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Immacolata Concezione

La vocazione di Maria

Nella festa dell’Immacolata Concezione si celebra Maria concepita senza il peccato originale. Questa dottrina, proclamata solo nel 1854 dal papa Pio IX, si basa sul presupposto che Maria è stata preservata dal peccato originale in vista dei meriti di Gesù, l’unico salvatore del genere umano. Oggi, in un nuovo contesto culturale, è difficile immaginare che un bambino nasca con un peccato che non ha commesso. E in realtà le letture ci portano a riflettere non sul concepimento di Maria ma sulla sua vocazione.

Nella prima lettura si legge che Dio ha detto al serpente: «Porrò inimicizia fra te e la donna, tra la sua stirpe e la stirpe di lei: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». Pur nel suo carattere mitologico, questa profezia è molto significativa. Il serpente è strumento di morte, mentre la donna è la culla della vita. Non per nulla Adamo le ha dato il nome di Eva, vita, in quanto sarà madre di tutti i viventi. È questa la sua vocazione. E proprio in quanto madre la donna lungo i secoli ha combattuto contro il potere del male, prodigandosi per comunicare la vita, per difenderla e nutrirla. Ancora oggi, in tanti luoghi di questo mondo, la sussistenza della famiglia e della società è in gran parte sulle spalle delle donne.

Nel brano del vangelo si trova una bellissima scena simbolica in cui l’evangelista, alla luce dell’esperienza che di lei hanno avuto i primi cristiani, descrive la vocazione di Maria. Per mezzo di un angelo, Dio stesso si rivolge a lei e le chiede se è disposta a diventare madre. Nel corso dei secoli raramente ciò è accaduto. Ogni donna doveva comunque accettare il proprio ruolo materno. Con l’annunzio a Maria le cose cambiano, non solo perché è chiamata a diventare la madre del Salvatore, ma perché lo fa in forza di una scelta personale, di un assenso libero. Si crea così per lei una situazione nuova, estremamente rischiosa, perché si tratta di una maternità al di fuori del comune. Le sarà necessaria una buona dose di coraggio, non tanto per le modalità non convenzionali di questo concepimento, quanto piuttosto per il distacco dal figlio e per le vicende dolorose che questi dovrà affrontare. Perciò l’angelo le dice: «Non temere!». Lo stesso coraggio è richiesto oggi a molte donne che scoprono la possibilità di svolgere, proprio come donne, un servizio qualificato nella società. E per questo devono affrontare ostacoli e discriminazioni.

Nella seconda lettura si parla della chiamata di tutti i credenti in Cristo a una vita senza macchia, cioè alla santità. Certo questa chiamata riguarda anzitutto Maria. Non da sola però, ma all’interno di una comunità che può e deve progredire nel segno di una sempre maggiore consapevolezza della dignità di tutti, uomini e donne. 

Oggi la maternità non è più una fatalità ineluttabile, ma è diventata l’oggetto di una scelta libera. Almeno nel mondo occidentale. E per la donna si aprono nuovi spazi nella società e nella chiesa per esercitare la sua inimicizia nei confronti del male. È una sfida che tante donne, come Maria, sanno accogliere con grande competenza e amore. Ma spesso purtroppo l’uomo resta indietro, arroccato su posizioni patriarcali, di potere, come attestano i feminicidi che purtroppo si stanno moltiplicando. Se l’uomo e la donna non procedono di pari passo le sofferenze si moltiplicheranno, non solo per le donne ma anche per gli uomini.

Avvento C – 3. Domenica

La vera gioia

Il tema della liturgia di questa domenica è quello della gioia, che diventa sempre più intensa man mano che ci si avvicina al Natale di Gesù. Il profeta Sofonia invita alla gioia gli israeliti perché essi, ormai di ritorno dall’esilio, non devono più temere nessuna sventura: Dio è in mezzo a loro come un Salvatore potente, il quale rinnova il suo popolo e gli comunica la sua stessa gioia. La gioia più grande non deriva dal ritorno nella terra dei loro, ma dall’incontro con Dio, su cui si fonda la loro vita comunitaria.

