Categoria: Feste

Corpo e sangue del Signore A

Il ricordo del Signore

Il tema di questa festa è indicato dalla prima lettura in cui l’autore, che parla in nome di Mosè, fa leva sul concetto di «memoria»: gli israeliti devono ricordare ciò che il loro Dio ha fatto per loro, liberandoli dalla schiavitù dell’Egitto e sostenendoli nelle difficili prove attraverso cui sono dovuti passare nel deserto. Chiaramente non si tratta di una memoria puramente concettuale, ma di un ritornare con la mente e con il cuore a un evento passato sul quale si basa la realtà stessa della loro esistenza come comunità. Per gli israeliti ricordare l’uscita dall’Egitto significava mettere al centro della loro esistenza come popolo la fedeltà a Dio, espressa mediante l’osservanza della sua legge. 

Nel brano del vangelo Giovanni ci ha lasciato, attribuendola a Gesù stesso, una catechesi sul significato della cena che i cristiani celebravano nelle loro comunità. Ripetere il gesto e le parole di Gesù, significava per loro ricordare tutto quello che egli aveva detto e compiuto, il suo annunzio della prossima venuta del regno di Dio e il suo amore per i poveri e per gli emarginati, fino alla sua morte cruenta sulla croce. I cristiani erano consapevoli che mangiando il suo pane e bevendo il suo vino essi entravano in comunione con lui, cioè diventavano partecipi della sua stessa vita. Ciò significava la possibilità di vivere in questo mondo come lui era vissuto, nella fedeltà a Dio e ai fratelli. In forza di questo rapporto con lui essi facevano l’esperienza di uscire da se stessi e di porsi al servizio degli altri nella ricerca generosa del bene comune. Gesù sottolinea che solo possedendo già quaggiù la sua vita è possibile ottenere un giorno, dopo la morte, una vita nuova con il Padre. 

Nella seconda lettura ritorna il tema della comunione con Gesù che si attua quando si mangia il suo pane e si beve il suo sangue. Ricordando in chiave personale e comunitaria quello che lui era stato e aveva fatto per loro, i credenti adottano la sua logica di vita che consiste nell’impegno per anticipare nell’oggi il regno di Dio. Essi diventano così una realtà nuova, cioè vengono a formare un solo corpo con Gesù e con i fratelli. 

L’Eucaristia è dunque il segno sensibile della presenza reale di Cristo nella comunità dei suoi discepoli. Spesso nella messa l’accento è posto sulla “consacrazione” perché con essa si rende presente il corpo e il sangue del Signore. Questo poi diventa oggetto di culto mediante l’adorazione eucaristica, le processioni, la benedizione eucaristica. Oggi, con la riforma liturgica, è venuto in primo piano il concetto di memoria. Chi partecipa alla cena del Signore ricorda la sua persona, il suo insegnamento, la sua morte e la sua risurrezione. Questo ricordo, se è autentico, dovrebbe produce un’intensa comunicazione tra i presenti, che diventano così un corpo solo con Cristo e si mettono al servizio gli uni degli altri e della società a cui appartengono. Se questo non avviene, vuol dire che si è ancora lontani dall’ideale proposto da Gesù.

Tempo Ordinario A – Ss. Trinità

L’incontro con il Dio inconoscibile

Nel primo concilio di Nicea, che ha avuto luogo nel 325, è stata formulata la dottrina secondo cui Dio è unico quanto a natura ma in lui ci sono due persone, il Padre, il Figlio; successivamente è stata aggiunta una terza persona, lo Spirito santo. Questa dottrina ha consentito il superamento delle divergenze allora presenti nel movimento cristiano. Con il tempo però è diventato una formula che, proprio perché è continuamente ripetuta, non suggerisce più nulla ai cristiani ordinari. È dunque importante riscoprire l’origine biblica di questa dottrina e i riflessi che ha nella vita spirituale dei credenti.

Nella prima lettura è riportato il nucleo centrale del messaggio biblico, secondo il quale il mondo trae origine da una Realtà superiore, chiamata YHWH, che l’ha voluto e l’ha realizzato attraverso un’evoluzione che è durata miliardi di anni. Questo Dio è misericordioso, non tanto perché perdona il peccato di chi si pente, ma perché accetta tutte le creature che da lui hanno origine, nonostante tutti i loro limiti e le loro miserie, e dà loro armonia e finalità. È per questa sua misericordia che Dio ha ricevuto l’appellativo di Padre.

