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I “matrimoni” omosessuali

Il tema del matrimonio omosessuale è uno di quelli che condizionano in profondità i rapporti tra Chiesa e cultura moderna. Dietro le rispettive posizioni vi sono due modi di concepire la sessualità: per la chiesa il suo esercizio è permesso solo in vista della procreazione; per la cultura moderna invece fa parte del diritto fondamentale della persona alla libertà e alla ricerca della propria felicità, nel rispetto dello stesso diritto che compete a qualsiasi altro essere umano. Le due concezioni della sessualità devono rispettarsi a vicenda e dialogare tra di loro, come è già avvenuto a partire dal Concilio Vaticano II. L’autorità ecclesiastica non ha il diritto di permettere o proibire agli Stati di prendere posizione circa le unioni omosessuali e di usare per esse il termine «matrimonio». I singoli credenti invece possono influenzare le decisioni civili in forza non della propria appartenenza religiosa ma delle proprie convinzioni, usando tutti i mezzi che le moderne democrazie consentono loro. Bisogna però tener conto che anche nella Chiesa si confrontano punti di vista diversi e quindi deve essere permesso un dibattito aperto, sia tra i teologi che tra la gente comune, senza censure o sanzioni, su tutti gli aspetti del problema, ben sapendo quanto la cultura in cui si è sviluppato il cristianesimo abbia influito sulle posizioni ufficiali. Alla fine si dovranno prendere delle decisioni, ma questo deve avvenire all’interno degli organi collegiali della Chiesa (concilio, sinodo) che sono tali solo se in essi sono rappresentati in uguale misura chierici e laici, uomini e donne, scelti in modo democratico.

No al proselitismo

Ho letto con piacere quanto scrive Severino Dianich nell’articolo “No al proselitismo“: “L’evangelizzazione, infatti, ha in comune con il proselitismo il desiderio che l’altro accolga la proposta di condividere la fede in Cristo. Ma la vera evangelizzazione rovescia l’intento dal quale è mosso il proselitismo. Proselitismo è diffondere un’idea per potenziare il proprio gruppo e sé stessi. È ovvio che lo faccia un partito politico in campagna elettorale, ma alla Chiesa non è permesso di farlo. Insorgerebbe l’apostolo Paolo, esibendo la sua testimonianza: «Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5). O l’evangelizzazione è offerta di un dono che si è ricevuto, nella totale gratuità del dono, o evangelizzazione non è. Per evangelizzare è necessario lasciare la Chiesa in secondo piano, perché lo spazio del discorso sia occupato totalmente da Gesù: solus Christus. Solo Gesù è il salvatore, solo Gesù è il Signore, solo il Figlio di Dio è degno che si creda in lui, cioè che si dedichi a lui la propria vita.”

Mi resta però un grosso problema: il Gesù che noi presentiamo, dopo 2000 anni di cristianesimo, è in gran parte una figura “confessionale”, rivestita di tutta una serie di incrostazioni che provengono da una cultura in cui la Chiesa era predominante. Oggi le ricerche sul “Gesù storico” mostrano chiaramente come non tutti gli sviluppi successivi siano stati omegenei con l’annunzio fatto da Gesù. Ne risulta che l’evangelizzazione diventa automaticamente proselitismo. A meno di affrontare onestamente, come individui e come Chiesa, un vero processo di riforma intellettuale e di fede tale da presentare Gesù con modalità che vadano alle radici del movimento cristiano e al tempo stesso una sequela che vada al di là dell’appartenenza all Chiesa. Ora temo proprio che su questo, salvo lodevoli eccezioni, non si sia ancora mosso il primo passo.

Spiritualità

Le chiese si svuotano mentre sempre più persone frequentano i centri di spiritualità. Ciò si spiega in quanto la Chiesa presenta un sistema calato dall’alto, con l’autorità di Dio, che contiene tutta una serie di dogmi, di norme morali e, più in generale, una visione dell’uomo e dell’universo che corrisponde a una cultura del passato. Invece la spiritualità parte da noi stessi, dalla nostra storia passata, dai nostri rapporti con gli altri, dai nostri desideri spesso repressi, per imparare a conoscerci e a gestire le nostre idee, i sentimenti e le aspirazioni più profonde, alla ricerca di ciò che è bene sia in generale che in un data situazione. Il cristianesimo ha svolto un ruolo importante indicando a popolazioni ancora bambine la giusta via e spesso imponendola con l’ausilio del potere politico. Oggi sono sempre più numerose le persone che vogliono essere trattate da adulte e non accettano più che si impongano loro con l’autorità di Dio schemi prefabbricati. Dio viene colto non come l’essere superiore che impone la sua volontà ma come una Consapevolezza superiore, avvolta nel mistero, alla quale ci rivolgiamo come un Tu nel quale ci rispecchiamo. Nel cristianesimo resta sempre più importante la persona di Gesù, che non deve essere adorato mediante riti quasi magici per ottenere favori, ma ricordato come un maestro di spiritualità che ancora oggi ci guida nel nostro cammino interiore. Senza dimenticare altri che nel corso dei secoli sono stati maestri di vita.