Nel brano del vangelo Luca ricorda che Giovanni il Battista, prima di annunziare la venuta del Messia, ha trasmesso un messaggio di carattere sociale. Egli si rivolge prima a tutti gli ascoltatori in generale e poi a due categorie particolari: i pubblicani e i soldati. A tutti egli raccomanda la condivisione mentre esorta i pubblicani ad accontentarsi di quanto loro spetta e i soldati a non sfruttare la loro professione per estorcere denaro alla gente. Solo dopo aver esortato alla solidarietà e alla giustizia sociale Giovanni annunzia la venuta del Messia. Come dire che per aprirsi al Messia che viene bisogna cercare il vero bene di tutti. È lui che impegna i suoi discepoli nella ricerca di un rapporto sociale giusto e fraterno. Questo rapporto con i propri simili deve andare di pari passo con la difesa dell’ambiente in cui essi vivono. La vera gioia scaturisce dall’incontro con Cristo e si approfondisce mediante l’impegno per la giustizia sociale e per la difesa dell’ambiente.

Nella seconda lettura riappare il tema della gioia. Secondo Paolo il credente deve essere sempre lieto nel Signore. Questa gioia deriva dall’abbandono nelle mani di Dio, mediante il quale si supera ogni angustia e paura.

In un mondo in cui tante sicurezze sono andate in crisi, noi purtroppo siamo portati a vedere prevalentemente le contraddizioni di cui è piena la nostra società. I motivi di gioia sono pochi e spesso lasciano il posto a cocenti delusioni. Oggi la liturgia ci suggerisce la gioia di sapere che il Signore è con noi. Il Natale ce lo ricorda. La gioia nasce dall’incontro comunitario con lui e si espande poi nei rapporti con il prossimo. Essa si manifesta nella pace del cuore, che rende il credente amabile nei confronti di tutti e lo spinge a testimoniare la verità del vangelo mediante la ricerca del bene comune.

Avvento C – 2. Domenica

Le vie del Signore

Il tema di queste letture è quello delle vie del Signore che noi siamo chiamati a percorrere per andare incontro a Gesù che viene. Nella prima lettura un autore che si nasconde sotto lo pseudonimo di Baruc, segretario del profeta Geremia, ripensa, dopo parecchi anni, al ritorno degli esuli da Babilonia a Gerusalemme. Secondo lui si tratta di un evento che riguarda non gli israeliti del passato, ma i suoi contemporanei. Ad essi egli prospetta la necessità di mettersi ancora in cammino sotto la guida di Dio che cammina con loro. In altre parole Baruc suggerisce loro di non sentirsi degli arrivati, ma di riprendere il cammino per costruire una società conforme al volere di Dio.

Nel brano del vangelo la stessa immagine viene ripresa da Luca il quale, dopo alcuni decenni, la applica a un nuovo evento, quello della predicazione di Giovanni il Battista. Anzitutto è la parola di Dio che si muove, che scende. Colpisce il fatto che essa non vada nei palazzi del potere, ma si rechi nel deserto e raggiunga un uomo, Giovanni, che proprio lì predica alla gente comune, ai poveri e ai diseredati, prospettando loro la necessità di convertirsi per andare incontro al Signore che viene. Secondo Luca Giovanni si è recato nel deserto per preparare la strada nella quale Dio camminerà alla testa del suo popolo rinnovato. In realtà è Dio stesso che prepara la strada, riempie i burroni e spiana i monti e i colli. Sono i peccatori che devono convertirsi, cioè trovare questa strada e mettersi in cammino, sapendo che Dio non farà loro mancare il suo sostegno e il suo aiuto. Per l’evangelista è importante sottolineare, al termine della citazione di Isaia, che ora la salvezza non è offerta solo a un popolo particolare ma è messa a disposizione di ogni uomo.

