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Tempo Ordinario B – 27. Domenica

La coppia di fronte al Vangelo

Le letture di questa domenica propongono il tema del matrimonio e della famiglia. Nella prima lettura viene riportato il racconto della creazione della donna. Contrariamente a quanto può sembrare, il testo non insegna l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, ma piuttosto la «specularità», cioè la sua complementarietà nei confronti dell’uomo. Ambedue derivano da un essere primordiale, Adamo, che viene come sdoppiato: la donna non è tratta da una sua costola ma dal suo fianco. Perciò uomo e donna tendono a ritrovare, mediante la loro unione, l’unità originaria.

Per quanto riguarda il brano del vangelo, bisogna evitare di interpretarlo come se Gesù promulgasse una legge più severa di quella sostenuta dai farisei. Gesù non si presenta mai come un legislatore, ma come colui che inaugura il regno di Dio, guarendo i mali dell’umanità e invitando tutti seguirlo in questo progetto di salvezza. In questa prospettiva egli rifiuta la consuetudine del ripudio, che umiliava la donna e la rendeva succube dell’uomo. Per contestarla Gesù si rifà al piano di Dio enunziato nella Genesi e prospetta il grande ideale di un’unione tra i coniugi che è basata sull’amore ed è causa di felicità. Per lui l’indissolubilità di questo legame non è una legge catenaccio ma un ideale a cui tendere e per la quale investire tempo, affetti, dialogo, partecipazione. Dal contesto in cui l’evangelista pone l’insegnamento di Gesù risulta che il successo della coppia deriva dal fatto che i due partner si incontrano in un progetto comune, quello cioè di operare insieme in vista del regno di Dio, cioè per un mondo migliore in cui predomina l’amore e la solidarietà.

La seconda lettura può essere letta facilmente nel contesto delle altre due. In essa Gesù viene presentato come colui che è diventato, per mezzo della sua sofferenza, l’uomo perfetto che guida i suoi fratelli alla perfezione. La sofferenza di cui si parla in questo brano non è imposta e neppure voluta da Dio ma è una conseguenza necessaria dell’impegno per il regno di Dio.

Da queste letture risulta che l’indissolubilità della coppia non è una legge ma una possibilità che è offerta ai credenti. Essi la possono ottenere solo se fanno proprio il progetto di Gesù: questo significa cercare insieme la propria felicità come parte di un bene più grande, che riguarda tutta l’umanità. A tale scopo i coniugi devono mettere nel conto non solo gioie e soddisfazioni, ma anche tante sofferenze che provengono dall’impegno comune per gli altri. La comunità cristiana dovrebbe dare un sostegno alle coppie attraverso la comunione fraterna, senza imporre regole che derivano non dal vangelo ma da consuetudini del passato.

Assunzione di Maria

Maria, figura e madre della Chiesa

Nel Nuovo Testamento non si parla dell’assunzione di Maria in cielo. È questa una pia credenza che si è fatta strada per esprimere la piena solidarietà di Maria con il suo figlio Gesù. Il tema delle letture è quello di Maria, madre di Gesù, figura e madre della Chiesa. Nella prima lettura si presenta una grandiosa scena simbolica. In essa la donna che genera il figlio è Maria, ma è anche la Chiesa che è il corpo di Gesù e continua a generarlo in questo mondo.

Nel vangelo è Maria stessa che, nella preghiera a lei attribuita, esprime la sua fede. Maria crede in un Dio che ha fatto delle promesse che consistono nella venuta di quello che Gesù ha chiamato Regno di Dio, cioè un mondo di pace e di giustizia. Per questo afferma che Dio ha disperso i ricchi e i superbi e ha esaltato gli umili. Maria ne parla come di un progetto che si sta realizzando già ora, con la prossima nascita del suo figlio, e indica in se stessa la testimone di quanto sta avvenendo. Certamente Maria non pensa a un cambio di ruoli, alla sostituzione cioè degli attuali ricchi con quelli che ora sono poveri e viceversa. Cambierebbero i protagonisti, ma la situazione sarebbe la stessa. Maria invece dice che beati non sono i ricchi ma neppure i poveri, bensì quelli che hanno fede in un mondo migliore e sanno impegnarsi perché esso si realizzi.

