Che cosa ne pensi?

Tempo Ordinario B – 12. Domenica

La difesa dell’ambiente

Le letture di questa domenica ci offrono lo spunto per riflettere su un tema molto attuale, quello della difesa dell’ambiente. Nella prima lettura è Dio stesso che, parlando in mezzo all’uragano, dice a Giobbe: Sono io che ho dominato le acque del mare e ho fissato loro un limite. Queste parole si capiscono ricordando che gli abissi del mare sono visti nella Bibbia come la sede dei grandi animali, dei draghi mostruosi che sono considerati come simbolo dei poteri avversi a Dio. Nei loro confronti Dio ingaggia dunque uno scontro nel quale risulta vincitore. In termini mitologici si afferma che Dio è il creatore e il garante dell’armonia del cosmo.

Il brano del vangelo riprende a modo suo questo tema. Gesù sta attraversando il lago di Tiberiade per entrare in una regione abitata da gentili che, secondo la mentalità giudaica, sono facile preda delle potenze del male. Gesù sta per entrare nel loro territorio, il loro potere è in pericolo. In chiave nuovamente mitologica l’evangelista vuole dire che le potenze del male sconquassano non solo il mare ma anche tutto l’universo, in contrasto con un potere opposto, quello del bene comune di tutta l’umanità, rappresentata da Gesù. Questo scontro si verifica prima che nel cosmo nel cuore degli uomini. I discepoli sono terrorizzati e chiedono a Gesù di intervenire. Gesù lo fa rivolgendosi al mare come prima si era rivolto agli indemoniati. Anche alle potenze diaboliche che risiedono nei mari Gesù dice: «Taci, calmati!». E poi rimprovera i discepoli perché hanno avuto paura: a loro manca ancora la fede. Solo con la fede nei valori supremi della vita, che Gesù ha predicato fino alla morte, si vince il potere del male.

Nella seconda lettura Paolo afferma che Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Il peccato consiste nel «vivere per se stessi», cioè nel mettere al primo posto i propri interessi a scapito del bene comune. Gesù vince il peccato accettando con coraggio la sua morte in favore di tutti.

L’ingordigia umana ha messo in atto uno sfruttamento diffuso dell’ambiene e con esso anche di quelli che lo abitano. Cosmo e persone si integrano a vicenda. Di fronte a tanti soprusi noi taciamo perché abbiamo paura di perdere i nostri privilegi, il nostro benessere. Oggi l’esigenza di tutelare la casa comune si fa sempre più forte e imprescindibile. Gesù ci insegna che solo con la fede nella vita , nell’umanità e in ultima analisi in Dio Padre e nel suo regno, si vincono le potenze del male che dominano in questo mondo e provocano violenze e disastri. È una lotta cosmica che però inizia nei nostri cuori.

No al proselitismo

Ho letto con piacere quanto scrive Severino Dianich nell’articolo “No al proselitismo“: “L’evangelizzazione, infatti, ha in comune con il proselitismo il desiderio che l’altro accolga la proposta di condividere la fede in Cristo. Ma la vera evangelizzazione rovescia l’intento dal quale è mosso il proselitismo. Proselitismo è diffondere un’idea per potenziare il proprio gruppo e sé stessi. È ovvio che lo faccia un partito politico in campagna elettorale, ma alla Chiesa non è permesso di farlo. Insorgerebbe l’apostolo Paolo, esibendo la sua testimonianza: «Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5). O l’evangelizzazione è offerta di un dono che si è ricevuto, nella totale gratuità del dono, o evangelizzazione non è. Per evangelizzare è necessario lasciare la Chiesa in secondo piano, perché lo spazio del discorso sia occupato totalmente da Gesù: solus Christus. Solo Gesù è il salvatore, solo Gesù è il Signore, solo il Figlio di Dio è degno che si creda in lui, cioè che si dedichi a lui la propria vita.”

