Categoria: Tempo ordinario A

Tempo Ordinario A – 30. Domenica

Il vero amore di Dio

La liturgia di questa domenica ha come tema l’amore di Dio e del prossimo. Nella prima lettura vengono riportate alcune prescrizione del cosiddetto Codice dell’alleanza, una raccolta di precetti che forse è la più antica di tutta la Bibbia. Esse puntano sulla giustizia. Non si deve molestare né opprimere il forestiero. Non bisogna maltrattare la vedova e l’orfano. È proibito il prestito a interesse. E infine bisogna restituire a sera il mantello del povero preso come pegno per un prestito. Si tratta solo di alcuni esempi. L’esigenza fondamentale è quella di far sì che i diritti di ogni persona siano riconosciuti e difesi.

Nel vangelo Gesù affronta il tema dei rapporti del credente con Dio e con il prossimo. Secondo Matteo, lo scriba che pone a Gesù la domanda circa il comandamento più grande vuole metterlo in difficoltà; in realtà nelle sue parole si riflette la preoccupazione, tipica del giudaismo, di trovare un punto di unità fra le diverse prescrizioni della legge. Mentre la domanda verteva su un solo comandamento, la risposta di Gesù è più articolata. Prima cita il comandamento, contenuto nel libro del Deuteronomio, che prescrive di amare Dio con tutto il cuore, sottolineando che «questo è il più grande e primo comandamento»; poi aggiunge un altro comandamento preso dal libro del Levitico: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». E commenta: «Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti». Con queste parole Gesù vuol dire che per piacere a Dio non è sufficiente praticare la legge, che prescrive la giustizia sociale, ma ci vuole l’amore, la cui importanza e sottolineata dai profeti. Inoltre Gesù vuol far capire che non si può amare Dio se non si ama il prossimo e viceversa. L’amore non è un semplice sentimento ma implica un impegno nei confronti dell’altro che, a partire dal Creatore, si estende a tutte le sue creature.

Nella seconda lettura Paolo loda i tessalonicesi perché hanno partecipato con lui alla diffusione del vangelo. L’Apostolo parla di una comunità che è tutta missionaria, e lo è soprattutto perché rifiuta un modello di vita basato sull’egoismo e si impegna affinché il valore supremo dell’amore pervada tutta la società. 

L’amore verso Dio esige dunque che sia riconosciuto a ognuno i diritti che gli competono come persona umana; questo scopo però non si consegue solo emanando leggi giuste ma praticando l’amore e la fraternità. La pratica dell’amore così inteso è una missione che ha come scopo la creazione di un mondo migliore. Più che convertire gli altri al cristianesimo, è necessario lottare con tutti gli uomini di buona volontà perché questo ideale di fraternità si realizzi. 

Tempo Ordinario A – 29. Domenica

Fede e potere politico

La liturgia di questa domenica propone un tema molto attuale, quello cioè del rapporto tra fede e politica. Nella prima lettura si parla di Ciro, un re persiano che ha abbattuto il potente impero babilonese e si è impadronito dei territori che gli appartenevano. Per i giudei esuli in Babilonia è stato il segnale della riscossa, in quanto Ciro ha emanato un editto con il quale permetteva a loro, come a tutti i popoli che erano stati deportati dai babilonesi, di ritornare nella propria terra. Il profeta che ha scritto questo testo vede in Ciro addirittura l’«eletto» (Messia) «l’uomo della provvidenza» e gli annunzia una particolare predilezione da parte di YHWH, il Dio dei giudei. Anche se lui non lo conosce, Dio lo ha scelto come strumento per realizzare il suo progetto di salvezza. Il potere politico è dunque legittimo ma solo nella misura in cui promuove il bene comune.