Nella seconda lettura si parla di Cristo che un giorno, dopo aver sottomesso tutte le potenze del male, vincerà anche la morte e così potrà consegnare il regno al suo Padre celeste. Per la sua fede Maria già durante la vita ha vinto la morte ed è l’esempio di quanti, lottando per la vita degli altri, sono già loro stessi dei risuscitati.

Maria è la madre di Gesù e al tempo stesso la madre e l’immagine della Chiesa. Per Chiesa non intendo in primo luogo la gerarchia, con i suoi riti, i suoi dogmi, le sue strutture, ma la comunità dei credenti. È solo la comunità che fa nascere e crescere il Cristo nel cuore delle persone. In essa si esprime la certezza che il male non avrà il sopravvento. Maria non cerca persone devote che la preghino, magari aspettandosi favori, ma è vicina a quanti, come lei, si impegnano per un mondo migliore.

Tempo Ordinario B – 12. Domenica

La difesa dell’ambiente

Le letture di questa domenica ci offrono lo spunto per riflettere su un tema molto attuale, quello della difesa dell’ambiente. Nella prima lettura è Dio stesso che, parlando in mezzo all’uragano, dice a Giobbe: Sono io che ho dominato le acque del mare e ho fissato loro un limite. Queste parole si capiscono ricordando che gli abissi del mare sono visti nella Bibbia come la sede dei grandi animali, dei draghi mostruosi che sono considerati come simbolo dei poteri avversi a Dio. Nei loro confronti Dio ingaggia dunque uno scontro nel quale risulta vincitore. In termini mitologici si afferma che Dio è il creatore e il garante dell’armonia del cosmo.

Il brano del vangelo riprende a modo suo questo tema. Gesù sta attraversando il lago di Tiberiade per entrare in una regione abitata da gentili che, secondo la mentalità giudaica, sono facile preda delle potenze del male. Gesù sta per entrare nel loro territorio, il loro potere è in pericolo. In chiave nuovamente mitologica l’evangelista vuole dire che le potenze del male sconquassano non solo il mare ma anche tutto l’universo, in contrasto con un potere opposto, quello del bene comune di tutta l’umanità, rappresentata da Gesù. Questo scontro si verifica prima che nel cosmo nel cuore degli uomini. I discepoli sono terrorizzati e chiedono a Gesù di intervenire. Gesù lo fa rivolgendosi al mare come prima si era rivolto agli indemoniati. Anche alle potenze diaboliche che risiedono nei mari Gesù dice: «Taci, calmati!». E poi rimprovera i discepoli perché hanno avuto paura: a loro manca ancora la fede. Solo con la fede nei valori supremi della vita, che Gesù ha predicato fino alla morte, si vince il potere del male.

Nella seconda lettura Paolo afferma che Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Il peccato consiste nel «vivere per se stessi», cioè nel mettere al primo posto i propri interessi a scapito del bene comune. Gesù vince il peccato accettando con coraggio la sua morte in favore di tutti.

L’ingordigia umana ha messo in atto uno sfruttamento diffuso dell’ambiene e con esso anche di quelli che lo abitano. Cosmo e persone si integrano a vicenda. Di fronte a tanti soprusi noi taciamo perché abbiamo paura di perdere i nostri privilegi, il nostro benessere. Oggi l’esigenza di tutelare la casa comune si fa sempre più forte e imprescindibile. Gesù ci insegna che solo con la fede nella vita , nell’umanità e in ultima analisi in Dio Padre e nel suo regno, si vincono le potenze del male che dominano in questo mondo e provocano violenze e disastri. È una lotta cosmica che però inizia nei nostri cuori.