Mi resta però un grosso problema: il Gesù che noi presentiamo, dopo 2000 anni di cristianesimo, è in gran parte una figura “confessionale”, rivestita di tutta una serie di incrostazioni che provengono da una cultura in cui la Chiesa era predominante. Oggi le ricerche sul “Gesù storico” mostrano chiaramente come non tutti gli sviluppi successivi siano stati omegenei con l’annunzio fatto da Gesù. Ne risulta che l’evangelizzazione diventa automaticamente proselitismo. A meno di affrontare onestamente, come individui e come Chiesa, un vero processo di riforma intellettuale e di fede tale da presentare Gesù con modalità che vadano alle radici del movimento cristiano e al tempo stesso una sequela che vada al di là dell’appartenenza all Chiesa. Ora temo proprio che su questo, salvo lodevoli eccezioni, non si sia ancora mosso il primo passo.

Tempo Ordinario B – 11. Domenica

La speranza cristiana

Il tema di questa domenica è quello della speranza. Ciò appare subito dalla prima lettura. Il ramoscello che è prelevato dal grande albero ed è piantato sul monte di Israele rappresenta gli esuli che si trovano in Babilonia: il profeta annunzia loro che un giorno ritorneranno e si ricostituiranno come popolo nella loro terra. L’oracolo contiene anche la speranza in una figura di re fedele mediante il quale Dio farà rivivere il suo popolo. Gli uccelli del cielo che si riparano all’ombra dei suoi rami sono le nazioni che un giorno si uniranno a Israele per costituire insieme un’umanità nuova. Tutto ciò è attribuito alla potenza di Dio «che umilia l’albero alto e innalza l’albero basso».

Anche le due parabole di Gesù riportate da Marco sono un richiamo alla speranza. Il seme viene gettato nel terreno e sembra che scompaia, che muoia o magari che sia mangiato dagli uccelli. L’impressione è quella di uno spreco, mentre la gente ha un bisogno immediato di alimentazione. Per di più il contadino non può farci nulla, non può garantire che il seme cresca e dia il raccolto sperato. Non può far altro che attendere e sperare. Ma nel frattempo il seme cresce e produce spighe piene di chicchi che egli raccoglie con soddisfazione. La stessa cosa capita per il granello di senape che, nonostante la sua piccolezza, produce un grande albero, unicamente per la forza che ha in sé. Ciò avviene perché così operano le leggi della natura. Il contadino sa come andranno le cose. Non si lascia condizionare dalle apparenze. Con queste due parabole Gesù vuole dire che il regno di Dio fa la sua strada, anche se non con le modalità che vorremmo noi.

Nella seconda lettura la speranza è proiettata verso un’altra vita che ci sarà data dopo la morte. Ma questa nuova vita comincia già quaggiù, se noi ci sforziamo di essere graditi al Signore, cioè di vivere secondo gli ideali da lui proposti nel vangelo.

La fede in un Dio che è padre di tutti porta con sé la speranza in un mondo migliore, verso il quale tende la storia umana. I segni di questo mondo nuovo ci sono, ma spesso non li sappiamo vedere perché ci aspettiamo solo un progresso materiale a nostro vantaggio, non importa se gli altri ne sono esclusi. Invece ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici è un mondo più giusto e solidale, in cui tutti sono fratelli. Se siamo disposti, come il contadino che getta il seme nel terreno, a sacrificare qualche cosa perché questo mondo nuovo si realizzi, allora ci renderemo conto che le cose cambiano per il meglio, anche se non con i ritmi che ci aspetteremmo. 

Corpo e sangue del Signore B

Un Dio alleato dell’umanità

In questa festa la liturgia ci invita a riflettere sul tema dell’alleanza. Nella prima lettura si parla di un rito che doveva servire a ratificare l’alleanza tra Dio e Israele. In questo rito sono presenti tutti gli elementi fondamentali dei sacrifici che venivano offerti alla divinità: l’altare, il sacerdote (Mosè), la vittima immolata, il sangue versato. Ma mentre nelle altre religioni il sacrificio era un dono fatto alla divinità per renderla “propizia” e ottenerne i favori, qui il sangue ha un valore simbolico: versato sull’altare e sul popolo esprime la “consanguineità” cioè la comunione di vita tra Dio e il suo popolo. Una comunione che, per poter sussistere, deve avere come presupposto l’osservanza dei comandamenti. Il rapporto con Dio si basa dunque non su uno scambio di favori tra Dio e l’uomo ma sulla fedeltà a Dio che si attua sulla pratica di quei valori fondamentali che sono la giustizia sociale e solidarietà. Alla luce del gesto simbolico attribuito a Mosè il narratore vuole affermare che gli analoghi sacrifici che venivano offerti nel tempio avevano lo scopo di fare memoria dell’alleanza e di orientare il popolo verso un comportamento giusto e santo.