Quant’era bello il pensiero unico!

Dall’articolo di Salvatore Cernuzio, “Parolin: preoccupanti le divisioni tra conservatori e progressisti, fanno danno alla Chiesa”, in Vatican Insider:
“Le divisioni tra cosiddetti conservatori e progressisti sono «motivo di preoccupazione» nella Chiesa di oggi; entrambi creano infatti una divisione che «fa molto danno alla Chiesa». Ad affermarlo, con l’aplomb diplomatico che lo contraddistingue, è il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in una lunga intervista alla Cope, l’emittente radiofonica della Conferenza episcopale spagnola. A colloquio con il direttore editoriale José Luis Restán, il porporato parla di riforma della Curia e rapporti con la Cina, del viaggio in Iraq e dell’attuale situazione europea, poi si sofferma a riflettere sulle «divisioni e opposizioni» che generano «confusione» in ambienti ecclesiali ma soprattutto tra i fedeli, come quelle che si registrano da settimane tra diversi episcopati dopo la pubblicazione del responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede che vieta la benedizione alle coppie omosessuali”.
Perché non ascoltare la base prima di intervenire con decisioni unilaterali? L’unica alternativa al pensioro unico e alle “divisioni e opposizioni” è una vera sinodalità tra vescovi, ma con la partecipazione determinante del popolo di Dio, come avviene attualmente nel sinodo tedesco.

Sinodalità, comunione, partecipazione

In un articolo intitolato “Sinodo nazionale per la chiesa italiana“, pubblicato nella rivista “Vita Pastorale” del marzo 2021, Enzo Bianchi ha scritto fra l’altro: “La mia esperienza è quella della sinodalità nelle comunità di vita monastica, e devo confessare che ho lavorato anni per instaurarla, ottenendo, però, pochi risultati e riscontrando una preferenza dei soggetti a lasciarsi guidare, a lasciare il comando (certamente buono se attuato con intelligenza e misericordia) alle autorità deputate. Alcune volte le persone rinunciano volentieri a intervenire, a prendere la parola e addirittura a eleggere le necessarie autorità”. Forse Enzo Bianchi si riferisce alla situazione che ne ha provocato l’allontanamento da Bose. Condividuo la sua affermazione. Mi chiedo però se una sinodalità sia possibile in una chiesa in cui tutto è già deciso dall’alto: fede, dottrina, morale, rapporto con la società e la cultura ecc. Persino ciò che dobbiamo dire al Padreterno è stabilito dall’alto nei minimi dettagli. Anche i progetti pastorali e comunitari vengono decisi dalla competente autorità. Facilmente chi esprime dubbi o opinioni diverse rischia di essere condannato o emarginato. Se non si accetta una ricerca dal basso e una libera comunicazione di fede, nonché una partecipazione alla scelta dei propri pastori, non si può parlare di sinodalità. L’unica alternativa è un silenzio che spesso nasconde scontento e frustrazione.

Un gesto di coraggio

Ho ricevuto questo messaggio:
“Dopo aver letto attentamente tutto il suo intervento (La morte del Messia,ndr) ho trovato un punto gravemente debole, riguardante la figura di Gesù di Nazaret: non è un personaggio, una stella fra tante, ma la PRIMA STELLA  (l’UOMO DIO, vero UOMO da poter morire come noi e vero DIO da poter donare all’uomo la risurrezione) in forza della quale anche noi possiamo diventare stella. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. GESù CRISTO però è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine, di persone che donano luce traendola dalla SUA LUCE ed offrono così orientamento per la nostra traversata.Con questo ritocco il suo è un lavoro super. Senza questo ritocco è da buttare come spazzatura. Ne abbia il coraggio: ci vorrà grande coraggio ma il suo lavoro sarà allora GRANDE. Auguri (messaggio firmato).