Nella seconda lettura, Paolo loda i cristiani di Filippi per la loro cooperazione alla diffusione del vangelo e li esorta a crescere sempre di più nella conoscenza di Dio e a saper discernere ciò che è bene. Anche qui, sebbene non si faccia uso dell’immagine della strada, quello che si prospetta è un cammino da proseguire per essere fedeli al vangelo.

Il messaggio di queste letture viene rivolto anche ai cristiani di oggi. Viviamo in un mondo che cambia velocemente e tante volte noi siamo fermi, rimpiangendo le sicurezze del passato. Dobbiamo riscuoterci e metterci in cammino nella strada che ci porta incontro al Signore. Sono tanti gli ostacoli che incontriamo sul nostro cammino: la pandemia da Covid, le migrazioni, i cambiamenti climatici, le guerre. Ma noi dobbiamo vedere in essi non dei castighi ma delle opportunità da cogliere per trasformare il deserto in un giardino rigoglioso,. Ma ciò esige da noi che siamo pronti a fare qualche rinuncia in modo da consentire anche ad altri di avere una vita conforme alla loro dignità.

Avvento C – 1. Domenica

Un percorso di liberazione

In queste letture, con cui inizia l’anno liturgico dedicato all’evangelista Luca (anno C), il tema è quello dell’attesa di Gesù che dà un senso a tutta la storia umana. Nella prima lettura il profeta Geremia preannunzia la realizzazione finale delle promesse che Dio ha fatto al suo popolo. La venuta del germoglio giusto è da lui presentata come il segno della fedeltà di Dio al suo popolo.

Il brano del vangelo ci mette a contatto con un problema molto sentito dai primi cristiani. Gesù aveva annunziato la venuta imminente del regno di Dio in questo mondo. Dopo la sua morte e risurrezione, i suoi discepoli avevano pensato che dovesse ritornare quanto prima e che il suo ritorno sarebbe stato preceduto dalla distruzione di questo mondo cattivo. Nel frattempo c’era stata la caduta di Gerusalemme sotto i colpi delle armate romane, un evento che, secondo alcuni, era l’anticamera della fine del mondo. Luca precisa, con la sua versione di questo discorso, che la fine non è ancora giunta. Gesù ritornerà come colui che salva coloro che l’hanno seguito. Quando ciò si attuerà, essi dovranno «alzate il capo perché la loro liberazione è vicina». Per ora essi devono saper vivere il tempo dell’attesa, vigilando e pregando per essere pronti a sfuggire a tutte le sciagure che accompagneranno la fine e a comparire davanti al Figlio dell’uomo. Ciò significa che il tempo che li separa del ritorno di Gesù è piuttosto lungo, ma anch’esso è un tempo di salvezza: in esso infatti i credenti dovranno annunziare la salvezza portata da Gesù a tutte le nazioni.

Nella seconda lettura Paolo ci invita a sovrabbondare in un amore che non deve essere limitato a quelli che appartengono alla nostra cerchia (parenti, amici, colleghi) ma deve estendersi a tutti. Il tempo dell’attesa deve essere anche il tempo del progresso spirituale, illuminato dalla speranza.

Oggi si profila il pericolo di un disastro ecologico di dimensioni mondiali: noi dobbiamo interpretarlo non come una punizione di Dio ma come un richiamo a cercare un bene che non è solo nostro ma che spetta a tutta l’umanità, anche alle generazioni future. I fatti drammatici di cui siamo testimoni ci ricordano ogni giorno che ormai siamo tutti nella stessa barca e non possiamo salvarci da soli. Molti purtroppo, anche fra noi, sono preoccupati unicamente di salvaguardare i propri privilegi. Per questo noi restiamo con gli occhi bassi per la vergogna. Nell’Avvento dobbiamo imparare a levare invece il capo e pensare alla nostra personale liberazione in termini di liberazione e progresso di tutti i popoli.