Nell’ultima cena Gesù, prevedendo la sua morte imminente, la presenta come l’espressione del dono di sé che corona una vita vissuta per gli altri. Gesù non cerca la morte, ma è disposto a rischiare la vita perché si attui quel mondo migliore che egli aveva definito come regno di Dio. Il pane e il vino hanno chiaramente un significato simbolico. Il pane rappresenta la sua persona in quanto spesa per i fratelli mentre il sangue rappresenta la morte a cui va incontro con coraggio per vincere in se stesso e negli altri la forza del peccato, che consiste nel mettere il proprio interesse al di sopra del bene comune. La morte del giusto non è un fallimento ma una vittoria: per questo spesso i potenti di questo mondo non vogliono fare dei martiri, sono troppo pericolosi, perché hanno il potere di smuovere gli animi paralizzati dalla paura. Mediante il suo dono portato all’estremo, Gesù rinnova l’alleanza, mostrando che Dio l’ha stabilita fin dall’inizio, non con un popolo privilegiato ma con tutta l’umanità.

Nella seconda lettura viene elaborata per la prima volta esplicitamente l’interpretazione sacrificale della morte di Gesù. Alla luce dei riti sacrificali degli ebrei, la morte di Gesù viene spiegata come un sacrificio che elimina i peccati e rinnova l’alleanza tra Dio e l’umanità. Ma, attenzione! Gesù non ha compiuto nessun rito. Il suo sacrificio si svolge non in un tempio ma nel santuario celeste, cioè nella vita vissuta per Dio e con Dio. L’effetto di questo sacrificio è la vittoria sul potere del male e la proposta di una vita nuova, donata a Dio e ai fratelli.

Noi oggi possiamo ancora parlare del “sacrificio” di Cristo, ma dobbiamo abbandonare l’idea che Gesù sia morto al nostro posto per espiare i nostri peccati, cioè per essere punito al nostro posto e così ottenerci il perdono di Dio. Non è così: il suo sacrificio indica la pienezza del dono che ha fatto di sé in tutta la sua vita. È con questo dono che si rinnova l’alleanza che Dio ha stabilito fin dagli inizi con tutta l’umanità. Nella messa i cristiani ricordano ciò che ha fatto Gesù non per sentirsi dei privilegiati ma per imparare dal Maestro a donare se stessi per il bene di tutti, a partire da coloro che sono considerati come gli scarti dell’umanità.

Festa della Ss. Trinità B

L’unico vero Dio

Il tema delle letture di questa festa non è, come ci si potrebbe aspettare, il dogma della Trinità ma quello della manifestazione dell’unico Dio nella persona umana di Gesù. Nella prima lettura è riportato un brano del Deuteronomio che può essere considerato come la proclamazione dell’unicità di Dio. Non si tratta però di una concezione filosofica, astratta, ma dell’esperienza di Dio che gli israeliti, guidati dai profeti, hanno fatto a partire non solo dalla bellezza e dall’armonia del creato, ma anche e soprattutto dalla loro storia tribolata. La fede nell’unico Dio si è così tradotto nel progetto di costruire una vita sociale basata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Nella lettura del vangelo Matteo racconta che Gesù, dopo la risurrezione, è apparso ai suoi discepoli su un alto monte e li ha inviati in tutto il mondo a insegnare e a fare nuovi discepoli. Il compito di guida alla scoperta di Dio, un tempo affidato ai profeti, era stato svolto in modo speciale dal loro Maestro, il cui insegnamento aveva trovato il suo pieno significato nella sua morte e risurrezione. Ora essi ricevono il compito di annunziare a tutto il mondo l’esperienza che avevano fatto a contatto con lui, perché a tutti fosse reso possibile l’incontro con Dio di cui egli era stato l’annunciatore. A Gesù viene attribuito anche l’ordine di conferire a coloro che avrebbero creduto in lui il battesimo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Questo rito significa che a quanti aderiscono a Gesù è aperta la strada all’incontro con Dio. Il riferimento allo Spirito santo significa che questo incontro non è superficiale ma implica una profonda trasformazione interiore.