Nel brano del vangelo la paternità di Dio viene espressa come un immenso amore che si manifesta in massimo grado nella persona umana di Gesù. In quanto atto supremo di amore, il suo essere innalzato sulla croce appare come una gloria e non come un’umiliazione. Egli diventa così Maestro e ispiratore di chi si apre al suo messaggio. Ogni essere umano è equipaggiato per fare l’esperienza di Dio. Senza questa possibilità non potremmo vivere. Esistono però uomini che hanno percepito il divino in un modo speciale e sono diventati le guide spirituali dell’umanità. Gesù è uno di questi. Per i suoi discepoli è lui in sommo grado il Rivelatore del Padre. In lui essi hanno visto un riflesso speciale del Dio nascosto, il volto umano di Dio.

Nella seconda lettura, Paolo invita i cristiani a praticare l’amore vicendevole. Poi esprime i suoi saluti mediante una formula trinitaria in cui il Padre viene visto come fonte dell’amore e il Figlio come colui che ci ha donato la grazia di Dio; al terzo posto viene evocato lo Spirito come garante della comunione, cioè del legame profondo che unisce i credenti fra loro e con Dio. In altre parole il Dio nascosto si è manifestata in Gesù di Nazaret e agisce mediante lo Spirito da lui elargito nel cuore di chi crede in lui.

La Trinità è una formula che è stata imposta spesso con metodi violenti e intolleranti. Oggi è importante che non sia più ripetuta mnemonicamente ma aiuti a comprendere il mistero di un Dio nascosto che si rivela come Padre mediante il suo Figlio Gesù Cristo e muove come soffio vitale persone e cose perché evolvano verso quella pienezza che egli ha assegnato loro come scopo della sua creazione. 

Tempo di Pasqua A – Pentecoste

I doni dello Spirito

La festa di Pentecoste commemora la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli come inizio della Chiesa. Nella prima lettura viene riportato il brano degli Atti degli apostoli in cui si descrive questo evento. Nel suo racconto Luca è preoccupato di mostrare come proprio in quella occasione Dio abbia attuato un passo importante per la salvezza di tutta l’umanità. Lo Spirito Santo simboleggia Dio in quanto opera nella storia e nel cuore degli uomini. La sua venuta viene descritta in forma simbolica come lingue di fuoco che discendevano sugli apostoli. Lo Spirito provoca in essi un fenomeno molto conosciuto e apprezzato agli inizi del cristianesimo: il parlare in lingue (glossolalia), cioè pregare Dio in una lingua diversa e sconosciuta, con un profondo fervore accompagnato da forte emotività. Luca però trasforma questo fenomeno in un parlare «altre» lingue, quelle cioè dei presenti provenienti da tutte le parti del mondo. In tal modo egli vuole sottolineare come la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli avesse lo scopo di spingerli ad annunziare il vangelo a tutte le nazioni. 

Il parlare in lingue, di cui avevano dato prova gli apostoli nel giorno di Pentecoste, era molto noto nella comunità di Corinto. Ma di esso si erano impadroniti alcuni «specialisti», persone cioè dotate di questo particolare dono («carisma»), creando un certo scompiglio nella comunità. Dal contesto della seconda lettura appare che è proprio l’esercizio di questo dono che Paolo intende correggere. Scrivendo ai corinzi, egli non condanna coloro che hanno ricevuto questo carisma, ma sottolinea che la glossolalia è solo un carisma fra i tanti che sono elargiti ai membri della comunità per il bene di tutti. Ognuno ha il suo carisma e l’unità della comunità appare proprio nell’interazione fra i diversi carismi. Nessuno è autorizzato ad appropriarsi di un carisma, esaltandolo e squalificando gli altri.

Nel brano del vangelo infine il dono dello Spirito, fatto ai discepoli dal Cristo risorto, viene messo in rapporto con la pace e con il perdono dei peccati. Il compito dei cristiani, animati e guidati dallo Spirito, è dunque quello di portare la pace e di lottare contro ogni tipo di violenza e di ingiustizia, non con mezzi violenti e neppure con la semplice protesta, ma stabilendo fra loro e con tutti un nuovo rapporto di solidarietà e condivisione.