Tempo Ordinario B – 11. Domenica

La speranza cristiana

Il tema di questa domenica è quello della speranza. Ciò appare subito dalla prima lettura. Il ramoscello che è prelevato dal grande albero ed è piantato sul monte di Israele rappresenta gli esuli che si trovano in Babilonia: il profeta annunzia loro che un giorno ritorneranno e si ricostituiranno come popolo nella loro terra. L’oracolo contiene anche la speranza in una figura di re fedele mediante il quale Dio farà rivivere il suo popolo. Gli uccelli del cielo che si riparano all’ombra dei suoi rami sono le nazioni che un giorno si uniranno a Israele per costituire insieme un’umanità nuova. Tutto ciò è attribuito alla potenza di Dio «che umilia l’albero alto e innalza l’albero basso».

Anche le due parabole di Gesù riportate da Marco sono un richiamo alla speranza. Il seme viene gettato nel terreno e sembra che scompaia, che muoia o magari che sia mangiato dagli uccelli. L’impressione è quella di uno spreco, mentre la gente ha un bisogno immediato di alimentazione. Per di più il contadino non può farci nulla, non può garantire che il seme cresca e dia il raccolto sperato. Non può far altro che attendere e sperare. Ma nel frattempo il seme cresce e produce spighe piene di chicchi che egli raccoglie con soddisfazione. La stessa cosa capita per il granello di senape che, nonostante la sua piccolezza, produce un grande albero, unicamente per la forza che ha in sé. Ciò avviene perché così operano le leggi della natura. Il contadino sa come andranno le cose. Non si lascia condizionare dalle apparenze. Con queste due parabole Gesù vuole dire che il regno di Dio fa la sua strada, anche se non con le modalità che vorremmo noi.

Nella seconda lettura la speranza è proiettata verso un’altra vita che ci sarà data dopo la morte. Ma questa nuova vita comincia già quaggiù, se noi ci sforziamo di essere graditi al Signore, cioè di vivere secondo gli ideali da lui proposti nel vangelo.

La fede in un Dio che è padre di tutti porta con sé la speranza in un mondo migliore, verso il quale tende la storia umana. I segni di questo mondo nuovo ci sono, ma spesso non li sappiamo vedere perché ci aspettiamo solo un progresso materiale a nostro vantaggio, non importa se gli altri ne sono esclusi. Invece ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici è un mondo più giusto e solidale, in cui tutti sono fratelli. Se siamo disposti, come il contadino che getta il seme nel terreno, a sacrificare qualche cosa perché questo mondo nuovo si realizzi, allora ci renderemo conto che le cose cambiano per il meglio, anche se non con i ritmi che ci aspetteremmo. 

Tempo Ordinario B – 05. Domenica

La guarigione di un popolo

Le letture di questa domenica affrontano il tema della malattia e della sua guarigione. Nella prima lettura si descrivono, con le parole di Giobbe, gli effetti della malattia: sofferenza, insonnia, angoscia e solitudine. Spesso uno si ammala perché è isolato, depresso, privato della sua libertà, incapace di far fronte alle situazioni difficili della vita. Nell’uomo il corpo e l’anima sono un tutt’uno, non si possono separare. Perciò la guarigione di una persona implica anche una trasformazione dei suoi rapporti con la realtà in cui si trova e con le persone che la circondano.

Nel vangelo si descrive l’attività di Gesù che, dopo aver chiamato i primi discepoli e aver liberato un indemoniato, guarisce la suocera di Pietro. Per fare ciò egli la «prende per mano»: così facendo esprime nei suoi confronti una profonda solidarietà, che la porta, appena guarita, a prodigarsi per gli altri; è questo anche un segno del superamento della barriera che isolava la donna a motivo delle rigide norme di purità. Verso sera, Gesù guarisce molti malati e soprattutto scaccia i demoni: così facendo egli guarisce le malattie del corpo e al tempo stesso risana un male più profondo, simboleggiato negli spiriti impuri, che è la conseguenza dello sfruttamento, dell’emarginazione e della violenza a cui tanti sono sottoposti. Le folle che si accalcano intorno a lui sono segno di un popolo che, proprio per i gesti di Gesù, viene risanato e riconciliato. La preghiera di Gesù nella notte mostra bene come Gesù sia in stretto contatto con quel Dio, del cui regno annunzia la venuta. Al mattino Gesù si rifiuta di tornare dalla folla che lo aspetta perché non vuole lasciarsi chiudere nel ruolo di guaritore e, d’altra parte, intende estendere anche ad altri la sua opera di annunziatore del regno di Dio.

