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Settimana Santa – Giovedì

La cena del Signore

La celebrazione del Giovedì Santo è dedicata al ricordo dell’ultima cena del Signore. Spesso si parla dell’istituzione dell’Eucaristia, come se Gesù in questa occasione avesse dato ai ministri della Chiesa un potere speciale, quello di celebrare un rito in forza del quale egli si rende presente sotto le specie del pane e del vino, Dai testi proposti dalla liturgia risulta invece che l’ultima cena è stato un momento importante nel quale Gesù ha espresso la sua morte imminente come espressione di una profonda comunione con i suoi discepoli e ha chiesto loro di ripetere questa esperienza nei loro incontri comunitari in modo da ricordarlo e da continuare la sua opera. Il pane e il vino sono quindi il segno efficace della presenza reale di Gesù nella sua comunità. Non si tratta dunque di un rito che è valido se è compiuto secondo le disposizioni della Chiesa ma piuttosto di un “sacramento”, cioè di un segno sacro che è efficace nella misura in cui chi lo compie fa veramente l’esperienza di un incontro con il Signore e di una vera comunione con i fratelli.

Perché l’Eucaristia raggiunga veramente il suo significato è necessario che ciascuno dei presenti, proprio in forza della sua fede stabilsca con gli altri membri della comunità un rapporto d’amore che si trasforma in un servizio vicendevole. Nella celebrazione questo dovrebbe consistere nell’ascolto delle Scritture, nella comunicazione delle proprie esperienze e nell’ascolto di quelle degli altri, nella messa in comune della propria ricerca di fede. Il momento dell’incontro fraterno dovrebbe così aprire il cuore nei confronti non solo di quelli che professano la stessa fede ma di tutti coloro con i quali in qualche modo si entra in contatto. Solo così è possibile annunziare, con le parole e con i fatti, la morte di Gesù, finché egli venga.

Tempo Ordinario A – 22. Domenica

Il significato della sofferenza

La sofferenza è una realtà misteriosa, difficile da capire. La prima lettura presenta, con le sue stesse parole, l’esperienza che ha fatto uno dei grandi profeti, Geremia. Egli deve annunziare la rovina a un popolo ribelle, che lo considera come un profeta di malaugurio e perciò lo perseguita. Geremia ne è amareggiato al punto che vorrebbe tirarsi indietro, rinunziare alla sua missione. Ma non ci riesce perché la parola di Dio gli brucia dentro come un fuoco. Suo malgrado dovrà riconoscere che un compito così importante come quello che ha ricevuto richiede la disponibilità anche a una grande sofferenza.

Nel brano del vangelo si narra che anche Gesù è andato consapevolmente incontro alla sofferenza e alla morte. Nel contesto immediato non si dice quali sono stati i motivi che lo hanno messo su questa strada. Dalle sue parole traspare però che per lui si tratta di un percorso obbligato per portare a termine la sua missione. Quando egli ne parla con i suoi discepoli, Pietro reagisce rifiutando drasticamente questa prospettiva. La sua opposizione non deriva semplicemente dall’affetto verso il Maestro o dalla paura di fare la sua stessa fine. Pietro, seguendo Gesù, ha creduto che lui era il Messia e che la venuta del regno di Dio da lui annunziato era imminente. Per Gesù si tratta però di prepararsi con un impegno non violento per gli ultimi di questo mondo, assumendosene le conseguenze; Pietro invece pensa a un gesto di potenza contro i nemici di Dio e del suo popolo, gli odiati romani. Gesù e Pietro sono uno accanto all’altro, aspettano la venuta del regno di Dio ma pensano che ciò si verificherà con modalità diverse. Con il suo rimprovero Gesù vuole fugare ogni equivoco e invita Pietro a mettersi al suo seguito non solo esternamente ma anche con il cuore. E subito dopo gli indica la via della sequela, che consiste nel rinnegare se stesso e nell’accettare la croce come espressione del dono di sé.

Nella seconda lettura Paolo invita i cristiani di Roma a offrirsi a Dio come sacrificio vivente. E li esorta a non conformarsi alla mentalità di questo mondo. Per seguire veramente Gesù dobbiamo distaccarci da tante cose, soprattutto da noi stessi e dai nostri interessi materiali. Dio non vuole preghiere meccaniche o gesti rituali ma il dono di sé che consiste nel fare la sua volontà, cioè nella ricerca del bene in tutti i suoi aspetti.

Di fronte alle situazioni ingarbugliate dei nostri giorni, il Vangelo ci richiama alla necessità di fare delle scelte radicali. Magari non si tratterà di mettere in pericolo la nostra vita, anche se a volte ciò può avvenire, come è capitato ai medici e agli infermieri che hanno curato i malati di coronavirus. Il più delle volte dovremo semplicemente chiederci da che parte stiamo, che cosa vogliamo raggiungere nella vita, a che cosa dobbiamo rinunziare per rendere migliore la nostra società. Oggi si parla spesso di riforme. Certo sono necessarie, specialmente se si vuole far ripartire il nostro Paese. Ma non dovrebbe trattarsi unicamente di un cambiamento di strutture. Quello che è necessario è soprattutto un cambiamento dei cuori. E questo dipende da noi, dalla nostra fede, dal nostro impegno per un mondo migliore.