Che cosa ne pensi?

Tempo Ordinario A – 20. Domenica

Isaia 56,1.6-7
Salmo 66/67
Romani 11,13-15.29-32
Matteo 15,21-28

Una salvezza pe tutti

Il tema della liturgia di questa domenica è indicato nel brano della prima lettura. Molti dei giudei che erano ritornati dall’esilio, pensavano che la possibilità di avere un rapporto diretto con Dio spettasse soltanto a loro, in quanto membri del popolo eletto, e quindi escludevano dal tempio coloro che non erano di puro sangue ebraico. Ma non si accorgevano che, così facendo, negavano l’amore di Dio per tutta l’umanità e riducevano il loro Dio a una divinità locale, interessata soltanto a coloro che appartenevano a quel popolo che egli aveva scelto. Il profeta invece va contro corrente e annunzia che la casa di Dio deve essere aperta a tutti coloro che hanno aderito al Signore e si comportano secondo la sua volontà.

Per Gesù questo non era sufficiente. Nel suo annunzio del regno di Dio eglisi è spinto sempre più in là manifestando la misericordia di Dio alle categorie più povere ed emarginate: le donne, i bambini, gli ammalati, gli indemoniati, i peccatori. Non si può escludere che in questo tragitto egli abbia raggiunto anche i gentili. E difatti il vangelo di oggi presenta Gesù che fa un miracolo, segno di salvezza, per una donna straniera, basandosi unicamente sulla sua fede, senza chiederle di entrare a far parte del popolo di Israele a cui erano state fatte le promesse di Dio. Questo gesto non è piaciuto ai primi cristiani di origine giudaica, per i quali Gesù era il Messia di Israele e ha annunziato la buona novella solo ai giudei. Perciò Matteo gli mette sulla bocca due frasi sconcertanti: egli afferma di essere stato mandato solo alle pecore perdute della casa di Israele e aggiunge che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. Al che la donna fa notare che anche i cagnolini si cibano delle briciole ddi pane che cadono dlla mensa dei loro padroni. Egli quindi avrebbe fatto il miracolo richiesto solo in via eccezionale, perché la donna aveva riconosciuto che la salvezza spetta a Israele e non ai gentili. 

Nella seconda lettura Paolo fa un’affermazione che ci lascia un po’ disorientati. Proprio lui, che si è dedicato interamente all’evangelizzazione dei gentili, afferma di essersi rivolto a essi per suscitare la gelosia dei suoi connazionali e convincerli ad accettare Gesù come il Messia da loro atteso; e aggiunge che anch’essi un giorno si salveranno. Il primo destinatario della salvezza è dunque Israele e i gentili possono ottenere la salvezza solo aggregandosi, mediante Cristo, all’Israele degli ultimi tempi, cioè alla Chiesa.

La posizione originaria di Gesù è diventata oggi più convincente delle interpretazioni che ne hanno dato i primi cristiani. Gesù ha aperto a tutti l’ingresso nel regno di Dio, senza esigere come condizione previa l’appartenenza a Israele o l’ingresso nella chiesa. Con ciò non è tolto valore alla missione. Se il suo vangelo è fonte di salvezza, i suoi discepoli devono farlo conoscere a tutti perché impregni qualunque cultura o religione. Ciò che è importante non è il passaggio da una religione all’altra, ma l’impegno comune di tutti coloro che credono in un mondo migliore.  

Tempo Ordinario A – 19. Domenica

Un percorso di liberazione

La prima lettura indica come tema della liturgia di questa domenica la liberazione che Dio conferisce al suo popolo. Elia ha appena dimostrato che yhwhè l’unico vero Dio e ha messo a morte i quattrocentocinquanta profeti di Baal. Questo gesto provoca la reazione della regina Gezabele che lo cerca per metterlo a morte. Elia, intimorito, fugge nel deserto e, al termine di quaranta giorni, giunge al monte Oreb, cioè il Sinai, dove Mosè aveva concluso l’alleanza con yhwh. Solo ripercorrendo il cammino fatto dal popolo nel deserto il profeta si incontra con il suo Dio, il quale si rivela non nei fenomeni atmosferici ma nel «sussurro di una brezza leggera», letteralmente «nel sussurro di un silenzio leggero». Dio si incontra non all’esterno ma rientrando in se stessi e ascoltando la voce silenziosa della propria coscienza. 

Nel vangelo viene descritta una strana scena simbolica: Gesù che cammina sulle acque del lago in tempesta. Questa scena deve essere interpretata in riferimento al passaggio del mar Rosso, da parte degli israeliti. Su questo sfondo essa significa la vittoria di Gesù sulle potenze del male che, secondo la mentalità biblica, si annidavano nelle profondità dei mari. Queste potenze erano spesso identificate con i grandi imperi dell’antichità, un tempo l’Egitto e ora l’impero romano. Gesù dimostra quindi di essere più potente di loro. In un primo momento i discepoli non lo riconoscono perché hanno paura. Pietro vorrebbe essere associato a Gesù, ma poi ha paura e comincia a sprofondare nell’acqua: come gli israeliti che nel deserto mormorano contro Dio, anche Pietro, di fronte alle difficoltà, ha paura e chiede aiuto. Ma Gesù, come un tempo Dio aveva fatto con gli israeliti, lo prende per mano e lo riporta sulla barca. Solo allora il mare si calma e i discepoli con Gesù giungono a riva.

Nella seconda lettura Paolo esprime un amore così grande per i suoi connazionali da voler diventare lui stesso «anatema», cioè separato da Cristo, perché essi possano essere salvati. Paolo non vuole salvarsi da solo perché sa che la salvezza riguarda anzitutto il popolo, è un valore comunitario. Anche ai suoi connazionali però, nonostante tutti i loro privilegi, è richiesto un passo personale, che consiste nella fede in quei valori fondamentali che sono parte essenziale del messaggio di Gesù.

La liberazione è lo scopo a cui tende tutto il discorso biblico. Essa non consiste in primo luogo nel non essere soggetti a potenze straniere o nel possesso di beni materiali o intellettuali, ma nel saper superare il proprio io e nel mettersi spontaneamente alla ricerca di un bene più grande che riguarda i propri simili e l’ambiente in cui si vive. Il benessere in tutte le sue manifestazioni viene di conseguenza. La liberazione così intesa si attua mediante un percorso lungo e impegnativo, irto di ostacoli e difficoltà. In questo cammino è di grande aiuto la fede in una Realtà superiore che dà senso alla propria ricerca e coraggio per superare la tentazione di ritirarsi nel proprio io. Per il cristiano questa Realtà misteriosa si manifesta nella persona di Gesù. Inoltre questo percorso deve essere condiviso con altri. Ciò fa sì che la meta a cui si tende sia già anticipata nella solidarietà che si crea fra di loro.

Le donne e il futuro della Chiesa

Lo scorso 28 luglio è morto all’età di 104 anni il teologo francese Joseph Moingt. Voglio ricordarlo riportando un lucido articolo intitolato Le donne e il futuro della Chiesa. In sintesi p. Moing afferma che solo aprendosi a una piena partecipazione delle donne, su un piano di parità, la Chiesa può far fronte all’inesorabile declino a cui sta andando incontro. Non posso far altro che condividere quanto Moingt dice. Solo ho paura che sia troppo tardi. Man mano che passano gli anni mi appare sempre più chiaro il senso delle parole di Gesù: “Vino nuovo in otri nuovi”. Oggi si richiederebbe un cambio di marcia che forse era possibile cinquant’anni fa, quando sulla scia del Concilio Vaticano II si prospettava un vero cambiamento nella Chiesa. Allora le persone disponibili c’erano, si poteva affrontare la sfida dei tempi. Oggi è diverso. Non perché l’opposizione di chi detiene gli otri vecchi si è fatta più aggressiva e intransigente, ma perché i migliori se ne sono andati ormai da tempo. Sì, è vero, bisogna aver fiducia nello Spirito Santo, ma non sappiamo dove spira. E forse sta preparando un nuovo inizio, con otri veramente nuovi.

Tempo Ordinario A – 18. Domenica

Il cibo della salvezza

La liturgia di questa domenica affronta il tema del cibo come espressione simbolica della salvezza. Nella prima lettura il profeta, a nome di yhwh, invita gli israeliti, che si preparano a ritornare dall’esilio, a mangiare e a bere gratuitamente. Immaginiamo una grande tavolata in cui i commensali hanno cibo a sufficienza e fanno l’esperienza della condivisione in un clima di solidarietà e di fraternità. Mentre si condivide il pane del corpo si attinge così ai grandi valori della vita. È questa l’immagine simbolica della salvezza che Dio dona al suo popolo.

Nel vangelo è significativo il fatto che Gesù, prima di distribuire i cinque pani e i due pesci, fa alcuni gesti: eleva gli occhi al cielo, recita una preghiera di benedizione e di ringraziamento, spezza i pani e li dà ai discepoli perché li distribuiscano alla folla. Sono i gesti tipici del padre che riunisce la sua famiglia intorno alla mensa. La condivisione del cibo diventa così un gesto che non riguarda solo l’apparato digerente, ma tocca anche il cuore, i sentimenti, i rapporti tra persone. I gesti di Gesù sono gli stessi che egli farà nell’ultima Cena. I primi cristiani non potevano non fare questo accostamento. Ne deriva un’importante conseguenza: mediante la sua morte in croce, rappresentata simbolicamente nel pane spezzato e nel vino versato, Gesù non solo dà un nutrimento spirituale, ma mette a disposizione dei suoi discepoli anche il pane materiale. Non per nulla i primi cristiani celebravano l’eucaristia nel contesto di un banchetto in cui ricchi e poveri condividevano lo stesso cibo messo a disposizione da ciascuno secondo le proprie possibilità.

Nella seconda lettura Paolo si chiede: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». E risponde che nessuna potenza di questo mondo può farci perdere il rapporto con lui. L’unione con Cristo che si attua nell’eucaristia rappresenta un rapporto indissolubile che si rifrange in tanti altri rapporti che si moltiplicano a macchia d’olio e creano sempre nuove iniziative di collaborazione e di solidarietà.

Oggi l’umanità si trova in una tremenda crisi economica. Andiamo tutti incontro a un impoverimento, al quale corrisponderà inevitabilmente l’arricchimento di pochi privilegiati. Se vogliamo evitare tragedie ancora più grandi,  qualche cosa deve cambiare nelle regole che riguardano l’economia. Ma ciò sarà possibile solo in chiave di solidarietà. È questo il segnale chi i cristiani devono dare a tutta la società. Ma perché ciò avvenga è necessario che i loro incontri settimanali cambino radicalmente, diventando un vero momento di condivisione a tutti i livelli. Se ciò non avviene, l’essere cristiani perderà ogni significato.

Tempo Ordinario A – 17. Domenica

Il desiderio del regno di Dio

Le letture di questa domenica mettono in luce la profonda attrattiva che il messaggio di Gesù esercita sull’animo umano. Nella prima lettura si mette in luce la ricerca della sapienza che la Bibbia attribuisce al re Salomone. La sapienza di cui si parla qui non è semplicemente cultura, memoria, abilità nel parlare o nel convincere. Essa indica la sensibilità al bene comune, la ricerca della giustizia, lo sforzo costante per realizzare la pace all’interno e all’esterno di qualsiasi aggregazione umana. Senza questa sapienza la convivenza di persone diverse non è fonte di gioia e di pace ma di tensioni che amareggiano la vita di tutti. Il suo esercizio invecegarantisce il conseguimento di quei valori che sono causa di benessere e prosperità per tutti.

Nel testo del vangelo il regno di Dio è presentato come un tesoro nascosto o una perla preziosa per ottenere i quali si è disposti a perdere tutto. Con queste due similitudiniGesù sottolinea la necessità per i suoi discepoli di considerare il suo messaggio non come una serie di precetti o di regole da eseguire ma come un bene desiderabile a cui tendere con tutte le proprie forze. Il Vangelo non è un insieme di regole da praticare o un complesso di verità da credere. Esso non consiste neppure in un modello di società da attuare mediante opportune riforme strutturali. Il regno consiste invece in un nuovo modo di vivere e di rapportarsi gli uni con gli altri in un contesto di giustizia e di vera fraternità. Esso rappresenta un’utopia, un ideale verso il quale tendere, impegnando in esso tutte le proprie energie e i propri talenti. Mancando questa tensione verso un mondo migliore, il cristianesimo decade a livello di ritualismo o moralismo e diventa incapace di muovere la società. La parabola della rete che raccoglie pesci di ogni tipo mostra come la ricerca del regno di Dio comporti un confronto quotidiano con altri modi di concepire la convivenza umana: questa esigenza non ostacola il regno di Dio ma è un passaggio obbligato per scoprire nell’oggi la sua realtà gioiosa e feconda. La spiegazione della parabola, ponendo l’accento sul giudizio, rischia di travisarne il senso, trasormando il Vangelo in un annunzio di giudizio e di condanna.

Nella seconda lettura Paolo afferma che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. A chi cerca con onestà il suo regno Dio non può far mancare il suo aiuto. Tutto infatti, anche la sofferenza più grande, può diventare un mezzo per anticipare nell’oggi la realizzazione del progetto di Dio. La predestinazione dei credenti in Cristo non indica un particolare privilegio da cui gli altri sono esclusi ma piuttosto la chiamata a un servizio nei confronti di tutta la società. 

Ai suoi Dio non promette grandi realizzazioni in questo mondo ma la gioia di poter anticipare nell’oggi la felicità del mondo nuovo che Gesù annunzia. È questo un ideale per il quale vale la pena di impegnarsi sapendo che non si tratta di una costruzione ideologica da realizzare una volta per tutte ma di un valore da tener vivo perché l’umanità non torni indietro alla legge della giungla.

Tempo Ordinario A – 16. Domenica

Il giudizio finale

Le letture di questa domenica propongono di riflettere sul tema del giudizio. Nella prima lettura si dice che Dio, per guidare il mondo verso un fine di salvezza non si serve delle minacce e dei castighi. Pur essendo il padrone di tutto, egli giudica con mitezza e governa il mondo con molta indulgenza. In tal modo dà l’esempio di quella filantropia che deve regolare il rapporto fra gli umani.

Nel vangelo sono riportate tre parabole: il buon grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito nella pasta. Tutte e tre hanno lo stesso messaggio: il regno di Dio viene annunziato in mezzo a ostacoli di ogni tipo e si manifesta come una realtà insignificante. Nonostante ciò esso è una potenza capace di trasformare il mondo. Il credente non deve dunque lasciarsi trarre in inganno dalla debolezza con cui il regno di Dio si manifesta nel momento attuale ma deve impegnarsi a fondo per collaborare alla sua realizzazione. La sua fedeltà a Cristo e al vangelo esige quindi una faticosa lotta quotidiana per convivere con il male senza lasciarsi coinvolgere da esso. La spiegazione della parabola del buon seme e della zizzania procede invece in senso contrario introducendo la paura del castigo come motivo di un comportamento onesto. In essa non si esprime il pensiero di Gesù ma la poca fiducia nella forza trainante del Vangelo che spesso ha condizionato la predicazione cristiana.

Nella seconda lettura Paolo mette in luce il ruolo della preghiera nella vita cristiana. È proprio nella preghiera che lo Spirito guida i credenti a capire la volontà di Dio, che consiste nella realizzazione del suo regno annunziato da Gesù. Dalla preghiera dunque il credente ottiene la forza di cui ha bisogno per collaborare alla sua venuta.

Il vangelo è un messaggio di salvezza che mette in primo piano l’amore misericordioso di Dio per tutte le sue creature. Solo la speranza in un mondo migliore può spingere i credenti a impegnarsi per una società più giusta e solidale. È stata la poca fiducia nella forza misteriosa del regno di Dio che spesso ha spinto i cristiani a riproporre la paura del giudizio divino come mezzo per allontanare gli uomini dal male. Ma la paura è la negazione del Vangelo e non è in grado di attuare la vittoria del bene sul male.

Tempo Ordinario A – 15. Domenica

Una parola di speranza

Il tema di questa domenica è quello della fede nella parola di Dio da cui deriva la speranza in un mondo nuovo. Il brano del Deutero-Isaia riportato nella prima lettura richiama l’esigenza di questa fede. Il profeta fa dire a Dio che la sua parola si attuerà con la stessa sicurezza con cui si ripetono i fenomeni della natura. Nel contesto dell’esilio ciò significa che gli israeliti devono attendere senza tentennamenti il momento della liberazione che Dio aveva promesso loro per mezzo dei profeti.

Nel brano del vangelo, pronunziando la parabola del seminatore, Gesù invita i suoi discepoli ad accogliere con fiducia la sua parola con cui annunzia la venuta del regno di Dio. Nonostante gli ostacoli che sembrano impedirne la riuscita, l’attuazione di questo regno è già iniziata e nulla potrà fermarla. Non bisogna dunque accettare lo scetticismo di coloro che non sanno guardare in avanti ma sono arroccati nella difesa dei loro schemi e dei loro privilegi. Solo chi accoglie questa parola di speranza è capace di vedere i segni che attestano il costante operare di Dio nelle vicende di questo mondo. La spiegazione della parabola, frutto della riflessione di una comunità credente, ci riporta a noi stessi. Ciò che ostacola la realizzazione del piano di Dio non è tanto l’opposizione dei non credenti quanto piuttosto il disimpegno dei credenti. Essi devono superare la loro mancanza di comprensione, l’incostanza, lo scoraggiamento di fronte alle difficoltà della vita, la preoccupazione del mondo e la seduzione delle ricchezze. Dio farà certamente la sua parte, ma anche i credenti devono fare la loro. E quello che si richiede da loro è soprattutto un impegno costante per capire il piano di Dio che si attua nella storia e per porsi in sintonia con esso nonostante tutte le difficoltà e i fallimenti a cui vanno incontro.

Anche la seconda lettura contiene un messaggio di speranza. Paolo afferma che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. E aggiunge che tutta la creazione geme in attesa della rivelazione dei figli di Dio. Ciò significa che, quando i credenti saranno giunti alla piena comunione con Dio, anche il cosmo sarà trasformato. Ma già fin d’ora i figli di Dio devono prendersi cura anche di tutto il cosmo del quale sono partecipi.

La nostra speranza in un mondo migliore non si basa sulla nostra capacità di trasformare il mondo in cui viviamo ma nella fede in un Dio che in modo invisibile guida l’evoluzione dell’umanità e di tutto il creato. Questa certezza non comporta disimpegno e fatalismo ma al contrario provoca un impegno per la giustizia e la solidarietà che stanno alla base di un mondo rinnovato. In questa prospettiva si impone una nuova concezione dell’ambiente che deve essere rispettato perché serva non agli interessi di qualcuno ma al benessere di tutti. 

Tempo Ordinario A – 14. Domenica

La scelta della non violenza

La liturgia di questa domenica mette in luce il tema della mitezza, intesa come non violenza. Nella prima lettura il profeta Zaccaria parla del futuro Messia, cioè del re che, secondo le attese dei giudei, sarà inviato da Dio negli ultimi tempi per instaurare il suo regno. Egli è presentato come un re giusto e umile, cioè mite, non violento. In quanto tale, egli è anche vittorioso nei confronti dei poteri che dominano questo mondo. Entra nella sua città cavalcando un umile asinello. Egli farà scomparire la guerra e instaurerà un’epoca di pace. Il futuro Messia annunzierà un Dio che, secondo il Salmo responsoriale, è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, buono verso tutti, dotato di una tenerezza che si espande su tutte le creature. Solo in forza di questi attributi di Dio l’attesa del suo regno è fonte di speranza.

Il brano del vangelo mostra come l’annunzio profetico sia stato interpretato da Gesù. Egli dice anzitutto che Dio si rivela ai piccoli, cioè ai poveri, agli emarginati, cioè a coloro che non hanno meriti da presentare. Gesù si presenta come colui che rivela questo Dio perché è in un rapporto profondo e personale con lui. Perciò lui solo è capace di dare loro ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi. E invita tutti a imparare da lui, che è mite e umile di cuore: solo così troveranno ristoro per le loro anime. Con queste parole Gesù trasforma radicalmente la nostra immagine di Dio. Dio non è più quello che dà ordini e punisce i trasgressori, ma colui che accoglie tutti e li trasforma con il suo amore.