Nella seconda lettura è Paolo che esprime il suoi impegno di farsi tutto a tutti, senza aspettare nessuna ricompensa. Egli pensa che sia quaesto il modo migliore di annunziare il vangelo, perché la sua forza trasformatrice si rivela unicamente nella solidarietà.

Il nostro compito principale come cristiani non è prima di tutto quello di cambiare le strutture che regolano la vita civile ma quello di risanare le ferite provocate nelle persone da pesanti condizionamenti come sfruttamento, violenza, solitudine. E ciò significa soprattutto stringere rapporti nuovi di amicizia, di solidarietà, con i quali si risanano gli altri ma di riflesso se stessi. Molte sofferenze restano, ma quello che importa è dare loro un senso, facendole diventare un mezzo per creare amore e solidarietà. 

Tempo Ordinario B – 04. Domenica

Contro il potere del male

Il tema di questa domenica è speculare rispetto a quello di domenica scorsa in quanto presenta la lotta di Gesù contro i demoni come l’espressione più significativa della venuta del regno di Dio.

La prima lettura presenta la figura del profeta fa da sfondo al tema dell’autorevolezza di Gesù di cui si parla nel brano del vangelo. Il profeta non aveva nessun potere dal punto di vista politico, ma era considerato come il continuatore dell’opera di Mosé. Spettava infatti a lui il compito di tener vivo il ricordo di quanto Dio aveva fatto per la liberazione del popolo e di richiamarlo alla fedeltà verso il suo Dio. Sono i profeti che hanno messo in guardia gli israeliti dal rischio di seguire altre divinità e hanno annunziato il castigo per i loro peccati, ma al tempo stesso hanno garantito loro il perdono e la misericordia di Dio.

Nel brano del vangelo, dopo aver detto che Gesù annunzia la venuta del regno di Dio, l’evangelista spiega che cosa ciò significava in un ambiente come il suo. In esso la dominazione romana, appoggiata dai sacerdoti, provocava oppressione, fame, schiavitù e anche gravi disturbi mentali. Annunziando la venuta del regno di Dio, Gesù prometteva un capovolgimento della società in forza del quale avrebbero avuto il primo posto i poveri, i malati, gli esclusi. Come prova di ciò l’evangelista racconta subito dopo che Gesù libera un indemoniato. La possessione diabolica è una metafora che indica l’effetto della violenza di ogni tipo che colpisce gli individui e la società. La liberazione dell’indemoniato è dunque il segno della vittoria di Dio sul potere del male e quindi la prova che il suo regno è vicino. Perciò Gesù è riconosciuto fin dall’inizio del suo ministero come un maestro autorevole, che accompagna le parole con i fatti. Egli però non accetta di essere chiamato «santo di Dio» perché non ha bisogno di titoli onorifici o approvazione. L’evangelista attesta qui per la prima volta il suo rifiuto di qualifiche che lo avrebbero trascinato nel campo di un messianismo nazionalista contrario alle sue scelte. 

Nella seconda lettura Paolo, in vista dell’imminente ritorno di Gesù, afferma che può essere consigliabile, a chi si sente chiamato, la rinunzia al matrimonio. Così facendo egli non intende svalutare la vita matrimoniale ma vuol far capire che esiste anche un’altra modalità, secondo lui più efficace, di prepararsi al ritorno ormai imminente di Gesù. Al di là del dilemma matrimonio-celibato, quello che conta è l’adesione al programma di liberazione annunziato da Gesù.