Tempo Ordinario B – Festa di Cristo Re

A servizio della verità

Le letture di questa domenica hanno come tema la ricerca della verità, come espressione della regalità di Gesù e della sua comunità. Nella prima lettura, la figura di uno «simile a un figlio d’uomo» è introdotta in contrasto con quattro mostri marini che rappresentano gli imperi dell’antichità. L’espressione «figlio d’uomo» non indica altro che un individuo appartenente alla razza umana. Egli è l’uomo mediante il quale Dio sconfigge le potenze del male. Al termine della visione però il figlio d’uomo viene identificato con l’Israele degli ultimi tempi, che riceverà un giorno il potere di cui si erano impossessati i grandi imperi. Il figlio d’uomo è dunque un individuo che rappresenta una comunità a cui viene conferito il regno di Dio.

Nel brano del vangelo come titolare di questo regno viene indicato un individuo, Gesù, il quale, in quanto Messia, riveste la dignità regale. Secondo il quarto vangelo Gesù, di fronte a Ponzio Pilato, lo ha dichiarato in modo esplicito, ma ha precisato che il suo regno non è di questo mondo. Ciò non significa che la sua regalità si attua in un mondo diverso dal nostro ma piuttosto che essa è diversa da quella che si attua in questo mondo. Infatti i regni di questo mondo si qualificano per la violenza con cui impongono l’ordine sociale, il più delle volte in favore di una ristretta minoranza di privilegiati. Per evitare ogni rischio di malinteso, Gesù nel vangelo afferma che il suo regno consiste nel rendere testimonianza alla verità: questa nel linguaggio biblico è l’equivalente della fedeltà con cui Dio si rapporta a questo mondo e a tutta l’umanità. Testimoniare la verità significa dunque manifestare al mondo la fedeltà di Dio. Gesù lo ha fatto non solo a parole, ma praticando lui stesso, fino alla morte, la fedeltà verso Dio e i fratelli.

Nella seconda lettura si parla invece di una regalità conferita a tutta una comunità, quella dei discepoli di Gesù. Essi devono esercitarla, come ha fatto Gesù, non mediante i mezzi del potere (utilizzati spesso anche nelle moderne democrazie), ma mediante la testimonianza della vita. Questa si identifica con il sacerdozio che compete a tutti i fedeli come comunità che dà gloria a Dio non mediante riti o cerimonie religiose, ma praticando la giustizia fra gli uomini.

La regalità di Gesù e dei suoi discepoli è dunque un antico simbolo che indica non un potere ma un servizio che i credenti svolgono in funzione del bene comune. Esso consiste nel dare testimonianza alla verità: è questo lo scopo per cui esiste la comunità dei discepoli di Gesù, i quali, come lui e insieme a lui, accolgono la fedeltà di Dio e la manifestano nel rapporto che instaurano tra di loro al servizio di tutta la società.

Tempo Ordinario B – 33. Domenica

Un messaggio di speranza

Nella prima lettura, ricavata dal libro di Daniele, si preannunzia un periodo di grande angoscia mai visto precedentemente. Il riferimento è alla persecuzione di Antioco IV Epifane, un secolo e mezzo prima di Cristo, quando i giudei erano stati oggetto di pressioni e di violenze perché abbandonassero la loro religione e aderissero a quella dei dominatori. In questo contesto si afferma la corrente apocalittica che preannunzia il giudizio di Dio, la distruzione dei regni di questo mondo e la venuta con le nubi del cielo di uno «simile a un figlio d’uomo» al quale sarà dato il regno di Dio (cfr. Dn 7). Secondo Daniele alla fine si salveranno solo quanti sono scritti nel libro di Dio, cioè coloro che gli sono rimasti fedeli; allora anche coloro che erano morti per la loro fede risorgeranno per partecipare alla gloria del loro popolo. In altri testi dello stesso periodo (le Parabole di Enoc) il figlio dell’uomo è immaginato come un essere celeste, preesistente, che viene da Dio, al quale sarà assegnato il compito di giudice escatologico.