L’azione dello Spirito è illustrata nella seconda lettura. Essa consiste in una diversa percezione di Dio, visto non più come l’onnipotente a cui stare sottomessi ma come un Padre che ama i suoi figli. È mediante lo Spirito che il credente diventa partecipe del rapporto filiale che Gesù ha con Dio.

Fin dall’infanzia noi siamo stati abituati a considerare la Ss. Trinità come il culmine della nostra fede senza chiederci che cosa significhi per noi: era convinzione comune che si trattasse di un mistero che, come tale, non si può spiegare. Ma bisogna ricordare che la Trinità è pur sempre un’immagine con la quale uomini di tanto tempo fa hanno cercato di descrivere con categorie umane l’azione indescrivibile di Dio nel mondo. In realtà la Trinità significa che nell’esperienza umana di Gesù si è manifestato il Dio invisibile che si rapporta a noi come un Padre, cioè, fuori metafora, come colui che rappresenta i valori fondamentali nei quali troviamo il senso della nostra vita: e da questo rapporto sgorga in noi quella forza interiore che chiamiamo, sempre con una metafora, lo Spirito santo. Se uno fa questa esperienza sarà portato a condividerla con chiunque, senza pretese o pregiudizi. 

Festa di Pentecoste B

La ricerca spirituale

La festa di Pentecoste mette in luce un tema spesso trascurato dai cristiani: la spiritualità. Luca ne parla negli Atti degli apostoli dove descrive in modo narrativo la venuta dello Spirito sui discepoli di Gesù proprio nel giorno in cui gli ebrei celebrano la festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua. Per comporre il suo racconto egli si serve delle metafore che nell’ambiente giudaico erano tradizionalmente collegate alla festa di Pentecoste, cioè la manifestazione di Dio (teofania) sul Sinai e il dono della sua Legge. Anche Luca immagina il terremoto, il fragore del tuono, il fuoco, ma dà a tutta la scena un nuovo significato: ciò che è comunicato però non è più una legge che impone un certo comportamento, ma lo Spirito, che agisce nei cuori e fa comprendere e vivere sempre più in profondità il messaggio di Gesù. Ricevendo lo Spirito i discepoli parlano lingue diverse, rendendo così comprensibile il messaggio di Gesù a gente di lingua e cultura diverse. Gesù è per tutti un Maestro di spiritualità. La ricerca spirituale è l’unica capace di abbattere i muri che separano gli umani. 

Nel suo Vangelo Giovanni riferisce che Gesù, durante l’ultima cena, ha detto ai suoi discepoli di non poter comunicare a loro tutto quanto avrebbe voluto dire perché essi non erano ancora in grado di capire; ma lo Spirito avrebbe fatto comprendere loro tutta la verità. Questa verità, da scoprire sotto la guida dello Spirito, non consiste in concetti astratti o in norme morali, ma nella percezione personale del suo insegnamento nelle situazioni di vita in cui ciascuno si trova. Secondo Giovanni Gesù non ha aspettato la Pentecoste per conferire lo Spirito ai suoi discepoli ma lo ha fatto nel momento stesso in cui è apparso loro dopo la sua risurrezione. Naturalmente si tratta di immagini diverse per esprimere la stessa esigenza di un’esperienza spirituale a cui deve condurre l’insegnamento di Gesù. Tutta la Chiesa dovrà dunque portare avanti questa ricerca, l’unica che le permetterà di comprendere sempre più in profondità e di comunicare alle nuove generazioni il messaggio di Gesù.