Nella seconda lettura Paolo afferma che Dio non ci fa violenza esigendo da noi prestazioni che, come creature limitate, non saremo mai capaci di dargli. Dio ci ha dato il suo Spirito in forza del quale non siamo più sotto il dominio della carne. Ciò significa che non tocca a noi diventare buoni e santi. È Dio che ci trasforma nel nostro intimo per mezzo del suo Spirito, che è anche lo Spirito di Gesù.

Queste letture possono dare un grande conforto a chi si trova in situazioni difficili e dolorose. Ma possono generare anche un senso di rifiuto nei confronti di un Dio che non interviene per liberare proprio quei piccoli, poveri e oppressi che sono oggetto del suo amore. Se invece partiamo dalla premessa che Dio è un mistero insondabile, allora si comprende che le letture non ci parlano di Dio ma di noi stessi e ci dicono che la non violenza è l’unico mezzo efficace per attuare un mondo migliore. È un’indicazione di rotta che ci riguarda come individui e come società. Solo mettendoci su questa lunghezza d’onda possiamo incontrare il vero Dio e non il dio che ci siamo creati a nostra immagine e somiglianza. 

Tempo Ordinario A – 13. Domenica

Una comunità profetica

Il tema della liturgia di questa domenica è suggerito dalla prima lettura in cui si parla del profeta e dell’accoglienza che gli è dovuta. Il profeta è l’uomo di Dio che esorta, incoraggia e illumina le menti e i cuori alla ricerca di Dio. Egli tiene desta la speranza in un mondo migliore e aiuta ad anticiparlo nella propria vita e in quella di tutto il popolo. Se denunzia gli errori di chi sbaglia, lo fa non per condannarlo ma per aiutarlo a superare gli ostacoli e a riprendere il cammino. La donna che accoglie Eliseo condivide con lui i valori e gli ideali che egli porta con sé: perciò è piena di devozione nei suoi confronti. Ma non ha figli, è senza futuro. Il profeta, facendole avere un figlio, le apre nuove prospettive, le offre la possibilità di dare un senso alla propria vita.

Nel brano del vangelo sono riportati alcuni detti di Gesù, tratti fuori dal loro contesto originario e qui raccolti come conclusione del «discorso missionario» (Mt 10). Fra essi la liturgia suggerisce di mettere in primo piano quello in cui Gesù afferma che chi accoglie un profeta perché è un profeta avrà la ricompensa del profeta. Alla luce di questo detto si possono interpretare gli altri che fanno parte della raccolta. Il profeta è il discepolo che ama Gesù più di suo padre e di sua madre, che prende la sua croce e lo segue, che è disposto a perdere la propria vita per causa sua. Egli è un giusto proprio perché si fa piccolo, senza pretesa di potere o di onori. Perciò chi accoglie il discepolo di Gesù accoglie lui e con lui il Padre che lo ha mandato; anche solo chi gli darà un bicchiere d’acqua non perderà la sua ricompensa. Ne consegue che chi accoglie un profeta/discepolo di Gesù perché è un profeta avrà la ricompensa del profeta. Ciò significa che una comunità che si rifà a Gesù è tale solo se sa accogliere coloro che hanno il carisma profetico. Se una comunità non accoglie i profeti non può diventare essa stessa profetica e quindi non può essere missionaria, perché la missione consiste nell’aprire gli occhi al futuro di Dio e nell’interpretare i segni dei tempi che egli ha messo sul cammino dell’umanità. 

Nella seconda lettura l’apostolo Paolo afferma che, con il battesimo, siamo morti e risuscitati con Cristo. E poi specifica che Cristo è morto al peccato una volta per sempre e ora vive per Dio. Solo diventando un’unica cosa con Gesù possiamo anche noi morire al peccato, cioè combattere contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione. Ciò è possibile solo se formiamo una comunità profetica, che annunzia, come ha fatto Gesù, la venuta del regno di Dio.

Una comunità che «uccide» i profeti si appiattisce sul culto, sulle regole morali, sulle gerarchie e sui dogmi fissati una volta per sempre. Così facendo essa non è missionaria e quindi non può pretendere di essere il corpo di Gesù. Solo i profeti infatti danno a una comunità la possibilità di guardare in avanti, di interpretare i segni dei tempi e di annunziare un mondo migliore, basato sulla giustizia e sulla solidarietà.

Tempo Ordinario A – 12. Domenica

La fiducia nella prova 

La liturgia di questa domenica propone il tema della fiducia nella prova e nella persecuzione. Nella prima lettura Geremia denunzia le violenze che vengono compiute nei suoi confronti da parte di coloro che rifiutano il suo messaggio di pace e non violenza. Di fronte a costoro egli ha una reazione di rifiuto e chiede a Dio con insistenza di punirli severamente. Egli è convinto che essi sono anche nemici di Dio. Ma alla fine si affida a Dio, lasciando a lui di intervenire come meglio crede in suo favore.  

Nel vangelo viene riportata una piccola raccolta di detti attribuiti a Gesù: egli invita anzitutto i discepoli a non avere paura di coloro che li perseguitano. Un giorno verrà alla luce tutto ciò che è nascosto e apparirà chiaramente chi è dalla parte del giusto. Essi perciò devono annunziare a tutti con coraggio quello che hanno sentito da lui. Inoltre Gesù raccomanda di non aver paura di coloro che possono uccidere il corpo ma non l’anima; piuttosto devono temere colui che ha il potere di far perire nella geènna sia l’anima che il corpo: questo riferimento al giudizio finale riflette la mentalità del tempo e si comprende unicamente come invito a trovare le proprie sicurezze non nei beni materiali e neppure nella propria incolumità fisica ma nei valori fondamentali della vita, di cui Dio è la fonte. Il detto successivo insiste sulla fiducia in Dio, il quale si prende cura anche dei semplici passeri; Dio conosce persino il numero di capelli che sono nel nostro capo; noi valiamo più di molti passeri. A questi detti l’evangelista ne aggiunge uno che contiene un ulteriore spunto di fiducia ma anche una minaccia: Gesù riconosce davanti al Padre coloro che lo riconoscono ma rinnega coloro che lo rinnegano: Gesù non rifiuta nessuno ma chi lo rinnega, quando lo ha adeguatamente conosciuto, rifiuta un progetto di vita da cui dipende la propria realizzazione umana e quindi rischia di condannarsi a una vita senza significato. La fiducia in Dio non ha nulla a che fare con il fatalismo ma implica una scelta al servizio di quei valori che soli possono dare un senso alla vita umana. 

Secondo Paolo il peccato esiste anche là dove non c’è una legge che proibisca la violenza e l’ingiustizia. La legge non è necessaria per comprendere ciò che è bene e ciò che è male. Non sarà la legge a far cambiare mentalità alla gente ma la grazia di Dio di cui Gesù è un intermediario: egli infatti con il suo esempio è capace di mostrare come la ricerca del bene sia un ideale per il quale vale la pena di spendere la propria vita. 

Impegnarsi per il regno di Dio, cioè per una società più giusta, non violenta, può costare caro. Spesso è forte la tentazione di ritirarsi, di cedere le armi. Solo una ferma convinzione e la fiducia in una Realtà superiore che governa il mondo possono dare il coraggio di far fronte alle situazioni più difficili, rinunziando alla violenza e all’odio. In questa luce anche i momenti di crisi e di insuccesso possono diventare opportunità che aprono strade nuove per raggiungere questo scopo.

Corpo e sangue del Signore A

Il ricordo del Signore

Il tema di questa festa è indicato dalla prima lettura in cui l’autore, che parla in nome di Mosè, fa leva sul concetto di «memoria»: gli israeliti devono ricordare ciò che il loro Dio ha fatto per loro, liberandoli dalla schiavitù dell’Egitto e sostenendoli nelle difficili prove attraverso cui sono dovuti passare nel deserto. Chiaramente non si tratta di una memoria puramente concettuale, ma di un ritornare con la mente e con il cuore a un evento passato sul quale si basa la realtà stessa della loro esistenza come comunità. Per gli israeliti ricordare l’uscita dall’Egitto significava mettere al centro della loro esistenza come popolo la fedeltà a Dio, espressa mediante l’osservanza della sua legge. 

Nel brano del vangelo Giovanni ci ha lasciato, attribuendola a Gesù stesso, una catechesi sul significato della cena che i cristiani celebravano nelle loro comunità. Ripetere il gesto e le parole di Gesù, significava per loro ricordare tutto quello che egli aveva detto e compiuto, il suo annunzio della prossima venuta del regno di Dio e il suo amore per i poveri e per gli emarginati, fino alla sua morte cruenta sulla croce. I cristiani erano consapevoli che mangiando il suo pane e bevendo il suo vino essi entravano in comunione con lui, cioè diventavano partecipi della sua stessa vita. Ciò significava la possibilità di vivere in questo mondo come lui era vissuto, nella fedeltà a Dio e ai fratelli. In forza di questo rapporto con lui essi facevano l’esperienza di uscire da se stessi e di porsi al servizio degli altri nella ricerca generosa del bene comune. Gesù sottolinea che solo possedendo già quaggiù la sua vita è possibile ottenere un giorno, dopo la morte, una vita nuova con il Padre. 

Nella seconda lettura ritorna il tema della comunione con Gesù che si attua quando si mangia il suo pane e si beve il suo sangue. Ricordando in chiave personale e comunitaria quello che lui era stato e aveva fatto per loro, i credenti adottano la sua logica di vita che consiste nell’impegno per anticipare nell’oggi il regno di Dio. Essi diventano così una realtà nuova, cioè vengono a formare un solo corpo con Gesù e con i fratelli. 

L’Eucaristia è dunque il segno sensibile della presenza reale di Cristo nella comunità dei suoi discepoli. Spesso nella messa l’accento è posto sulla “consacrazione” perché con essa si rende presente il corpo e il sangue del Signore. Questo poi diventa oggetto di culto mediante l’adorazione eucaristica, le processioni, la benedizione eucaristica. Oggi, con la riforma liturgica, è venuto in primo piano il concetto di memoria. Chi partecipa alla cena del Signore ricorda la sua persona, il suo insegnamento, la sua morte e la sua risurrezione. Questo ricordo, se è autentico, dovrebbe produce un’intensa comunicazione tra i presenti, che diventano così un corpo solo con Cristo e si mettono al servizio gli uni degli altri e della società a cui appartengono. Se questo non avviene, vuol dire che si è ancora lontani dall’ideale proposto da Gesù.

Tempo Ordinario A – Ss. Trinità

L’incontro con il Dio inconoscibile

Nel primo concilio di Nicea, che ha avuto luogo nel 325, è stata formulata la dottrina secondo cui Dio è unico quanto a natura ma in lui ci sono due persone, il Padre, il Figlio; successivamente è stata aggiunta una terza persona, lo Spirito santo. Questa dottrina ha consentito il superamento delle divergenze allora presenti nel movimento cristiano. Con il tempo però è diventato una formula che, proprio perché è continuamente ripetuta, non suggerisce più nulla ai cristiani ordinari. È dunque importante riscoprire l’origine biblica di questa dottrina e i riflessi che ha nella vita spirituale dei credenti.

Nella prima lettura è riportato il nucleo centrale del messaggio biblico, secondo il quale il mondo trae origine da una Realtà superiore, chiamata YHWH, che l’ha voluto e l’ha realizzato attraverso un’evoluzione che è durata miliardi di anni. Questo Dio è misericordioso, non tanto perché perdona il peccato di chi si pente, ma perché accetta tutte le creature che da lui hanno origine, nonostante tutti i loro limiti e le loro miserie, e dà loro armonia e finalità. È per questa sua misericordia che Dio ha ricevuto l’appellativo di Padre.

Nel brano del vangelo la paternità di Dio viene espressa come un immenso amore che si manifesta in massimo grado nella persona umana di Gesù. In quanto atto supremo di amore, il suo essere innalzato sulla croce appare come una gloria e non come un’umiliazione. Egli diventa così Maestro e ispiratore di chi si apre al suo messaggio. Ogni essere umano è equipaggiato per fare l’esperienza di Dio. Senza questa possibilità non potremmo vivere. Esistono però uomini che hanno percepito il divino in un modo speciale e sono diventati le guide spirituali dell’umanità. Gesù è uno di questi. Per i suoi discepoli è lui in sommo grado il Rivelatore del Padre. In lui essi hanno visto un riflesso speciale del Dio nascosto, il volto umano di Dio.

Nella seconda lettura, Paolo invita i cristiani a praticare l’amore vicendevole. Poi esprime i suoi saluti mediante una formula trinitaria in cui il Padre viene visto come fonte dell’amore e il Figlio come colui che ci ha donato la grazia di Dio; al terzo posto viene evocato lo Spirito come garante della comunione, cioè del legame profondo che unisce i credenti fra loro e con Dio. In altre parole il Dio nascosto si è manifestata in Gesù di Nazaret e agisce mediante lo Spirito da lui elargito nel cuore di chi crede in lui.

La Trinità è una formula che è stata imposta spesso con metodi violenti e intolleranti. Oggi è importante che non sia più ripetuta mnemonicamente ma aiuti a comprendere il mistero di un Dio nascosto che si rivela come Padre mediante il suo Figlio Gesù Cristo e muove come soffio vitale persone e cose perché evolvano verso quella pienezza che egli ha assegnato loro come scopo della sua creazione. 

Tempo di Pasqua A – Pentecoste

I doni dello Spirito

La festa di Pentecoste commemora la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli come inizio della Chiesa. Nella prima lettura viene riportato il brano degli Atti degli apostoli in cui si descrive questo evento. Nel suo racconto Luca è preoccupato di mostrare come proprio in quella occasione Dio abbia attuato un passo importante per la salvezza di tutta l’umanità. Lo Spirito Santo simboleggia Dio in quanto opera nella storia e nel cuore degli uomini. La sua venuta viene descritta in forma simbolica come lingue di fuoco che discendevano sugli apostoli. Lo Spirito provoca in essi un fenomeno molto conosciuto e apprezzato agli inizi del cristianesimo: il parlare in lingue (glossolalia), cioè pregare Dio in una lingua diversa e sconosciuta, con un profondo fervore accompagnato da forte emotività. Luca però trasforma questo fenomeno in un parlare «altre» lingue, quelle cioè dei presenti provenienti da tutte le parti del mondo. In tal modo egli vuole sottolineare come la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli avesse lo scopo di spingerli ad annunziare il vangelo a tutte le nazioni. 

Il parlare in lingue, di cui avevano dato prova gli apostoli nel giorno di Pentecoste, era molto noto nella comunità di Corinto. Ma di esso si erano impadroniti alcuni «specialisti», persone cioè dotate di questo particolare dono («carisma»), creando un certo scompiglio nella comunità. Dal contesto della seconda lettura appare che è proprio l’esercizio di questo dono che Paolo intende correggere. Scrivendo ai corinzi, egli non condanna coloro che hanno ricevuto questo carisma, ma sottolinea che la glossolalia è solo un carisma fra i tanti che sono elargiti ai membri della comunità per il bene di tutti. Ognuno ha il suo carisma e l’unità della comunità appare proprio nell’interazione fra i diversi carismi. Nessuno è autorizzato ad appropriarsi di un carisma, esaltandolo e squalificando gli altri.

Nel brano del vangelo infine il dono dello Spirito, fatto ai discepoli dal Cristo risorto, viene messo in rapporto con la pace e con il perdono dei peccati. Il compito dei cristiani, animati e guidati dallo Spirito, è dunque quello di portare la pace e di lottare contro ogni tipo di violenza e di ingiustizia, non con mezzi violenti e neppure con la semplice protesta, ma stabilendo fra loro e con tutti un nuovo rapporto di solidarietà e condivisione.

Per essere discepoli di Gesù e membri attivi di una comunità cristiana bisogna riscoprire ogni giorno il proprio carisma e metterlo al servizio degli altri. Se ciò non avviene la Chiesa resta «ingessata», con le sue gerarchie, i suoi dogmi, i suoi riti standardizzati, le prediche noiose, a cui fa riscontro la passività dei presenti e la mancanza di conoscenza reciproca. Ma una Chiesa così ridotta difficilmente potrà diventare artefice di un profondo rinnovamento di tutta la società.

Tempo di Pasqua A – Ascensione del Signore

La glorificazione di Gesù

La festa dell’Ascensione non ha lo scopo di giustificare la scomparsa di Gesù da questo mondo ma di affermare la sua presenza. Nella prima lettura, ricavata dagli Atti degli apostoli, Luca narra come Gesù, dopo la sua risurrezione, sia stato per quaranta giorni con i suoi discepoli e poi sia salito al cielo. Luca è l’unico che descrive in modo visivo il ritorno di Gesù al Padre. Il messaggio contenuto nel racconto degli Atti sta anzitutto nel fatto che Gesù, mentre lascia questo mondo, promette ai discepoli di inviare lo Spirito santo che garantirà loro la sua costante presenza e farà di essi i suoi testimoni. È anche significativo il dettaglio dei due uomini in bianche vesti, cioè gli angeli della risurrezione, che esortano gli apostoli a non fissare il loro sguardo al cielo ma a impegnarsi su questa terra per rendere testimonianza al Signore.

Sulla stessa lunghezza d’onda si situa anche il brano del vangelo. Diversamente da Luca, l’evangelista Matteo non parla di ascensione. Dopo la sua risurrezione, Gesù appare ai discepoli già rivestito di gloria divina e li manda a insegnare tutto quello che aveva detto loro. Il fatto che egli appaia come il Signore esaltato non è un cedimento alla tentazione di trionfalismo, ma la manifestazione simbolica di una lotta vittoriosa contro il potere del male. Per i discepoli che devono continuare la sua opera non c’è dunque spazio per il pessimismo. La promessa di essere con loro fino alla fine del mondo è un segno di speranza e una garanzia di vittoria.

Il tema del vangelo viene ripreso anche nella seconda lettura. In essa è riportata una preghiera attribuita a Paolo nella quale egli chiede a Dio per i cristiani di Efeso una più profonda conoscenza di quello che Gesù è stato e ha lasciato ai suoi discepoli. La sua esaltazione viene qui interpretato come una piena partecipazione al governo di Dio sul mondo che si esercita mediante la Chiesa. Non si tratta però di un ruolo politico ma di una testimonianza di vita che si oppone alla logica di questo mondo.

Alla luce delle letture proposte dalla liturgia appare che l’Ascensione di Gesù, con tutta la sua carica simbolica, non ci porta fuori dal mondo ma ci richiama a esso. L’unico modo per vivere la nostra unione con lui non consiste nel ritirarci in noi stessi e pensare a un’altra vita, ma nell’immergerci in questo mondo alla ricerca di un bene di cui tutti siano partecipi. Si tratta di un impegno che riguarda i credenti non solo come individui ma come membri di una comunità che anticipa, con il suo modo di essere, il regno di Dio.

Tempo di Pasqua A – 6. Domenica

Lo Spirito Paraclito

La liturgia di questa domenica, penultima del ciclo pasquale affronta, in vista della festa di Pentecoste, il tema dello Spirito Santo. Nel brano degli Atti degli apostoli scelto come prima lettura si parla di persone che si sono convertite al cristianesimo e sono state battezzate, ma non hanno ancora ricevuto il dono dello Spirito. Perciò Pietro e Giovanni si muovono da Gerusalemme per andare a imporre loro le mani. Con questo racconto Luca vuol dire che è possibile esser battezzati senza aver ancora ricevuto lo Spirito santo. Forse per questo la Chiesa, quando ha ammesso il battesimo dei bambini, ha introdotto un altro sacramento, quello della cresima, che ha lo scopo di conferire al bambino il dono dello Spirito.