Nella sua predicazione, Gesù aveva preannunziato l’imminente venuta del regno di Dio, cioè di quel mondo migliore, fondato sulla giustizia e sulla pace, che Dio aveva promesso al suo popolo. Egli preannunziava anche il giudizio finale e la venuta come giudice del «Figlio dell’uomo». Ma al tempo stesso ha presentato se stesso come questo figlio dell’uomo venuto nell’umiltà della condizione umana per annunziare il perdono dei peccati come ultima possibilità per evitare la condanna nel giudizio finale. I primi cristiani hanno interpretato la vita terrena di Gesù, coronata dalla sua morte e risurrezione, come preparazione alla sua seconda venuta come giudice universale per instaurare il regno di Dio. Marco riprende la tradizione riguardante il ritorno di Gesù ma sottolinea che esso avrà luogo in un futuro che è al di fuori delle conoscenze umane. In questo modo egli richiama l’attenzione sull’oggi, ossia sulla realtà quotidiana, nella quale il cristiano deve vivere e testimoniare la sua fede.

Nella seconda lettura viene riformulata questa credenza: Gesù è venuto una prima volta per togliere il peccato; ora siede alla destra del Padre aspettando ormai che tutti i suoi nemci siano posti sotto i suoi piedi.

Mediante il ricorso alle categorie apocalittiche, le letture di questa domenica ci aiutano a capire che, nonostante tutto, il mondo è nelle mani di Dio, che lo guida mediante Gesù verso un fine di vita e di gioia. Al di là delle concezioni tipiche del loro tempo, esse contengono un messaggio di speranza. Alla luce della fede anche i segni più drammatici dei nostri tempi devono essere visti come un invito non alla rassegnazione ma all’impegno perché le promesse di un mondo migliore si realizzino.

Tempo Ordinario B – 32. Domenica

La povertà come dono di sé

Le letture di questa domenica affrontano di nuovo il tema della povertà mettendo in risalto come essa deve comportare per i discepoli il dono non solo dei propri beni ma anche di se stesso. Nella prima lettura si racconta un fatto capitato al profeta Elia. In un momento di grave carestia Dio lo indirizza a una povera vedova, ridotta ormai alla fame, alla quale chiede di cuocere per lui l’ultimo pugno di farina che le resta: in pratica le chiede di donare la sua stessa vita. La donna acconsente e da quel momento non resta priva di farina e di olio, lei e suo figlio, per tutto il tempo della carestia. Non risulta che la donna conoscesse il profeta o si aspettasse un miracolo. Il miracolo l’ha fatto lei, privandosi del poco che aveva per uno che era più povero di lei.

Nel brano del Vangelo si contrappone il comportamento degli scribi e dei farisei a quello di una povera vedova. Mentre i primi si mettono in mostra e cercano vantaggi materiali e l’approvazione della gente, la vedova mette tutto quello che ha nel tesoro del tempio, cioè a disposizione di Dio. Nella sua critica ai capi religiosi del popolo, Gesù esprime un severo giudizio nei confronti non di singole persone che sbagliano ma piuttosto di un sistema in cui il rapporto con Dio è gestito da una casta di persone che cercano prima di tutto il proprio interesse e potere. Di riflesso il comportamento della vedova, che offre al tempio tutto quello che ha per vivere, esprime la dedizione totale e disinteressata che Dio si aspetta da quanti credono in lui. È chiaro che Dio non ha bisogno di quei due soldini che la vedova gli dona e neppure delle ben più grosse offerte dei ricchi; quello che desidera è un atto di fede che si esprime nel dono totale di sé. Gesù preannunzia così la sua passione, che è la conseguenza della sua adesione totale al piano di Dio e della sua scelta radicale in favore dei poveri e degli emarginati: per loro Gesù non offre qualcosa ma dà tutto se stesso. Per la sua fede, una donna povera ed emarginata diventa così l’esempio a cui il discepolo di Gesù deve ispirarsi.

Anche nella seconda lettura si trova una contrapposizione tra Gesù, il vero sacerdote, e i sacerdoti del tempio: mentre questi, con tutti i sacrifici delle vittime offerte a Dio, non ottengono la purificazione dei peccati, Gesù ha compiuto l’unico sacrificio gradito a Dio, quello della sua vita.