Come Gesù, anche il credente deve essere autorevole sia nella società che nella famiglia e nella comunità. Ma egli lo diventa a condizione di comportarsi in sintonia con ciò in cui crede. La nostra società sarebbe diversa se i credenti fossero veramente persone autorevoli, capaci cioè di impegnarsi fino in fondo per attuare un mondo più giusto e solidale.

Tempo Ordinario B – 03. Domenica

Chiamati per il regno di Dio

Il tema del vangelo di questa domenica è la venuta ormai prossima del regno di Dio annunziato da Gesù. La prima lettura è stata scelta per introdurre questo tema. Giona però non porta a Ninive un lieto annunzio, ma un annunzio di sventura: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». L’autore di questo libretto non dice quale fosse il peccato di questa grande città, ma lo possiamo dedurre dalle accuse dei profeti, in modo speciale di Naum, che descrive la distruzione della città: idolatria, ingiustizia, sfruttamento e oppressione nei confronti dei più deboli. Nella predicazione di Giona però era implicita una buona notizia: la possibilità per i niniviti di essere preservati da tale castigo a patto che si convertissero. È quanto essi fanno e Dio cambia idea ed evita di fare il male che aveva minacciato.

Secondo il vangelo di Marco invece Gesù non pone nessuna condizione. Il suo vangelo è una buona notizia perché annunzia che Dio agisce di sua iniziativa e gratuitamente per trasformare il mondo. Il suo regno consiste in un mondo nuovo, dove tutti sono fratelli e sorelle e condividono in pace i doni che Dio ha fatto a tutti i suoi figli. Per lui la conversione consiste non in una confessione dei peccati o in riti penitenziali come quelli praticati dai niniviti o il battesimo amministrato da Giovanni il Battista, ma semplicemente nel credere a questa buona notizia, lasciandosi coinvolgere nella nuova realtà a cui Gesù dava inizio. Tutto il resto sarebbe scaturito spontaneamente da questa scelta. Come esempio dell’efficacia di questa buona notizia l’evangelista riferisce la chiamata dei primi discepoli, i quali sono così fortemente attratti da Gesù da lasciare tutto per mettersi al suo seguito. Il costituirsi del gruppetto dei discepoli è il segno più evidente che Dio sta già realizzando il suo regno.

Ma allora che cosa implica la chiamata di Gesù? Lo spiega Paolo nella seconda lettura quando invita i corinzi a vivere «come se…». Questa espressione potrebbe essere interpretata come un invito all’ipocrisia. Invece con essa Paolo li esorta a non dare un valore assoluto ad alcuna realtà terren:, i soldi, il matrimonio e la famiglia, le gioie e i dolori della vita. In altre parole, Paolo invita ad adottare nei rapporti con gli altri una logica nuova, che è quella dell’amore e della solidarietà. Infatti questo mondo è destinato a finire mentre i valori del regno di Dio rimangono in eterno. 

La chiamata a seguire Gesù esige anche da noi la disponibilità ad aprire gli occhi, a vedere l’opera di Dio che si realizza già ora mediante tanti uomini e donne di buona volontà, che si lasciano affascinare dai valori del Regno da lui annunziato. Ciò implica un cambiamento radicale di mentalità che comporta un diverso modo di vivere. Seguire Gesù non significa essere muti consumatori di servizi religiosi ma impegnarsi per un mondo nuovo, conforme ai valori del vangelo.

Tempo di Avvento B – 2. Domenica

Un percorso di liberazione

La prima lettura, citata anche nel brano del vangelo, indica la liberazione come tema di questa seconda domenica di Avvento . Infatti nel brano del Deutero-Isaia il profeta proclama ai giudei esuli in terra di Babilonia un lieto annunzio: Dio ha posto fine alla loro schiavitù e, come fa un pastore con il suo gregge, li guida attraverso il deserto verso la terra promessa. Come nell’esodo dall’Egitto, un gruppo di sbandati, mentre affrontano insieme gli ostacoli apparentemente insormontabili che si frappongono al loro cammino, ritrovano la loro identità di popolo. Tutto sembrava perduto, invece la vita riprende più rigogliosa che mai.