Ma in che cosa consiste lo Spirito, come opera in noi? Nel brano di vangelo, Gesù promette di mandare un altro Paraclito, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Lo Spirito di Gesù è il suo modo di pensare e di agire, che si trasmette al credente e lo guida nell’impegno quotidiano per seguirlo e per imitare il suo esempio. Gesù può comunicare lo Spirito ai suoi discepoli perché è la stessa energia vitale che lui ha colto nel suo rapporto con il Padre. Inteso in questo modo, lo Spirito ci mette in un rapporto strettissimo con Gesù, che a sua volta ci rende partecipi del suo rapporto di amore con il Padre. È lo Spirito che ci pone dei problemi, ci illumina sulle decisioni da prendere, aggrega e unisce il credente a tutti coloro che si impegnano a seguire Gesù. Lo Spirito fa da elemento propulsore, suggerendo sempre nuove strade e facendo emergere ciò che di più intimo ciascuno porta dentro di sé. Il rapporto con lo Spirito inizia quando si scopre che dalla persona di Gesù si sprigiona una forza che corrisponde ai propri desideri più profondi e alle proprie aspirazioni. Solo con l’aiuto dello Spirito possiamo elaborare in modo personale il messaggio di Gesù. Perciò lo Spirito riceve l’appellativo di «paraclito» che a volte viene tradotto «consolatore»: questa traduzione non è sbagliata perché lo Spirito svolge il ruolo di sostegno nei momenti di difficoltà, di delusione e di angoscia. Ma il senso di «paraclito» si avvicina di più a quello di «avvocato difensore». Lo Spirito rappresenta infatti nella nostra vita quella profonda convinzione interiore che difende in noi la persona e l’opera di Gesù, cioè ci rende sicuri che il suo messaggio è «vero»: per questo è chiamato «Spirito di verità». 

Nella seconda lettura un autore cristiano che, verso la fine del secolo, scrive a nome dell’apostolo Pietro, ci invita ad adorare Cristo nei nostri cuori, in modo da ottenere la speranza in un mondo nuovo e a batterci perché esso si realizzi. Proprio operando per un mondo migliore possiamo rendere ragione della speranza che è in noi. Chi è entrato in un rapporto personale con Gesù diventa suo testimone. Questa speranza non si testimonia con parole arroganti, tipiche di persone che pensano di avere sempre ragione, ma con rispetto e dolcezza. La violenza, anche solo verbale, è l’antitesi del messaggio di Gesù.

La pratica del battesimo dei bambini, nonostante il successivo sacramento della cresima, ha fatto sì che esistessero persone che, pur essendo state battezzate, ma non hanno avuto l’esperienza dello Spirito. Per loro l’essere cristiani consiste essenzialmente nella pratica di alcuni riti cristiani, come la Messa domenicale, nell’accettazione di alcuni dogmi o comandamenti etici e nella sottomissione all’autorità gerarchica. È chiaro che in un cristianesimo vissuto in questo modo lo Spirito Santo è assente, è uno sconosciuto. Oggi si sente sempre più la necessità di una vera «spiritualità». Ma lo Spirito si può scoprire nella misura in cui si riserva un tempo per leggere, meditare, riflettere e soprattutto ci si rende disponibili a un’autentica esperienza comunitaria. 

Tempo di Pasqua A – 5. Domenica

Una verità che conduce alla vita

Il tema di questa domenica è adombrato nella prima lettura dove appare come già nella comunità primitiva si sia verificata una spaccatura, quella tra i cristiani di lingua ebraica e quelli di lingua greca. Il motivo sembra banale: l’assistenza alle vedove. Ma probabilmente c’era molto di più: rispetto ai cristiani nati e vissuti in Palestina, Stefano e i suoi compagni avevano una diversa visione del cristianesimo, più dinamica e progressista; per il loro zelo nell’annunziare Gesù, attireranno su di sé la persecuzione dei giudei e Stefano sarà ucciso. È interessante come Luca descrive il comportamento degli apostoli: essi non si atteggiano a detentori esclusivi della verità ma riconoscono ai nuovi cristiani un ruolo importante nella comunità.

Nel vangelo Gesù dice che nella casa del suo Padre ci sono diverse dimore: ritornando al Padre egli va a prepararci un posto. Non penso che Gesù si riferisca all’altra vita. Subito dopo infatti dichiara di essere lui la via, la verità e la vita: in altre parole egli è già, nella nostra esistenza terrena, la via che conduce alla verità dalla quale scaturisce la vera vita. Nel linguaggio di Gesù, così come lo interpreta Giovanni, la verità ha un posto molto importante. Per capire che cosa vuol dire dobbiamo rivolgerci alle Scritture, dove il termine tradotto «verità» significa piuttosto fedeltà. Esso esprime un attributo di Dio, la prerogativa che fa di lui il Dio fedele, che ha misericordia verso Israele e quindi, di riflesso, verso l’uomo in quanto tale. Secondo Gesù Dio non è un’entità astratta, lontana, ma un Padre che non abbandona mai la sua creatura. Affermando di essere la verità Gesù non intende sostituirsi a Dio ma sottolinea come in lui la presenza del Dio fedele prende una forma umana, viene riflessa sul suo volto. Se sul volto di Gesù risplende la fedeltà di Dio, vuol dire che egli è anche la via, in quanto mette chi crede in lui a contatto con questa verità che è la fedeltà di Dio; egli è anche la vita perché dalla verità/fedeltà di Dio deriva la vita vera, una vita orientata verso il Bene sommo che è Dio. Da questo rapporto con Gesù, via verità e vita, deriva per il credente la possibilità di fare le stesse opere compiute da lui; anche la sua preghiera non può non essere ascoltata perché è fatta con Gesù e per mezzo di lui.

Il tema della verità appare indirettamente anche nella seconda lettura dove Gesù è presentato come una pietra viva; anche coloro che credono in lui diventano pietre vive per costruire con lui e su di lui, pietra angolare, il nuovo tempio. In esso i credenti sono partecipi di un sacerdozio santo e offrono a Dio sacrifici spirituali a lui graditi. Questi sacrifici consistono nella proclamazione delle ammirevoli opere di Dio. Il sacerdozio dei cristiani consiste dunque nella comunione che li unisce con Gesù e fra di loro e al tempo stesso nell’annunzio della fedeltà di Dio che opera continuamente per la salvezza di questa umanità che lui ha creato

Nella Chiesa si dà spesso una grande importanza a concezioni astratte, regole morali o riti, il tutto considerato come la Verità suprema a cui aderire. Per i primi cristiani non era così. Per loro la verità non era altro che la fedeltà di Dio che guida le sue creature a un fine di bene. Per loro questa verità/fedeltà era visibile sul volto di un Uomo, Gesù, il quale non solo ha ricevuto il compito di condurre l’uomo alla verità di Dio, ma lui stesso l’ha rivelata e fatta pregustare. 

Tempo di Pasqua A – 4. Domenica

Il pastore e il gregge

La liturgia di questa domenica propone il tema di Gesù buon Pastore e di riflesso ci invita a riflettere sul ministero nella Chiesa. Nella prima lettura viene riportata la conclusione del primo discorso missionario fatto da Pietro nel giorno di Pentecoste e poi la reazione da parte della gente. Pietro annunzia che Dio ha costituito come Signore e Cristo quel Gesù che essi hanno crocifisso. Gesù esaltato è l’unico pastore della comunità. Perciò Pietro invita gli ascoltatori a convertirsi e ricevere il battesimo, cioè ad accogliere Gesù come guida e a esprimere mediante il Battesimo il rapporto con lui. E infine li esorta a salvarsi da questa generazione perversa: ciò non significa fuggire dal mondo ma operare per trasformare alla luce del Vangelo la società in cui si vive.

Nel brano del vangelo, secondo l’evangelista Gesù esprime il suo rapporto con chi lo segue alla luce di quello che è il rapporto tra il pastore e le pecore del gregge. In quanto pastore, Gesù «chiama le pecore una per una e le porta fuori dal recinto», cioè stabilisce con i suoi discepoli un rapporto personale che si basa sulla conoscenza vicendevole. In altre parole non dà ordini e direttive, ma apre con loro uno scambio che li porta a una crescita comune nella solidarietà. Egli «cammina innanzi a loro», vivendo lui per primo in sintonia con il suo messaggio, invitandoli a seguirlo e a camminare senza paura. Gesù li mette in guardia dai falsi pastori che fanno i propri interessi e non si prendono cura delle pecore: sono persone che invece di servire la comunità si servono di essa. Gesù si presenta anche come la porta, cioè come colui che non solo introduce coloro che lo seguono al rapporto con Dio ma lo realizza in se stesso, diventando lui il nuovo tempio di Dio.

Nella seconda lettura Pietro propone l’esempio di Gesù, definito come pastore e custode delle nostre anime: a lui attribuisce un atteggiamento radicale di non violenza. È questa la modalità con cui il Pastore guida il suo gregge

In una comunità cristiana l’unico pastore è Gesù e tutti i suoi membri devono sentirsi come fratelli e sorelle che interagiscono in forza della loro fede e del loro rapporto con Gesù. Coloro che ricevono un ministero comunitario sono pastori solo in senso analogico, in quanto strumenti dell’unico Pastore. Nella comunità essi non hanno un posto privilegiato ma semplicemente un compito specifico, che è quello di rappresentare al vivo l’unico Pastore. 

Le messe virtuali

“Cerchiamo di essere chiari: non possiamo davvero “partecipare” a una messa virtuale non più di quanto possiamo condividere una stretta di mano, un abbraccio o un bacio virtuali. Alcune cose richiedono una presenza reale. È incredibile quanti sacerdoti e persone cattolici sembrano averlo dimenticato. Karl Rahner, che fu uno dei più importanti teologi nei primi anni successivi al Concilio Vaticano II (1962-65), ebbe un chiaro senso di cosa significherebbe essere credenti nell’era post-confessionale. “Il cristiano del futuro sarà un mistico o non esisterà affatto”, ha detto il gesuita tedesco. Da allora altri teologi hanno discusso se avesse ragione o no. E hanno persino discusso su cosa intendesse dire. Ma sembra che il punto fosse che i cristiani in un mondo largamente scristianizzato dovrebbero trovare la loro unione con Dio, non in luoghi e cose che la religione primitiva segna come “sacri”, ma in ciò che essa detesta come “mondano”.
Da La Croix del 24/04/2020

Tempo di Pasqua A – 3. Domenica

La testimonianza delle Scritture

Le letture di questa domenica richiamano il tema delle Scritture a cui i primi cristiani fanno appello per annunziare la risurrezione di Gesù. Nella prima lettura Luca riporta il primo discorso fatto da Pietro per annunziare la risurrezione di Gesù. Egli è preoccupato soprattutto di dimostrare che essa era stata preannunziata nelle Scritture perché, se ciò non fosse vero, i suoi connazionali ben difficilmente avrebbero accettato un evento così straordinario. Per noi oggi il suo discorso è problematico perché, da quanto ne sappiamo, non risulta che gli eventi riguardanti Gesù fossero preannunziati dalle Scritture. Ma forse Pietro intendeva qualcos’altro.

Anche nel brano del vangelo avviene qualcosa di simile. I discepoli di Emmaus non credevano nella risurrezione di Gesù perché non avevano ancora capito le Scritture. Quando lo sconosciuto gliele spiega, a loro arde il cuore nel petto: egli infatti mostra loro che nelle Scritture, anche se in esse non si parla esplicitamente di lui, è delineato un progetto di salvezza che Gesù ha portato a compimento e che non poteva non concludersi se non con il suo ritorno al Padre. Ma solo in seguito, allo spezzar del pane, essi riconoscono nel loro compagno di viaggio Gesù risorto. Questo racconto vuole dimostrare che Gesù si riconosce in due modi interconnessi: leggendo le Scritture e partecipando alla vita di una comunità che ne fa la memoria.

Nella seconda lettura l’autore, che si presenta come l’apostolo Pietro, rivolgendosi a cristiani di origine giudaica, interpreta Gesù come «agnello senza difetti e senza macchia», cioè che ha praticato fino in fondo la non violenza: è così che ci ha liberati dal peso dei nostri limiti e condizionamenti, indicandoci la via per raggiungere la Dio.

La messa è per noi il luogo per eccellenza dell’incontro con Gesù. Per questo nella liturgia cristiana ci sono tre letture ricavate rispettivamente dall’AT, dai vangeli e dagli altri scritti cristiani. Le letture ci immergono nel piano di Dio attuato da Gesù e nell’esperienza che di esso hanno fatto i primi cristiani. Ma è nello spezzare il pane, all’interno di un intenso rapporto comunitario, che incontriamo Gesù vivo e operante in mezzo a noi.

Tempo di Pasqua A – 2. Domenica

La comunità cristiana

La prima lettura ci invita in questa seconda domenica di Pasqua a riflettere sulla vita comunitaria così come è stata proposta da Gesù e vissuta dai primi cristiani. Per costoro la fede in Gesù significava veramente una scelta di vita alternativa. Ne parla Luca nel brano degli Atti degli apostoli: «Avevano ogni cosa in comune». In un mondo in cui ciascuno difende a oltranza il proprio orticello, saper condividere rappresenta una vera rivoluzione. E non si tratta solo della condivisione dei beni materiali. Sarebbe troppo poco. Anzitutto devono essere condivisi i pensieri, i progetti, i sogni, la ricerca di un mondo migliore. 

Nel brano del vangelo Gesù parla di pace e di perdono dei peccati. Solitamente si interpreta questo messaggio in chiave individualista, come qualcosa che riguarda noi cristiani e il nostro bisogno di essere perdonati, magari per superare i nostri sensi di colpa. Il vangelo invece considera il perdono come un grande progetto di riconciliazione, con Dio naturalmente ma al tempo stesso tra persone che si incontrano e formano insieme una comunità di fratelli. Questa necessità viene oggi avvertita in modo sempre più chiaro: le guerre devono cessare e l’umanità deve lottare in modo solidale contro sfruttamento, fame, malattie. Ma per fare questo bisogna credere che Gesù è vivo e condividere con lui la fede in un mondo migliore. È significativa la vicenda di Tommaso. Un discepolo che aveva creduto in Gesù e lo aveva amato con grande trasporto. Ma quando Gesù appare ai discepoli, Tommaso non è con loro e non è disposto a credere nella sua risurrezione se non ha la possibilità di vederlo e di toccarlo. Gesù lo accontenta, ma lo esorta a non essere incredulo ma credente. Sì, tocca pure, sembra dirgli, ma guarda che la fede è un’altra cosa. E Tommaso rinunzia a toccare le ferite di Gesù e reagisce con un vero atto di fede: «Mio Signore e mio Dio!». Così è ritornato a far parte del gruppo dei primi testimoni. Ma Gesù soggiunge: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». Per credere non c’è bisogno di vedere un morto risuscitato. Bisogna saper sognare… e fare esperienza di una comunità in cui quel sogno comincia ad avverarsi.

Su questa linea nella seconda lettura l’autore, che si presenta come Pietro, rivolgendosi ai destinatari della sua lettera, dice riguardo a Gesù: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui». Si tratta dunque di cristiani che non hanno conosciuto direttamente Gesù, né prima né dopo la sua morte e risurrezione. Ma credono in lui e formano una comunità in cui ciò che sperano è già anticipato.

La risurrezione di Gesù non è un fatto strepitoso che rivela la natura trascendente di Gesù ma un mistero nel quale si crede nella misura in cui si fa l’esperienza di rapporti nuovi fra le persone e ci si impegna insieme per un mondo migliore.

Tempo di Pasqua A – Domenica di Pasqua

Credere nella risurrezione

Il tema della liturgia pasquale è quello della risurrezione di Gesù, vista non come un fatto storico documentabile ma come evento salvifico da accettare per fede.

Nella prima lettura Luca, negli Atti degli apostoli, dà la parola a Pietro, uno dei primi testimoni della risurrezione, mettendo però sulla sua bocca quello che era il primo annunzio delle comunità cristiane del suo tempo e del suo ambiente. Pietro dice di essere testimone della risurrezione perché ha mangiato e bevuto con Gesù dopo che essa si era verificata. È difficile che potesse dimostrare un fatto così straordinario come la risurrezione di un morto semplicemente dicendo di aver mangiato e bevuto con lui. In realtà Pietro, secondo Luca, non pretende di dimostrare nulla. Vuole solo dire che quell’uomo che aveva affrontato la sua morte in croce come prova  suprema di amore e di solidarietà verso tutti i diseredati  e gli oppressi, non poteva essere rimasto nel sepolcro maera più vivo che mai e per mezzo della fede in lui era possibile ottenere il perdono dei peccati, cioè impegnarsi per un mondo migliore. 

Nel vangelo si legge il racconto di due discepoli, Pietro e il discepolo che Gesù amava, i quali sono avvisati da Maria di Magdala, che il sepolcro di Gesù è vuoto. Allora corrono al sepolcro. Per primo arriva il discepolo che Gesù amava, vede i teli posati là ma non entra e lascia la precedenza a Pietro. Questi entra e vede non solo le bende ma anche il sudario avvolto in un luogo a parte. Poi entra il discepolo che Gesù amava, il quale vede e crede. Non si dice nulla di Pietro, ma si può supporre che anche lui abbia creduto. L’evangelista commenta poi che non avevano ancora compreso la Scrittura che parla della risurrezione di Gesù dai morti. Il testo è molto enigmatico. Sembra voler dire che i due discepoli hanno creduto non perché hanno visto che il corpo di Gesù non c’era più e i teli che l’avevano ricoperto erano piegati in un certo modo, ma perché ciò che hanno visto ha fatto accendere una luce, cioè ha fatto loro intuire quello che dice la Scrittura. Dunque la loro fede non è basata su ciò che hanno visto ma sulla parola della Scrittura che per la prima volta hanno capito. La fede, per essere tale, non ha bisogno di prove. Altrimenti che fede sarebbe? Ma in che cosa crede uno che crede nella risurrezione di Gesù?

A questa domanda risponde l’autore della lettera ai Colossesi il quale dà per scontato che Gesù è risorto e mette l’accento sul fatto che, mediante il battesimo, i suoi destinatari sono risorti con lui e di conseguenza devono vivere in un modo nuovo, abbandonando i vizi diffusi nella società in cui vivono. È stupefacente: credere nella risurrezione di Gesù vuol dire essere a propria volta persone risuscitate, cioè combattere con lui contro il potere del denaro, del successo e di quell’avarizia che, secondo l’autore del brano, è un’idolatria.

Purtroppo spesso nei secoli si è considerata la risurrezione di Gesù come il grande miracolo, storicamente dimostrato, che garantisce l’autorità di Cristo e l’origine divina della Chiesa. Oggi è importante recuperare la carica rivoluzionaria della fede in Gesù risorto che consiste nel credere che un mondo migliore è possibile e si realizza proprio a partire dagli ultimi, da coloro che Gesù ha proclamato beati.

Beneficenza e/o solidarietà

La Germania in questo dopoguerra è stata all’avanguardia nell’aiuto alle popolazioni più povere del pianeta. L’ho visto personalmente dall’osservatorio dei paesi in via di sviluppo. Ora la pandemia del Coronavirus sta facendo un miracolo: la Germania è costretta a passare dalla beneficenza alla solidarietà. E questo significa non semplicemente dare ma condividere. Per esempio accettando di far emettere dalla BCE i famosi Euro-bonds. E lo stesso discorso riguarda anche noi in diversi campi. E la Chiesa? Nessuna organizzazione ha fatto tanta beneficenza come la Chiesa. Ma in campo di condivisione a che punto siamo? Come giustificare le grandi disparità tra clero e laici, uomini e donne, ricchi e poveri, chi fa la beneficenza e chi la riceve? Oggi la pandemia ci insegna che solo la solidarietà ci può salvare. Continuo a chiedermi perché quello che dovremo fare per forza non lo facciamo per amore.

Tempo di Quaresima A – Domenica delle Palme

La sfida della non violenza

In questa questa domenica delle Palme viene letto per intero il racconto della passione di Gesù secondo Matteo. Il tema predominante, è quello della non violenza, che è segnalato dalla prima lettura. In essa viene riportato il terzo carme del Servo del Signore. Per capire questo personaggio bisogna ricordare che si tratta di una figura di leader politico-religioso che si è battuto per la liberazione del suo popolo, diviso e disperso nell’esilio. Egli si trovava in una situazione in cui sarebbe stato spontaneo imporre un «regime» dittatoriale agli esuli e suscitare una ribellione violenta contro coloro che detenevano il potere. Il Servo invece fa leva sul ritorno alle proprie radici religiose e sulla fede nel Dio liberatore, puntando sul ritorno a valori condivis ed evitando una ribellione violenta nei confronti delle autorità straniere. Questo comportava per lui la disponibilità ad accettare su di sé la violenza che esplodeva nelle persone e nella società senza difendersi con mezzi ugualmente violenti. 