L’esempio delle due vedove non vuole dire che uno, per favorire gli altri, debba rinunziare a tutto ciò di cui ha bisogno per vivere, di ciò che gli garantisce una sicurezza per sé e per la propria famiglia. Tuttavia esso mette in luce che non è sufficiente dare ai poveri il superfluo ma l’amore verso di loro deve coinvolgere tutta la nostra vita. Ciò significa, in altre parole, saper gestire la propria esistenza in vista non del proprio interesse e poi magari di quello degli altri, ma di un bene che riguarda tutti nello stesso modo. Ciò comporta un diverso modo di vedere i rapporti famigliari, l’esercizio della professione, l’economia.

Il papa misogeno?

La rivista femminista tedesca Emma ha proclamato Papa Francesco “Sexist Man Alive 2021”. Per il giornale il Pontefice argentino è l’uomo più misogino dell’anno ed è il «capo di un sistema di apartheid in cui le donne sono di serie B».

Il giornale femminista, oltre a criticare il fatto che le donne nella Chiesa «sono serve di padroni pii e puliscono i pavimenti delle chiese», critica il Papa per avere, a suo dire, «snobbato innumerevoli cattolici impegnati che da decenni si battevano per il diritto delle donne di diventare sacerdotesse o almeno diaconesse».

da La Stampa del 27/10/2021

Theobald: in Europa come i primi cristiani

Il ruolo delle chiese nell’Europa di oggi

«È un ruolo triplice», ha risposto il teologo francese.

In primo luogo vi è «un compito di ispirazione». «Nel continente ci sono molti cristiani che possono riflettere, pregare e agire: essi possono mettersi in ascolto della vita quotidiana dei loro concittadini, perché questa vita quotidiana per molti è diventata estremamente difficile».

C’è poi un secondo aspetto, relativo al pluralismo religioso: insieme ai cristiani in Europa ci sono gli ebrei, i musulmani e altre comunità di fede. In questo contesto il ruolo dei cristiani è quello di «promuovere l’ecumenismo in un modo estremamente concreto tra tutte le componenti della società europea, di creare la fraternità e la pace».

Infine c’è un terzo aspetto che attiene alla tendenza «transumanista» della nostra società di sacralizzare il progresso. «Viviamo in una società nella quale tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, scientifici, tecnologici, digitali ecc. assumono l’immaginario del transumanesimo e corrono il rischio di essere sacralizzati».

Paradossalmente quindi, sostiene il teologo, «le Chiese hanno un ruolo di de-sacralizzazione», che può fondarsi su una risorsa fondamentale della tradizione cristiana, la fraternità.

«La fraternità infatti non attiene alla sfera del sacro ma piuttosto a una risorsa fondamentale nella tradizione cristiana, che è la santità».

«Certamente – ha concluso Theobald – il ruolo delle Chiese in Europa in questo momento sarà più modesto rispetto a quello che hanno avuto in passato», ma questo in fondo «riporta i cristiani di oggi a quello che era già stato il gesto dei cristiani dei primi secoli quando iniziarono ad annunciare il Vangelo di Gesù Cristo: quello di chiedere ospitalità per la loro fede».

Tempo Ordinario B – 31. Domenica

Il primo comandamento

Le letture di questa domenica propongono il tema dell’amore come base di una vita di fede. Tutta la Bibbia fonda il suo messaggio sul fatto che Dio ha amato per primo gli israeliti, li ha liberati dalla schiavitù e ha fatto di loro il suo popolo. L’amore che Dio si aspetta da Israele non è quindi oggetto di un comandamento vero e proprio ma è l’espressione di un’esigenza interiore, quella di dimostrare a Dio la propria riconoscenza e di lasciarsi coinvolgere nel suo progetto di salvezza. Siccome questo progetto ha come scopo il bene di tutto il popolo, l’amore di Dio esige l’osservanza del decalogo e viene quindi a identificarsi con l’amore del prossimo.

