evento non si era realizzato e non se ne prevedeva una realizzazione a breve scadenza, nasce il tema della vigilanza che significa non abbassare mai la guardia e non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento e dall’indifferenza.

La seconda lettura mette in luce l’importanza per una comunità cristiana di aspettare il ritorno di Gesù mediante l’esercizio dei doni ricevuti da Dio per mezzo suo. I credenti in Cristo sono ben equipaggiati per il tempo dell’attesa e Dio stesso si incarica di mantenerli irreprensibili.

Dio è presente, ma è nascosto e a volte sembra lontano e incapace di venire incontro ai bisogni di coloro che credono in lui. Questa sensazione provoca spesso delusione e stanchezza, specialmente quando sopravvengono le prove della vita. In queste circostanze la vigilanza consiste in una costante ricerca di Dio, con la convinzione che Dio non abbandona mai coloro che credono in lui. Ciò esige però che ci si aspetti da Dio non la liberazione dalle sofferenze della vita ma la capacità di servirsene per la ricerca di un bene più grande.

Tempo Ordinario A – Festa di Cristo Re

Il giudizio finale

Il tema di questa celebrazione liturgica è quello del giudizio finale. Nella prima lettura Dio è presentato come giudice in quanto pastore del gregge. Questa immagine contiene una forte protesta contro i capi di Israele, immaginati come pastori che hanno portato il gregge alla rovina. Perciò Dio interviene mettendosi lui stesso a capo del gregge. Egli svolge il compito di giudice perché è il pastore del gregge ed è interessato unicamente al bene delle sue pecore.

Nella parabola del vangelo viene presentata l’immagine del giudizio, nel quale è Gesù che svolge il ruolo di pastore e di giudice.La scena riguarda gli ultimi tempi. Allora Gesù separerà i buoni dai cattivi. I buoni sono coloro che, a qualunque nazione o religione appartengano, hanno avuto misericordia per gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i poveri, i malati, i prigionieri. In tutti costoro essi, pur senza conoscerlo, l’hanno incontrato. La fine dei tempi, come la fine di ciascuno, è un buon punto di osservazione per valutare la situazione presente. Quando ormai tutto sta per essere perso, si capisce che l’unica cosa importante è la misericordia e l’amore fraterno verso i poveri e i bisognosi. In questo consiste la salvezza di una persona e di tutta la società. Ma che cosa Gesù si aspettava da quelli che così l’hanno incontrato? La parabola suggerisce alcuni verbi: dar da mangiare, accogliere, vestire, visitare. Indicano opere di misericordia rivolti alla persona in quanto tale. Questo aspetto è molto importante, perché l’amore non si nutre di belle parole ma di rapporti personali che coinvolgono tutta la persona, anima e corpo.

Anche nella seconda lettura Gesù viene immaginato come un re che ha ottenuto il trono, ma deve ancora vincere del tutto le potenze nemiche, prima di consegnare il regno al Padre. Questa immagine mette in luce un aspetto complementare a quello segnalato nel vangelo: l’amore per gli ultimi non è vero e adeguato se non mette in questione i poteri che determinano miseria e sfruttamento di una parte così grande di popolazione.

L’incontro con Gesù è determinante per la salvezza di tutti. Ma questo incontro non avviene semplicemente all’interno di una comunità. Gesù infatti è presente nei poveri e nei diseredati, nei quali ciascuno può incontrarlo, anche senza una specifica vita religiosa. Oggi si sente la necessità di eliminare le cause del disagio sociale: la ineguale distribuzione dei beni, le carceri sovraffollate, la crisi del mondo giovanile, il commercio internazionale, la vendita di armi. Ciò è molto importante, ma il nemico da sconfiggere è prima di tutto dentro di noi e si sconfigge solo condividendo la sorte degli ultimi di questo mondo.

Tempo Ordinario A – 33. Domenica

L’impegno delle buone opere

Il tema di questa liturgia domenicale è quello segnalato nella prima lettura in cui si presenta l’esempio di una donna saggia e laboriosa, che non si stanca di provvedere al bene della sua famiglia e si preoccupa anche degli estranei e dei poveri. Questa donna non ha impegni sociali o politici, come oggi ci si aspetterebbe, ma riveste un ruolo fondamentale all’interno della famiglia. Con la sua vita laboriosa, che non concede nulla all’inerzia e al disimpegno, ella contribuisce al benessere di tutti. 