Ed ecco la mia risposta:
Caro*, grazie per il tuo scritto (scusami se ti do del tu, ma è quello che mi aspetto anche da te. Sai, tra fratelli…). Vedi, io ho cominciato la mia vita in un altro mondo (ho 84 anni), nel quale quanto tu dici era fuori discussione, e anch’io non l’ho mai discusso. Poi le cose sono cambiate, non perché io non ami più Gesù di Nazaret, ma perché ho studiato meglio il suo pensiero e le origini cristiane. L’ho potuto fare perché il mondo è cambiato e mi ha insegnato a studiare in modo critico, a capire le cose nel loro evolversi, a dialogare con chi la pensa diversamente, a cercare i valori essenziali e a distinguerli dalle loro interpretazioni contingenti. Oggi, nell’ultimo tratto della mia vita, mi sento cristiano più che mai, mi aggrappo a Gesù come mio maestro, ma cerco di andare avanti con le mie gambe, sapendo che anche Gesù era un uomo del suo tempo, come erano del loro tempo tutti coloro che hanno parlato di lui. Un saluto cordiale e fraterno. Sandro

Il dono dell’annunzio

Non ho letto il libro di Roberto Repole, “Il dono dell’annuncio. Ripensare la Chiesa e la sua missione” (Edizioni San Paolo, pp. 206, € 22) ma semplicemente la recensione di Maria Teresa Pontara Pederiva. Strano! Non trovo nessuna accenno al fatto che noi ancora oggi proponiamo alla gente un Vangelo che è sovraccarico di dottrine, dogmi, strutture, riti, norme morali che cozzano contro la mentalità non dico di quanti hanno fatto una scelta di vita diversa, ma di persone normali, che pensano, si fanno domande e vogliono vivere il Vangelo secondo i dettami della propria coscienza. La nostra gente non è affetta da una sorta di “analfabetismo religioso”, ma piuttosto ha rimosso tutto un complesso di interpretazioni dogmatiche che non solo non interessano più ma che molte volte provocano un rifiuto, sono sentite come una sfida al buon senso. Una nuova evangelizzazione può venire solo da un cambiamento dottrinale, che metta al primo posto il Vangelo e la sua forza provocatoria e non le successive interpretazioni. Se si farà tutto ciò, le folle non ritorneranno certo a frequentare le nostre chiese, ma avremo comunità che saranno sale della terra e luce del mondo. Altrimenti il Vangelo seguirà altre vie che già oggi tanti “fuorusciti” stanno cercando con alterne vicende.

Scure medievale sul priore di Bose

“Secondo le bislacche teorie dell’esecutore del decreto, in ogni fondatore si cela un abusatore (sic!) ed Enzo Bianchi confermerebbe il suo teorema alla lettera. Ma l’esclusione forzata sarebbe anche quella degli eredi di Bose. Il padre si è svelato ai loro occhi come un malato inguaribile di narcisismo. Può accadere. Ma destinare il fondatore al confino… Papa Francesco è il solo ad avere l’autorità e il giusto sguardo per salvare Enzo Bianchi da una umiliazione che non merita.”
(da Scure medievale sul priore di Bose di Massimo Recalcati in La Stampa del 11 febbraio 2021).
Ma perché proprio il papa ha avvallato una decisione così astrusa? Perché si è lasciato coinvolgere personalmente in quella che poteva essere semplicemente una bega di convento? E per di più in modo tale da non potersi tirare indietro. E’ difficile evitare il dubbio che ci sia qualcosa d’altro che non si può dire. Oppure che si sia voluto affossare un’esperienza post-conciliare, approfittando di dissidi interni. Ma perché? Una cosa è certa: qualunque sia la spiegazione che si dà, resta valido il titolo dell’articolo di Recalcati.

La forza dell’utopia

Mi ha colpito la conclusione dell’articolo di Gad Lerner:i Pci, quel “tagliacuci” sulla rivoluzione  in il Fatto Quotidiano del 9 febbraio 2021:
“Scrive dunque di Schicchi la futura senatrice a vita Ravera: “Era uno di quegli anarchici con cui Gramsci amava conversare. ‘Anche l’utopia serve al cammino degli uomini – mi diceva poi Gramsci, sorridendo – fa la sua tenue luce, là dove ciò che realmente sarà non sappiamo’…”. Ecco, forse è proprio l’utopia a mancarci, cent’anni dopo”.
Aggiungerei: “diciamo pure duemila anni dopo”.