Per essere discepoli di Gesù e membri attivi di una comunità cristiana bisogna riscoprire ogni giorno il proprio carisma e metterlo al servizio degli altri. Se ciò non avviene la Chiesa resta «ingessata», con le sue gerarchie, i suoi dogmi, i suoi riti standardizzati, le prediche noiose, a cui fa riscontro la passività dei presenti e la mancanza di conoscenza reciproca. Ma una Chiesa così ridotta difficilmente potrà diventare artefice di un profondo rinnovamento di tutta la società.

Tempo di Pasqua A – Ascensione del Signore

La glorificazione di Gesù

La festa dell’Ascensione non ha lo scopo di giustificare la scomparsa di Gesù da questo mondo ma di affermare la sua presenza. Nella prima lettura, ricavata dagli Atti degli apostoli, Luca narra come Gesù, dopo la sua risurrezione, sia stato per quaranta giorni con i suoi discepoli e poi sia salito al cielo. Luca è l’unico che descrive in modo visivo il ritorno di Gesù al Padre. Il messaggio contenuto nel racconto degli Atti sta anzitutto nel fatto che Gesù, mentre lascia questo mondo, promette ai discepoli di inviare lo Spirito santo che garantirà loro la sua costante presenza e farà di essi i suoi testimoni. È anche significativo il dettaglio dei due uomini in bianche vesti, cioè gli angeli della risurrezione, che esortano gli apostoli a non fissare il loro sguardo al cielo ma a impegnarsi su questa terra per rendere testimonianza al Signore.

Sulla stessa lunghezza d’onda si situa anche il brano del vangelo. Diversamente da Luca, l’evangelista Matteo non parla di ascensione. Dopo la sua risurrezione, Gesù appare ai discepoli già rivestito di gloria divina e li manda a insegnare tutto quello che aveva detto loro. Il fatto che egli appaia come il Signore esaltato non è un cedimento alla tentazione di trionfalismo, ma la manifestazione simbolica di una lotta vittoriosa contro il potere del male. Per i discepoli che devono continuare la sua opera non c’è dunque spazio per il pessimismo. La promessa di essere con loro fino alla fine del mondo è un segno di speranza e una garanzia di vittoria.

Il tema del vangelo viene ripreso anche nella seconda lettura. In essa è riportata una preghiera attribuita a Paolo nella quale egli chiede a Dio per i cristiani di Efeso una più profonda conoscenza di quello che Gesù è stato e ha lasciato ai suoi discepoli. La sua esaltazione viene qui interpretato come una piena partecipazione al governo di Dio sul mondo che si esercita mediante la Chiesa. Non si tratta però di un ruolo politico ma di una testimonianza di vita che si oppone alla logica di questo mondo.

Alla luce delle letture proposte dalla liturgia appare che l’Ascensione di Gesù, con tutta la sua carica simbolica, non ci porta fuori dal mondo ma ci richiama a esso. L’unico modo per vivere la nostra unione con lui non consiste nel ritirarci in noi stessi e pensare a un’altra vita, ma nell’immergerci in questo mondo alla ricerca di un bene di cui tutti siano partecipi. Si tratta di un impegno che riguarda i credenti non solo come individui ma come membri di una comunità che anticipa, con il suo modo di essere, il regno di Dio.

Tempo di Pasqua A – Domenica di Pasqua

Credere nella risurrezione

Il tema della liturgia pasquale è quello della risurrezione di Gesù, vista non come un fatto storico documentabile ma come evento salvifico da accettare per fede.

Nella prima lettura Luca, negli Atti degli apostoli, dà la parola a Pietro, uno dei primi testimoni della risurrezione, mettendo però sulla sua bocca quello che era il primo annunzio delle comunità cristiane del suo tempo e del suo ambiente. Pietro dice di essere testimone della risurrezione perché ha mangiato e bevuto con Gesù dopo che essa si era verificata. È difficile che potesse dimostrare un fatto così straordinario come la risurrezione di un morto semplicemente dicendo di aver mangiato e bevuto con lui. In realtà Pietro, secondo Luca, non pretende di dimostrare nulla. Vuole solo dire che quell’uomo che aveva affrontato la sua morte in croce come prova  suprema di amore e di solidarietà verso tutti i diseredati  e gli oppressi, non poteva essere rimasto nel sepolcro maera più vivo che mai e per mezzo della fede in lui era possibile ottenere il perdono dei peccati, cioè impegnarsi per un mondo migliore. 

