Categoria: Feste

Battesimo di Gesù B

La sfida del battesimo

La liturgia ricorda il battesimo di Gesù come una seconda epifania, cioè un momento speciale in cui egli si è manifestato al mondo. Con questa festa terminano le celebrazioni natalizie e inizia il tempo ordinario, in cui la liturgia propone la lettura del vangelo di Marco (anno B). È questa un’occasione preziosa in cui siamo invitati a riflettere sul nostro battesimo in quanto modellato sul battesimo di Gesù.

La prima lettura è rivolta ai giudei esuli a Babilonia che ormai intravedevano la liberazione e il ritorno nella terra promessa. Il profeta, i cui oracoli sono riportati nella seconda parte del libro di Isaia, intende dare loro un’ulteriore garanzia circa la realizzazione del progetto di Dio. Egli sta per fare con il popolo rinnovato un’alleanza eterna perché sia il testimone di una salvezza che dovrà estendersi a tutti i popoli. Ma il profeta sottolinea anche che essi devono collaborare con l’azione divina. Ciò significa nutrirsi metaforicamente del cibo che egli dà loro: in altre parole, essi devono cercare il Signore, fidarsi di lui e abbandonare i propri interessi personali per adottare i pensieri del Signore.

Nel brano del vangelo si narra il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni il Battista. Questi invitava i peccatori alla conversione e amministrava loro il battesimo come segno del perdono di Dio. È comprensibile perciò che i primi cristiani sentissero un certo imbarazzo per il fatto che Gesù aveva ricevuto il battesimo di Giovanni insieme a una folla di persone che confessavano i loro peccati. Secondo Marco, il vangelo più antico, che è la fonte principale degli altri due, il significato del battesimo di Gesù si capisce a partire da ciò che è avvenuto subito dopo. Appena ha ricevuto il battesimo, Gesù ha visto i cieli aperti e lo Spirito di Dio, in forma di colomba, discendere su di lui mentre una voce dal cielo diceva: Tu sei il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Questa visione non deve essere letta come un evento accaduto oggettivamente ma come un racconto composto dall’evangelista per esprimere il significato del battesimo di Gesù. La visione da lui ricevuta mostra chiaramente che la presenza di Gesù tra i peccatori non è stata la risposta a un suo bisogno di purificazione, ma l’occasione in cui ha iniziato a compiere la missione che il Padre gli aveva assegnato. In quel momento Gesù si è impegnato a raccogliere un popolo rinnovato e purificato, disposto ad accettare su di sé la regalità di Dio. Immergendosi nell’acqua con i peccatori, Gesù non ha compiuto qualcosa di disdicevole per il figlio di Dio, ma piuttosto ha mostrato come il vero «figlio di Dio», il Messia, si riveli non in un tempio o una reggia ma condividendo le sofferenze e i limiti propri di ogni essere umano. Si spiega così la scandalosa amicizia con i peccatori che ha contrassegnato il ministero pubblico di Gesù (cfr. Mc 2,15). 

Nella seconda lettura si dice che chi è stato generato da Dio non può non amarlo. Ma se veramente ama Dio come suo Padre, egli deve amare anche tutti coloro che Dio ha generato. Infatti l’amore per Dio si manifesta nell’osservanza dei suoi comandamenti che hanno come oggetto fondamentale l’amore del prossimo. È proprio amando Dio e il prossimo che il credente vince il mondo, cioè sconfigge il peccato che si annida nelle strutture ingiuste che corrompono i rapporti tra le persone.

L’uso di amministrare il battesimo ai bambini ha fatto perdere lungo i secoli il significato del battesimo cristiano. In un periodo come il nostro, nel quale molti genitori rinunziano a far battezzare i loro figli, è importante riscoprire il significato del battesimo, che implica, come dice la prima lettura, un vero cambiamento di mentalità. Esso significa diventare discepoli di Gesù ed entrare così nell’ottica di Dio, impegnandosi con lui in una lotta senza quartiere contro il male che pervade la società. Ciò si attua entrando a far parte di una comunità in cui si anticipa nell’oggi, come richiede la seconda lettura, quel regno di giustizia e di pace che Gesù è venuto ad annunziare