Nella parabola dei talenti, riportata nel vangelo, l’accento è posto sulla diversità tra il comportamento dei primi due servi e quello del terzo il quale, per paura, non traffica il talento ricevuto. Sulla bocca di Gesù quest’ultimo rappresenta simbolicamente i devoti del suo tempo i quali, preoccupati di osservare i minimi dettagli della legge, non accettano il suo messaggio di salvezza. Per Matteo, che riporta la parabola in funzione dei suoi lettori, quando ormai il ritorno di Gesù non appare più come imminente, Dio dà a ciascuno i suoi doni in base alle sue capacità e si aspetta che faccia del suo meglio in rapporto con ciò che ha avuto; però il premio è uguale per tutti. Il servo fannullone rappresenta quei cristiani che dominati dalla paura del castigo divino sono preoccupati di osservare dei comandamenti ma non si impegnano in un servizio di amore per il bene comune. Quindi la parabola punta da una parte al superamento di una visione legalistica del rapporto con Dio e, dall’altra, all’esigenza di una vita cristiana all’insegna della fedeltà al vangelo. 

Nella seconda lettura l’impegno cristiano, nell’attesa del regno di Dio, viene sintetizzato in due parole: vigilanza e sobrietà. Queste due parole indicano non tanto una pratica religiosa, quanto piuttosto l’impegno per creare una società più fraterna e solidale. 

Spesso i cristiani si sono accontentati di riti, preghiere stereotipate, devozioni, con l’intento di farsi dei meriti e così sfuggire al pericolo dell’inferno. Per Gesù nonè importante l’osservanza dei comandamenti, ma la disponibilità ad accogliere i doni di Dio e a farli fruttificare. E questo non per avere una ricompensa o evitare un castigo, ma per entrare nella gioia di Dio, cioè per vivere in sintonia con lui e attuare quei valori da cui dipende la felicità, in questa e nell’altra vita. È squalificato non chi produce meno, ma chi non si fida della misericordia di Dio.

Tempo Ordinario A – 32.Domenica

La ricerca della sapienza

Il tema di questa liturgia domenicale è quello della sapienza di cui si parla nella prima lettura. La sapienza rappresenta Dio stesso in quanto è presente nelle sue creature come energia vitale che ne garantisce l’ordine e l’armonia. In questo senso la sapienza precede l’iniziativa di ogni essere umano che però deve ricercarla mediante l’esercizio della ragione e la riflessione su se stesso e sulle realtà di questo mondo: solo così ciascuno impara a rapportarsi in modo corretto con l’ambiente e con le persone che lo abitano. È una ricerca che non è mai finita, perché il mondo è estremamente complesso e mutevole.

Nel vangelo viene riportata la parabola delle vergini sagge e di quelle stolte. Non dobbiamo fermarci in superficie, chiedendoci perché si parla di vergini e non di semplici ragazze o perché le stolte non hanno portato l’olio e le sagge hanno rifiutato di condividere con loro quello che avevano. Bisogna andare al centro della parabola che pone l’accento sulla sapienza di vita che coincide con la vigilanza. Gesù indica il regno di Dio, cioè un mondo migliore, verso il quale dobbiamo tendere in tutte le nostre scelte. Per fare ciò non bastano i sacramenti, la messa domenicale o la fede nei dogmi della Chiesa. Quello che si richiede è aderire alla persona di Gesù, trovando nel suo insegnamento non verità preconfezionate ma lo stimolo a ricercare, con la nostra ragione, quella sapienza che deve animare tutte le nostre scelte. L’incontro con lui non deve essere rimandato alla fine dei tempi o al momento della nostra morte, ma deve essere un’esperienza quotidiana che trasforma la nostra vita. Se si abbassa la guardia le conseguenze saranno negative non solo per chi sbaglia ma anche per tutta la società e per le generazioni future.

Nella seconda lettura Paolo parla della risurrezione finale e dell’incontro con il Signore risorto. È chiaro che egli usa le immagini del suo tempo. Noi non sappiamo che cosa avverrà quando finirà il corso della nostra vita personale o quello dell’umanità e del cosmo intero. L’importante è credere che nulla andrà perduto di quanto noi siamo e facciamo non solo per il bene nostro e degli altri, ma anche per l’ambiente in cui viviamo.