Nel vangelo si legge il racconto di due discepoli, Pietro e il discepolo che Gesù amava, i quali sono avvisati da Maria di Magdala, che il sepolcro di Gesù è vuoto. Allora corrono al sepolcro. Per primo arriva il discepolo che Gesù amava, vede i teli posati là ma non entra e lascia la precedenza a Pietro. Questi entra e vede non solo le bende ma anche il sudario avvolto in un luogo a parte. Poi entra il discepolo che Gesù amava, il quale vede e crede. Non si dice nulla di Pietro, ma si può supporre che anche lui abbia creduto. L’evangelista commenta poi che non avevano ancora compreso la Scrittura che parla della risurrezione di Gesù dai morti. Il testo è molto enigmatico. Sembra voler dire che i due discepoli hanno creduto non perché hanno visto che il corpo di Gesù non c’era più e i teli che l’avevano ricoperto erano piegati in un certo modo, ma perché ciò che hanno visto ha fatto accendere una luce, cioè ha fatto loro intuire quello che dice la Scrittura. Dunque la loro fede non è basata su ciò che hanno visto ma sulla parola della Scrittura che per la prima volta hanno capito. La fede, per essere tale, non ha bisogno di prove. Altrimenti che fede sarebbe? Ma in che cosa crede uno che crede nella risurrezione di Gesù?

A questa domanda risponde l’autore della lettera ai Colossesi il quale dà per scontato che Gesù è risorto e mette l’accento sul fatto che, mediante il battesimo, i suoi destinatari sono risorti con lui e di conseguenza devono vivere in un modo nuovo, abbandonando i vizi diffusi nella società in cui vivono. È stupefacente: credere nella risurrezione di Gesù vuol dire essere a propria volta persone risuscitate, cioè combattere con lui contro il potere del denaro, del successo e di quell’avarizia che, secondo l’autore del brano, è un’idolatria.

Purtroppo spesso nei secoli si è considerata la risurrezione di Gesù come il grande miracolo, storicamente dimostrato, che garantisce l’autorità di Cristo e l’origine divina della Chiesa. Oggi è importante recuperare la carica rivoluzionaria della fede in Gesù risorto che consiste nel credere che un mondo migliore è possibile e si realizza proprio a partire dagli ultimi, da coloro che Gesù ha proclamato beati.

Presentazione di Gesù al tempio

Luce delle nazioni

La presentazione di Gesù al tempio è un episodio simbolico con il quale Luca far risaltare come la salvezza, preannunziata da Dio nelle Scritture e attuata da Gesù, si rende presente nel tempio, luogo in cui abita Dio, e da lì si espande in tutto il mondo.

Nella prima lettura, come sfondo al messaggio del vangelo, la liturgia propone un testo del profeta Malachia nel quale si annunzia che il Signore entra nel suo tempio con lo scopo di purificare i sacerdoti che sono al servizio del culto a lui dovuto. La loro colpa, segnalata da Malachia in altri punti del suo libretto, consiste nel fare del culto un apparato esteriore, che nasconde interessi vari e allontana i fedeli da Dio.

Nel brano del vangelo Luca narra, in modo un po’ maldestro, l’adempimento da parte dei genitori di Gesù, di due precetti rituali: la purificazione della puerpera e il riscatto del primogenito. Egli però non è interessato ai riti ma se ne serve come occasione per far svelare un aspetto della personalità di Gesù da due personaggi che rappresentano il popolo ebraico. Il primo è il vecchio Simeone che, proprio nel luogo più sacro dell’ebraismo, il tempio di Gerusalemme, annunzia che Gesù sarà luce per le genti e gloria del suo popolo Israele. L’ordine è capovolto rispetto a quanto si sarebbero attesi i giudei del suo tempo per i quali, alla luce della promessa fatta al Servo del Signore, egli doveva essere prima “alleanza del popolo” e poi “luce delle nazioni”. In realtà Gesù e i suoi discepoli non sconfesseranno Israele, ma metteranno al primo posto l’annunzio del Vangelo a tutte le genti. Per questo motivo Gesù diventerà pietra di scandalo e provocherà un doloroso dissidio nel mondo giudaico: per alcuni sarà occasione di caduta mentre per altri comporterà la scoperta di una nuova vita. A Maria Simeone annunzia che, in quanto partecipe del destino di Gesù, una spada le trapasserà l’anima. Anche la profetessa Anna svolge un ruolo profetico in quanto riconosce in Gesù colui che avrebbe attuato la redenzione di Gerusalemme.