Nella seconda lettura Paolo mette il dito sulla piaga di un mondo corrotto e violento e fa una constatazione che ancora oggi non abbiamo del tutto assimilato: non è la legge che può trasformare questa società ma lo Spirito. Solo una esperienza spirituale vissuta dà a ciascuno la possibilità di correggere gli aspetti negativi della propria personalità per rendere possibile un’esperienza di amore nel servizio degli altri.

Spesso ciò che la gente percepisce nelle funzioni religiose non è una ricerca spirituale ma concetti e comandamenti da accettare per fede e soprattutto l’immagine di un Dio che bisogna pregare per ottenere determinati benefici. Questo è il motivo che spinge molte persone di buona volontà ad abbandonare la pratica religiosa. Solo riproponendo il Vangelo di Gesù come chiamata a una ricerca spirituale personale e comunitaria la Chiesa potrà aiutare le persone a scoprire il senso della propria vita e a operare efficacemente per il bene di tutta la società.

Spiritualità

Le chiese si svuotano mentre sempre più persone frequentano i centri di spiritualità. Ciò si spiega in quanto la Chiesa presenta un sistema calato dall’alto, con l’autorità di Dio, che contiene tutta una serie di dogmi, di norme morali e, più in generale, una visione dell’uomo e dell’universo che corrisponde a una cultura del passato. Invece la spiritualità parte da noi stessi, dalla nostra storia passata, dai nostri rapporti con gli altri, dai nostri desideri spesso repressi, per imparare a conoscerci e a gestire le nostre idee, i sentimenti e le aspirazioni più profonde, alla ricerca di ciò che è bene sia in generale che in un data situazione. Il cristianesimo ha svolto un ruolo importante indicando a popolazioni ancora bambine la giusta via e spesso imponendola con l’ausilio del potere politico. Oggi sono sempre più numerose le persone che vogliono essere trattate da adulte e non accettano più che si impongano loro con l’autorità di Dio schemi prefabbricati. Dio viene colto non come l’essere superiore che impone la sua volontà ma come una Consapevolezza superiore, avvolta nel mistero, alla quale ci rivolgiamo come un Tu nel quale ci rispecchiamo. Nel cristianesimo resta sempre più importante la persona di Gesù, che non deve essere adorato mediante riti quasi magici per ottenere favori, ma ricordato come un maestro di spiritualità che ancora oggi ci guida nel nostro cammino interiore. Senza dimenticare altri che nel corso dei secoli sono stati maestri di vita.

Ascensione del Signore B

L’eredità di Gesù

Le letture proposte dalla liturgia per questa domenica ci pongono un problema molto impegnativo: che cosa ci ha lasciato Gesù con la sua morte? Nella prima lettura Luca racconta che Gesù, dopo la sua risurrezione, ha trascorso quaranta giorni con i suoi discepoli parlando del regno di Dio. Forse Luca pensava a una specie di tirocinio a cui ha sottoposto i discepoli. Al termine di questo periodo Gesù è asceso al cielo: il Risorto non può stare se non nel luogo dove, secondo la cultura dell’epoca, risiede Dio con le creature «celesti». Ma prima di andarsene ha promesso di inviare loro lo Spirito Santo e li ha incaricati di essere suoi testimoni nella Giudea, in Samaria e fino ai confini del mondo.

Questo tema è ripreso nel brano del vangelo. Secondo Marco Gesù ha dato ai suoi discepoli la consegna di predicare il vangelo a tutte le creature e per fare ciò ha dato loro alcuni poteri, i più importanti dei quali sono quello di scacciare i demoni e di guarire i malati. Se li leggiamo nel loro contesto, essi assumono un grande significato. I demoni indicano simbolicamente ogni tipo di violenza e di ingiustizia istituzionalizzata. Annunziare il vangelo significa dunque anzitutto lottare per una vera giustizia sociale. Ma questo impegno i discepoli devono cominciare ad assumerlo nei confronti di ogni persona che ha bisogno di essere guarita dai suoi mali. Si tratta infatti prima di tutto della guarigione del cuore, indicando il vero senso della vita: la guarigione del corpo, cioè di tutta la persona, viene di conseguenza.