Nel vangelo viene riportata subito all’inizio una frase di appezzamento nei confronti di Gesù, tanto più valida in quanto pronunziata dai suoi avversari: Gesù annunzia con franchezza la via di Dio e non guarda in faccia a nessuno. Dopo questa introduzione, i suoi interlocutori gli chiedono se sia lecito pagare il tributo a Cesare: essi sanno che rifiutandolo aderiva ai movimenti di ribellione contro i romani mentre approvandolo andava contro gli umori di tanti suoi connazionali. Gesù risponde con la frase famosa e spesso ripetuta: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Si tratta di un testo che lungo i secoli è stato interpretato nei modi più svariati e applicato alle situazioni più diverse. Con questa frase, presa nel suo contesto originario, Gesù non vuole dire che il potere romano è legittimo, ma rifiuta di aderire a un’opposizione al regime che faceva ricorso a metodi violenti. Al tempo stesso però, in sintonia con tutto l’insegnamento biblico, sottolinea come l’unica cosa importante, a cui non si può e non si deve mai derogare, sia l’impegno di «dare a Dio ciò che è di Dio», cioè di sottomettersi a lui, nella ricerca del suo regno e della sua giustizia.

Nella seconda lettura Paolo elogia i destinatari del suo scritto per la loro fede operosa, il loro amore e la loro speranza. Per lui è importante che le opere del credente siano ispirate dall’amore che ha la sua fonte nella fede e va di pari passo con la speranza in un mondo migliore.

Gesù dunque chiede al credente di intervenire nel campo politico, non con lo scopo di ottenere privilegi o di imporre schemi precostituiti, ma in funzione di una società più giusta e solidale. È chiaro che ciò può creare dei conflitti, specialmente quando una nazione è governata da un regime dispotico. In questo caso Gesù non esclude for­me di ribellione o di disobbedienza civile. Quello che rifiuta è la violenza in tutti i suoi aspetti. Egli stesso ha dato l’esempio, pagando di persona per le sue scelte.

Tempo Ordinario A – 28. Domenica

La convivialità

Il tema di questa liturgia è quello della convivialità come base dei rapporti nella chiesa e nella società. Nella prima lettura la convivialità viene presentata come lo scopo per cui Dio opera nel mondo. Alla fine dei tempi Dio imbandirà un grande banchetto su un’alta montagna. Esso è offerto a tutte le genti, senza alcuna discriminazione, e comporta la pace universale, a cui tutti sono chiamati. E con la pace viene attuato il benessere più grande: persino la morte è eliminata per sempre. Ma il punto centrale è la rimozione del velo che copriva la faccia di tutti i popoli. Questo velo significa l’incapacità di vedere e di capire il progetto di Dio in base al quale tutti gli esseri umani sono un’unica cosa, tutti sono chiamati alla salvezza, cioè a un rapporto d’amore vicendevole. 

Nel brano del vangelo viene riportata la parabola del banchetto nuziale. Anzitutto bisogna notare il paradosso: i ricchi che avevano il privilegio di essere invitati, contrariamente a ogni aspettativa, non sono interessati;. Secondo Matteo il banchetto è preparato da Dio per suo figlio, cioè Gesù, il Messia atteso dai giudei; i primi invitati che hanno rifiutato violentemente di partecipare alle nozze sono i giudei che non hanno riconosciuto Gesù come Messia; perciò sono puniti con la distruzione di Gerusalemme, la città santa, da parte dei romani (70 d.C.) e al loro posto vengono invitati tutti, buoni e cattivi, senza alcuna discriminazione, e il loro privilegio di popolo eletto passa ad altri, cioè ai discepoli di Gesù. Infine Matteo riporta il caso dell’invitato privo dell’abito nuziale, che è cacciato via dalla sala: con esso l’evangelista vuole far capire che al dono di Dio deve corrispondere la collaborazione umana. Più a monte, però, con questa parabola Gesù voleva esprimere l’amore universale di Dio che sta ormai attuando il suo regno nel mondo. In questo regno non ci sono privilegiati ma tutti partecipano ugualmente alla felicità che Dio dona ai suoi fedeli. Per tutti è arrivato il tempo della gioia e dell’abbondanza.

Nella seconda lettura viene riportato un esempio di solidarietà evangelica. Paolo ringrazia i filippesi per gli aiuti materiali che gli hanno inviato in un momento di particolare sofferenza. Ma per lui non era questa la cosa più importante: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza, sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà forza». Ciò che egli apprezza è soprattutto la loro disponibilità a collaborare con lui nell’annunzio del Vangelo.