Nella seconda lettura si mette in luce il meccanismo perverso che influenza i comportamenti umani. Si tratta della paura della morte, che spesso si pensa di poter vincere mettendo al primo posto le proprie sicurezze umane. E’ questa l’origine del peccato che Gesù vince in quanto proclama che la fonte della vera sicurezza è l’amore verso tutti, senza alcuna discriminazione.

Per i giudei del tempo di Gesù era scandaloso mettere in crisi il loro statuto privilegiato di popolo eletto. Proprio per questo di fronte a lui, che non teneva conto di primati o di privilegi, e poi di fronte ai suoi discepoli, che annunziavano il Vangelo a tutti, giudei e gentili, essi si sono divisi: alcuni l’hanno accettato e altri l’hanno rifiutato. L’apertura agli «altri», in quanto mette in crisi le proprie sicurezze, è spesso causa di dissidi insanabili.

Tempo Natalizio A – Battesimo del Signore

Il giusto fra i peccatori

Il fatto che Gesù abbia ricevuto il battesimo da Giovanni è importante non solo perché segna l’inizio del suo ministero pubblico, ma anche perché rappresenta una scelta che caratterizzerà la sua futura attività. Nella prima lettura si presenta la vocazione di un anonimo profeta, chiamato Servo di yhwh, nel quale Dio si compiace. Su di lui scende lo Spirito del Signore che gli dà forza per riaggregare la massa dei giudei dispersa nell’esilio e riportarli nella loro terra. A tale scopo egli non dovrà provocare un movimento di rivolta ma rinnovare il loro rapporto con yhwh, il Dio che li aveva liberati dalla schiavitù egiziana. Il Servo infatti è stato chiamato «per la giustizia», cioè per manifestare la fedeltà di Dio al suo popolo. Egli porta a termine questo compito rifiutando ogni tipo di violenza e di costrizione. Ciò significa immergersi personalmente in una massa di gente frustrata, logorata da anni di esilio, preda di tensioni ed egoismi: un metodo certamente rischioso che l’ha portato alla morte. Ma che si è dimostrato vincente. 

Nel brano del vangelo si racconta il battesimo di Gesù. I primi cristiani hanno situato in questo contesto la sua manifestazione come Messia e Figlio di Dio, mettendo in secondo piano il fatto che egli è stato battezzato in mezzo a una folla di persone che andavano al Giordano per confessare i loro peccati. Ma è proprio immergendosi in questa moltitudine composta prevalentemente da persone emarginate e sofferenti, esseri umani considerati come peccatori dai rappresentanti della religione ufficiale, che Gesù dimostra di essere il Messia annunziato dalle Scritture. Egli ha assunto il ruolo non di un re potente ma quello del Servo che ha liberato i giudei dall’esilio: solo così infatti poteva «adempiere ogni giustizia», cioè manifestare al popolo la misericordia di Dio, come egli stesso dice a Giovanni. Immergendosi nell’acqua con i peccatori Gesù non ha compiuto dunque qualcosa di disdicevole per un giusto, ma piuttosto ha dimostrato come il vero «giusto», il «Figlio di Dio», il Messia, si riveli non appartandosi in un luogo sacro ma condividendo le sofferenze e i limiti propri di ogni essere umano.

Nella lettura degli Atti degli apostoli è Pietro stesso che illustra questa scelta di Gesù spiegando che egli, dopo e come effetto del battesimo, passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo. A ciò tendeva la sua scandalosa amicizia con i peccatori. Per questo ha accettato fin dall’inizio la prospettiva di una morte violenta.