Natale – Messa della vigilia

Una storia che continua

Nella vigilia del Natale la liturgia presenta la nascita di Gesù come compimento dell’esperienza di Dio di cui è stato protagonista il popolo di Israele. Come prima lettura viene proposto un brano del Terzo-Isaia nel quale il popolo di Israele è rappresentato come la sposa amata da Dio, rivestita di salvezza e di giustizia, la cui gloria risplende davanti a tutti i re della terra. È una visione ideale che presuppone una situazione precedente di devastazione e di abbandono. Il susseguirsi di grazia, peccato, castigo, a cui fa seguito il perdono e un nuovo inizio è tipico della visione biblica della storia. È un modo per indicare il faticoso cammino dell’uomo, in cui Dio è presente come colui che non lo abbandona mai, ma lo illumina, lo incoraggia, lo sostiene perché non venga meno nella sua ricerca di giustizia e si rialzi quando è caduto.

Nel brano del vangelo è riportata la genealogia di Gesù come è presentata da Matteo. La genealogia è un modo per raccontare in sintesi la storia di una persona o di un popolo. Ogni nome della genealogia richiama una storia di peccato e di grazia che orienta verso un personaggio nel quale l’evangelista riconosce il Messia, il Cristo, figlio di Davide, atteso dal suo popolo. Gesù appartiene a questo popolo di cui illumina retrospettivamente la storia con tutte le sue luci e le sue ombre; ma al tempo stesso la supera segnando un nuovo inizio che va al di là di tutte le aspettative. Con Giuseppe infatti la genealogia si interrompe in quanto Gesù non è generato da lui ma da Maria, sua sposa, il cui ruolo è adombrata nelle quattro donne citate nella genealogia, le quali hanno generato in modo anomalo un vero discendente di Abramo. Il collegamento tra una storia che finisce e una che comincia è fatto da Giuseppe che, illuminato da Dio, prende Maria come sua sposa e adotta Gesù come suo figlio. Per mezzo suo Gesù è il figlio di Abramo e di Davide, ma in quanto generato da Maria è il nuovo Adamo con il quale ha inizio una nuova umanità.

Nella seconda lettura anche Paolo, secondo il racconto degli Atti degli apostoli, mostra come Gesù giunga al termine di una lunga storia di salvezza ma al tempo stesso la superi. Egli è designato da Paolo come il salvatore che Giovanni il Battista indica a Israele come uno al quale egli non è degno neppure di slacciare i sandali.

Il Natale è per noi lo spartiacque tra un tempo che finisce e uno che inizia. Gesù è il compimento non solo dell’esperienza spirituale di Israele ma anche di quella di tutta l’umanità che l’ha preceduto. Ma con lui si apre una nuova strada non solo per quelli che credono in lui e lo accolgono come il Messia ma anche per coloro che non lo riconoscono come tale: tutti infatti devono confrontarsi con il suo messaggio di salvezza che riguarda tutta l’umanità.

Tempo Natalizio B – Santa Famiglia

Un ideale per la famiglia

In questa domenica la liturgia ci invita a meditare sulla famiglia di Gesù: è questa un’occasione preziosa per riflettere sulla famiglia e sul momento di crisi che sta passando.

Nella prima lettura si racconta di Abramo, il quale aveva ricevuto da Dio un grande compito, quello di essere il padre di un popolo mediante il quale la benedizione di Dio avrebbe raggiunto tutte le nazioni. Ma Sara, la moglie di Abramo, era sterile. Il patriarca allora, conformemente agli usi del tempo, ha cercato di avere un figlio da un’altra donna. E c’è riuscito. Ma Dio gli ha rivelato che il figlio della promessa non doveva nascere solo da lui ma anche da Sara sua moglie, come poi effettivamente è accaduto. Il progetto di Dio doveva attuarsi mediante una coppia di persone unite da una profonda solidarietà.