La visione del regno di Dio come un banchetto fraterno ha un forte impatto sul modo di concepire la Chiesa. Essa non è un popolo eletto ma solo una comunità di fratelli e sorelle che accolgono il messaggio di Gesù e si riuniscono a mensa con lui. E mangiare insieme significa dialogare, ricordare, scambiarsi esperienze, esprimere desideri e aspirazioni comuni. Da ciò deriva l’impegno per la fraternità nei diversi campi della vita comunitaria e sociale,in stretta collaborazione con tutti coloro che, pur non aderendo alla Chiesa o appartenendo ad altre religioni, sono orientati verso i valori annunziati da Gesù.

Tempo Ordinario A – 26. Domenica

La volontà di Dio

Il brano di Ezechiele, riportato nella prima lettura, indica come tema della liturgia il compimento della volontà di Dio: Dio non tiene conto di gesti momentanei di giustizia, ma si aspetta una scelta di fondo, presa magari dopo un seguito di errori, che però resta salda fino alla fine. Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva

La parabola dei due fratelli, riportata nel brano evangelico, si trova unicamente nel vangelo di Matteo. Con essa Gesù vuole mostrare come spesso l’apparenza inganna. Colui che aveva accettato di andare nella vigna del padre poi non ci va, mentre colui che aveva rifiutato cambia idea e obbedisce. A volte capita che chi si atteggia a difensore della religione è il primo a trasgredire la volontà di Dio, mentre chi apparentemente non la osserva in realtà è più in sintonia con essa. Secondo Gesù la volontà di Dio consiste nell’accogliere il suo regno che viene, impegnandosi per realizzare un mondo più giusto e solidale. Ancora una volta Gesù sfida una società nella quale vi erano da una parte i sacerdoti, gli anziani e i farisei che avevano nelle loro mani il potere politico ed economico e lo difendevano con la pratica di ritiesteriori, sacrifici e preghiere. Dall’altra vi era la maggior parte della popolazione, fatta di piccoli artigiani, braccianti, pescatori, pubblicani, prostitute che erano relegati ai margini della società ma spesso avevano una sincera ricerca di Dio e della sua volontà.Per questo Gesù dice ai sacerdoti e ai farisei che le prostitute e i peccatori li precederanno nel regno dei cieli. Per convalidare questa tesi Gesù porta il caso di Giovanni il Battista: coloro che essi consideravano come peccatori avevano dimostrato la loro buona volontà andando a ricevere il suo battesimo mentre essi non lo avevano accettato.

Nella seconda lettura Paolo sottolinea come la volontà di Dio consista in una vera unità di mente e di cuore fra tutti i membri della comunità, e propone l’esempio di dedizione incondizionata di Gesù. Egli non ha fatto pratiche rituali o opere di beneficienza, ma ha condiviso fino in fondo la sorte degli ultimi, accettando la morte per essere fedele a Dio e al regno che era venuto ad annunziare. La sua glorificazione significa che questa è la strada per ottenere una vita piena.

La volontà di Dio non consiste in precetti o comandi, codificati in una legge, che ci vengono imposti nelle varie circostanze della nostra vita. Ciò che Dio vuole è un progetto di salvezza, che consiste nella relizzazione di un mondo migliore, il suo regno. Perciò è Dio stesso che compie la sua volontà, come si dice nel Padre nostro, e invita tutti a operare con lui e come lui. In questo contesto, Gesù non ci impone nuove regole ma ci invita a fare la volontà di Dio seguendo il suo esempio. A volte vi sono persone molto attive in campo religioso ma che in realtà non fanno la volontà di Dio, mentre altre, che non fanno pratiche esterne, sono più impegnate nel compierla. Ma per tutti è necessaria una scelta radicale in funzione di un mondo migliore, quello per il quale Gesù ha dato la sua vita.

Tempo Ordinario A – 25. Domenica

Merito e gratuità

Il tema di questa liturgia è indicato nella prima lettura in cui è messa in luce l’immensa misericordia di Dio. Il testo, del Deutero-Isaia, è ambientato al tempo in cui si profila il ritorno dei giudei dall’esilio. Diversamente dai profeti precedenti, che condannavano i peccati del popolo e minacciavano il castigo, questo profeta invita gli esuli a cercare Dio e annunzia che egli è vicino a ciascun essere umano e non solo perdona largamente chi sbaglia, ma con la sua misericordia spinge tutti alla conversione. Dio dà a tutti la sua grazia, in modo gratuito. E sottolinea che Dio non la pensa come noi: gli esuli pensavano al castigo, Dio pensa al perdono e offre loro la possibilità di un nuovo inizio. In sintonia con questo tema il salmo responsoriale mette in luce non più il castigo di Dio ma la sua infinita misericordia.