Il mondo è la casa che Dio ha disposto non solo per noi e per le generazioni che ci hanno preceduto, ma anche per quelle che verranno. Per questo dobbiamo comportarci con saggezza nei confronti di tutte le realtà che lo abitano. Per fare ciò noi credenti non riceviamo un supplemento di rivelazione ma uno stimolo a ricercare, alla luce del Vangelo, il bene in tutti i suoi aspetti, in sintonia con la ricerca di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. 

Tempo Ordinario A – 31. Domenica

Non padri ma fratelli

Nella prima lettura il profeta Malachia indica il tema di questa liturgia che consiste nella fraternità che deve realizzarsi all’interno di una comunità cristiana. Il profeta accusa i sacerdoti, capi religiosi di Israele, di aver deviato dalla retta via e di essere stati d’inciampo a molti. Ciò avviene quando il ministro di una comunità la gestisce in modo dispotico, in funzione dei propri interessi. Il profeta aggiunge: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre?». Di fronte a Dio tutti i credenti sono uguali. Il capo religioso deve dunque mettersi al servizio di una vera fraternità. Ma ciò è possibile solo se anche i semplici credenti assumono un ruolo attivo nella comunità. 

Nel vangelo Gesù è molto drastico: sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Pongono sulle spalle della gente fardelli che loro non toccano neppure con un dito. Fanno tutto per essere ammirati, adottano abbigliamenti speciali, cercano i primi posti, vogliono essere salutati e chiamati rabbi dalla gente. Ce n’è abbastanza per caratterizzare una categoria di persone che non sono a servizio della comunità ma si servono della religione per i propri interessi. Così facendo favoriscono non l’amore di Dio e del prossimo ma il culto della propria personalità. Da qui hanno origine tante distorsioni religiose che sfociano nei surrogati della vera fede, cioè nel devozionalismo e spesso nella superstizione. Perciò Gesù invita i suoi uditori a fare quello che dicono ma non a imitare quello che fanno. Poi, rivolgendosi ai suoi discepoli, li esorta a non farsi chiamare rabbi, maestri, guide, perché uno solo è il loro Maestro ed essi sono tutti fratelli. Le guide religiose non devono sentirsi al di sopra dei semplici fedeli ma devono essere operatori di fraternità. E ai fedeli spetta il compito di ritrovare la propria dignità di figli di Dio: ciò significa non delegare a nessuno la propria ricerca religiosa, mantenendosi aperti e disponibili verso tutti quelli che cercano Dio, a qualunque religione, popolo o cultura appartengano.

Nella seconda lettura Paolo presenta l’ideale del vero leader religioso che consiste nell’amare la propria gente e mescolarsi con essa, condividendone il lavoro, le gioie, le sofferenze e le difficoltà della vita. Solo così potranno comunicare la «parola di Dio» che è tale perché non resta alla superficie ma penetra nel cuore. Ma ciò esige scambio, comunicazione, dibattito. La parola di Dio non consiste infatti in un complesso di verità astratte, definite una volta per tutte, ma in un messaggio capace di coinvolgere le persone di trasformare la loro vita.

Siamo in un periodo in cui tanti abbandonano la pratica religiosa. Spesso si attribuisce questo esodo a un materialismo pratico che esclude il soprannaturale. Ma ciò è dovuto piuttosto a una struttura in cui tutto viene dall’alto, senza coinvolgere le persone nella ricerca di una spiritualità per i nostri tempi. Perciò sono i leader religiosi che per primi dovrebbero mettersi in questione per imparare ad animare la ricerca di fede di quanti sono loro affidati, senza dare nulla per scontato e avendo come punto di riferimento il vangelo e come unico scopo la fraternità. 

Tempo Ordinario A – 30. Domenica

Il vero amore di Dio

La liturgia di questa domenica ha come tema l’amore di Dio e del prossimo. Nella prima lettura vengono riportate alcune prescrizione del cosiddetto Codice dell’alleanza, una raccolta di precetti che forse è la più antica di tutta la Bibbia. Esse puntano sulla giustizia. Non si deve molestare né opprimere il forestiero. Non bisogna maltrattare la vedova e l’orfano. È proibito il prestito a interesse. E infine bisogna restituire a sera il mantello del povero preso come pegno per un prestito. Si tratta solo di alcuni esempi. L’esigenza fondamentale è quella di far sì che i diritti di ogni persona siano riconosciuti e difesi.