Nella lettura del vangelo è protagonista un’altra coppia, quella di Giuseppe e Maria, i quali portano al tempio per la prima volta il loro figlio Gesù e lo consacrano a Dio. In questa occasione il vecchio Simeone riconosce in Gesù il salvatore, gloria di Israele e luce delle nazioni, a prezzo però di una dolorosa rottura che sarà la causa della sua morte. E anche a Maria una spada trafiggerà l’anima. Le parole di Simeone fanno capire, come del resto tutti i racconti dell’infanzia, che Maria e Giuseppe sono coinvolti nel progetto che Dio si sta realizzando per mezzo di Gesù. Giuseppe morirà prima che Gesù cominci il suo ministero pubblico, ma Maria gli sarà vicina e pagherà di persona per la sua partecipazione alla sua missione. Anche la coppia di Giuseppe e Maria, come quella di Abramo e Sara, è impegnata in un progetto più grande che va al di là dell’ambito ristretto della loro famiglia.

Nella seconda lettura Abramo e Sara sono proposti come modello di fede. È chiaro che la loro fede non consisteva tanto nell’accettazione di quelle che noi chiamiamo “verità della fede” e che sono riassunte nel credo. Per loro la fede si identificava con la fedeltà, la fiducia in Dio e all’accettazione del progetto che aveva proposto a loro.

Nei secoli sono stati imposti agli sposi pesanti oneri (indissolubilità, procreazione, difesa della vita ecc.) senza proporre loro un grande progetto di salvezza in cui essere coinvolti proprio come espressione del loro amore. Mentre generano nuovi esseri umani essi sono chiamati a impegnarsi insieme per dare vita a un mondo migliore per i loro figli e per tutta l’umanità. Ma questo ideale si può scoprire solo all’interno di comunità vive, nelle quali trovare ispirazione e aiuto per superare le difficoltà che ne ostacolano l’attuazione.

Natale – Messa del giorno

La luce nelle tenebre

Nella terza messa di Natale l’attenzione è focalizzata su Gesù in quanto annunciatore di una salvezza che deve raggiungere tutta l’umanità. Nella prima lettura si parla di un lieto annunzio (vangelo) che ha per oggetto la liberazione degli israeliti dall’esilio e il loro ritorno nella terra dei padri. È nell’attuazione di questo progetto che si manifesta la regalità di Dio. Gesù riprenderà questo lieto annunzio e ne mostrerà l’attuazione nella sua predicazione e nei suoi miracoli, fino alla sua morte in croce.

Nel brano del vangelo si afferma che in Gesù si manifesta la parola di Dio, mediante la quale egli ha creato il mondo e ora invia all’umanità. In quanto parola uscita da Padre, Gesù è la luce che illumina ogni uomo. Egli ha lo scopo non di portare una legge ma di manifestare la grazia e la verità di Dio, cioè il suo amore misericordioso per tutti. Per realizzare questo compito Gesù deve scontrarsi con le tenebre, che rappresentano tutti i blocchi che impediscono agli esseri umani di rispondere al progetto di Dio. Ma le tenebre non riusciranno mai a impedire il suo annunzio, neppure quando provocheranno la sua morte in croce.

Come seconda lettura la liturgia propone il prologo della lettera agli Ebrei nel quale si dice che Dio, dopo aver parlato in passato per mezzo dei profeti, ora ha parlato per mezzo del Figlio suo che è irradiazione della sua gloria. È questo Figlio che non solo ha annunziato la parola di Dio ma ha anche compiuto l’espiazione dei peccati, dimostrando così che Dio è più forte della cattiveria umana.

Il Natale rappresenta dunque l’annunzio di una salvezza che consiste nel vincere le violenze di ogni tipo in cui è ancora immersa l’umanità. La venuta di Gesù ha avuto un ruolo determinante in questa lotta cosmica. In quanto Parola di Dio, egli è il rappresentante di tutti quelli che hanno lottato e sono morti per la realizzazione di un mondo migliore. Dal Natale viene l’invito a continuare questa lotta che i suoi discepoli devono continuare in collaborazione con tutti gli uomini e donne di buona volontà.