Nella seconda lettura si sottolinea che i discepoli possono compiere la missione loro affidata solo mediante una vera vita comunitaria. Come prima cosa essi dovranno volersi bene fra di loro attuando quell’unità che viene dall’avere la stessa fede e lo stesso battesimo. E perché ciò si realizzi l’autore ricorda che Gesù, dopo essere salito al cielo, è ritornato per conferire dei doni ai suoi discepoli. Si tratta anzitutto di servizi che alcuni ricevono a favore della comunità. L’autore nomina gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i maestri. Costoro però non hanno l’esclusiva del ministero. Il loro compito anzi è quello di far sì che ogni membro della comunità abbia un servizio da svolgere a favore degli altri. Senza una pluralità di ministeri la comunità non può rappresentare Gesù e testimoniarlo nel mondo.

Con l’immagine della salita al cielo l’evangelista vuole dire che Gesù ha finito il suo compito. Durante la sua vita terrena egli ha annunziato la venuta del regno di Dio. Ora affida ai discepoli, non solo agli apostoli ma a tutti i cristiani, il compito di continuare la sua opera. Questo però esige che noi per primi ci comportiamo veramente secondo le esigenze del Vangelo. A tale scopo il nostro primo impegno deve essere quello di attuare un’autentica vita comunitaria, nella quale il servizio vicendevole fa sì che cessi la violenza e si instauri un clima di vera fraternità. In questo modo, anche senza fare nulla di particolare, diventiamo spontaneamente i testimoni di Gesù e il lievito che trasforma la società.

Tempo di Pasqua B – 6. Domenica

L’amore rivelazione di Dio

Il tema di questa liturgia domenicale viene indicato nella seconda lettura: «Dio è amore». Nella prima lettura troviamo un’affermazione che, essendo stata pronunziata da Pietro, ha quasi un valore programmatico: «Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Pietro ritiene che Dio ami non solo i giudei ma anche i pagani e amministra il battesimo a uno di loro, Cornelio e a tutta la sua famiglia. L’amore di Dio consiste dunque nel chiamare tutti alla salvezza nella Chiesa. Non si dice nulla di coloro che non praticano la giustizia o di quanti non entrano nella chiesa perché non hanno conosciuto il vangelo o è stato presentato loro in modo non adeguato. L’amore di Dio raggiunge anche loro?

Nel brano del vangelo, Giovanni presenta la persona di Gesù come la manifestazione più piena dell’amore di Dio per l’umanità e riferisce che egli ha detto ai suoi discepoli di rimanere nel suo amore e di amarsi gli uni gli altri. Secondo Giovanni egli aggiunge che non li chiama più servi ma amici, a patto che facciano ciò che egli comanda loro, cioè che pratichino il comandamento dell’amore. Chiaramente l’amore di cui si parla qui è possibile solo all’interno di un gruppo, di una comunità, perché richiede una reciprocità che l’amore del prossimo o del proprio nemico non presuppone. Nulla si dice degli altri, di quelli che non sono membri di questa comunità: sono raggiunti anche per loro dall’amore di Dio che si è manifestato in Gesù? Leggendo questo testo ci si rende facilmente conto che riguarda un’élite, cioè un ambiente circoscritto e con una forte dimensione di esclusivismo.

Nella seconda lettura l’orizzonte si allarga. In essa si dice infatti che l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio; chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. L’invio del suo Figlio nel mondo è l’espressione suprema di questo amore. non si esclude che l’amore di Dio raggiunga anche coloro che non fanno parte della comunità cristiana, ma non si dice nulla in proposito.

L’espressione «Dio è amore» sarebbe forse più comprensibile oggi se fosse capovolta: «L’amore è Dio». L’amore vero, dovunque si trovi, è una manifestazione di Dio. Nella mentalità tradizionale ciò non era molto chiaro, perché si partiva dai rapporti all’interno di una comunità. Per noi oggi è diverso. Noi dobbiamo scoprire Dio proprio a partire da una molteplicità di religioni, lingue, culture. Se Dio ama, ama tutti. L’amore di Dio è un’energia vitale che pervade l’universo il quale, senza di esso, cadrebbe immediatamente nel nulla. Ma possiamo scoprirlo solo se e nella misura in cui anche noi impariamo ad amare. La comunità cristiana è un ambito in cui questo amore dovrebbe realizzarsi in modo pieno ma non esclusivo, cioè come espressione concreta di un amore universale.