La non violenza è anche la prospettiva con la quale Matteo legge la passione di Gesù. A tal fine egli aggiunge al racconto di Marco, che riporta integralmente, alcuni brani che mettono in luce il suo pensiero. Due sono particolarmente significativi, uno all’inizio e l’altro alla fine del racconto. Anzitutto all’inizio, quando Gesù sta per essere arrestato nell’Orto degli Ulivi, qualcuno dei suoi tenta una resistenza armata, ma Gesù lo blocca con due argomenti: chi di spada ferisce di spada perisce; si devono compiere le Scritture che hanno predetto ciò che doveva accadere. Si tratta di una forte presa di posizione in favore della non violenza, indicata come la strada voluta da Dio per attuare la salvezza. Poi alla fine, la morte di Gesù viene accompagnata da uno sconvolgimento cosmico, e molti corpi di santi ritornano in vita: inizia così simbolicamente la risurrezione dei morti con cui il regno di Dio viene inaugurato. Sono questi segni che spingono un centurione romano, primo dal mondo delle nazioni, a riconoscere che Gesù è veramente il Figlio di Dio. Il metodo non violento adottato da Gesù ha avuto dunque un risultato strepitoso.

Nella seconda lettura Paolo presenta ai cristiani di Filippi, come esempio da adottare nella loro vita comunitaria, l’esperienza umana di Gesù che ha rinunziato a ogni potere umano accettando l’umiliazione della croce; per questo egli è stato esaltato al di sopra di tutti gli esseri creati. La pratica della non violenza non solo ha successo, ma è essa stessa la più grande manifestazione della dignità umana.

In un mondo in cui domina ancora la violenza, la passione di Gesù è un segno di riconciliazione e di pace, ma anche una forte messa in guardia: la non violenza è l’unica arma efficace per portare la pace non mondo. Ma si tratta di una scelta che ha dei costi e richiede un grande coraggio.

Un puntino nel cosmo

(Ricevo e rilancio)

Sono tante le domande che la vita ci pone e non siamo in grado di rispondere a tutte contemporaneamente, anche perché le risposte emergono solo facendo esperienza. E sono esperienze strettamente personali, ogni persona deve imparare da sola a diventare tale, deve da sola dare risposta alla domanda fondamentale: chi sono? Quale la mia origine e la mia fine? Ma siamo capaci di dare una risposta?

Parlando di evoluzione mi sembra di aver capito che ci si riferisce a una “macro-evoluzione”, quella della specie e a una “micro-evoluzione, quella dell’individuo.” Spermatozoo, ovulo, organismo, coscienza e alla fine del processo, autocoscienza … durato innumerevoli anni. Da qui inizia per ciascuno il cammino del pensiero, delle domande fondamentali, dell’identità.

Nelle situazioni che stiamo vivendo oggi mi pare di vedere più chiaro, quasi plasticamente, come l’uomo quando muore si polverizzi e torni nell’immensità del cosmo a mescolarsi nuovamente con quelle molecole, microrganismi da cui aveva avuto origine. Ma l’autocoscienza e l’identità acquisita? Mi chiedo: più l’uomo porterà durante la sua esistenza a completezza la sua identità spirituale e più aiuterà il processo cosmico a dar vita a un’umanità migliore?

Lo spirito è universale e l’uomo è ontologicamente in relazione: non vorrà dire che diventeremo tutti un unico spirito?

Ciascuno un puntino nel cosmo, dinamico, creatore, con il potere di rallentare o accelerare l’evoluzione? Verso il bene?

Sandra

Tempo di Quaresima A – 5. Domenica

Una vita nuova

Nella prima lettura il profeta Ezechiele parla agli ebrei che erano esuli in Babilonia. Dopo la distruzione di Gerusalemme essi si consideravano come un ammasso di ossa aride: si sentivano come un popolo ormai distrutto. A loro il profeta rivolge una parola di speranza: Dio aprirà le vostre tombe, cioè vi farà ritornare in vita e vi ricondurrà verso la terra promessa ai vostri padri. Questa impresa si attuerà mediante un dono interiore: «Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete…». Questa profezia sottolinea la forte componente comunitaria della vita. Si può affrontare in modo efficace una rinascita sociale e politica solo come popolo, vincendo la paura, ricominciando a sperare nella vita. 

Nel vangelo si parla di Lazzaro, un amico di Gesù, che si trovava già da quattro giorni nel sepolcro. Ciò che colpisce è il fatto che Gesù non accorre subito al suo fianco. Lo lascia morire e poi va e gli ridona la vita. Non esclude la morte, ma aiuta a superarla. A sua sorella Marta Gesù dice: «Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me anche se muore vivrà.  Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno». Questa frase allude alla risurrezione di Cristo e di coloro che credono in lui. Anzi, chi crede in lui non dovrà aspettare la morte per ottenere una vita nuova ma la ottiene fin d’ora. Perciò è importante chiedersi in che cosa consista la fede in Gesù e come essa comunichi la vita. Spesso è difficile rispondere a queste domande perché si considera la fede in Gesù come un riconoscere in lui il Figlio di Dio incarnato. Ma secondo l’evangelista Gesù vuole dire qualcosa di più: credere in lui significa riconoscerlo come Maestro di vita, seguirlo nel suo rapporto personale con Dio e, di conseguenza, aprirsi agli altri mettendosi al loro servizio. La fede in lui non libera dalla morte, ma dalla schiavitù della morte, cioè da una morte che ci impedisce di vivere perché ci sprofonda nella paura e nell’angoscia. Credere significa sperare in un avvenire migliore, essere convinti che possiamo fare qualcosa per noi stessi e per gli altri, nonostante tutti i problemi che si prospettano all’orizzonte. Questa fede, anche se comporta rinunce e difficoltà di ogni tipo, è fonte di pace, di gioia e di benessere a tutti i livelli. Chi ottiene questa vita non ha più paura della morte perché vede in essa non una tragedia ma la porta che introduce alla pienezza di quella vita che già si possiede.

Nella seconda lettura si afferma che Gesù ci fa risorgere donandoci il suo Spirito, che è lo Spirito di Dio, cioè Dio stesso che ha dato a lui per primo la possibilità di vivere in un modo nuovo. È questo Spirito che ci dà la possibilità di essere figlie di Dio e di rivolgerci a lui come padre. Noi siamo vivi nella misura in cui ci impegniamo con Gesù, sotto la guida dello Spirito, per attuare una giustizia vera, che consiste nella ricerca del bene comune. Solo chi spera in un mondo nuovo può combattere contro ogni forma di male in sé e nella società. Senza questa speranza siamo già morti, anche se viviamo biologicamente.

Spesso anche noi siamo nella situazione degli esuli. Abbiamo raggiunto un alto standard di vita, ma ci sentiamo pieni di paura: la salute, la crisi economica, la disoccupazione, il precariato, la mancanza di futuro per le giovani generazioni. La fede in Gesù ci spinge a lottare con fiducia non contro le prove della vita per eliminarle, ma dentro le prove per farle diventare occasione di una rinascita per noi e per gli altri. 

Il Papa vara la riforma dell’ordinamento giudiziario

Ho letto su Vatican Insider la notizia di questa riforma del sistema giudiziario della Chiesa. È un tema su cui abbiamo discusso nei nostri Sabati biblici, mettendo a confronto le esigenze del Vangelo con i progressi del sistema giudiziario in campo civile e penale. Mi sembra che con questo intervento del Papa si garantiscano tre aspetti che ritengo irrinunziabili anche in campo religioso: l’indipendenza della magistratura ecclesiale, il diritto a una difesa, la trasparenza dei processi. Forse nella tomba Galileo Galilei avrà esultato. E con lui tanti buoni cristiani, defunti o ancora viventi, che hanno pagato un amaro prezzo all’intolleranza della gerarchia e ai soprusi dei tribunali ecclesiastici. Sono impaziente di conoscere più nei dettagli queste nuove disposizioni, ma dal poco che ho letto mi sembra che si apra una grande prospettiva di libertà e di rinnovamento.

Tempo di Quaresima A – 4. Domenica

La luce della salvezza

Il tema di questa liturgia consiste nella metafora della luce applicata alla persona di Gesù. Nella prima lettura si racconta l’episodio emblematico della chiamata di Davide come re al posto di Saul. Davanti a Samuele sfilano prima i suoi fratelli, maturi e robusti, ma alla fine è scelto proprio lui, un ragazzino privo di qualsiasi qualità regale, che non era neppure presente. L’insegnamento di questo testo è condensato nel detto: «L’uomo vede l’apparenza ma il Signore vede il cuore». Per una scelta gratuita di Dio anche Davide è un «inviato» come sarà il suo lontano discendente.

La lettura del vangelo approfondisce questo tema in quanto presenta l’esperienza di un uomo, cieco dalla nascita, che incontra Gesù e da lui è guarito. La guarigione del cieco nato è presentata da Giovanni come una illuminazione. Questa luce gli viene donata da Gesù mediante l’immersione in una fonte che si chiama Siloe, che significa «inviato». Questa immersione ha carattere simbolico in quanto illustra l’incontro con Cristo, l’inviato per eccellenza: èlui che porta al mondo la luce di Dio. La guarigione fisica, infatti, apre al cieco un percorso che lo porta a un incontro personale con Gesù, luce del mondo. Una volta guarito, egli affronta con coraggio gli oppositori che vogliono fargli negare il dono ricevuto. Non ha paura neppure della scomunica da parte delle autorità. Attraverso queste difficoltà egli giunge all’incontro finale con Cristo che si rivela a lui come il Messia. Tutto il racconto ha lo scopo di mostrare, attraverso l’esempio del cieco guarito, che Gesù è portatore di una luce capace di guidare i credenti verso Dio e fare di loro una comunità di fratelli. Da esso emerge il contrasto tra i farisei che non vogliono riconoscere Gesù e il cieco che riacquista la vista e alla fine giunge a riconoscere Gesù e a credere in lui. I primi credono di vedere, ma diventano sempre più ciechi perché sono chiusi nelle loro idee e preconcetti, mentre il cieco guarito si apre alla novità portata da Gesù e trova in lui il senso della vita.

Nella seconda lettura l’autore spiega che cosa significa accogliere Cristo luce del mondo. Per il credente si tratta sostanzialmente di rompere con il male e di orientarsi verso i frutti della luce, identificati nella bontà, nella giustizia e nella verità. In queste tre parole è condensato un programma di vita in cui la ricerca del bene non è mai disgiunta dall’apertura alla verità, in qualunque modo si manifesti, e dal rapporto di amore verso tutti i figli di Dio. E l’autore sottolinea che proprio comportandoci come figli della luce, e non con facili denunce, si vincono le tenebre che sembrano invadere il mondo.

La luce di cui parla la liturgia di questa domenica consiste nella possibilità di dare un senso alla propria vita. Ciascuno di noi si porta dentro delle domande a cui è difficile dare una risposta: da dove vengo? Che cosa ci sto a fare in questo mondo? Che cosa mi aspetta alla mia morte? Gesù è per noi una luce non perché dà una risposta prefabbricata a queste domande ma perché, da vero Maestro, ci stimola a ricercare e trovare noi stessi una risposta. Ma non sarà mai una risposta definitiva. L’unica risposta possibile sta nel vivere con sincerità in rapporto con lui, aprendo gli occhi a tutto quanto la vita e il rapporto con gli altri ci insegnano. Questo è anche il motivo che giustifica l’esistenza di una comunità cristiana.

Pregare in tempo di coronavirus

In tempo di epidemia si sente da più parti l’invito a pregare. Anche persone poco o per nulla praticanti ne sentono il bisogno. Ma che cosa significa pregare in una situazione come questa? Ci sono tanti modi di pregare e ciascuno deve scegliere quello che è più confacente alla sua spiritualità. Però sarebbe bello comunicare agli altri quello che si è colto in questo difficile e doloroso frangente. Perciò faccio la proposta a chi segue questo sito: scrivete un commento a questo blog. E’ una buona occasione per dare forma ai propri pensieri e per fare qualcosa che normalmente non si fa per mancanza di tempo e di stimoli.

Il peccato originale

Ho letto con piacere l’articolo di Mario Setta sul peccato originale. Mi sembra un’ottima riflessione su un problema fondamentale del cristianesimo, che è stato oggetto di grossi malintesi. E’ vero, una revisione di questo tema mette in crisi l’interpretazione tradizionale dei rapporti tra Dio e l’umanità. Forse tanti aspetti del catechismo crollerano come castelli di carte. Ma bisogna affrontare il problema con sincerità se si vuole avere un minimo di dialogo con il mondo contemporaneo. Altrimenti non lamentiamoci se la gente abbandona la chiesa.

Tempo di Quaresima A – 3. Domenica

L’acqua della vita

La liturgia di questa domenica propone come tema di riflessione il simbolismo dell’acqua. Nella prima lettura viene riportato un episodio dell’esodo. Dopo l’uscita dall’Egitto, gli israeliti giungono a una località dove manca l’acqua. Potevano aspettarselo. Nel deserto l’acqua scarseggia e spesso manca del tutto. Che fare? Essi non trovano di meglio che mormorare contro Mosè, dimenticando che ciò significa mancare di fiducia in Dio. Questa volta però Dio non punisce il popolo assetato ma gli dona l’acqua di cui ha bisogno. L’acqua dalla roccia diventa così il simbolo della misericordia di Dio che dona la salvezza ai suoi figli.

Nel vangelo è riportato il dialogo di Gesù con la samaritana. Anche qui si parla di acqua. La prima impressione è che si tratti dell’acqua materiale. Gesù infatti chiede da bere alla donna samaritana, la quale si stupisce che un giudeo chieda dell’acqua a lei, che è samaritana. E’ questa una conseguenza dell’egoismo umano, in forza del quale si creano barriere invalicabili, che non permettono il comune godimento dei beni della terra. Gesù supera questa logica e promette l’acqua viva che zampilla per la vita eterna. La donna non capisce, chiede a Gesù di darle di quell’acqua, pensa che si tratti dell’acqua materiale. Invece Gesù si è spostato su un altro piano, quello del simbolismo. L’acqua di cui egli dispone è lo Spirito di Dio, che egli comunica a chi lo segue. Questo Spirito, insieme alla Verità, di cui Gesù è depositario (cfr. Gv 1,17), deve diventare il principio ispiratore del nuovo culto, l’unico che Dio gradisce.

Nella seconda lettura Paolo ci informa che la speranza in un mondo nuovo non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito santo che ci è stato dato. Questo Spirito è Dio stesso che ci interpella mediante l’esperienza umana di Gesù. La sua morte in croce, che va contro corrente rispetto al nostro egoismo (empietà), ci coinvolge e ci fa entrare in una logica diversa, quella della condivisione. Solo mediante l’amore vicendevole, infuso dallo Spirito e illuminato dalla memoria di Gesù, una comunità può dare a Dio il culto che gli è gradito.

L’acqua è un dono di Dio che non può essere negato a nessuno. Non esiste interesse nazionale che giustifichi l’appropriazione di un bene che appartiene a tutti. Ma anche in senso metaforico l’acqua, in quanto simbolo di salvezza, non può essere monopolizzata da nessuno. Essa può essere solo cercata e condivisa con tutti al di là di ogni barriera politica o religiosa.

Tempo di Quaresima A – 2. Domenica

L’incontro con Dio

Il tema delle letture di questa domenica è quello dell’incontro con Dio. Nella prima lettura si racconta che Abramo lo ha incontrato nell’atto stesso di ricevere una chiamata, quella di lasciare patria, clan e famiglia e di avviarsi verso una terra sconosciuta. Una decisione molto avventata e rischiosa in un contesto sociale come quello in cui viveva il patriarca. Come contropartita riceve tre promesse: egli riceverà una benedizione da trasmettere a tutti, diventerà progenitore di un grande popolo, otterrà in dono una terra nella quale questo popolo potrà soggiornare. Belle speranze! Ma intanto Abramo è a capo di un piccolo gruppo di migranti, ha una moglie sterile e, quando arriverà alla terra promessa, si accorgerà che essa è già abitata da altri. C’è di che scoraggiarsi. Come ha potuto Abramo credere in questa promessa? È Dio quello che ha incontrato o è il prodotto di una mente malata?

Il racconto riportato dal vangelo ci riporta alle stesse drammatiche domande. Gesù ha appena preannunziato per la prima volta la sua morte e risurrezione, smentendo le attese trionfalistiche dei suoi discepoli. Ora si sta recando a Gerusalemme, dove le sue predizioni si realizzeranno. In questo contesto l’evangelista riporta lo strano episodio della trasfigurazione nel quale Gesù appare contornato da una luce divina. Mosè ed Elia, che appaiono accanto a lui, rappresentano rispettivamente la legge e i profeti. Sono loro che hanno tenute vive lungo i secoli le promesse fatte ad Abramo in mezzo a parziali realizzazioni e grandi disastri. Ora in Gesù si manifesta pienamente il piano di Dio che sta per realizzarsi. Ma non nei termini che Pietro aveva immaginato quando lo aveva indicato come il Messia. Come per Abramo quello che si profila è un fallimento! E la voce dal Cielo dice ai discepoli: «Ascoltatelo!». È duro seguire uno che sta per essere condannato a morte credendo che sia lui a salvare il mondo.

Nella seconda lettura viene ripreso un tema caro a Paolo: la salvezza è un dono gratuito di Dio, che non si ottiene mediante le opere buone, ma mediante la fede. Ma per ottenerlo bisogna saper ascoltare, come la voce dal cielo ha suggerito ai discepoli. Ciò significa non cessare mai di credere e di sperare. E soprattutto bisogna essere disposti a pagare di persona.

L’incontro con Dio ha luogo quando si crede che il mondo migliore annunziato da Gesù sia possibile. Perché solo da questa fede nasce quel rapporto con Dio che sta all’origine di tanti altri rapporti nei quali si rende già presente nell’oggi quel mondo nuovo che si spera. Perché il mondo nuovo non si realizza con grandi imprese ma attraverso rapporti che trasformano le persone. 

Tempo di Quaresima A – 1. Domenica

La tentazione

La quaresima inizia con una riflessione sul tema della tentazione. Nella prima lettura si parla della creazione dei progenitori e della loro caduta. È un racconto mitologico, che riguarda non tanto l’esperienza di una improbabile coppia originale, quanto piuttosto quella di ciascuno di noi. I progenitori cedono alla tentazione di essere come Dio. È questa la grande tentazione dell’uomo, che si concretizza nel mettere se stesso al centro, pretendendo che tutto, persone e cose, ruotino intorno a lui.

Nel brano del vangelo si racconta la tentazione che Gesù ha dovuto affrontare all’inizio della sua vita pubblica. L’evangelista parla di una tentazione in tre momenti: trasformare le pietre in pane, buttarsi giù dal pinnacolo del tempio, adorare il diavolo per avere da lui il potere su tutti i regni del mondo. Anche qui non si tratta di una descrizione oggettiva dei fatti, ma di un racconto che esprime in modo simbolico la pressione che sarà esercitata su Gesù in tutto il suo ministero, per indurlo a capeggiare un movimento di rivolta armata contro i romani. Era questo ciò che la gente si aspettava dal Messia in quanto Figlio di Dio. Questa concezione del Messia si basava sulla ricerca del potere economico e politico nonché del consenso pubblico come mezzo per realizzare una società migliore. Gesù ha vinto le suggestioni del diavolo e ha puntato invece su una grande azione risanatrice, che partiva dal cuore della gente, pur sapendo che ciò avrebbe comportato, apparentemente, una sconfitta.