Natale – Messa dell’aurora

Il dono della salvezza

Nella seconda messa di Natale la liturgia suggerisce una riflessione sul significato della salvezza a cui allude il nome stesso di Gesù. La prima lettura propone un annunzio che viene fatto a Sion: arriva il tuo Salvatore. In Gesù si compie l’attesa di salvezza propria di tutto il popolo ebraico e quella inconscia di tutta l’umanità.

Nel brano del vangelo si narra l’arrivo a Betlemme dei pastori a cui l’angelo aveva annunziato la nascita di Gesù. Quello che colpisce in questo racconto è il fatto che, quando i pastori trovano Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia, non ricevono ulteriori ragguagli circa il significato di questa nascita, ma sono loro a riferire quanto avevano saputo dall’angelo. E le loro parole destano stupore, quasi che i diretti protagonisti non fossero a conoscenza di quanto stavano vivendo. Sono i poveri e gli emarginati i primi a capire il significato della nascita di Gesù. Maria stessa è colpita da quanto loro le dicono e ne fa l’oggetto della sua meditazione.

L’autore della seconda lettura riprende il tema della salvezza, presentandola come un dono gratuito di Dio. Tutto ciò che Gesù ha portato in questo mondo è dono di Dio, della sua misericordia. Se Dio non lo amasse, questo mondo non avrebbe avuto origine e non potrebbe sussistere. Gesù ci rivela l’amore infinito di Dio. Ma soprattutto l’autore sottolinea che la bontà di Dio si è rivelata in Gesù per tutti gli uomini.

Oggi nelle nostre città il Natale è diventato per molti un’occasione in cui fare sfoggio di un benessere che si manifesta nel consumismo. Sembra che la salvezza consista nel possesso dei beni materiali. Il Natale ricorda che la salvezza consiste in qualcos’altro: l’amore, la solidarietà la fraternità. Sono soprattutto i poveri, e non l’istituzione religiosa, che lo hanno capito. E da loro deve partire la salvezza a cui aspira il nostro mondo.

Tempo Ordinario A – Festa di Cristo Re

Il giudizio finale

Il tema di questa celebrazione liturgica è quello del giudizio finale. Nella prima lettura Dio è presentato come giudice in quanto pastore del gregge. Questa immagine contiene una forte protesta contro i capi di Israele, immaginati come pastori che hanno portato il gregge alla rovina. Perciò Dio interviene mettendosi lui stesso a capo del gregge. Egli svolge il compito di giudice perché è il pastore del gregge ed è interessato unicamente al bene delle sue pecore.

Nella parabola del vangelo viene presentata l’immagine del giudizio, nel quale è Gesù che svolge il ruolo di pastore e di giudice.La scena riguarda gli ultimi tempi. Allora Gesù separerà i buoni dai cattivi. I buoni sono coloro che, a qualunque nazione o religione appartengano, hanno avuto misericordia per gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i poveri, i malati, i prigionieri. In tutti costoro essi, pur senza conoscerlo, l’hanno incontrato. La fine dei tempi, come la fine di ciascuno, è un buon punto di osservazione per valutare la situazione presente. Quando ormai tutto sta per essere perso, si capisce che l’unica cosa importante è la misericordia e l’amore fraterno verso i poveri e i bisognosi. In questo consiste la salvezza di una persona e di tutta la società. Ma che cosa Gesù si aspettava da quelli che così l’hanno incontrato? La parabola suggerisce alcuni verbi: dar da mangiare, accogliere, vestire, visitare. Indicano opere di misericordia rivolti alla persona in quanto tale. Questo aspetto è molto importante, perché l’amore non si nutre di belle parole ma di rapporti personali che coinvolgono tutta la persona, anima e corpo.

Anche nella seconda lettura Gesù viene immaginato come un re che ha ottenuto il trono, ma deve ancora vincere del tutto le potenze nemiche, prima di consegnare il regno al Padre. Questa immagine mette in luce un aspetto complementare a quello segnalato nel vangelo: l’amore per gli ultimi non è vero e adeguato se non mette in questione i poteri che determinano miseria e sfruttamento di una parte così grande di popolazione.