Su questa linea, nel brano del vangelo viene riportata una parabola che rappresenta una sfida nei confronti della mentalità comune. Noi siamo portati ad esigere una giustizia in forza della quale ciascuno viene rimunerato in base a ciò che ha fatto, a quanto ha prodotto, alla sua intelligenza e alle sue capacità. È questo il modo di pensare degli operai della prima ora. Per costoro è inconcepibile che anche quelli che hanno lavorato solo un’ora ricevano la stessa paga riservata a loro. Anche noi la pensiamo così e ci scandalizziamo quando capita il contrario, cioè quando uno riceve di più o di meno rispetto a quanto si è meritato. Invece il padrone dà a tutti la stessa paga. Vuol dire che non tiene conto della quantità del lavoro fatto ma dei bisogni della persona, che non può sopravvivere senza quel misero denaro quotidiano. Se applichiamo questo principio ai nostri rapporti con Dio, dobbiamo mettere in crisi il nostro modo di pensare. Facilmente siamo portati a immaginare Dio come un giudice che dà a ciascuno in base a quanto si è meritato. Dio invece non guarda al merito delle persone: egli è buono con tutti, dà a tutti gratuitamente i suoi doni, non esige prestazioni di alcun tipo. E anche alla fine il suo dono è uguale per tutti, poiché a tutti dona se stesso. Ciò non significa che egli non si aspetti dall’uomo l’impegno per compiere la sua volontà; ma ognuno deve fare il bene non per avere qualcosa in cambio in questa o nell’altra vita, ma unicamente per amore.

Nella seconda lettura Paolo indica con chiarezza la via da percorrere. Per lui vivere è Cristo e morire un guadagno. Ma è disposto a restare ancora quaggiù per poter aiutare i suoi cristiani a vivere secondo l’insegnamento di Gesù. Non gli interessa farsi dei meriti o raggiungere quanto prima la beatitudine. Per lui quello che è importate è dedicarsi al bene dei fratelli. La sua più grande soddisfazione consiste nel seguire Gesù su questa strada, sapendo che solo così potrà raggiungere la beatitudine sia in questa come nell’altra vita. 

L’immagine comune di un Dio giudice, che premia i buoni e punisce i cattivi, è una goffa caricatura del Dio di Gesù. Per lui infatti Dio è bontà infinita, che distribuisce le sue grazie a ciascuno, a prescindere dai suoi meriti. Ciò significa che ciascuno è chiamato a impegnarsi nel bene non con lo scopo di farsi dei meriti, neppure per ottenere il paradiso, ma per puro amore: la gioia di fare il bene è già una ricompensa per chi si dedica al suo prossimo. Se applicato alla vita sociale e politica, questo messaggio ha una forte carica sovversiva. È intollerabile una società in cui i più fortunati ottengono grossi privilegi mentre i poveracci ricevono solo le briciole. La forbice che divide i ricchi dai poveri non solo non è evangelica ma neppure contribuisce al progresso economico di una nazione. A tutti è richiesto di impegnarsi fino in fondo per il bene comune ma a tutti deve essere data la possibilità di condurre una vita dignitosa e sicura. E questo non solo a chi è nato in un certo paese, ma anche a coloro che per situazioni a volte drammatiche devono lasciare la loro patria. 

Tempo Ordinario A – 24. Domenica

Un perdono creativo

Il tema di questa liturgia è indicato dalla prima lettura. In essa si richiama il fatto che Dio vuole il perdono e non esaudisce coloro che invece mantengono il rancore e praticano l’odio. L’obbedienza a Dio si manifesta soprattutto nel perdono. È questa l’esigenza fondamentale dell’alleanza tra Dio e Israele e quindi di qualsiasi religione. Sembra però che il perdono di Dio sia subordinato a quello dell’uomo: Dio perdona a condizione che l’uomo per primo sia disposto a perdonare. Il salmo responsoriale mette in luce invece la misericordia di Dio che non ammette condizioni.