Nella seconda lettura, Paolo parla della nostra solidarietà con Adamo, l’uomo peccatore, e la sua sostituzione con la solidarietà con Cristo. Questa comporta per noi il superamento della tentazione di mettere il nostro io al primo posto. Ciò si realizza quando si comprende che non si può essere felici da soli e che un mondo migliore si basa sul rapporto con l’altro. 

Le tentazioni di Gesù sono le stesse a cui sono andati incontro Israele e la Chiesa nella loro storia millenaria. Sono anche le stesse a cui è sottoposto ciascuno di noi. Purtroppo sia Israele che la Chiesa hanno spesso ceduto alla tentazione. Anche noi, nel nostro piccolo, cediamo facilmente alla suggestione del potere umano, in tutti i suoi aspetti. Non c’è bisogno di chiamare in causa Dio o il diavolo per spiegare la nostra inclinazione al male. La tentazione fa parte del nostro essere creature limitate e angosciate dalla paura. E così anche la caduta. Ma Dio è lì per indicarci la strada e per darci la forza di percorrerla.

Tempo Ordinario A – 07 Domenica

Un amore senza frontiere

Nel brano del vangelo viene riportato un brano del Discorso della montagna che corrisponde alla seconda parte del discorso delle antitesi, quella in cui Gesù propone la non violenza e l’amore dei nemici. Come sfondo di questo insegnamento, viene proposto il testo biblico nel quale si esorta il popolo a imitare la santità di Dio, cioè l’attributo in forza della quale egli è al di là di tutti i limiti, fisici e morali, di ogni creatura. Subito dopo l’autore riporta alcuni comandamenti che ricalcano in parte il decalogo: è chiaro dunque che gli israeliti conseguono la santità non con particolari purificazioni rituali, ma osservando i comandamenti di Dio. Al termine di questa lista viene riportato il comandamento che prescrive l’amore del prossimo, il quale appare quindi come il culmine e il riassunto di tutti gli altri. Il prossimo è qui il vicino, il fratello, colui che appartiene allo stesso popolo. L’amore viene esteso espressamente anche al nemico personale, verso il quale deve essere evitato l’odio e il rancore. Nello stesso testo, un po’ più avanti, lo stesso amore è richiesto nei confronti del forestiero, cioè dello straniero che si è stabilito in Israele, che fa parte anch’egli del prossimo. Ma il comandamento non si estende allo straniero in senso proprio, cioè a chi non appartiene al proprio gruppo sociale, politico e religioso. Questo tipo di straniero era considerato come un nemico da cui guardarsi, in quanto rappresentava un pericolo per la vita sociale e religiosa.

Su questo sfondo devono essere lette le parole di Gesù riportate nel vangelo.Egli anzitutto non accetta la legge biblica del taglione (occhio per occhio dente per dente), con la quale si voleva porre un limite alla violenza: per Gesù infatti la violenza non deve essere semplicemente contenuta ma eliminata del tutto. Certo bisogna lottare contro il male, ma superando la tentazione della violenza, anche quando ciò comporta pesanti conseguenze. Gesù inoltre critica il comandamento biblico che inculca l’amore del prossimo nella misura in cui spesso era interpretato in modo limitativo. Per Gesù l’amore, per essere vero, deve estendersi anche ai nemici: gli stranieri, i non giudei, gli oppressori politici e i persecutori. Per Gesù questa è l’immediata conseguenza della fede in Dio. Se Dio è padre di tutti, ama tutti, distribuisce a tutti suoi doni, allora non si può più odiare nessun essere umano, chiunque egli sia. Solo così si imita la perfezione (santità) di Dio, per quanto ciò è possibile a una creatura. 

Nella seconda lettura Paolo contesta la sapienza di questo mondo, che porta al culto della personalità e alla divisione e pone al primo posto la comunità, che è il tempio nel quale Dio ha posto la sua dimora. Ma una comunità è autentica nella misura in cui si apre a tutti e dialoga con tutti, anche con gli estranei e i nemici.

Non violenza e amore dei nemici rappresentano il culmine dell’insegnamento di Gesù, al quale egli stesso ha ispirato tutta la sua vita. Si tratta di una scelta difficile, che va contro corrente e a volte cozza contro quello che sembra il dovere di difendere i propri beni, le persone care, la patria, da ingiuste aggressioni. Naturalmente si tratta di un ideale verso cui tendere, non di una regola da applicare rigidamente. Spesso i cristiani non sono stati fedeli a questo insegnamento in quanto hanno preteso di avere uno statuto speciale nel piano di Dio a scapito degli altri, spesso visti come infedeli da convertire o da distruggere. Se vogliono essere fedeli al vangelo, i cristiani devono abbandonare ogni esclusivismo e affermare con decisione che tutti sono uguali davanti a Dio e si salvano nella misura in cui collaborano alla realizzazione di un mondo migliore. 

Tempo Ordinario A – 06 Domenica

Gesù e la legge

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione sul modo in cui Gesù ha interpretato la legge che Dio ha dato a Israele. Come premessa, la prima lettura attesta la convinzione dei saggi secondo cui Dio ha dato all’uomo la libertà di decidere se fare il bene o il male. Forse l’autore del testo è troppo ottimista circa la libertà di ogni essere umano. Tuttavia è vero che non ha senso promulgare una legge se coloro a cui è diretta non hanno la libertà di fare delle scelte personali.

Il brano del vangelo, ricavato dal discorso della montagna, mette in luce l’insegnamento di Gesù circa la legge. Per i giudei del suo tempo questa abbracciava numerosi precetti che, secondo i rabbini, ammontavano al numero di 613. Secondo Matteo Gesù dice di essere venuto non per abolire ma per dare pieno compimento alla legge e ai profeti: ciò significa che la legge deve essere osservata, non però in modo meccanico, ma nella prospettiva della predicazione dei profeti, i quali hanno insegnato che la giustizia e la solidarietà verso i propri simili stanno alla base del rapporto con Dio. Su questa linea Gesù porta l’esempio di quattro comandamenti presi dal decalogo, quelli cioè che proibiscono l’omicidio, l’adulterio, il ripudio e il giuramento. Per ciascuno di essi egli richiama la necessità di non fermarsi alla semplice formulazione, ma di andare al loro significato profondo. Circa l’omicidio Gesù sottolinea che ci sono diversi modi di uccidere una persona, come l’insulto, la denigrazione, l’emarginazione. Per quanto riguarda l’adulterio, Gesù mette in guardia dal desiderio incontrollato della donna, che porta a servirsi di una persona per il proprio piacere, e si oppone al ripudio perché espone la donna alla povertà e allo sfruttamento anche sessuale. Infine rifiuta non solo il giuramento falso ma anche il giuramento in quanto tale, perché al primo posto bisogna mettere la sincerità. All’origine di ogni comandamento vi è dunque l’esigenza dell’amore, che va oltre quanto è comandato e quindi rende inutile la legge.

Nella seconda lettura si riprende il tema della sapienza. Paolo osserva che essa non appartiene ai dominatori di questo mondo, cioè a coloro che detengono il potere politico e religioso. Essi infatti hanno crocifisso il Signore. Il vero saggio non è chi si limita a praticare dei comandamenti ma colui che imita l’esempio di Cristo.

Per il credente la legge non è abolita ma resta solo come direttrice di marcia; però la motivazione che lo spinge ad agire non è l’autorità del legislatore e neppure la sanzione prevista per i trasgressori ma la ricerca del bene comune. 

Tempo Ordinario A – 05 Domenica

La testimonianza cristiana

In queste letture si affronta il tema della luce in funzione della testimonianza, cioè dell’impatto che il messaggio cristiano deve avere sulla società. Nella prima lettura il profeta prende lo spunto da una pratica rituale molto diffusa al suo tempo, il digiuno. In un contesto di grave ingiustizia sociale egli si domanda in che cosa consista il vero digiuno, quello cioè che piace a Dio. E risponde dicendo che esso consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri e i senza tetto, nel vestire chi è nudo. E aggiunge che, per praticare il digiuno, i credenti dovranno non solo togliere di mezzo l’ingiustizia, ma anche stabilire un rapporto di solidarietà con chi soffre. Solo così diventeranno portatori di una luce capace di trasformare le strutture della vita sociale. 

Nel vangelo lo stesso discorso viene ripreso mediante le metafore del sale della terra, della città sul monte e della lampada sul candelabro. Con queste immagini, Gesù non intende lanciare i suoi discepoli in un’opera di proselitismo a tappeto, come spesso si è pensato, ma vuole richiamarli alle loro responsabilità. L’essere discepoli di Gesù non significa chiudersi in se stessi, formando una società alternativa con le sue regole e le sue sicurezze, ma piuttosto implica la capacità di influire sulla vita di tutta la società. Il Vangelo è l’annunzio della buona notizia che riguarda la venuta del regno di Dio e in questa prospettiva propone dei valori che riguardano tutta la società. Si tratta sostanzialmente di valori umani dalla cui pratica dipende il benessere di tutti. Essi non possono venire imposti dall’esterno, ma devono essere scoperti e capiti da tutti. L’unico modo per farli apprezzare è dunque quello di praticarli, mostrandone così l’efficacia.

È quanto ha fatto Paolo a Corinto: in quella città egli non ha cercato di fare colpo con la sua dottrina o con miracoli, ma si è presentato semplicemente come discepolo del Crocifisso, con grande povertà e umiltà. Solo così ha potuto rendersi credibile e fondare una comunità di discepoli che non impongono ma propongono un nuovo modo di vita. 

Una vera vita di fede non consiste primariamente nella difesa di una struttura ecclesiale, con tutti i suoi riti e le sue dottrine e neppure nella ricerca della salvezza della propria anima. Essa invece significa prendere a cuore il bene di questa umanità, in tutti i suoi aspetti. Impegnandosi per il bene comune si difende la Chiesa e si salva la propria anima.

Presentazione di Gesù al tempio

Luce delle nazioni

La presentazione di Gesù al tempio è un episodio simbolico con il quale Luca far risaltare come la salvezza, preannunziata da Dio nelle Scritture e attuata da Gesù, si rende presente nel tempio, luogo in cui abita Dio, e da lì si espande in tutto il mondo.

Nella prima lettura, come sfondo al messaggio del vangelo, la liturgia propone un testo del profeta Malachia nel quale si annunzia che il Signore entra nel suo tempio con lo scopo di purificare i sacerdoti che sono al servizio del culto a lui dovuto. La loro colpa, segnalata da Malachia in altri punti del suo libretto, consiste nel fare del culto un apparato esteriore, che nasconde interessi vari e allontana i fedeli da Dio.

Nel brano del vangelo Luca narra, in modo un po’ maldestro, l’adempimento da parte dei genitori di Gesù, di due precetti rituali: la purificazione della puerpera e il riscatto del primogenito. Egli però non è interessato ai riti ma se ne serve come occasione per far svelare un aspetto della personalità di Gesù da due personaggi che rappresentano il popolo ebraico. Il primo è il vecchio Simeone che, proprio nel luogo più sacro dell’ebraismo, il tempio di Gerusalemme, annunzia che Gesù sarà luce per le genti e gloria del suo popolo Israele. L’ordine è capovolto rispetto a quanto si sarebbero attesi i giudei del suo tempo per i quali, alla luce della promessa fatta al Servo del Signore, egli doveva essere prima “alleanza del popolo” e poi “luce delle nazioni”. In realtà Gesù e i suoi discepoli non sconfesseranno Israele, ma metteranno al primo posto l’annunzio del Vangelo a tutte le genti. Per questo motivo Gesù diventerà pietra di scandalo e provocherà un doloroso dissidio nel mondo giudaico: per alcuni sarà occasione di caduta mentre per altri comporterà la scoperta di una nuova vita. A Maria Simeone annunzia che, in quanto partecipe del destino di Gesù, una spada le trapasserà l’anima. Anche la profetessa Anna svolge un ruolo profetico in quanto riconosce in Gesù colui che avrebbe attuato la redenzione di Gerusalemme.

Nella seconda lettura si mette in luce il meccanismo perverso che influenza i comportamenti umani. Si tratta della paura della morte, che spesso si pensa di poter vincere mettendo al primo posto le proprie sicurezze umane. E’ questa l’origine del peccato che Gesù vince in quanto proclama che la fonte della vera sicurezza è l’amore verso tutti, senza alcuna discriminazione.

Per i giudei del tempo di Gesù era scandaloso mettere in crisi il loro statuto privilegiato di popolo eletto. Proprio per questo di fronte a lui, che non teneva conto di primati o di privilegi, e poi di fronte ai suoi discepoli, che annunziavano il Vangelo a tutti, giudei e gentili, essi si sono divisi: alcuni l’hanno accettato e altri l’hanno rifiutato. L’apertura agli «altri», in quanto mette in crisi le proprie sicurezze, è spesso causa di dissidi insanabili.

Tempo Ordinario A – 03. Domenica

La venuta del regno di Dio

In questa domenica appare per la prima volta nella liturgia il tema del regno di Dio annunziato da Gesù. Nella prima lettura è riportato un oracolo contenuto in una sezione del libro del profeta Isaia chiamata «libretto dell’Emmanuele». In esso la nascita di un fanciullo della casa di Davide, viene presentata come l’occasione in cui appare una grande luce, simbolo di una gioia immensa: essa è motivata dal fatto che la popolazione della Galilea, umiliata dalla dominazione straniera, ha ottenuto finalmente la liberazione, fonte di pace e giustizia.

Nel brano del vangelo, Matteo vede l’attuazione della profezia isaiana nel fatto che proprio in Galilea Gesù ha cominciato ad annunziare la venuta del regno di Dio proprio in una regione periferica, abitata in gran parte da gentili. Il regno di Dio consiste in una società in cui cadono le barriere e viene attuata la giustizia, che significa fraternità e condivisione. E per far capire che il lieto annunzio del Regno non era un semplice annunzio teorico, Gesù chiama immediatamente i primi quattro discepoli, i quali lasciano tutto per seguirlo. È inverosimile che ciò sia avvenuto subito all’inizio del ministero di Gesù, prima che egli illustrasse il senso di questo annunzio. Ma per l’evangelista è importante parlarne subito, in quanto mostra in atto la dinamica del regno: là dove esseri umani sanno superare i propri interessi e aggregarsi in vista di un bene comune, il regno di Dio ha inizio, comincia a manifestarsi. La prontezza con cui i primi chiamati seguono Gesù, distaccandosi da tutto quanto possedevano, mostra come questo regno debba avere il primato su tutti i propri interessi personali.

Anche per Paolo il fatto che i cristiani siano uniti nonostante le loro differenze culturali e sociali è l’espressione più efficace della forza trasformatrice del Vangelo, al centro del quale c’è la croce di Cristo. È chiaro che le diversità si superano solo se al primo posto si mette la ricerca del mondo migliore annunziato da Gesù e per il quale egli ha dato la vita.

La venuta del regno di Dio esige da parte dei cristiani non che si dedichino a pratiche rituali o all’accettazione di particolari concezioni religiose quanto piuttosto sull’impegno per la realizzazione di un mondo migliore, dove tutti siano riconosciuti e amati.

Tempo Ordinario A – 02. Domenica

L’Agnello di Dio 

In questa domenica la liturgia propone una terza manifestazione di Gesù, presentato da Giovanni il Battista come «Agnello di Dio». Nella prima lettura ritroviamo un personaggio, il Servo del Signore, del quale si parla in quattro carmi riportati nella seconda parte del libro di Isaia. Domenica scorsa abbiamo letto il racconto della sua vocazione. Oggi la liturgia ci propone il secondo dei quattro carmi che lo riguardano. In esso si dice Dio ha avuto per lui una stima tanto grande da conferirgli il compito non solo di riportare a lui le tribù di Israele e ricondurle nella loro terra, ma anche di essere luce delle nazioni. Egli dovrà portare la salvezza fino ai confini della terra. In realtà il Servo è stato mandato direttamente al suo popolo. Ma il suo messaggio improntato alla non violenza ha un valore universale. Si tratta di una scelta difficile, che pagherà con la morte. Perciò in seguito sarà paragonato a un agnello condotto al macello, a una pecora muta di fronte ai suoi tosatori (Is 53,7).

Nel brano del vangelo si parla di Giovanni il Battista che riconosce in Gesù «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». In questa espressione è interessante il simbolismo dell’agnello che, letto in riferimento al tema del Servo del Signore di cui parla la prima lettura, presenta Gesù come il liberatore del popolo, non dalla dominazione romana, come tanti si aspettavano, ma dal peccato. Giovanni il Battista non parla dei peccati individuali ma del «peccato del mondo». Con questa espressione si indica una situazione di peccato che si manifesta nelle strutture ingiuste, nella corruzione, nella violenza, che causano sofferenza e morte. Gesù è venuto proprio per combattere contro questo peccato che pervade il mondo. E ha fatto ciò non provocando una rivoluzione violenta ma mettendosi dalla parte degli ultimi e condividendo le loro sofferenze.Così facendo però ha suscitato l’odio dei potenti che l’hanno eliminato.

Nella seconda lettura Paolo si rivolge ai cristiani di Corinto chiamandoli «santi» e sottolineando che essi sono tali in quanto hanno creduto in Gesù e sono in sintonia con tutti coloro che in ogni luogo lo invocano. Come discepoli di Gesù i cristiani devono essere uniti non solo fra loro ma anche con tutti i credenti che appartengono ad altre religioni e con tutti gli uomini e donne di buona volontà, per lottare contro ogni ingiustizie e violenza. 

Il perdono del peccato è qualcosa che ci riguarda da vicino non solo come individui ma anche come membri di una comunità che lotta, con mezzi non violenti, contro le strutture ingiuste di questo mondo. Ma questo comporta la necessità di puntare su un rapporto vero fra persone, prima che sul culto e sulle devozioni, accettando le sofferenze e le prove che ne conseguono.

Tempo Natalizio A – Battesimo del Signore

Il giusto fra i peccatori

Il fatto che Gesù abbia ricevuto il battesimo da Giovanni è importante non solo perché segna l’inizio del suo ministero pubblico, ma anche perché rappresenta una scelta che caratterizzerà la sua futura attività. Nella prima lettura si presenta la vocazione di un anonimo profeta, chiamato Servo di yhwh, nel quale Dio si compiace. Su di lui scende lo Spirito del Signore che gli dà forza per riaggregare la massa dei giudei dispersa nell’esilio e riportarli nella loro terra. A tale scopo egli non dovrà provocare un movimento di rivolta ma rinnovare il loro rapporto con yhwh, il Dio che li aveva liberati dalla schiavitù egiziana. Il Servo infatti è stato chiamato «per la giustizia», cioè per manifestare la fedeltà di Dio al suo popolo. Egli porta a termine questo compito rifiutando ogni tipo di violenza e di costrizione. Ciò significa immergersi personalmente in una massa di gente frustrata, logorata da anni di esilio, preda di tensioni ed egoismi: un metodo certamente rischioso che l’ha portato alla morte. Ma che si è dimostrato vincente. 

Nel brano del vangelo si racconta il battesimo di Gesù. I primi cristiani hanno situato in questo contesto la sua manifestazione come Messia e Figlio di Dio, mettendo in secondo piano il fatto che egli è stato battezzato in mezzo a una folla di persone che andavano al Giordano per confessare i loro peccati. Ma è proprio immergendosi in questa moltitudine composta prevalentemente da persone emarginate e sofferenti, esseri umani considerati come peccatori dai rappresentanti della religione ufficiale, che Gesù dimostra di essere il Messia annunziato dalle Scritture. Egli ha assunto il ruolo non di un re potente ma quello del Servo che ha liberato i giudei dall’esilio: solo così infatti poteva «adempiere ogni giustizia», cioè manifestare al popolo la misericordia di Dio, come egli stesso dice a Giovanni. Immergendosi nell’acqua con i peccatori Gesù non ha compiuto dunque qualcosa di disdicevole per un giusto, ma piuttosto ha dimostrato come il vero «giusto», il «Figlio di Dio», il Messia, si riveli non appartandosi in un luogo sacro ma condividendo le sofferenze e i limiti propri di ogni essere umano.