Nel vangelo Gesù affronta il tema dei rapporti del credente con Dio e con il prossimo. Secondo Matteo, lo scriba che pone a Gesù la domanda circa il comandamento più grande vuole metterlo in difficoltà; in realtà nelle sue parole si riflette la preoccupazione, tipica del giudaismo, di trovare un punto di unità fra le diverse prescrizioni della legge. Mentre la domanda verteva su un solo comandamento, la risposta di Gesù è più articolata. Prima cita il comandamento, contenuto nel libro del Deuteronomio, che prescrive di amare Dio con tutto il cuore, sottolineando che «questo è il più grande e primo comandamento»; poi aggiunge un altro comandamento preso dal libro del Levitico: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». E commenta: «Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti». Con queste parole Gesù vuol dire che per piacere a Dio non è sufficiente praticare la legge, che prescrive la giustizia sociale, ma ci vuole l’amore, la cui importanza e sottolineata dai profeti. Inoltre Gesù vuol far capire che non si può amare Dio se non si ama il prossimo e viceversa. L’amore non è un semplice sentimento ma implica un impegno nei confronti dell’altro che, a partire dal Creatore, si estende a tutte le sue creature.

Nella seconda lettura Paolo loda i tessalonicesi perché hanno partecipato con lui alla diffusione del vangelo. L’Apostolo parla di una comunità che è tutta missionaria, e lo è soprattutto perché rifiuta un modello di vita basato sull’egoismo e si impegna affinché il valore supremo dell’amore pervada tutta la società. 

L’amore verso Dio esige dunque che sia riconosciuto a ognuno i diritti che gli competono come persona umana; questo scopo però non si consegue solo emanando leggi giuste ma praticando l’amore e la fraternità. La pratica dell’amore così inteso è una missione che ha come scopo la creazione di un mondo migliore. Più che convertire gli altri al cristianesimo, è necessario lottare con tutti gli uomini di buona volontà perché questo ideale di fraternità si realizzi. 

Tempo Ordinario A – 29. Domenica

Fede e potere politico

La liturgia di questa domenica propone un tema molto attuale, quello cioè del rapporto tra fede e politica. Nella prima lettura si parla di Ciro, un re persiano che ha abbattuto il potente impero babilonese e si è impadronito dei territori che gli appartenevano. Per i giudei esuli in Babilonia è stato il segnale della riscossa, in quanto Ciro ha emanato un editto con il quale permetteva a loro, come a tutti i popoli che erano stati deportati dai babilonesi, di ritornare nella propria terra. Il profeta che ha scritto questo testo vede in Ciro addirittura l’«eletto» (Messia) «l’uomo della provvidenza» e gli annunzia una particolare predilezione da parte di YHWH, il Dio dei giudei. Anche se lui non lo conosce, Dio lo ha scelto come strumento per realizzare il suo progetto di salvezza. Il potere politico è dunque legittimo ma solo nella misura in cui promuove il bene comune.

Nel vangelo viene riportata subito all’inizio una frase di appezzamento nei confronti di Gesù, tanto più valida in quanto pronunziata dai suoi avversari: Gesù annunzia con franchezza la via di Dio e non guarda in faccia a nessuno. Dopo questa introduzione, i suoi interlocutori gli chiedono se sia lecito pagare il tributo a Cesare: essi sanno che rifiutandolo aderiva ai movimenti di ribellione contro i romani mentre approvandolo andava contro gli umori di tanti suoi connazionali. Gesù risponde con la frase famosa e spesso ripetuta: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Si tratta di un testo che lungo i secoli è stato interpretato nei modi più svariati e applicato alle situazioni più diverse. Con questa frase, presa nel suo contesto originario, Gesù non vuole dire che il potere romano è legittimo, ma rifiuta di aderire a un’opposizione al regime che faceva ricorso a metodi violenti. Al tempo stesso però, in sintonia con tutto l’insegnamento biblico, sottolinea come l’unica cosa importante, a cui non si può e non si deve mai derogare, sia l’impegno di «dare a Dio ciò che è di Dio», cioè di sottomettersi a lui, nella ricerca del suo regno e della sua giustizia.