Proponendo i due grandi comandamenti dell’amore, Gesù non ha inventato niente di nuovo, come risulta anche dalla risposta dello scriba, il quale sottolinea come l’amore verso Dio e verso il prossimo valga più di tutti i sacrifici. Tutte le pratiche rituali sono dunque relegate a un ruolo secondario: esse infatti hanno un senso solo nella misura in cui rappresentano un momento di incontro e di solidarietà fra persone diverse che imparano a scoprire Dio nei propri fratelli. Il pensare che queste pratiche siano imposte da Dio per se stesse, a prescindere dal rapporto interpersonale che si instaura tra coloro che vi partecipano, significa andare contro l’insegnamento non solo di Gesù ma anche di tutta la Bibbia. Inoltre Gesù sottolinea come l’amore verso Dio e verso il prossimo rappresenti la strada maestra che conduce al regno di Dio. L’amore implica l’adesione personale a un progetto che riguarda il bene di tutta l’umanità. Per questo nel Discorso della montagna Gesù prescrive anche l’amore dei nemici, cioè di coloro che non appartengono al proprio gruppo e alla propria religione.

La seconda lettura aiuta ad approfondire il senso dell’amore. In quanto sommo sacerdote, Gesù collega Dio con l’uomo. Rapportandosi a lui, noi incontriamo l’uomo in Dio e Dio nell’uomo. Dal rapporto con lui ha quindi origine la comunità, che è la casa di Dio, in cui i credenti imparano a interagire fra di loro e a testimoniare il vangelo a tutta la società.

Il comandamento dell’amore deve essere interpretato oggi a partire dalla situazione di questa umanità che si confronta con sfide enormi e globalizzate come la fame, la pandemia, le guerre, il terrorismo, i cambiamenti climatici, le migrazioni. In questa prospettiva è chiaro che Gesù non ci richiede di praticare dei riti religiosi e neppure di fare semplicemente delle opere buone ma di interessarci per la salvezza di questa umanità. Ciò esige che i credenti, come persone e come comunità, si impegnino, in ambito sociale, politico ed economico, per attuare una società più giusta e solidale. L’amore implica quindi un impegno che va ben al di là dell’ambito ristretto in cui si vive, nella ricerca di un bene che consiste non solo nella soddisfazione dei bisogni materiali di tutti ma anche nella fraternità e nella solidarietà a tutti i livelli.

Dio non è neanche un’ipotesi?

Ricavo da Franco Ferrari, Dio non è neanche un’ipotesi?

Alcuni cattolici si sono mostrati molto risentiti da una frase, detta a suo tempo, da Parisi: “Dio per me non è nemmeno un’ipotesi”. Risentimento totalmente ingiustificato. La teologia non contempla tra le sue categorie metodologiche l’ipotesi, se non come analogia debole per dar forza al discorso. L’ipotesi appartiene alla scienza e basta, al discorso scientifico, al metodo scientifico e basta. Ora il problema è vecchio di anni, di secoli, l’ho visto ripresentarsi in moltissime conferenze tra teologi e scienziati, ma anche tra filosofi e scienziati. Esso nasce quando uno invade il campo dell’altro con l’autorevolezza della sua disciplina e pretende di dire qualcosa di assolutamente vero sulla disciplina dell’altro. Il contrasto tra fede e scienza è tutto qua.

La pandemia ci dovrebbe aver insegnato che la scienza non può dire “l’assolutamente vero”, come pretendeva il ministro Speranza in una sua uscita per la stampa nei primi tempi della pandemia. La scienza, ci ricorda Popper, può dire il verosimile, o più semplicemente ciò che oggi funziona per capire un fenomeno, per predire un fenomeno. La frase di Parisi è non solo scientificamente assolutamente legittima, ma non è un’affermazione sull’esistenza di Dio, semmai è un’affermazione sull’impossibilità di uno scienziato in quanto tale di dire qualcosa su Dio (come ribadito ieri in una  lettera pubblicata su Avvenire). (…)