Nella lettura degli Atti degli apostoli è Pietro stesso che illustra questa scelta di Gesù spiegando che egli, dopo e come effetto del battesimo, passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo. A ciò tendeva la sua scandalosa amicizia con i peccatori. Per questo ha accettato fin dall’inizio la prospettiva di una morte violenta.

Per i cristiani ricevere il battesimo significa fare proprie le scelte di Gesù: come lui, anch’essi accettano di non separarsi da questo mondo ma di essere solidali con i poveri, gli emarginati e quelli che hanno fatto nella vita scelte sbagliate: solo così possono fare anch’essi l’esperienza consolante di essere figli di Dio.

Tempo Natalizio – Epifania

Una buona notizia per tutti

L’Epifania è la festa nella quale i cristiani riflettono sul carattere universale della loro fede. Nella prima lettura, ricavata dalla terza parte del libro di Isaia, si descrive un evento futuro che riguarda il destino di Israele. Un giorno Gerusalemme, città in cui, secondo la fede israelitica, Dio ha posto la sua dimora, si riempirà di luce. Allora a essa affluiranno tutte le genti, attratte dalla luce di Dio, portando con sé i loro doni: l’oro come segno della loro adesione alla regalità di Dio e l’incenso, simbolo della loro partecipazione al culto. Secondo il profeta i popoli otterranno la salvezza, ma solo se si aggregheranno a Israele e daranno culto al suo Dio.

Secondo Matteo la promessa riportata nel libro di Isaia si è realizzata con la venuta di Gesù. La visita dei magi alla sua culla rappresenta per loro l’anticipo simbolico di un grande pellegrinaggio di popoli che in diversi modi avrebbero aderito a Cristo, accettando il suo messaggio e mettendolo alla base della loro esistenza. I doni che i magi portano sono gli stessi ricordati da Isaia ai quali si aggiunge la mirra, con cui si anticipa nuovamente il destino doloroso del bambino. Purtroppo, secondo Matteo, il re Erode e tutta Gerusalemme, invece di rallegrarsi per la nascita del re dei giudei, sono turbati ed Erode pensa già come eliminarlo. In questa scena l’evangelista vede l’anticipazione del dramma che porterà una parte consistente del popolo giudaico a rifiutare il suo Messia. 

L’autore della lettera agli Efesini, da cui è ripresa la seconda lettura, attribuisce a Paolo la rivelazione di un mistero nascosto alle precedenti generazioni, in forza del quale le genti sono chiamate condividere con i giudei che avevano creduto in Cristo le promesse fatte al popolo di Israele. Anche per questo autore le promesse fatte dai profeti si stanno realizzando per mezzo di Gesù. 

La venuta dei magi significa simbolicamente l’adesione a Cristo di gente di ogni colore e lingua che attraverso di lui hanno ottenuto la salvezza. Oggi però siamo consapevoli che la stessa salvezza raggiunge in molti modi anche i fedeli di altre religioni e coloro che si dicono atei ma praticano i valori evangelici. Il compito dei cristiani non è dunque più quello di convertire più gente possibile al cristianesimo ma di entrare in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà per dare vita a un mondo migliore in cui prevalgano i valori evangelici della pace, della giustizia e della solidarietà.

Tempo Natalizio – 2. Domenica

Gesù nel progetto di Dio

In questa domenica la liturgia presenta, come nella terza Messa di Natale, il tema della dignità trascendente di Gesù alla luce della riflessione sapienziale. Nella prima lettura si parla infatti della sapienza di Dio. Secondo il pensiero biblico Dio ha creato il mondo e lo governa secondo un ordine da lui prestabilito. Ma Dio è santo e non può immergersi in un mondo limitato e impuro. Per salvare la trascendenza di Dio e al tempo stesso garantire la sua presenza attiva nel mondo, l’autore di questo brano si rifà a un pensiero tipico del giudaismo ellenistico affermando che Dio, l’unico sapiente, si è servito della sua sapienza per creare e governare il mondo. Così la sapienza, che è un semplice attributo di Dio, viene personificata e diventa lo strumento mediante il quale il Dio trascendente si rende presente e opera nel mondo prima, per crearlo e poi per condurre a sé l’umanità. Questa Sapienza divina, viene poi identificata con la parola (logos) di cui, secondo la Genesi, Dio si è servito per creare il mondo (cfr. Sal 33,6). Questa a sua volta si rende presente nella legge data da Dio a Mosè nel contesto dell’alleanza con Israele. La parola così concepita viene poi identificata con il Logos, la Parola-Ragione suprema che secondo la filosofia greca governa il mondo (Filone). 

Nel prologo del vangelo di Giovanni, riportato come terza lettura, la concezione della Parola/Sapienza di Dio, tipica dei giudei ellenisti, viene utilizzata per comprendere e spiegare la persona di Gesù. Per il quarto evangelista questa Parola non si rende presente nella legge mosaica ma nella persona di Gesù. In forza di questa identificazione, Gesù viene visto come l’incarnazione della Sapienza preesistente, mediante la quale Dio ha creato il mondo e ha conferito all’uomo, non più al solo Israele, la sua salvezza. Ciò non significa che Gesù esistesse prima della sua nascita da Maria ma che in lui si manifesta il piano di salvezza concepito da Dio fin dall’eternità.

Infine nella seconda lettura si dice che quelli che hanno creduto in Cristo sono stati scelti anch’essi da Dio, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati e per diventare in Cristo suoi figli. Con ciò non si vuol dire che i credenti in Cristo siano preesistenti, cioè che esistessero prima della creazione, ma che la loro scelta è parte di un progetto divino concepito già prima della creazione. 

La rilettura sapienziale della persona di Gesù, propria di una comunità che si rifaceva all’apostolo Giovanni, ha svolto un ruolo importante nella storia del movimento cristiano: alla sua luce i primi cristiani hanno compreso Gesù come colui che ha rivelato al mondo il «volto umano» di Dio. Purtroppo questa concezione però ha in parte offuscato l’umanità di Gesù, facendo sì che molti cristiani vedessero in lui una divinità a cui dare culto piuttosto che un maestro di vita e una guida nel cammino verso Dio.

Tempo Natalizio A – Maternità di Maria

Il dono della pace

Il capodanno è il giorno in cui si celebra la festa della maternità di Maria. Ma è anche il giorno dedicato alla preghiera per la pace. Questo tema appare nella prima lettura nella quale viene riportata la preghiera che i sacerdoti pronunziavano nel tempio di Gerusalemme alla fine del servizio religioso. In essa si dice: «Il Signore faccia risplendere su di te il suo volto e ti faccia grazia… ti conceda la pace». In altre parole, si chiede a Dio di sorridere sul suo popolo. È questo un segno di amore e di misericordia, che porta con sé il dono della pace. Questa benedizione ci fa capire che la vera pace non è il risultato dello sforzo umano ma viene data da Dio come un dono gratuito che noi dobbiamo saper accogliere con fede. Nella visone biblica la pace non è semplicemente assenza di guerra ma si identifica con i rapporti nuovi che si instaurano fra le persone. E perché questi si attuino è veramente necessario un dono che viene dall’alto.

La lettura del vangelo ci riporta al tema della maternità di Maria. Nel racconto di Luca non si danno dettagli concreti circa la nascita di Gesù ma si mostra come essa rappresenti una chiamata rivolta a persone povere ed emarginate che vanno verso di lui e poi se ne tornano piene di gioia, glorificando e lodando Dio: è questo il preannunzio di quanto avverrà a seguito della predicazione di Gesù. In questa circostanza Maria è presentata dall’evangelista non tanto come una madre impegnata nell’assistenza a un neonato ma come colei che custodiva «queste cose», cioè quanto era stato riferito dai pastori, meditandole nel suo cuore. La dignità di Maria non consiste semplicemente nell’aver dato a Gesù la vita fisica, ma nell’essere stata partecipe del suo progetto di salvezza, cercando di capirlo e di farlo proprio. Ella è dunque il modello del discepolo che si mette al seguito di Gesù, facendo proprio il suo messaggio e ispirando la propria vita alla sua.

Nella seconda lettura ritorna il tema della maternità di Maria. Ella è colei che ha dato a Gesù la possibilità di essere uomo come noi, pienamente inserito mediante la circoncisione nella storia del popolo giudaico. Fin dalla nascita è presentato da Paolo come partecipe di un progetto divino, quello cioè di riscattare coloro che erano sotto la legge. Qui la legge è intesa come un insieme di regole imposte dall’esterno, con la presunzione che la loro osservanza ottenga la benevolenza divina mentre la loro trasgressione porti con sé una pena. Così concepita, l’osservanza della legge non crea un rapporto di amore con Dio e col prossimo, ma solo la paura di offenderlo e di essere da lui puniti. La redenzione portata da Gesù consiste invece nella libertà da ogni imposizione e quindi nella possibilità di fare ciò che è giusto non per costrizione ma per amore. Egli infatti ci rivela che Dio è padre di tutti e noi siamo suoi figli e quindi fratelli.

Il dono della pace, promesso da Dio e attuato da Gesù, si ottiene unicamente mediante la fede. L’essere cristiani non può ridursi a pratiche rituali o morali e neppure all’accettazione di dogmi su cui si costruisce un’identità religiosa e sociale, magari in antitesi ad altre identità, ma dovrebbe consistere in un profondo rapporto personale con Dio e con i propri simili. Da essa deriva una pace profonda, che si espande poi a tutta la società. Ma ciò richiede una ricerca interiore di cui Gesù è maestro e Maria modello e guida.

Tempo Natalizio A – S. Famiglia

La famiglia nella Bibbia e oggi

La festa della S. Famiglia è un’occasione per parlare di matrimonio e famiglia. Nella prima lettura la famiglia appare come una piccola società strutturata intorno alla figura del padre e, secondariamente, della madre; i figli, anche se sono già adulti, vivono nella casa paterna e devono prendersi cura dei genitori quando diventano vecchi. La nostra società è diversa. Oggi i figli lasciano la casa paterna e formano un loro nucleo famigliare autonomo. Spesso le coppie non richiedono il rito del matrimonio, la fecondità non è più vista some lo scopo principale del loro rapporto. Diventando vecchi, i genitori restano il più possibile nella loro casa e, quando non sono più autonomi, devono spesso ricorrere alle strutture sociali. 

Nella lettura del vangelo appare la figura di Giuseppe, un padre molto determinato, che gestisce la famiglia con autorità dietro indicazione di un angelo. Maria e il bambino Gesù si lasciano semplicemente condurre. Il comportamento di Giuseppe è in piena sintonia con l’ideale di padre che appare nella prima lettura. Oggi un padre così non rappresenta più un modello accettabile nella nostra società. È ormai convinzione comune che una famiglia non possa basarsi se non sulla collaborazione tra i coniugi con ruoli interscambiabili. Soprattutto è necessario il dialogo tra i coniugi e con i figli. La separazione non è auspicabile ma, in caso di insuccesso, è sentita come inevitabile.

Nella seconda lettura riemerge la struttura antica della famiglia là dove si dice che le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti. Però il brano si distacca nettamente dal contesto sociologico in quanto alla base dei rapporti interpersonali viene messo un amore ispirato alla fede in Cristo.

Oggi si afferma un modello di famiglia basato non più su rapporti gerarchici ma su un amore reciproco, fatto di sentimento e di responsabilità vicendevoli, che porta alla condivisione in tutti i campi. Spesso è l’uomo che non sa entrare nel suo nuovo ruolo e ciò è all’origine dei drammi che avvengono nelle coppie. È impossibile pensare di ritornare al modello tradizionale di famiglia. In questo nuovo contesto, se la Chiesa vuole dire qualcosa alle giovani coppie, non deve presentarsi come un’agenzia dispensatrice di buoni consigli o di sacramenti, per diventare essa stessa una famiglia che educa alla fede e all’amore. 

Tempo Natalizio – Natale

Un povero Figlio di Dio

A Natale ci viene incontro un bambino provato dalla povertà e dalla sofferenza. Ogni anno torna fra noi. Che cosa avrà mai da dirci? Secondo i ricordi dei primi cristiani è nato in una grotta, senza nessuna precauzione sanitaria, deposto in una mangiatoia, tra gli animali. Gli unici che gli fanno visita sono dei pastori, gli ultimi di quella società. In seguito verranno i magi, ma se ne andranno in fretta senza mutare la situazione. Come dire, in termini attuali, che è nato in un angolo oscuro della stazione centrale di Milano, visitato solo da un gruppo di senzatetto. Ma al tempo stesso le tradizioni si sprecano per esaltare la sua grandezza: è un re, è il messia atteso da Israele, è il figlio di Dio venuto in questo mondo, è il salvatore dell’umanità. 

Ma quale salvezza? Quella salvezza che il bambino, diventato adulto, chiamava «regno di Dio». La descrive in termini entusiasti la prima lettura della messa di mezzanotte: gioia, abbondanza per tutti, liberazione dal giogo dell’oppressore, l’eliminazione della guerra per sempre. In termini attuali potremmo parlare di eliminazione del predominio del potere economico, equità nella distribuzione dei beni, sconfitta delle mafie, vittoria sulla corruzione, pratica della non violenza. Chi non desidererebbe un mondo così? Hanno ragione i giovani che scendono in piazza per esigere dai governi che lo attuino almeno in parte. Ma dobbiamo riconoscere che questo mondo nuovo nessuno può realizzarlo. Certo non i politici. Ma neppure Dio o il Salvatore da lui inviato. Perché? Perché si tratta di qualcosa che avverrà solo alla fine dei tempi, cioè, in termini nostri, perché si tratta di un sogno. Un mondo del genere non possiamo far altro che sognarlo. In altre parole si tratta di un ideale a cui tendere. Ma come tutti gli ideali, è proprio a questo mondo che dobbiamo ispirare le nostre scelte quotidiane, se vogliamo essere salvi.

I testi che sono stati scelti come seconda lettura ci esortano a prendere coscienza del mistero contenuto nella nascita di Gesù e a metterci sulla sua lunghezza d’onda. Mi ha colpito soprattutto quello della messa di mezzanotte: è apparsa la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e pietà, nell’attesa del ritorno del Signore. È un programma di vita, un modo per vivere già oggi nel mondo nuovo sognato da Gesù. Tocca a noi. Nessun potere umano può darci quello che desideriamo o toglierci la possibilità di realizzarlo.

Da venti secoli noi adoriamo Gesù come il Dio incarnato. Ma l’abbiamo messo in cielo, l’abbiamo perso di vista. Oggi, in questo periodo di crisi, scende nuovamente in terra per dirci che forse abbiamo sbagliato strada. Che tutti i beni di consumo di cui ci siamo riempiti non possono saziarci. Che la loro perdita è forse la più grande opportunità che abbiamo per cominciare a considerare i veri valori della vita. Tutto il resto viene di conseguenza

Avvento A – 4. Domenica

Il Figlio di Dio

Il tema di questa liturgia prenatalizia è indicato dalla seconda lettura, in cui si presenta Gesù come Figlio di Dio. Nella prima lettura si racconta che il profeta Isaia ha annunziato al re Acaz, come segno della benevolenza divina, la nascita di un bambino che sarà chiamato Emmanuele, Dio con noi. È difficile scoprire l’identità di questo bambino, ma probabilmente si tratta di Ezechia, figlio di Acaz, che sarà un re giusto e pio. In due successive profezie questo bambino è presentato come centro di un mondo rinnovato. Il testo presenta sua madre come una «giovane donna». La traduzione greca sostituisce però questo appellativo con il termine «vergine», dando così l’impressione che la madre abbia generato il bambino rimanendo vergine.

È stato facile per i primi cristiani interpretare questo bambino, portatore di una grande speranza, come la figura del futuro Messia, cioè di Gesù. Facendo leva sul malinteso secondo cui egli doveva nascere da una vergine, essi hanno hanno pensato che Maria l’avesse concepito e partorito restando vergine. Matteo e Luca hanno dato corpo a questa credenza con il racconto della sua nascita. Per Matteo però questa convinzione metteva in discussione un altro dato della tradizione: Gesù in quanto Messia è discendente di Davide. Ma la discendenza passa attraverso il padre, che però nel caso di Gesù non ha svolto un ruolo nel suo concepimento. L’evangelista racconta perciò la sua nascita in modo tale da far risaltare come per lui l’aver avuto una madre vergine non escluda la discendenza davidica. Giuseppe è un discendente di Davide; egli è sposato con Maria ma, secondo l’uso ebraico, essi non vivevano ancora insieme. Egli si rende conto con rammarico che Maria aspettava un bambino. Secondo le concezioni dell’epoca, Giuseppe avrebbe dovuto separarsi da lei, ma non vuole farle del male mettendo in pubblico un eventuale errore da lei compiuto. Ma come fare dal momento che il ripudio esigeva un atto ufficiale? In questa situazione di perplessità appare in sogno a Giuseppe un angelo che gli dice di prendere in moglie Maria perché il bambino che sta per nascere da lei è opera dello Spirito Santo. Giuseppe obbedisce: prendendo Maria come moglie, egli adotta Gesù come figlio e lo inserisce nella dinastia davidica. Per spiegare la missione assegnata a questo bambino l’angelo dice poi a Giuseppe di imporgli il nome Gesù, che significa «YHWH salva» perché salverà il suo popolo dai suoi peccati. Infine, l’evangelista cita a sostegno di questa ricostruzione la profezia della vergine. Egli non dà peso alle anomalie di tale racconto perché a lui non interessa il fatto in se stesso ma il suo significato: Gesù è l’uomo nuovo, la cui nascita dà origine a una nuova umanità.

Nella lettera ai Romani, Paolo si presenta come l’annunciatore del vangelo che riguarda Gesù Cristo. Egli lo qualifica come discendente di Davide secondo la carne, ma Figlio di Dio in potenza a motivo della sua risurrezione dai morti. Per Paolo il suo essere discendente di Davide non esclude la sua dignità di Figlio di Dio, anzi la conferma. L’Apostolo non pensa alle modalità fisiche della sua nascita ma al ruolo che gli è affidato: quello di annunziare e di portare a compimento il regno di Dio, cioè un mondo nuovo basato sulla giustizia e sulla pace.

Secondo queste letture, Gesù è Figlio di Dio in un modo diverso da quello che è proprio di ogni credente e in ultima analisi di tutti gli esseri umani. Ciò che lo distingue è il ruolo unico che gli è stato assegnato come Maestro e guida. Anche se non tutti lo riconoscono, egli indica a tutti l’unica strada che porta alla salvezza: un amore che, per essere vero, si rivolge a Dio e ai fratelli, senza barriere o esclusioni.

Avvento A – 3. Domenica

I segni del Regno

Le letture di questa domenica affrontano il tema dei gesti straordinari compiuti da Gesù durante il suo ministero.  Nella prima di esse, pur essendo presa dalla prima parte del libro di Isaia, si parla già del ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. Per gli esuli è stata questa una svolta epocale. Si trattava di rifare il tessuto sociale deteriorato da decenni di isolamento e di sofferenza. Le varie malattie che vengono sanate, come la sordità, la mancanza della parola, l’incapacità di camminare, la fiacchezza, sono metafore per indicare la mancanza di speranza, l’assenza di una prospettiva comune, il prevalere dell’egoismo personale. Tutti si mettono in cammino verso una meta comune. Dio grantisce a questo popolo una rinascita, e questo è indicato simbolicamente da una grande strada che si apre nel deserto, tra alberi e corsi d’acqua, dove muti, sordi, zoppi corrono tutti verso una meta comune. Ma c’è anche l’accenno alla vendetta: mentre salva i suoi, Dio punisce severamente i loro oppressori.