Il tema del perdono viene ripreso nel brano del vangelo in cui è riportata la parabola del servo spietato. Questa parabola era forse originariamente autonoma e Matteo ne ha fatto un’illustrazione del principio secondo cui bisogna perdonare settantasette volte al giorno, cioè sempre. Presa in sé, la parabola non riguarda però direttamente il perdono ma il regno di Dio e i rapporti che si instaurano al suo interno. Lo sfondo è quello di una società profondamente ingiusta nella quale esiste un divario enorme tra pochi ricchissimi e una massa di poveri e diseredati. In questa società i ricchi si appropriano di enormi capitali, sottraendoli alle classi più povere, le quali sono sottoposte a vessazioni crudeli e devastanti. In questa prospettiva la parabola vuole dire che Dio non accetta questa situazione, che essa non è compatibile con il suo regno così come è annunziato da Gesù. Perciò il regno di Dio esige che i credenti si impegnino fin d’ora per una società più giusta e solidale. Nel contesto attuale in cui è inserita, la parabola assume però un significato più profondo: se vogliamo anticipare nell’oggi il regno di Dio dobbiamo perdonare chi ci offende come Dio perdona ognuno di noi. Dio non aspetta che noi perdoniamo chi ci offende per donarci il suo perdono, ma è il suo perdono che ci dà la forza di perdonare. Perdonando chi ci offende entriamo nella logica di Dio e così facendo anticipiamo la venuta del suo regno. Non è sufficiente perdonare chi ce lo chiede e a determinate condizioni. Infatti, senza un perdono incodizionato è impossibile creare quel tessuto di rapporti nuovi che caratterizzano un mondo giusto e solidale. Per chi si pone in questa lunghezza d’onda, cadono gli interessi personali ed emerge in primo piano la ricerca di un bene che riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini. Di conseguenza ciò che conta non è più l’offesa ricevuta ma la possibilità di coinvolgere anche colui che sbaglia in un processo globale di riconciliazione e di fraternità. È questo il vero significato e la radice del perdono.

Nella seconda lettura ci è data la chiave per capire la fonte del perdono cristiano: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore». Ciò che conta non è la nostra vita fisica, con tutto quello che comporta, ma l’essere con il Signore e condividere con lui una nuova vita, che è quella dell’amore. Questa partecipazione alla vita di Gesù non deve però essere intesa in modo individualistico e intimistico, ma come un impegno a lottare con lui e con tutti gli uomini e donne di buona volontà perché venga un mondo migliore.

Il perdono non è facile, specialmente quando si è oggetto di gravi ingiustizie, come per un genitore l’uccisione del proprio figlio. Siamo ancora molto lontani dal regno di Dio annunziato da Gesù. Ma è lì che dobbiamo tendere. La miglior difesa di noi stessi, dei nostri diritti, della nostra sicurezza non sono l’intervento della giustizia degli uomini o di Dio, ma l’impegno costante per realizzare un mondo migliore, sulla linea di quanto indicato dalle Scritture. Solo così il perdono diventa creativo, segna l’inizio di una vita nuova.

Tempo Ordinario A – 22. Domenica

Il significato della sofferenza

La sofferenza è una realtà misteriosa, difficile da capire. La prima lettura presenta, con le sue stesse parole, l’esperienza che ha fatto uno dei grandi profeti, Geremia. Egli deve annunziare la rovina a un popolo ribelle, che lo considera come un profeta di malaugurio e perciò lo perseguita. Geremia ne è amareggiato al punto che vorrebbe tirarsi indietro, rinunziare alla sua missione. Ma non ci riesce perché la parola di Dio gli brucia dentro come un fuoco. Suo malgrado dovrà riconoscere che un compito così importante come quello che ha ricevuto richiede la disponibilità anche a una grande sofferenza.