Per i cristiani ricevere il battesimo significa fare proprie le scelte di Gesù: come lui, anch’essi accettano di non separarsi da questo mondo ma di essere solidali con i poveri, gli emarginati e quelli che hanno fatto nella vita scelte sbagliate: solo così possono fare anch’essi l’esperienza consolante di essere figli di Dio.

Tempo Natalizio – Epifania

Una buona notizia per tutti

L’Epifania è la festa nella quale i cristiani riflettono sul carattere universale della loro fede. Nella prima lettura, ricavata dalla terza parte del libro di Isaia, si descrive un evento futuro che riguarda il destino di Israele. Un giorno Gerusalemme, città in cui, secondo la fede israelitica, Dio ha posto la sua dimora, si riempirà di luce. Allora a essa affluiranno tutte le genti, attratte dalla luce di Dio, portando con sé i loro doni: l’oro come segno della loro adesione alla regalità di Dio e l’incenso, simbolo della loro partecipazione al culto. Secondo il profeta i popoli otterranno la salvezza, ma solo se si aggregheranno a Israele e daranno culto al suo Dio.

Secondo Matteo la promessa riportata nel libro di Isaia si è realizzata con la venuta di Gesù. La visita dei magi alla sua culla rappresenta per loro l’anticipo simbolico di un grande pellegrinaggio di popoli che in diversi modi avrebbero aderito a Cristo, accettando il suo messaggio e mettendolo alla base della loro esistenza. I doni che i magi portano sono gli stessi ricordati da Isaia ai quali si aggiunge la mirra, con cui si anticipa nuovamente il destino doloroso del bambino. Purtroppo, secondo Matteo, il re Erode e tutta Gerusalemme, invece di rallegrarsi per la nascita del re dei giudei, sono turbati ed Erode pensa già come eliminarlo. In questa scena l’evangelista vede l’anticipazione del dramma che porterà una parte consistente del popolo giudaico a rifiutare il suo Messia. 

L’autore della lettera agli Efesini, da cui è ripresa la seconda lettura, attribuisce a Paolo la rivelazione di un mistero nascosto alle precedenti generazioni, in forza del quale le genti sono chiamate condividere con i giudei che avevano creduto in Cristo le promesse fatte al popolo di Israele. Anche per questo autore le promesse fatte dai profeti si stanno realizzando per mezzo di Gesù. 

La venuta dei magi significa simbolicamente l’adesione a Cristo di gente di ogni colore e lingua che attraverso di lui hanno ottenuto la salvezza. Oggi però siamo consapevoli che la stessa salvezza raggiunge in molti modi anche i fedeli di altre religioni e coloro che si dicono atei ma praticano i valori evangelici. Il compito dei cristiani non è dunque più quello di convertire più gente possibile al cristianesimo ma di entrare in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà per dare vita a un mondo migliore in cui prevalgano i valori evangelici della pace, della giustizia e della solidarietà.

Tempo Natalizio A – S. Famiglia

La famiglia nella Bibbia e oggi

La festa della S. Famiglia è un’occasione per parlare di matrimonio e famiglia. Nella prima lettura la famiglia appare come una piccola società strutturata intorno alla figura del padre e, secondariamente, della madre; i figli, anche se sono già adulti, vivono nella casa paterna e devono prendersi cura dei genitori quando diventano vecchi. La nostra società è diversa. Oggi i figli lasciano la casa paterna e formano un loro nucleo famigliare autonomo. Spesso le coppie non richiedono il rito del matrimonio, la fecondità non è più vista some lo scopo principale del loro rapporto. Diventando vecchi, i genitori restano il più possibile nella loro casa e, quando non sono più autonomi, devono spesso ricorrere alle strutture sociali. 

Nella lettura del vangelo appare la figura di Giuseppe, un padre molto determinato, che gestisce la famiglia con autorità dietro indicazione di un angelo. Maria e il bambino Gesù si lasciano semplicemente condurre. Il comportamento di Giuseppe è in piena sintonia con l’ideale di padre che appare nella prima lettura. Oggi un padre così non rappresenta più un modello accettabile nella nostra società. È ormai convinzione comune che una famiglia non possa basarsi se non sulla collaborazione tra i coniugi con ruoli interscambiabili. Soprattutto è necessario il dialogo tra i coniugi e con i figli. La separazione non è auspicabile ma, in caso di insuccesso, è sentita come inevitabile.