Nel vangelo si racconta che Giovanni il Battista, dopo avere annunziato la venuta di Gesù, è caduto nell’angoscia e nel dubbio. Giovanni è ancora, come dirà Gesù stesso, un uomo dell’Antico Testamento. Egli infatti aveva preannunziato la venuta del Messia, ma pensava, secondo quanto annunziava Isaia, che egli avrebbe fatto giustizia, premiando i buoni ma castigando severamente i peccatori. E infatti Giovanni invitava tutti alla conversione per evitare il castigo imminente. Perciò il precursore, venuto a sapere che Gesù invece accoglie i peccatori e guarisce i malati, invia i suoi discepoli da lui per chiedergli: «Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Ma Gesù mostra con chiarezza che il regno di Dio non viene mediante le minacce, e tanto meno mediante l’uso della violenza. Esso si attua nelle guarigioni miracolose con le quali Dio manifesta il suo amore per tutto il suo popolo. Dio non è un giudice severo ma un padre misericordioso, che esercita la sua potenza nell’attuare la riconciliazione e la fraternità. Gesù loda Giovanni come un uomo tutto d’un pezzo, un vero profeta. Ma osserva che egli è ancora immerso nel passato. Con Gesù si volta pagina e chi sa accogliere il Vangelo della misericordia di Dio è più grande di lui, anche se si tratta di una persona piccola, cioè debole e limitata. 

Nella seconda lettura l’autore dello scritto che porta il nome di Giacomo, fratello di Gesù, richiama ai suoi lettori il tema del ritorno del Signore. Egli li rassicura perché la sua venuta è certa come quella delle piogge primaverili e autunnali. E li esorta nel frattempo ad avere pazienza e a non lamentarsi gli uni degli altri: il giudizio infatti spetta al Signore, non a noi. In questa prospettiva raccomanda loro di imitare la sopportazione e la costanza dei profeti: non un atteggiamento di accettazione passiva o di protesta sterile, ma un impegno attivo per migliorare questo mondo.

L’evangelizzazione a cui sono chiamati i discepoli di Gesù non consiste nel giudicare ma nel risanare. La disoccupazione, l’impoverimento, le ingiustizie sociali non devono produrre un adattamento rassegnato e neppure una protesta sterile ma piuttosto suscitare l’impegno costante per risanare le ferite, sia quelle che ciascuno porta in sé, sia quelle che affliggono tutta la società.

Immacolata Concezione

Madre e discepola

Nella festa dell’Immacolata Concezione si celebra Maria concepita senza il peccato originale. Questa dottrina, proclamata solo nel 1854 dal papa Pio IX, si basa sul presupposto che Maria è stata preservata dal peccato originale in vista dei meriti di Gesù, l’unico salvatore del genere umano. Oggi, in un nuovo contesto culturale, è difficile immaginare che un bambino nasca con un peccato che non ha commesso. E in realtà le letture ci portano a riflettere non sul concepimento di Maria ma sulle scelte da lei fatte nella sua vita. Nella prima lettura si legge che Dio ha detto al serpente: «Porrò inimicizia fra te e la donna, tra la sua stirpe e la stirpe di lei: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». Mi sembra che, pur nel suo carattere mitologico, questa espressione sia azzeccata. Il serpente è strumento di morte, mentre la donna è la culla della vita. Non per nulla Adamo le ha dato il nome di Eva, vita, in quanto sarà madre di tutti i viventi. Nel corso dei secoli e dei millenni la donna si è prodigata per comunicare la vita, per difenderla e nutrirla. Ancora oggi, in tanti luoghi di questo mondo, la sussistenza della famiglia è in gran parte sulle spalle delle donne.

Nel brano del vangelo si trova una bellissima novità. Per mezzo di un angelo Dio si rivolge a una donna e le chiede se è disposta a diventare madre. Nel corso dei secoli raramente ciò è accaduto. La donna doveva comunque accettare il proprio ruolo. Con l’annunzio a Maria le cose cambiano. Ora la donna assume un ruolo nuovo non solo perché diventa la mamma del Salvatore, ma perché lo fa in forza di una scelta personale, di un assenso libero. Si crea così per lei una situazione nuova, estremamente rischiosa, perché si tratta di una maternità al di fuori del sentire comune. Perciò l’angelo le dice: «Non temere!». Le sarà necessaria una buona dose di coraggio, non solo per le modalità non convenzionali di questo concepimento, ma anche e soprattutto per il distacco dal figlio e per le vicende dolorose che questi dovrà affrontare. Lo stesso coraggio è richiesto oggi a molte donne che scoprono la possibilità di svolgere, proprio come donne, un servizio qualificato nella società.
Nella seconda lettura si parla della chiamata di tutti i credenti in Cristo a una vita senza macchia, cioè alla santità. Certo questa chiamata riguarda anzitutto Maria. Non da sola però, ma all’interno di una comunità che può e deve progredire nel segno di una sempre maggiore consapevolezza della dignità di tutti, uomini e donne. 

Oggi la maternità non è più una fatalità ineluttabile, ma è diventata l’oggetto di una scelta libera. Almeno nel mondo occidentale. E per la donna si aprono nuovi spazi nella società e nella chiesa per esercitare la sua inimicizia nei confronti del male. È una sfida che tante donne sanno accogliere con grande competenza e amore. Ma spesso purtroppo l’uomo resta indietro, arroccato su posizioni patriarcali, di potere, come attestano i feminicidi che purtroppo si stanno moltiplicando. Se l’uomo e la donna non procedono di pari passo le sofferenze si moltiplicheranno, non solo per le donne ma anche per gli uomini.

Avvento A – 1. Domenica

La vigilanza

Con questa domenica inizia il tempo di Avvento e con esso un nuovo anno liturgico. Il tema di fondo è quello dell’attesa, della vigilanza. Ma che cosa significa vigilare? Nella prima lettura il profeta racconta di aver avuto una visione: tutte le genti vanno in pellegrinaggio al monte di Dio e trasformano le armi in strumenti di progresso e di pace. È un sogno che non si sa quando si avvererà. Ma è anche una luce che indica la strada da percorrere perché questo sogno si realizzi nella vita personale e nella società. Vigilare significa prima di tutto non cessare mai di sognare.

Il brano del vangelo rielabora in un altro modo il tema della vigilanza. Secondo Matteo Gesù mette in guardia i suoi ascoltatori nei confronti di un comportamento di routine, unicamente preoccupato dell’oggi, incapace di guardare al futuro, di prepararsi ai grandi sconvolgimenti della storia che preludono alla sua venuta, cioè all’inizio di un mondo nuovo. Vigilare vuol dire prendere coscienza di quanto sta per avvenire. Anche ciò che sembra una catastrofe può diventare un’opportunità, se si crede in un futuro migliore. Ma bisogna saper vedere, capire e operare per ricavare un bene anche là dove sembra trionfare il male. Oggi esistono numerosi segni di crisi: il cambiamento climatico, l’inquinamento, i divari economici, le migrazioni e altro ancora. Quali ne saranno gli esiti? Qual è il ruolo che possiamo e dobbiamo svolgere come individui e come comunità? La vigilanza consiste non nel chiudersi nei propri problemi quotidiani (salute, conti in banca, risparmi, lavoro) ma nel guardare in avanti, nell’accettare le prove che ci aspettano, senza cercare scappatoie ma impegnandoci a fondo per il bene di tutti.

Nella seconda lettura Paolo riprende il tema della luce. Per lui la luce è Cristo che sta per ritornare. Vigilare vuol dire camminare nella luce cioè comportarsi onestamente, evitando orge o ubriachezze, lussurie e impurità, litigi e gelosie. Ma soprattutto significa rivestirsi di Cristo, assumere il suo modo di pensare e di comportarsi. Per noi è urgente superare quel consumismo che ci porta a essere schiavi del mercato, cercando invece un bene più grande che riguarda tutti, cominciando da coloro che sono sfruttati ed emarginati.

La vigilanza dunque non consiste semplicemente nell’evitare comportamenti ingiusti e immorali ma nell’avere una visione che illumini e orienti tutta la nostra vita. 

Tempo Ordinario C – Festa di Cristo Re

La regalità di Gesù

La festa di Cristo re offre ogni anno l’occasione per mettere a fuoco il significato della regalità che i primi cristiani hanno riconosciuto a Gesù attribuendogli l’appellativo di Cristo. Infatti il titolo di re è sinonimo di Messia, unto (in greco christos), in quanto i re di Israele venivano intronizzati con il rito dell’unzione. Le letture di oggi ci aiutano a comprendere meglio la regalità di Gesù e a eliminare i malintesi a cui questo titolo ha dato origine.

Nella prima lettura viene riportata la notizia dell’unzione di Davide come re d’Israele. In questo testo si nota una parvenza di democrazia, in quanto sono gli anziani di Israele che si recano da Davide per insignirlo della regalità. La loro scelta ricade su di lui in seguito alla constatazione che già Dio si era espresso precedentemente in suo favore mediante l’unzione regale conferitagli da Samuele (1Sam 16.12-13). Essi inoltre fanno un’alleanza con Davide: in tal modo pongono anche delle condizioni che il re dovrà osservare. Davide sarà quindi il rappresentante di Dio in mezzo al popolo, ma dovrà stare ai patti e non prevaricare imponendo un giogo troppo pesante ai suoi sudditi.

Nel brano del vangelo si affronta il tema della regalità del Messia, il discendente del re Davide. Gesù è ormai in croce e sia i soldati che uno dei malfattori crocifissi con lui gli dicono: «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». In queste parole affiora la concezione secondo la quale il re deve pensare anzitutto a se stesso, a difendere il suo potere e i suoi privilegi nei confronti dei propri nemici. Il «buon ladrone» invece si rende conto che Gesù è veramente re, ma in un modo diverso: egli è innocente e la sua morte ha a che fare con il suo regno. Perciò esprime il desiderio di entrare in questo regno e viene esaudito. La regalità di Gesù è dunque radicalmente diversa da quella dei potenti di questo mondo. Gesù muore come re, ma proprio in quanto ha rinunziato al potere e ai privilegi della condizione regale per attuare la salvezza dell’umanità, cominciando proprio dai lontani e dagli esclusi.

La seconda lettura mette in luce le prerogative della regalità di Cristo. In essa l’autore afferma che Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio amato, per mezzo del quale abbiamo ottenuto il perdono dei peccati. Riconciliando l’umanità con Dio, Gesù è diventato il capo del corpo, che è la Chiesa. Proprio per questo è riconosciuto retrospettivamente come colui che ha collaborato con Dio all’opera della creazione.

A Gesù è stata attribuita simbolicamente dai primi cristiani la regalità universale in quanto ha saputo dare la vita per la realizzazione del regno di Dio, cioè per l’attuazione di un mondo migliore. Dai suoi discepoli Gesù si aspetta non atti di culto o di devozione ma l’impegno a seguirlo e a collaborare con lui per migliorare il mondo in cui viviamo. 

Matricola 75190

Il racconto di Liliana Segre, l’esperienza di una bambina nei lager nazisti. Certe cose si sanno, ma si cerca di rimuoverle, come se fossero un brutto sogno. Eppure bisogna ricordare, perché altrimenti c’è il pericolo di ripetere certi orrori. Quello che mi sconvolge è l’omertà di chi ha visto e si è girato dall’altra parte. Lo capisco. Forse avrei fatto anch’io la stessa cosa. Ma questo non deve più capitare. Perché oggi sappiamo e non possiamo più tirarci indietro. Bisogna reagire insieme. E soprattutto bisogna aver fede in un mondo migliore. Sapendo che il male assoluto si sconfigge solo con il bene assoluto. E la Croce ne è un segno.

Tempo Ordinario C – 33. Domenica

Un mondo nuovo

La liturgia di questa domenica ci richiama a un sano realismo nei confronti del mondo in cui viviamo. Nella prima lettura, di fronte all’ingiustizia che predomina nella società, si prospetta un intervento di Dio che ristabilirà il giusto ordine. I malvagi saranno distrutti mentre per quelli che temono Dio sorgerà un sole di giustizia. È un messaggio di speranza che aiuta i buoni a non cedere alla disperazione e a operare per il bene, nonostante tutti gli ostacoli. 

Nel brano del vangelo si rispecchia la situazione delle prime comunità cristiane, immerse in un mondo profondamente ingiusto e violento. In esse molti cristiani, influenzati dai discorsi dei predicatori apocalittici (i falsi profeti), pensavano che i mali della società in cui vivevano fossero il segno dell’imminente ritorno di Gesù e della fine del mondo. Attribuendo a Gesù lo stesso linguaggio apocalittico, l’evangelista li mette in guardia nei confronti di uno sterile catastrofismo. La fine del mondo verrà, ma questo non è ancora il momento stabilito da Dio. È vero che stanno capitando terribili cataclismi, guerra e rivoluzioni, unitamente alla venuta di falsi profeti e alla persecuzione dei cristiani. Ma tutto ciò fa parte della storia umana. È in questo  mondo, così com’è, che i cristiani devono testimoniare i valori del Vangelo. Non serve evadere dalla realtà e rifugiarsi in un futuro meraviglioso quanto imprevedibile. Bisogna assumersi le proprie responsabilità e operare in questo mondo cercando di renderlo più umano e solidale. 

Nella seconda lettura si dice in che modo possiamo migliorare questo mondo. Lo strumento a nostra disposizione è il lavoro. Ciascuno è invitato a lavorare con le proprie mani. Chi non lavora non mangi. In un momento in cui il lavoro sembra mancare e la disoccupazione aumenta, le parole attribuite a Paolo rappresentano un invito a non darsi per vinti e ad accettare anche i lavori più umili ma necessari per il bene della società. Al tempo stesso queste parole sono un appello agli imprenditori e al governo perché creino posti di lavoro anche quando non si intravede un profitto personale adeguato.

La fede ci dà un supplemento di coraggio e di lungimiranza per affrontare i problemi di questo mondo, con la disponibilità a pagare di persona perché il sole di giustizia, di cui parla la prima lettura, cominci a spendere già da oggi.

Tempo Ordinario C – 32. Domenica

La vita dopo la morte

Il tema di questa liturgia è quello della vita oltre la morte. Nella prima lettura è riportato uno dei pochissimi testi biblici in cui si parla di risurrezione. Si tratta del secondo libro dei Maccabei, uno degli scritti più recenti della Bibbia cristiana che però non è riconosciuto dagli ebrei come ispirato da Dio. I protagonisti del racconto sono persone che danno la vita per la loro fede con la speranza di risuscitare un giorno per aver parte alla rinascita del loro popolo, rinnovato anche in forza del loro sacrificio. Il non mangiare carne di maiale è solo un segno esterno della loro fede.

Nel brano del vangelo è riferita una discussione di Gesù con i sadducei, i quali non ammettevano la risurrezione dei morti mentre invece questa era affermata dai farisei. Per mettere Gesù in imbarazzo, costoro raccontano un fatto basato sulla legge del levirato, in forza della quale se un uomo muore senza figli, suo fratello deve prendere con sé sua moglie per dare al defunto una discendenza. Essi raccontano di una donna che è rimasta vedova senza figli ed è stata presa in moglie dal cognato: questo si è ripetuto altre sei volte. Essi chiedono a Gesù di chi la donna sarà moglie al momento della risurrezione. Da questa storiella risulterebbe l’assurdità della risurrezione perché in questo caso una donna avrebbe contemporaneamente sette mariti, e ciò sarebbe contro le prescrizioni della legge. Essi dimostrano così di intendere la risurrezione come un semplice ritorno alla vita di questo mondo. Gesù si schiera dalla parte dei farisei. E afferma che nella risurrezione si opera una trasformazione radicale dell’essere umano, che non avrà più bisogno del matrimonio; oltre ciò Gesù richiama il messaggio biblico secondo cui il Signore è Dio non dei morti ma dei vivi. Con la sua risposta Gesù non vuole squalificare la vita matrimoniale: per lui la vera vita è quella che si attuerà un giorno nel regno di Dio mediante quella profonda solidarietà tra persone a cui è orientato anche il rapporto tra coniugi.

Nella seconda lettura si affronta il problema della fine dei tempi. Stando il fatto che essa non è imminente e la risurrezione dei morti avrà luogo in un futuro imprevedibile, il tempo attuale deve essere considerato come un tempo non semplicemente d’attesa ma di impegno per l’annunzio del Vangelo.

Riguardo al destino dell’uomo dopo la morte ogni religione e cultura ha elaborato la propria dottrina. L’idea della risurrezione ha un senso diverso: essa è stata elaborata non per spiegare ciò che capiterà dopo la morte ma per dare fondamento all’impegno perché si realizzi già nell’oggi quel mondo nuovo che Gesù ha inaugurato morendo in croce per noi. 

Gesù io non lo amo, ma lo stimo immensamente

Questa frase è attribuita a don Gino Rigoldi da Nando Dalla Chiesa in un articolo del Fatto Quotidiano di oggi. Non so se sia giusto distinguere “amare” da “stimare”. Io distinguerei invece tra “seguire” e “adorare”. Il cristiano è colui che segue Gesù, e in questo senso lo stima e lo ama. Ma l’adorazione è un’altra cosa. Essa fa parte del culto della personalità, che significa proiettare su un altro i propri desideri di onnipotenza per trarne vantaggi spirituali e materiali. La liturgia cristiana non dovrebbe essere vissuta come un culto, ma come una memoria. Gesù bisogna ricordarlo per poterlo seguire e imitare, non per dargli culto o unirsi al suo culto per Dio. Nella Bibbia anche il culto a Dio è stato criticato dai profeti, i quali hanno messo al primo posto l’obbedeienza alla sua volontà.

La fede come psicoterapia

Veronesi in un video afferma giustamente che la cura del corpo deve cominciare dall’anima, cioè dalla persona in tutte le sue facoltà. Perciò un ruolo fondamentale nella cura del paziente deve essere assegnato alla psico-terapia, la terapia dell’anima. Per questo esiste oggi la psicoterapia, di cui i medici, e non solo loro, dovrebbero essere al corrente. Ora proprio la fede, nelle sue manifestazioni religiose o atee, deve essere una psicoterapia e coloro che la coltivano, in primis i sacerdoti, dovrebbero essere psicoterapeuti. Purtroppo, come i medici anche i sacerdoti possono dimenticarsi della persona, limitandosi a curare, con dogmi e precetti morali, le manifestazioni esterne della persona. E’ un errore che si paga. E’ anche per questo che oggi tanta gente si allontana dalla Chiesa.

Festa di tutti i Santi

Una forma moderna di santità

Nella prima lettura è riportata una grande scena simbolica che rappresenta l’assemblea dei credenti gli ultimi tempi di cui la Chiesa è simbolo e anticipazione. In essa lo zoccolo duro è rappresentato dai giudei che hanno creduto in Cristo. Ad essi si uniscono i credenti provenienti da tutte le nazioni della terra. Essi vengono dalla grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Si tratta dei martiri, morti per la fede in Cristo. In quei tempi si era perseguitati a motivo della propria religione. Ma oggi appare chiaro che le persecuzioni più violente si scatenano quando uno affronta i problemi economici e politici alla ricerca non del proprio tornaconto, ma del bene di tutti. Nel saper essere coerenti con la propria scelta di vita sta oggi il vero martirio.

Nel vangelo si leggono le beatitudini, con le quali si apre il discorso della Montagna. È un testo sconvolgente perché afferma che la vera felicità non viene dal possesso delle cose materiali ma dalla capacità di condividere ciò che si possiede impegnandosi per la giustizia e della pace in tutto il mondo, pur con tutte le sue ambiguità e contraddizioni. Oggi c’è un bisogno fortissimo di persone che sappiano fare la scelta delle beatitudini. Essere cristiani non vuol dire eseguire dei riti o obbedire a particolari regole di vita. A ciascuno si richiede di seguire Gesù in mezzo a un mondo che segue tutt’altre vie, con lo scopo di dare culto a Dio facendo sì che il vangelo entri nella vita della società e la trasformi nel suo intimo. In questo consiste la santità a cui i discepoli di Gesù sono chiamati.

Nella seconda lettura l’autore della lettera di Giovanni spiega che noi siamo figli di Dio. E soggiunge che il mondo non ci conosce perché non ha conosciuto lui. Se noi entriamo veramente nella logica del vangelo non possiamo pensare di essere riconosciuti da questo mondo. Troppo spesso la Chiesa ha cercato il supporto dei potenti di questo mondo. Oggi dai cristiani ci si aspetta una testimonianza vissuta all’amore di Dio mediante la ricerca del bene di tutti, a cominciare dai più poveri e diseredati.