L’incontro con Gesù è determinante per la salvezza di tutti. Ma questo incontro non avviene semplicemente all’interno di una comunità. Gesù infatti è presente nei poveri e nei diseredati, nei quali ciascuno può incontrarlo, anche senza una specifica vita religiosa. Oggi si sente la necessità di eliminare le cause del disagio sociale: la ineguale distribuzione dei beni, le carceri sovraffollate, la crisi del mondo giovanile, il commercio internazionale, la vendita di armi. Ciò è molto importante, ma il nemico da sconfiggere è prima di tutto dentro di noi e si sconfigge solo condividendo la sorte degli ultimi di questo mondo.

Corpo e sangue del Signore A

Il ricordo del Signore

Il tema di questa festa è indicato dalla prima lettura in cui l’autore, che parla in nome di Mosè, fa leva sul concetto di «memoria»: gli israeliti devono ricordare ciò che il loro Dio ha fatto per loro, liberandoli dalla schiavitù dell’Egitto e sostenendoli nelle difficili prove attraverso cui sono dovuti passare nel deserto. Chiaramente non si tratta di una memoria puramente concettuale, ma di un ritornare con la mente e con il cuore a un evento passato sul quale si basa la realtà stessa della loro esistenza come comunità. Per gli israeliti ricordare l’uscita dall’Egitto significava mettere al centro della loro esistenza come popolo la fedeltà a Dio, espressa mediante l’osservanza della sua legge. 

Nel brano del vangelo Giovanni ci ha lasciato, attribuendola a Gesù stesso, una catechesi sul significato della cena che i cristiani celebravano nelle loro comunità. Ripetere il gesto e le parole di Gesù, significava per loro ricordare tutto quello che egli aveva detto e compiuto, il suo annunzio della prossima venuta del regno di Dio e il suo amore per i poveri e per gli emarginati, fino alla sua morte cruenta sulla croce. I cristiani erano consapevoli che mangiando il suo pane e bevendo il suo vino essi entravano in comunione con lui, cioè diventavano partecipi della sua stessa vita. Ciò significava la possibilità di vivere in questo mondo come lui era vissuto, nella fedeltà a Dio e ai fratelli. In forza di questo rapporto con lui essi facevano l’esperienza di uscire da se stessi e di porsi al servizio degli altri nella ricerca generosa del bene comune. Gesù sottolinea che solo possedendo già quaggiù la sua vita è possibile ottenere un giorno, dopo la morte, una vita nuova con il Padre. 

Nella seconda lettura ritorna il tema della comunione con Gesù che si attua quando si mangia il suo pane e si beve il suo sangue. Ricordando in chiave personale e comunitaria quello che lui era stato e aveva fatto per loro, i credenti adottano la sua logica di vita che consiste nell’impegno per anticipare nell’oggi il regno di Dio. Essi diventano così una realtà nuova, cioè vengono a formare un solo corpo con Gesù e con i fratelli. 

L’Eucaristia è dunque il segno sensibile della presenza reale di Cristo nella comunità dei suoi discepoli. Spesso nella messa l’accento è posto sulla “consacrazione” perché con essa si rende presente il corpo e il sangue del Signore. Questo poi diventa oggetto di culto mediante l’adorazione eucaristica, le processioni, la benedizione eucaristica. Oggi, con la riforma liturgica, è venuto in primo piano il concetto di memoria. Chi partecipa alla cena del Signore ricorda la sua persona, il suo insegnamento, la sua morte e la sua risurrezione. Questo ricordo, se è autentico, dovrebbe produce un’intensa comunicazione tra i presenti, che diventano così un corpo solo con Cristo e si mettono al servizio gli uni degli altri e della società a cui appartengono. Se questo non avviene, vuol dire che si è ancora lontani dall’ideale proposto da Gesù.

Tempo Ordinario A – Ss. Trinità

L’incontro con il Dio inconoscibile

Nel primo concilio di Nicea, che ha avuto luogo nel 325, è stata formulata la dottrina secondo cui Dio è unico quanto a natura ma in lui ci sono due persone, il Padre, il Figlio; successivamente è stata aggiunta una terza persona, lo Spirito santo. Questa dottrina ha consentito il superamento delle divergenze allora presenti nel movimento cristiano. Con il tempo però è diventato una formula che, proprio perché è continuamente ripetuta, non suggerisce più nulla ai cristiani ordinari. È dunque importante riscoprire l’origine biblica di questa dottrina e i riflessi che ha nella vita spirituale dei credenti.