Tempo di Pasqua B – 5. Domenica

Per una vera comunità

Le letture di questa domenica richiamano ancora una volta l’attenzione su un tema oggi diventato cruciale, quello della comunità. Nella prima lettura Luca racconta l’incontro di Paolo (allora ancora Saulo), reduce dall’esperienza di Damasco, con la comunità di Gerusalemme. Egli vuol sottolineare come l’incontro con Gesù porta necessariamente a inserirsi in una comunità. Per Saulo non è stato facile perché i membri di quella comunità avevano tutte le ragioni per dubitare di lui. Uno di loro, però, di nome Barnaba, vede le cose in modo diverso, coglie le potenzialità del neo convertito, lo accoglie e lo introduce nella comunità. È così che Paolo diventa l’apostolo che conosciamo. 

Il vangelo parla di comunità a partire dall’immagine della vite e dei tralci. Nell’AT la vite simboleggiava il popolo di Israele, spesso infedele al suo Dio. Nel contesto giovanneo la vite invece rappresenta Cristo, il Figlio prediletto, nel suo rapporto unico con il Padre. I tralci sono i suoi discepoli che da lui ricevono la linfa vitale. Ma in una vite i tralci hanno anche un profondo rapporto fra loro. L’immagine si comprende correttamente solo a partire dall’esperienza di una comunità riunita nel ricordo di Cristo. È proprio condividendo i suoi valori, il suo orientamento di vita, la sua mentalità che persone diverse si trovano unite. Chiunque può essere un credente in Cristo o comunque una brava persona anche se non fa parte di una comunità. Ma normalmente è in una comunità che si viene a contatto con la persona di Gesù. Questo incontro non è qualcosa di astratto, ma viene mediato dagli esempi dei suoi membri, vivi e defunti, dalle loro riflessioni, esperienze e preghiere. È nella comunità che la linfa vitale scaturita da Gesù raggiunge tutti i suoi membri. Questa linfa può essere identificata con lo Spirito santo, che è lo spirito stesso di Gesù che si comunica ai suoi discepoli. Il rapporto comunitario si attua in vari modi e con intensità diversa. Esso non è quindi superficiale, ma viene dal profondo del cuore. Non elimina le diversità di cultura e di talenti ma aiuta a superare tutti gli ostacoli che possono dividere e impedire una vera solidarietà. 

Alla luce dell’immagine della vite e dei tralci si comprende il tema dell’amore di cui si parla nella seconda lettura. In essa si dice che il comandamento di Dio è che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri…». L’amore non è un semplice sentimento ma l’espressione di una scelta di vita che si basa sulla fede e si esprime nell’impegno comune per realizzare un mondo migliore, più giusto e fraterno.

Nella nostra società si rendono necessarie nuove forme di aggregazione fondate sulla solidarietà e sull’impegno per il bene comune. Ne va della qualità della vita e del funzionamento stesso della democrazia. Per essere comunità in senso proprio non basta trovarsi nello stesso luogo, fare gesti comuni, ascoltare l’esperto di turno. Ciò che è più importante è lo scambio verbale, in cui ciascuno esprime la sua visione della vita e del mondo. Il cristianesimo fornisce a questo scopo uno strumento particolarmente efficace che consiste nella fede in un progetto comune che riguarda il bene dell’individuo e di tutta la società. Questa esperienza dovrebbe esprimersi nell’assemblea domenicale; se essa non avviene, anzi se viene esclusa di proposito, vuol dire che strutturalmente qualcosa non funziona. Per recuperar questa dimsnsione è necessario creare nuovi tipi di aggregazione nei quali sia centrale il rapporto interpersonale. Solo così i cristiani potranno diventare quel lievito nella massa di cui parlava Gesù con i suoi discepoli.