Tempo Ordinario C – 31. Domenica

Conversione

Il vangelo di questa domenica propone alla riflessione della comunità la vicenda di Zaccheo, che rappresenta il modello di una conversione genuina al Vangelo del Regno. La prima lettura propone di affrontare questo tema dal punto di vista di Dio, la cui misericordia è all’origine di un un cambiamento radicale di vita. Dio ama tutti gli esseri umani perché è stato lui a crearli. Dio ha compassione di tutti e chiude gli occhi sui peccati degli uomini aspettando il loro pentimento. La misericordia di Dio è il dogma centrale della nostra fede ma, proprio perché tale, è un mistero che non saremo mai capaci di spiegare se non vivendolo in noi stessi.

I frutti della misericordia di Dio appaiono nella vicenda di Zaccheo: egli era un pubblicano, cioè un agente del fisco ricco e potente il quale, ricevendo la visita di Gesù, improvvisamente cambia il suo atteggiamento nei confronti dei beni materiali. La presenza stessa di Gesù nella sua casa è un segno della misericordia divina che libera e guarisce. Con questo racconto Luca, l’unico evangelista che lo riporta, vuole mettere in luce il capovolgimento di valori che ha luogo quando uno si incontra con Dio. Certo, Zaccheo doveva essere molto ricco se, dopo aver dato metà dei suoi beni ai poveri, gli resta la possibilità di restituire quatto volte quello che ha frodato, che è in pratica la maggior parte del capitale che ha accumulato. Dopo che Gesù è andato a casa sua, Zaccheo scopre che le persone vengono prima delle cose. Gesù lo sottolinea attribuendo la salvezza di Zaccheo non alle opere da lui compiute ma al fatto che anche lui, pur essendo un pubblicano, è figlio di Abramo: infatti ha riscoperto il significato di essere membro di un popolo che ha un rapporto speciale con Dio: egli mette così la sua ragione di essere non nella potenza umana, ma nella giustizia e nella fraternità.

Nella seconda lettura si affronta il tema della seconda venuta di Gesù e si afferma, a nome di Paolo, che essa non è imminente. La visione apocalittica della fine del mondo è oggi al di fuori del nostro di interpretare la storia. Resta però la visione di un mondo migliore per il quale vale la pena combattere e soffrire, rinunziando al possesso egoistico dei propri beni. È questo il modo giusto di glorificare Dio.

La vicenda di Zaccheo, nel contesto della liturgia odierna, mostra come la misericordia di Dio raggiunga anche persone che hanno accumulato, magari in modo disonesto, una grande quantità di beni. In questo caso Gesù non esige l’abbandono dei propri beni, come aveva fatto con l’uomo ricco, ma indica la strada per usarli correttamente. E ciò può avvenire in vari modi: il più immediato fra essi è il pagamento delle tasse; subito dopo viene il loro utilizzo per creare opportunità di lavoro, in un clima di solidarietà e di fraternità.

Tempo Ordinario C – 30. Domenica

Il pericolo dell’ipocrisia

Il tema delle letture scelte per questa domenica è indicato nel brano del vangelo dalle parole con cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: essa è un’ammonizione rivolta a persone che presumevano di essere giuste e disprezzavano gli altri. Con questo tema non sembra però adattarsi la prima lettura nella quale sono riportate alcune massime di carattere sapienziale che riguardano non il comportamento dell’uomo ma quello di Dio: egli è giudice imparziale, difende la causa del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso; non trascura la supplica dell’orfano e della vedova; chi soccorre quest’ultima è accolto da lui con benevolenza; la preghiera del povero arriva fino a Dio e provoca il suo intervento. Proprio quest’ultima frase potrebbe riferirsi alla misericordia di Dio per il pubblicano della parabola: ma questi non è un povero, bensì un ricco corrotto. I pubblicani erano gli agenti del fisco al servizio dei romani, si arricchivano a spesa dei loro connazionali ed erano considerati come i peccatori per eccellenza. Il pubblicano della parabola aveva dunque forti motivi per battersi il petto e riconoscersi peccatore.

Diversamente dal pubblicano il fariseo si ritiene «giusto», cioè un fedele devoto e osservante della legge. E ne enumera i motivi: paga la decima di ogni cosa mentre secondo la legge grano, mosto e olio sono esentati da tale balzello; digiuna due volte a settimana mentre la legge prescrive il digiuno solamente nel giorno dell’Espiazione, una volta all’anno, e inoltre si astiene dal furto, dall’adulterio e dalle ingiustizie. Una figura esemplare! Ma ha una caduta di stile quando si confronta con gli altri e in particolare con il pubblicano. Questo suo comportamento solleva un groviglio di domande: che cosa crede di essere? Perché racconta a Dio le sue prodezze? Che cosa si aspetta? Ha fatto tante cose buone ma non ha imparato l’essenziale, cioè l’amore per i fratelli. Gesù non commenta ma si limita a dire che il pubblicano, e non il fariseo, è riconosciuto da Dio come giusto. Le parti si sono invertite: Dio ascolta la preghiera di un peccatore che si riconosce tale al fariseo che si ritiene giusto.

Dalla seconda lettura risulta che Paolo, dopo aver combattuto la buona battaglia, si aspetta da Dio la corona di giustizia, cioè di essere riconosciuto come giusto da Dio.  Egli era un uomo impegnato nell’evangelizzazione, che ha dedicato la sua vita agli altri, fino al punto di essere portato in giudizio, e ha avuto il coraggio di essere fedele anche quando è stato abbandonato da tutti. Ma non si vanta di essere giusto: solo Dio può riconoscerlo come tale.

Il fariseo e il pubblicano sono figure ben presenti non solo nella società e nella Chiesa ma anche in ciascuno di noi. A quale dei due vogliamo dare la preferenza? Solo chi fa il bene con cuore sincero è capace di riconoscere i propri limiti e di implorare la misericordia di Dio. Da ciò derivano importanti conseguenze su cui Luca ci chiamerà a riflettere nel racconto della conversione di Zaccheo che leggeremo domenica prossima.

Tempo Ordinario C – 29 Domenica

La pazienza di Dio

Nelle letture di questa domenica si può cogliere il tema della modalità con cui Dio interviene nelle vicende umane. Nella prima lettura appare l’immagine di una battaglia in cui gli israeliti sono vincitori perché Mosè sta tutto il tempo con le braccia alzate. Il suo atteggiamento è il simbolo di uno stretto collegamento tra cielo e terra. È dunque Dio che combatte con i suoi eletti contro un esercito nemico. Si tratta di un’immagine pericolosa: come può Dio combattere con gli uni contro gli altri? Ma essa adombra la lotta continua che il credente deve ingaggiare contro il male, sapendo che essa sarà vittoriosa solo nella misura in cui farà riferimento a quei valori superiori di giustizia, di solidarietà e di non violenza che trovano in Dio la loro sorgente.

Nel brano del vangelo è riportata la parabola del giudice iniquo che fa giustizia alla povera vedova solo a motivo della sua insistenza. Secondo quanto osserva Gesù, questo giudice rappresenta Dio che tante volte, nonostante le loro preghiere, sembra lasciare i credenti alla mercé dei loro nemici. Gesù vuole rassicurare i suoi: Dio non è impotente ma al momento giusto, quando lo riterrà opportuno, interverrà per fare giustizia ai suoi eletti. Nel frattempo però temporeggia, ha pazienza, prende tempo e dà tempo, si nasconde dietro le quinte: ciò non significa che dia via libera al male ma che lascia ai credenti la responsabilità di operare in suo nome. La parabola riguarda certo la necessità di una preghiera costante, come osserva Luca nell’introduzione. La preghiera indica la via e dà il coraggio necessario per percorrerla. Ma dal punto di vista pratico si pone al primo posto l’impegno per la giustizia in questo mondo, con la certezza che un giorno il bene trionferà. 

Dalla seconda lettura si ricava che, nella lotta per il bene, si trova un valido aiuto nelle Scritture, le quali non sono un prontuario di verità infallibili a cui aderire ma uno strumento per insegnare, convincere, correggere ed educare a quella giustizia che si attua mediante la fede in Gesù. Le Scritture non danno soluzioni prefabbricate ma indicano un percorso di liberazione che non esclude ma conferma quanto di buono e di giusto ha saputo esprimere la mente umana.

Ogni conquista umana richiede pazienza e tenacia e queste si ottengono mediante la preghiera. 

Tempo Ordinario – 28. Domenica

Ringraziamento

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione su una dimensione fondamentale della vita cristiana, quella della riconoscenza. Nella prima lettura si racconta la guarigione, a opera del profeta Eliseo, di Naaman Siro, un generale, uomo ricco e potente, e per di più straniero, colpito da una grave malattia, la lebbra. In questo testo, in quanto sfondo del brano evangelico, è importante sottolineare alcuni aspetti che denotano un cammino di fede: la ritrosia di Naaman di fronte alle parole del profeta, poi la sua accettazione e la guarigione; il suo desiderio di sdebitarsi con il profeta, il quale però non accetta i suoi regali; la sua decisione di portare con sé un po’ di terra di Israele per potere su di essa adorare YHWH come se si trovasse nel paese abitato dal suo popolo.

Nel brano del vangelo, Luca racconta un episodio analogo: la guarigione da parte di Gesù non di uno, come riferisce Marco, ma addirittura di dieci lebbrosi. Essi non sono ricchi e potenti come Naaman, ma poveracci espulsi dalla società, privi di qualsiasi prospettiva umana. Gesù non fa nessuna promessa ma semplicemente ordina loro di presentarsi al sacerdote al quale spettava il compito di riconoscere la guarigione avvenuta. È dunque un gesto di fede quello che Gesù chiede loro. Tutti vanno e, cammin facendo, guariscono. Allora capita l’imprevisto: uno di loro si distacca dal gruppo e, lodando Dio, va a ringraziare Gesù. Luca osserva che era un samaritano, uno straniero, che nulla aveva a che fare con il Dio di Israele. Forse, diversamente dagli altri, non pensava di avere un diritto alla guarigione. Gesù si stupisce che solo uno, e per di più uno straniero, sia tornato: ciò che lo ha colpito non è tanto il fatto che ringrazi lui, ma che dia gloria a Dio. A lui solo perciò Gesù dice che, in forza della sua fede, ha ottenuto la salvezza. Anche gli altri avevano creduto, ma lui solo ha riconosciuto, quindi la sua fede ha raggiunto la sua pienezza, gli ha ottenuto la salvezza, anche se non appartiene al popolo e alla religione giudaica. La salvezza dunque consiste nel saper ringraziare.

Nella seconda lettura Paolo, prigioniero, vive la sua sofferenza come un mezzo per portare la salvezza a quelli che Dio ha scelto. E spiega che questa salvezza consiste in un rapporto profondo che unisce il credente a Gesù morto e risuscitato e ad accettare il suo messaggio d’amore. E questo vale per tutti, anche per coloro che appartengono a un’altra religione o a nessuna religione, perché il messaggio di Gesù giunge a tutti, purché abbiano il coraggio di guardare dentro se stessi.

Tutta la vita è un dono. È salvo non chi lo ignora o chi vuole sdebitarsi, ma colui che lo riconosce e condivide, con gratitudine, i doni ricevuti.

Tempo Ordinario C – 27. Domenica

Fede e merito

Le tre letture riportate dalla liturgia mettono in luce il tema della fede.  Nella prima lettura il profeta Abacuc, dopo essersi interrogato circa il comportamento di Dio nelle terribili situazioni in cui il popolo sta vivendo, riceve da Dio una risposta che deve essere conservata con la massima cura, per verificarne la realizzazione. Essa consiste in una minaccia per l’empio e una promessa per il giusto: il primo è destinato a perire mentre il giusto, in forza della sua fede, vivrà. In altre parole, di fronte alla sventura solo il giusto sopravvivrà perché ha fiducia in Dio. La fede consiste dunque nel fidarsi di Dio, ricercando ciò che è bene e ciò che è giusto, sapendo che alla fine il suo progetto si realizzerà. Chi ha questa fede saprà affrontare anche le peggiori disgrazie senza soccombere.

Questo messaggio si collega con quello del vangelo. Gesù afferma l’importanza della fede, di cui sottolinea l’efficacia in vista del regno di Dio. Essa non consiste tanto in verità da accettare senza una verifica della ragione, e neppure nella sicurezza che Dio esaudirà le proprie richieste, quanto piuttosto in una fiducia totale in lui e nella sua provvidenza. È questa fede che aiuta a non soccombere alle prove della vita, ma piuttosto a farne un’occasione di crescita e di amore verso il prossimo. Sulla stessa linea si pone la parabola del servo inutile. Essa non mira certo a presentare Dio come un padrone autoritario e privo di considerazione verso i suoi figli. Ciò che Gesù vuole sottolineare è che la fedeltà a Dio, che si manifesta nella pratica delle buone opere, non comporta per sé il diritto a una ricompensa da parte di Dio. In altre parole il bene è fine a se stesso, cioè deve essere compiuto perché è bene, non per avere un merito di fronte a Dio o agli uomini. Dopo aver fatto tutto ciò che la sua fede gli ispirava, il discepolo deve abbandonarsi totalmente alla misericordia gratuita di Dio cercando di scoprire il suo agire misterioso nelle vicende di questo mondo.

Nella seconda lettura si riprende il tema della fede. L’autore, a nome di Paolo, esorta Timoteo a ravvivare il dono di Dio che è in lui. E specifica che ha dato loro il suo Spirito che non è causa di timidezza ma di forza, di carità e di prudenza. E lo invita a soffrire con lui per il vangelo seguendo gli insegnamenti che ha ricevuto da lui. 

La fede è una forza che ispira e motiva mentre la ricerca del merito è frutto di un raffinato egoismo.

Tempo Ordinario C – 26. Domenica

Condivisione

La liturgia di questa domenica mette in crisi tutto un sistema di rapporti all’interno della società proponendo alla riflessione della comunità la parabola del “ricco epulone”. In essa è descritta una situazione di disuguaglianza sociale che si ribalta alla morte dei due protagonisti: il ricco precipita nell’inferno e il povero viene portato in «paradiso». Si crea così una compensazione che sembra giusta ma che suscita diversi interrogativi: mentre la situazione precedente era temporanea e circoscritta, quella dopo la morte è irreversibile e rivela una crudeltà ancora più grande della precedente. Purtroppo spesso la parabola è stata interpretata come un insegnamento circa l’aldilà: essa conterrebbe una minaccia di castigo eterno per i cattivi e una promessa di felicità per i buoni; inoltre ai miseri e agli oppressi di questo mondo verrebbe suggerito di accettare pazientemente le proprie sofferenze in vista della felicità futura. Ma tale interpretazione porta fuori strada. La parabola infatti si serve di una coreografia suggerita dal genere apocalittico per dire qualcosa riguardante non l’aldilà ma questo mondo.  Essa non esalta la situazione dei miserabili ma esprime un severo giudizio nei confronti dei ricchi che godono dei loro beni senza curarsi delle sofferenze altrui. Essi hanno ricercato la felicità nel possesso delle ricchezze ma queste sono diventate per loro una droga che li ha storditi e li ha privati della loro umanità. Così facendo non hanno saputo dare un significato alla loro vita. Considerata dal punto di vista della fine, la loro vita appare come un fallimento. La parabola quindi denunzia l’inganno delle ricchezze e la necessità, per essere felici, di saper condividere quanto si è ottenuto dalla sorte o con l’industria personale. Dalle parole attribuite ad Abramo risulta inoltre che l’esigenza di una solidarietà fraterna rappresenta il messaggio essenziale della Legge e dei Profeti, cioè la sintesi della volontà di Dio espressa nelle Scritture.

La prima lettura consente un ulteriore approfondimento. I ricchi rappresentano qui una classe dirigente che si disinteressa del bene comune: mentre sta per piombare sulla nazione una terribile sciagura, l’invasione assira, essi banchettano spensierati. Ma saranno i primi a pagare con l’esilio la loro mancanza di responsabilità. Coloro che possiedono potere, ricchezza e talenti non devono servirsene per i propri interessi ma per il bene comune.

Nella seconda lettura sono riportate alcune esortazioni che Paolo avrebbe rivolto al suo discepolo Timoteo e a tutta la comunità cristiana. In contrasto con la mentalità di questo mondo, i discepoli di Gesù sono invitati a tendere verso la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza. Praticando queste virtù, essi contribuiscono a costruire una società più giusta e solidale. E in questo devono prendere come esempio la testimonianza che Gesù ha dato di fronte a Ponzio Pilato e in tutta la sua vita.

Le enormi differenze tra ricchi e poveri sono un fattore di progresso sociale ed economico o non piuttosto una mina vagante che può esplodere da un momento all’altro causando danni irreparabili?

Suicidio assistito

I vescovi italiani hanno preso posizione contro la pssibilità di legalizzare il suicidio assistito. Credo che sia dovere dei vescovi insegnare ai loro fedeli qual è il significato della vita umana e l’esigenza di accettare la vita come un dono di Dio fino alla fine. Naturalmente con la debita distinzione tra eutanasia e rinunzia all’accanimento terapeutico. Questo non significa però che lo Stato debba adeguarsi al punto di vista di una confessione religiosa. Il legislatore deve tener conto dei diversi punti di vista e consentire (non certo rendere obbligatorie) certe scelte che in determinati casi certe persone ritengono opportune e conformi alla dignità della persona umana. Certo i rischi non mancano, e la legge deve cercare di prevenirli nel migliore dei modi. Ma non può, per evitare i rischi, privare le persone di quelle possibilità che la ragione e la scienza consentono loro. Ci sono situazioni e momenti dell’esistenza umana in cui lo Stato e la Chiesa devono ritirarsi in rispettoso silenzio.

Tempo ordinario C – 25 Domenica

Il pericolo delle ricchezze

La prima lettura indica il tema della liturgia riportando un brano del profeta Amos, che contiene una condanna durissima nei confronti di coloro che sfruttano e opprimono i poveri e si arricchiscono alle loro spalle. Questo testo significa che l’accumulo di denaro è per se stesso disonesto perché è frutto dello sfruttamento dei poveri, i quali vengono così privati non solo di ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere ma anche della loro libertà e dignità. 

Nel brano del vangelo viene riportata una parabola in cui si narra apparentemente un fatto di disonestà: un fattore, in vista di un suo imminente licenziamento, riduce il debito contratto dai clienti del suo padrone, in modo da crearsi degli amici che lo aiuteranno quando sarà senza lavoro. Ciò che stupisce è il fatto che il suo padrone lo loda per la sua scaltrezza. Furbizia o saggezza? Gli ascoltatori di Gesù non potevano ignorare che il padrone era un ricco proprietario terriero il quale certamente aveva fatto i soldi sfruttando lavoratori e clienti. Il fattore perciò non ha fatto altro che restituire il mal tolto, privando il suo padrone non di quanto gli apparteneva ma di una parte di quanto aveva estorto ai suoi clienti. Quindi apparentemente è disonesto ma in realtà è saggio.

Per chiarire il senso della parabola l’evangelista aggiunge alcuni detti che Gesù aveva pronunziato magari in altri contesti, con il rischio di distorcerne il senso. Anzitutto, prendendo lo spunto dal tema della scaltrezza, osserva che i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce: essi perciò, con la loro negligenza, rischiano di rendersi corresponsabili delle ingiustizie che capitano in questo mondo. Più appropriato è l’invito a farsi amici con la ricchezza disonesta per essere da loro accolti nelle dimore eterne: i beni materiali, concentrati nelle mani di pochi, non possono dunque essere che il frutto di un comportamento disonesto e quindi essi devono essere restituiti a coloro ai quali in realtà appartengono. Infine Gesù afferma che non si può servire Dio e mammona: un ricco che detiene per sé grosse somme di denaro e non le investe per il bene di tutti dimostra di servire non Dio ma mammona, cioè i beni materiali.

Nella seconda lettura l’autore chiede che si facciano preghiere per tutti, specialmente per i governanti perché garantiscano alla popolazione una vita serena e tranquilla. Le autorità dello stato devono garantire il benessere di tutti e non i privilegi di pochi.

Il desiderio di far soldi, tanti e presto, è una droga che uccide chi dipende da essa e provoca la rovina della società.