Nella prima lettura è riportato il nucleo centrale del messaggio biblico, secondo il quale il mondo trae origine da una Realtà superiore, chiamata YHWH, che l’ha voluto e l’ha realizzato attraverso un’evoluzione che è durata miliardi di anni. Questo Dio è misericordioso, non tanto perché perdona il peccato di chi si pente, ma perché accetta tutte le creature che da lui hanno origine, nonostante tutti i loro limiti e le loro miserie, e dà loro armonia e finalità. È per questa sua misericordia che Dio ha ricevuto l’appellativo di Padre.

Nel brano del vangelo la paternità di Dio viene espressa come un immenso amore che si manifesta in massimo grado nella persona umana di Gesù. In quanto atto supremo di amore, il suo essere innalzato sulla croce appare come una gloria e non come un’umiliazione. Egli diventa così Maestro e ispiratore di chi si apre al suo messaggio. Ogni essere umano è equipaggiato per fare l’esperienza di Dio. Senza questa possibilità non potremmo vivere. Esistono però uomini che hanno percepito il divino in un modo speciale e sono diventati le guide spirituali dell’umanità. Gesù è uno di questi. Per i suoi discepoli è lui in sommo grado il Rivelatore del Padre. In lui essi hanno visto un riflesso speciale del Dio nascosto, il volto umano di Dio.

Nella seconda lettura, Paolo invita i cristiani a praticare l’amore vicendevole. Poi esprime i suoi saluti mediante una formula trinitaria in cui il Padre viene visto come fonte dell’amore e il Figlio come colui che ci ha donato la grazia di Dio; al terzo posto viene evocato lo Spirito come garante della comunione, cioè del legame profondo che unisce i credenti fra loro e con Dio. In altre parole il Dio nascosto si è manifestata in Gesù di Nazaret e agisce mediante lo Spirito da lui elargito nel cuore di chi crede in lui.

La Trinità è una formula che è stata imposta spesso con metodi violenti e intolleranti. Oggi è importante che non sia più ripetuta mnemonicamente ma aiuti a comprendere il mistero di un Dio nascosto che si rivela come Padre mediante il suo Figlio Gesù Cristo e muove come soffio vitale persone e cose perché evolvano verso quella pienezza che egli ha assegnato loro come scopo della sua creazione. 

Tempo di Pasqua A – Pentecoste

I doni dello Spirito

La festa di Pentecoste commemora la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli come inizio della Chiesa. Nella prima lettura viene riportato il brano degli Atti degli apostoli in cui si descrive questo evento. Nel suo racconto Luca è preoccupato di mostrare come proprio in quella occasione Dio abbia attuato un passo importante per la salvezza di tutta l’umanità. Lo Spirito Santo simboleggia Dio in quanto opera nella storia e nel cuore degli uomini. La sua venuta viene descritta in forma simbolica come lingue di fuoco che discendevano sugli apostoli. Lo Spirito provoca in essi un fenomeno molto conosciuto e apprezzato agli inizi del cristianesimo: il parlare in lingue (glossolalia), cioè pregare Dio in una lingua diversa e sconosciuta, con un profondo fervore accompagnato da forte emotività. Luca però trasforma questo fenomeno in un parlare «altre» lingue, quelle cioè dei presenti provenienti da tutte le parti del mondo. In tal modo egli vuole sottolineare come la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli avesse lo scopo di spingerli ad annunziare il vangelo a tutte le nazioni. 

Il parlare in lingue, di cui avevano dato prova gli apostoli nel giorno di Pentecoste, era molto noto nella comunità di Corinto. Ma di esso si erano impadroniti alcuni «specialisti», persone cioè dotate di questo particolare dono («carisma»), creando un certo scompiglio nella comunità. Dal contesto della seconda lettura appare che è proprio l’esercizio di questo dono che Paolo intende correggere. Scrivendo ai corinzi, egli non condanna coloro che hanno ricevuto questo carisma, ma sottolinea che la glossolalia è solo un carisma fra i tanti che sono elargiti ai membri della comunità per il bene di tutti. Ognuno ha il suo carisma e l’unità della comunità appare proprio nell’interazione fra i diversi carismi. Nessuno è autorizzato ad appropriarsi di un carisma, esaltandolo e squalificando gli altri.