Nel brano del vangelo Marco racconta la comparsa di Giovanni il Battista, presentandolo come il precursore di Gesù. Giovanni annunzia l’arrivo di uno più forte di lui, al quale non è degno di sciogliere i legacci dei calzari. Per andargli incontro in modo degno egli indica tre condizioni: conversione, confessione e battesimo. La conversione, nel linguaggio biblico, non significa né cambiare religione né cambiare vita, ma un «ritornare al Signore» che, nella lingua greca, viene interpretato come «cambiare mentalità». La confessione dei peccati significa riconoscere pubblicamente i propri limiti, i propri errori, con la disponibilità a cambiare il proprio comportamento.Il battesimo infine è un segno della purificazione interiore che ne consegue.Giovanni sceglie come luogo della sua predicazione proprio il deserto, perché è in esso che si era attuata la liberazione di Israele, sia nell’esodo dall’Egitto che nell’uscita dall’esilio babilonese. Egli è vestito, come gli antichi profeti, di peli di cammello, cioè è privo di qualsiasi interesse umano. La scena indica un percorso di liberazione, in attesa di una svolta nella storia dell’umanità: la venuta di un mondo migliore al quale ci si prepara mediante una trasformazione dei cuori. In questa descrizione l’evangelista anticipa in modo simbolico quello che sarà l’annunzio del regno di Dio, che costituisce il centro del vangelo di Gesù.

La seconda lettura mette in luce l’ostacolo più grande che si frappone a questo percorso di liberazione. I tempi si allungano, sembra che Dio tardi, si fanno sentire la delusione, la mancanza di senso, l’impotenza, che comportano la tentazione di abbandonare l’impresa. L’autore del brano risponde che i tempi di Dio non sono i tempi dell’uomo. Dio ha pazienza perché le vere trasformazioni non avvengono improvvisamente, magari con un intervento violento. Solo con la pazienza si costruisce qualcosa di nuovo che trasforma il mondo.

Credere non vuol dire aspettarsi dei cambiamenti repentini nella storia di questo mondo, ma piuttosto essere convinti che Dio opera nel silenzio dei cuori e realizza quello che ha promesso, servendosi anche del poco o tanto che ciascuno di noi è riuscito a fare. Perciò la fede dà la possibilità di ricominciare sempre da capo, sapendo che solo un impegno attivo e non violento porterà il cambiamento dei cuori e di riflesso anche delle strutture di questo mondo. 

Tempo Ordinario A – 33. Domenica

L’impegno delle buone opere

Il tema di questa liturgia domenicale è quello segnalato nella prima lettura in cui si presenta l’esempio di una donna saggia e laboriosa, che non si stanca di provvedere al bene della sua famiglia e si preoccupa anche degli estranei e dei poveri. Questa donna non ha impegni sociali o politici, come oggi ci si aspetterebbe, ma riveste un ruolo fondamentale all’interno della famiglia. Con la sua vita laboriosa, che non concede nulla all’inerzia e al disimpegno, ella contribuisce al benessere di tutti. 

Nella parabola dei talenti, riportata nel vangelo, l’accento è posto sulla diversità tra il comportamento dei primi due servi e quello del terzo il quale, per paura, non traffica il talento ricevuto. Sulla bocca di Gesù quest’ultimo rappresenta simbolicamente i devoti del suo tempo i quali, preoccupati di osservare i minimi dettagli della legge, non accettano il suo messaggio di salvezza. Per Matteo, che riporta la parabola in funzione dei suoi lettori, quando ormai il ritorno di Gesù non appare più come imminente, Dio dà a ciascuno i suoi doni in base alle sue capacità e si aspetta che faccia del suo meglio in rapporto con ciò che ha avuto; però il premio è uguale per tutti. Il servo fannullone rappresenta quei cristiani che dominati dalla paura del castigo divino sono preoccupati di osservare dei comandamenti ma non si impegnano in un servizio di amore per il bene comune. Quindi la parabola punta da una parte al superamento di una visione legalistica del rapporto con Dio e, dall’altra, all’esigenza di una vita cristiana all’insegna della fedeltà al vangelo. 