Nel brano del vangelo si narra che anche Gesù è andato consapevolmente incontro alla sofferenza e alla morte. Nel contesto immediato non si dice quali sono stati i motivi che lo hanno messo su questa strada. Dalle sue parole traspare però che per lui si tratta di un percorso obbligato per portare a termine la sua missione. Quando egli ne parla con i suoi discepoli, Pietro reagisce rifiutando drasticamente questa prospettiva. La sua opposizione non deriva semplicemente dall’affetto verso il Maestro o dalla paura di fare la sua stessa fine. Pietro, seguendo Gesù, ha creduto che lui era il Messia e che la venuta del regno di Dio da lui annunziato era imminente. Per Gesù si tratta però di prepararsi con un impegno non violento per gli ultimi di questo mondo, assumendosene le conseguenze; Pietro invece pensa a un gesto di potenza contro i nemici di Dio e del suo popolo, gli odiati romani. Gesù e Pietro sono uno accanto all’altro, aspettano la venuta del regno di Dio ma pensano che ciò si verificherà con modalità diverse. Con il suo rimprovero Gesù vuole fugare ogni equivoco e invita Pietro a mettersi al suo seguito non solo esternamente ma anche con il cuore. E subito dopo gli indica la via della sequela, che consiste nel rinnegare se stesso e nell’accettare la croce come espressione del dono di sé.

Nella seconda lettura Paolo invita i cristiani di Roma a offrirsi a Dio come sacrificio vivente. E li esorta a non conformarsi alla mentalità di questo mondo. Per seguire veramente Gesù dobbiamo distaccarci da tante cose, soprattutto da noi stessi e dai nostri interessi materiali. Dio non vuole preghiere meccaniche o gesti rituali ma il dono di sé che consiste nel fare la sua volontà, cioè nella ricerca del bene in tutti i suoi aspetti.

Di fronte alle situazioni ingarbugliate dei nostri giorni, il Vangelo ci richiama alla necessità di fare delle scelte radicali. Magari non si tratterà di mettere in pericolo la nostra vita, anche se a volte ciò può avvenire, come è capitato ai medici e agli infermieri che hanno curato i malati di coronavirus. Il più delle volte dovremo semplicemente chiederci da che parte stiamo, che cosa vogliamo raggiungere nella vita, a che cosa dobbiamo rinunziare per rendere migliore la nostra società. Oggi si parla spesso di riforme. Certo sono necessarie, specialmente se si vuole far ripartire il nostro Paese. Ma non dovrebbe trattarsi unicamente di un cambiamento di strutture. Quello che è necessario è soprattutto un cambiamento dei cuori. E questo dipende da noi, dalla nostra fede, dal nostro impegno per un mondo migliore.

Tempo Ordinario A – 21. Domenica

L’autorità nella Chiesa

Il tema di questa liturgia è indicato nella prima lettura dove si parla di un avvicendamento nella carica di maggiordomo nel regno di Giuda. Il dignitario che la occupava viene rimosso e al suo posto viene insediato un altro che «sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda». Sulla sua spalla viene posta la «chiave della casa di Davide», cioè il potere di prendere, in nome del re, le decisioni più valide per il bene di tutta la popolazione. A un amministratore corrotto ne subentra un altro che ha veramente a cuore il bene di tutti.

Nel brano del vangelo si parla di un’analoga autorità conferita da Gesù a Simon Pietro. Nel vangelo di Marco, Pietro proclama che Gesù è il Cristo (Messia), ma Gesù non è del tutto d’accordo con lui e difatti subito dopo si presenterà non come il trionfatore atteso dai suoi connazionali ma come l’uomo dei dolori che va verso la croce. Invece l’evangelista Matteo (e lui soltanto) riporta subito dopo la proclamazione di Pietro un testo nel quale Gesù afferma che quanto egli ha detto gli è stato rivelato dal Padre. Al tempo stesso gli attribuisce la qualifica di Cefa, «roccia, pietra» e gli conferisce un ruolo speciale nella sua Chiesa. Questa saràfondata su di lui, cioè condividerà la sua fede in Gesù Messia. Illuminata e guidata da questa fede la Chiesa non potrà essere sconfitta dalle porte degli inferi, cioè dagli attacchi del male che domina in questo mondo. In essa a Pietro viene assegnato un compito speciale. Anzitutto a lui vengono conferite le chiavi del regno di Dio. Questa espressione significa che il ruolo di Pietro non si esaurisce nell’organizzazione della chiesa ma è in funzione del regno di Dio che la Chiesa deve annunziare e anticipare. Inoltre gli è assegnato il compito di legare e sciogliere: questa espressione significa cheegli dovrà confermare i suoi fratelli (cfr. Lc 22,31-32) e sarà il pastore del gregge (cfr. Gv 21,15-17). Si tratta in altre parole di un compito pastorale di illuminazione e di stimolo alla vita comunitaria.