Nella seconda lettura Paolo elogia i destinatari del suo scritto per la loro fede operosa, il loro amore e la loro speranza. Per lui è importante che le opere del credente siano ispirate dall’amore che ha la sua fonte nella fede e va di pari passo con la speranza in un mondo migliore.

Gesù dunque chiede al credente di intervenire nel campo politico, non con lo scopo di ottenere privilegi o di imporre schemi precostituiti, ma in funzione di una società più giusta e solidale. È chiaro che ciò può creare dei conflitti, specialmente quando una nazione è governata da un regime dispotico. In questo caso Gesù non esclude for­me di ribellione o di disobbedienza civile. Quello che rifiuta è la violenza in tutti i suoi aspetti. Egli stesso ha dato l’esempio, pagando di persona per le sue scelte.

Tempo Ordinario A – 28. Domenica

La convivialità

Il tema di questa liturgia è quello della convivialità come base dei rapporti nella chiesa e nella società. Nella prima lettura la convivialità viene presentata come lo scopo per cui Dio opera nel mondo. Alla fine dei tempi Dio imbandirà un grande banchetto su un’alta montagna. Esso è offerto a tutte le genti, senza alcuna discriminazione, e comporta la pace universale, a cui tutti sono chiamati. E con la pace viene attuato il benessere più grande: persino la morte è eliminata per sempre. Ma il punto centrale è la rimozione del velo che copriva la faccia di tutti i popoli. Questo velo significa l’incapacità di vedere e di capire il progetto di Dio in base al quale tutti gli esseri umani sono un’unica cosa, tutti sono chiamati alla salvezza, cioè a un rapporto d’amore vicendevole. 

Nel brano del vangelo viene riportata la parabola del banchetto nuziale. Anzitutto bisogna notare il paradosso: i ricchi che avevano il privilegio di essere invitati, contrariamente a ogni aspettativa, non sono interessati;. Secondo Matteo il banchetto è preparato da Dio per suo figlio, cioè Gesù, il Messia atteso dai giudei; i primi invitati che hanno rifiutato violentemente di partecipare alle nozze sono i giudei che non hanno riconosciuto Gesù come Messia; perciò sono puniti con la distruzione di Gerusalemme, la città santa, da parte dei romani (70 d.C.) e al loro posto vengono invitati tutti, buoni e cattivi, senza alcuna discriminazione, e il loro privilegio di popolo eletto passa ad altri, cioè ai discepoli di Gesù. Infine Matteo riporta il caso dell’invitato privo dell’abito nuziale, che è cacciato via dalla sala: con esso l’evangelista vuole far capire che al dono di Dio deve corrispondere la collaborazione umana. Più a monte, però, con questa parabola Gesù voleva esprimere l’amore universale di Dio che sta ormai attuando il suo regno nel mondo. In questo regno non ci sono privilegiati ma tutti partecipano ugualmente alla felicità che Dio dona ai suoi fedeli. Per tutti è arrivato il tempo della gioia e dell’abbondanza.

Nella seconda lettura viene riportato un esempio di solidarietà evangelica. Paolo ringrazia i filippesi per gli aiuti materiali che gli hanno inviato in un momento di particolare sofferenza. Ma per lui non era questa la cosa più importante: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza, sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà forza». Ciò che egli apprezza è soprattutto la loro disponibilità a collaborare con lui nell’annunzio del Vangelo.

La visione del regno di Dio come un banchetto fraterno ha un forte impatto sul modo di concepire la Chiesa. Essa non è un popolo eletto ma solo una comunità di fratelli e sorelle che accolgono il messaggio di Gesù e si riuniscono a mensa con lui. E mangiare insieme significa dialogare, ricordare, scambiarsi esperienze, esprimere desideri e aspirazioni comuni. Da ciò deriva l’impegno per la fraternità nei diversi campi della vita comunitaria e sociale,in stretta collaborazione con tutti coloro che, pur non aderendo alla Chiesa o appartenendo ad altre religioni, sono orientati verso i valori annunziati da Gesù.