Nella seconda lettura riemerge la struttura antica della famiglia là dove si dice che le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti. Però il brano si distacca nettamente dal contesto sociologico in quanto alla base dei rapporti interpersonali viene messo un amore ispirato alla fede in Cristo.

Oggi si afferma un modello di famiglia basato non più su rapporti gerarchici ma su un amore reciproco, fatto di sentimento e di responsabilità vicendevoli, che porta alla condivisione in tutti i campi. Spesso è l’uomo che non sa entrare nel suo nuovo ruolo e ciò è all’origine dei drammi che avvengono nelle coppie. È impossibile pensare di ritornare al modello tradizionale di famiglia. In questo nuovo contesto, se la Chiesa vuole dire qualcosa alle giovani coppie, non deve presentarsi come un’agenzia dispensatrice di buoni consigli o di sacramenti, per diventare essa stessa una famiglia che educa alla fede e all’amore. 

Immacolata Concezione

Madre e discepola

Nella festa dell’Immacolata Concezione si celebra Maria concepita senza il peccato originale. Questa dottrina, proclamata solo nel 1854 dal papa Pio IX, si basa sul presupposto che Maria è stata preservata dal peccato originale in vista dei meriti di Gesù, l’unico salvatore del genere umano. Oggi, in un nuovo contesto culturale, è difficile immaginare che un bambino nasca con un peccato che non ha commesso. E in realtà le letture ci portano a riflettere non sul concepimento di Maria ma sulle scelte da lei fatte nella sua vita. Nella prima lettura si legge che Dio ha detto al serpente: «Porrò inimicizia fra te e la donna, tra la sua stirpe e la stirpe di lei: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». Mi sembra che, pur nel suo carattere mitologico, questa espressione sia azzeccata. Il serpente è strumento di morte, mentre la donna è la culla della vita. Non per nulla Adamo le ha dato il nome di Eva, vita, in quanto sarà madre di tutti i viventi. Nel corso dei secoli e dei millenni la donna si è prodigata per comunicare la vita, per difenderla e nutrirla. Ancora oggi, in tanti luoghi di questo mondo, la sussistenza della famiglia è in gran parte sulle spalle delle donne.

Nel brano del vangelo si trova una bellissima novità. Per mezzo di un angelo Dio si rivolge a una donna e le chiede se è disposta a diventare madre. Nel corso dei secoli raramente ciò è accaduto. La donna doveva comunque accettare il proprio ruolo. Con l’annunzio a Maria le cose cambiano. Ora la donna assume un ruolo nuovo non solo perché diventa la mamma del Salvatore, ma perché lo fa in forza di una scelta personale, di un assenso libero. Si crea così per lei una situazione nuova, estremamente rischiosa, perché si tratta di una maternità al di fuori del sentire comune. Perciò l’angelo le dice: «Non temere!». Le sarà necessaria una buona dose di coraggio, non solo per le modalità non convenzionali di questo concepimento, ma anche e soprattutto per il distacco dal figlio e per le vicende dolorose che questi dovrà affrontare. Lo stesso coraggio è richiesto oggi a molte donne che scoprono la possibilità di svolgere, proprio come donne, un servizio qualificato nella società.
Nella seconda lettura si parla della chiamata di tutti i credenti in Cristo a una vita senza macchia, cioè alla santità. Certo questa chiamata riguarda anzitutto Maria. Non da sola però, ma all’interno di una comunità che può e deve progredire nel segno di una sempre maggiore consapevolezza della dignità di tutti, uomini e donne. 

Oggi la maternità non è più una fatalità ineluttabile, ma è diventata l’oggetto di una scelta libera. Almeno nel mondo occidentale. E per la donna si aprono nuovi spazi nella società e nella chiesa per esercitare la sua inimicizia nei confronti del male. È una sfida che tante donne sanno accogliere con grande competenza e amore. Ma spesso purtroppo l’uomo resta indietro, arroccato su posizioni patriarcali, di potere, come attestano i feminicidi che purtroppo si stanno moltiplicando. Se l’uomo e la donna non procedono di pari passo le sofferenze si moltiplicheranno, non solo per le donne ma anche per gli uomini.