Nella seconda lettura Paolo invita i cristiani di Roma a riconoscere in Dio l’unico sapiente che ha creato il mondo e guida l’umanità a un fine di salvezza. Qualsiasi autorità nella Chiesa non ha altra ragione di essere che la gloria di Dio.

È difficile precisare la portata reale della promessa che, secondo Matteo, Gesù ha fatto a Pietro. Originariamente si riferiva forse al ruolo di guida religiosa svolto da Pietro in una particolare comunità, come poteva essere quella di Antiochia (cfr. Gal 2,11-13). È solo nel contesto in cui Matteo l’ha inserita che essa assume una portata universale. D’altra parte non sono chiare le facoltà e i limiti assegnati a Pietro ed eventualmente ai suoi successori. Certo non si può supporre che Gesù avesse in mente tutte le prerogativa del papa ricavate dalle sue parole nel corso dei secoli. Per noi è importante sottolineare che il ruolo di Pietro nella Chiesa è in funzione del regno di Dio. E difatti il papa è oggi riconosciuto come un grande leader religioso e morale che indica le strade del regno a tutta l’umanità. Ma lo fa non da solo bensì in comunione con tutti i credenti, con i quali condivide questa responsabilità.

Tempo Ordinario A – 20. Domenica

Una salvezza per tutti

Il tema della liturgia di questa domenica è indicato nel brano della prima lettura. Molti dei giudei che erano ritornati dall’esilio, pensavano che la possibilità di avere un rapporto diretto con Dio spettasse soltanto a loro, in quanto membri del popolo eletto, e quindi escludevano dal tempio coloro che non erano di puro sangue ebraico. Ma non si accorgevano che, così facendo, negavano l’amore di Dio per tutta l’umanità e riducevano il loro Dio a una divinità locale, interessata soltanto a coloro che appartenevano al popolo che egli aveva scelto. Il profeta invece va contro corrente e annunzia che la casa di Dio, cioè la salvezza, è disponibile a tutti coloro che erano disposti ad accettare YHWH come loro Dio e a comportarsi secondo la sua volontà.

Per Gesù questo non era sufficiente. Nel suo annunzio del regno di Dio egli si è spinto sempre più in là manifestando la misericordia di Dio alle categorie più povere ed emarginate: le donne, i bambini, gli ammalati, gli indemoniati, i peccatori. Non si può escludere che in questo tragitto egli abbia raggiunto anche i gentili. E difatti il vangelo di oggi presenta Gesù che fa un miracolo, segno di salvezza, per una donna straniera, basandosi unicamente sulla sua fede, senza chiederle di entrare a far parte del popolo di Israele a cui erano state fatte le promesse di Dio. Questo gesto non è piaciuto ai primi cristiani di origine giudaica, per i quali Gesù era il Messia di Israele e ha annunziato la buona novella solo ai giudei. Perciò Matteo gli mette sulla bocca due frasi sconcertanti: egli afferma di essere stato mandato solo alle pecore perdute della casa di Israele e aggiunge che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. Al che la donna fa notare che anche i cagnolini si cibano delle briciole ddi pane che cadono dlla mensa dei loro padroni. La donna dunque riconosce che la salvezza spetta a Israele e non ai gentili e Gesù, in forza di questa fede e in via eccezionale, le concede il miracolo richiesto. 

Nella seconda lettura Paolo fa un’affermazione che ci lascia un po’ disorientati. Proprio lui, che si è dedicato interamente all’evangelizzazione dei gentili, afferma di essersi rivolto a essi per suscitare la gelosia dei suoi connazionali e convincerli ad accettare Gesù come il Messia da loro atteso; e aggiunge che anch’essi un giorno si salveranno. Il primo destinatario della salvezza è dunque Israele e i gentili possono ottenere la salvezza solo aggregandosi, mediante Cristo, all’Israele degli ultimi tempi, cioè alla Chiesa.