Nel brano del vangelo infine il dono dello Spirito, fatto ai discepoli dal Cristo risorto, viene messo in rapporto con la pace e con il perdono dei peccati. Il compito dei cristiani, animati e guidati dallo Spirito, è dunque quello di portare la pace e di lottare contro ogni tipo di violenza e di ingiustizia, non con mezzi violenti e neppure con la semplice protesta, ma stabilendo fra loro e con tutti un nuovo rapporto di solidarietà e condivisione.

Per essere discepoli di Gesù e membri attivi di una comunità cristiana bisogna riscoprire ogni giorno il proprio carisma e metterlo al servizio degli altri. Se ciò non avviene la Chiesa resta «ingessata», con le sue gerarchie, i suoi dogmi, i suoi riti standardizzati, le prediche noiose, a cui fa riscontro la passività dei presenti e la mancanza di conoscenza reciproca. Ma una Chiesa così ridotta difficilmente potrà diventare artefice di un profondo rinnovamento di tutta la società.

Tempo di Pasqua A – Ascensione del Signore

La glorificazione di Gesù

La festa dell’Ascensione non ha lo scopo di giustificare la scomparsa di Gesù da questo mondo ma di affermare la sua presenza. Nella prima lettura, ricavata dagli Atti degli apostoli, Luca narra come Gesù, dopo la sua risurrezione, sia stato per quaranta giorni con i suoi discepoli e poi sia salito al cielo. Luca è l’unico che descrive in modo visivo il ritorno di Gesù al Padre. Il messaggio contenuto nel racconto degli Atti sta anzitutto nel fatto che Gesù, mentre lascia questo mondo, promette ai discepoli di inviare lo Spirito santo che garantirà loro la sua costante presenza e farà di essi i suoi testimoni. È anche significativo il dettaglio dei due uomini in bianche vesti, cioè gli angeli della risurrezione, che esortano gli apostoli a non fissare il loro sguardo al cielo ma a impegnarsi su questa terra per rendere testimonianza al Signore.

Sulla stessa lunghezza d’onda si situa anche il brano del vangelo. Diversamente da Luca, l’evangelista Matteo non parla di ascensione. Dopo la sua risurrezione, Gesù appare ai discepoli già rivestito di gloria divina e li manda a insegnare tutto quello che aveva detto loro. Il fatto che egli appaia come il Signore esaltato non è un cedimento alla tentazione di trionfalismo, ma la manifestazione simbolica di una lotta vittoriosa contro il potere del male. Per i discepoli che devono continuare la sua opera non c’è dunque spazio per il pessimismo. La promessa di essere con loro fino alla fine del mondo è un segno di speranza e una garanzia di vittoria.

Il tema del vangelo viene ripreso anche nella seconda lettura. In essa è riportata una preghiera attribuita a Paolo nella quale egli chiede a Dio per i cristiani di Efeso una più profonda conoscenza di quello che Gesù è stato e ha lasciato ai suoi discepoli. La sua esaltazione viene qui interpretato come una piena partecipazione al governo di Dio sul mondo che si esercita mediante la Chiesa. Non si tratta però di un ruolo politico ma di una testimonianza di vita che si oppone alla logica di questo mondo.

Alla luce delle letture proposte dalla liturgia appare che l’Ascensione di Gesù, con tutta la sua carica simbolica, non ci porta fuori dal mondo ma ci richiama a esso. L’unico modo per vivere la nostra unione con lui non consiste nel ritirarci in noi stessi e pensare a un’altra vita, ma nell’immergerci in questo mondo alla ricerca di un bene di cui tutti siano partecipi. Si tratta di un impegno che riguarda i credenti non solo come individui ma come membri di una comunità che anticipa, con il suo modo di essere, il regno di Dio.