Nella seconda lettura l’impegno cristiano, nell’attesa del regno di Dio, viene sintetizzato in due parole: vigilanza e sobrietà. Queste due parole indicano non tanto una pratica religiosa, quanto piuttosto l’impegno per creare una società più fraterna e solidale. 

Spesso i cristiani si sono accontentati di riti, preghiere stereotipate, devozioni, con l’intento di farsi dei meriti e così sfuggire al pericolo dell’inferno. Per Gesù nonè importante l’osservanza dei comandamenti, ma la disponibilità ad accogliere i doni di Dio e a farli fruttificare. E questo non per avere una ricompensa o evitare un castigo, ma per entrare nella gioia di Dio, cioè per vivere in sintonia con lui e attuare quei valori da cui dipende la felicità, in questa e nell’altra vita. È squalificato non chi produce meno, ma chi non si fida della misericordia di Dio.

Tempo Ordinario A – 32.Domenica

La ricerca della sapienza

Il tema di questa liturgia domenicale è quello della sapienza di cui si parla nella prima lettura. La sapienza rappresenta Dio stesso in quanto è presente nelle sue creature come energia vitale che ne garantisce l’ordine e l’armonia. In questo senso la sapienza precede l’iniziativa di ogni essere umano che però deve ricercarla mediante l’esercizio della ragione e la riflessione su se stesso e sulle realtà di questo mondo: solo così ciascuno impara a rapportarsi in modo corretto con l’ambiente e con le persone che lo abitano. È una ricerca che non è mai finita, perché il mondo è estremamente complesso e mutevole.

Nel vangelo viene riportata la parabola delle vergini sagge e di quelle stolte. Non dobbiamo fermarci in superficie, chiedendoci perché si parla di vergini e non di semplici ragazze o perché le stolte non hanno portato l’olio e le sagge hanno rifiutato di condividere con loro quello che avevano. Bisogna andare al centro della parabola che pone l’accento sulla sapienza di vita che coincide con la vigilanza. Gesù indica il regno di Dio, cioè un mondo migliore, verso il quale dobbiamo tendere in tutte le nostre scelte. Per fare ciò non bastano i sacramenti, la messa domenicale o la fede nei dogmi della Chiesa. Quello che si richiede è aderire alla persona di Gesù, trovando nel suo insegnamento non verità preconfezionate ma lo stimolo a ricercare, con la nostra ragione, quella sapienza che deve animare tutte le nostre scelte. L’incontro con lui non deve essere rimandato alla fine dei tempi o al momento della nostra morte, ma deve essere un’esperienza quotidiana che trasforma la nostra vita. Se si abbassa la guardia le conseguenze saranno negative non solo per chi sbaglia ma anche per tutta la società e per le generazioni future.

Nella seconda lettura Paolo parla della risurrezione finale e dell’incontro con il Signore risorto. È chiaro che egli usa le immagini del suo tempo. Noi non sappiamo che cosa avverrà quando finirà il corso della nostra vita personale o quello dell’umanità e del cosmo intero. L’importante è credere che nulla andrà perduto di quanto noi siamo e facciamo non solo per il bene nostro e degli altri, ma anche per l’ambiente in cui viviamo.

Il mondo è la casa che Dio ha disposto non solo per noi e per le generazioni che ci hanno preceduto, ma anche per quelle che verranno. Per questo dobbiamo comportarci con saggezza nei confronti di tutte le realtà che lo abitano. Per fare ciò noi credenti non riceviamo un supplemento di rivelazione ma uno stimolo a ricercare, alla luce del Vangelo, il bene in tutti i suoi aspetti, in sintonia con la ricerca di tutti gli uomini e le donne di buona volontà.