La posizione originaria di Gesù è diventata oggi più convincente delle interpretazioni che ne hanno dato i primi cristiani. Gesù ha aperto a tutti l’ingresso nel regno di Dio, senza esigere come condizione previa l’appartenenza a Israele o l’ingresso nella chiesa. Con ciò non è tolto valore alla missione. Se il suo vangelo è fonte di salvezza, i suoi discepoli devono farlo conoscere a tutti perché impregni qualunque cultura o religione. Ciò che è importante non è il passaggio da una religione all’altra, ma l’impegno comune di tutti coloro che credono in un mondo migliore.  

Tempo Ordinario A – 19. Domenica

Un percorso di liberazione

La prima lettura indica come tema della liturgia di questa domenica la liberazione che Dio conferisce al suo popolo. Elia ha appena dimostrato che yhwhè l’unico vero Dio e ha messo a morte i quattrocentocinquanta profeti di Baal. Questo gesto provoca la reazione della regina Gezabele che lo cerca per metterlo a morte. Elia, intimorito, fugge nel deserto e, al termine di quaranta giorni, giunge al monte Oreb, cioè il Sinai, dove Mosè aveva concluso l’alleanza con yhwh. Solo ripercorrendo il cammino fatto dal popolo nel deserto il profeta si incontra con il suo Dio, il quale si rivela non nei fenomeni atmosferici ma nel «sussurro di una brezza leggera», letteralmente «nel sussurro di un silenzio leggero». Dio si incontra non all’esterno ma rientrando in se stessi e ascoltando la voce silenziosa della propria coscienza. 

Nel vangelo viene descritta una strana scena simbolica: Gesù che cammina sulle acque del lago in tempesta. Questa scena deve essere interpretata in riferimento al passaggio del mar Rosso, da parte degli israeliti. Su questo sfondo essa significa la vittoria di Gesù sulle potenze del male che, secondo la mentalità biblica, si annidavano nelle profondità dei mari. Queste potenze erano spesso identificate con i grandi imperi dell’antichità, un tempo l’Egitto e ora l’impero romano. Gesù dimostra quindi di essere più potente di loro. In un primo momento i discepoli non lo riconoscono perché hanno paura. Pietro vorrebbe essere associato a Gesù, ma poi ha paura e comincia a sprofondare nell’acqua: come gli israeliti che nel deserto mormorano contro Dio, anche Pietro, di fronte alle difficoltà, ha paura e chiede aiuto. Ma Gesù, come un tempo Dio aveva fatto con gli israeliti, lo prende per mano e lo riporta sulla barca. Solo allora il mare si calma e i discepoli con Gesù giungono a riva.

Nella seconda lettura Paolo esprime un amore così grande per i suoi connazionali da voler diventare lui stesso «anatema», cioè separato da Cristo, perché essi possano essere salvati. Paolo non vuole salvarsi da solo perché sa che la salvezza riguarda anzitutto il popolo, è un valore comunitario. Anche ai suoi connazionali però, nonostante tutti i loro privilegi, è richiesto un passo personale, che consiste nella fede in quei valori fondamentali che sono parte essenziale del messaggio di Gesù.

La liberazione è lo scopo a cui tende tutto il discorso biblico. Essa non consiste in primo luogo nel non essere soggetti a potenze straniere o nel possesso di beni materiali o intellettuali, ma nel saper superare il proprio io e nel mettersi spontaneamente alla ricerca di un bene più grande che riguarda i propri simili e l’ambiente in cui si vive. Il benessere in tutte le sue manifestazioni viene di conseguenza. La liberazione così intesa si attua mediante un percorso lungo e impegnativo, irto di ostacoli e difficoltà. In questo cammino è di grande aiuto la fede in una Realtà superiore che dà senso alla propria ricerca e coraggio per superare la tentazione di ritirarsi nel proprio io. Per il cristiano questa Realtà misteriosa si manifesta nella persona di Gesù. Inoltre questo percorso deve essere condiviso con altri. Ciò fa sì che la meta a cui si tende sia già anticipata nella solidarietà che si crea fra di loro.