Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario A – 25. Domenica

Merito e gratuità

Il tema di questa liturgia è indicato nella prima lettura in cui è messa in luce l’immensa misericordia di Dio. Il testo, del Deutero-Isaia, è ambientato al tempo in cui si profila il ritorno dei giudei dall’esilio. Diversamente dai profeti precedenti, che condannavano i peccati del popolo e minacciavano il castigo, questo profeta invita gli esuli a cercare Dio e annunzia che egli è vicino a ciascun essere umano e non solo perdona largamente chi sbaglia, ma con la sua misericordia spinge tutti alla conversione. Dio dà a tutti la sua grazia, in modo gratuito. E sottolinea che Dio non la pensa come noi: gli esuli pensavano al castigo, Dio pensa al perdono e offre loro la possibilità di un nuovo inizio. In sintonia con questo tema il salmo responsoriale mette in luce non più il castigo di Dio ma la sua infinita misericordia.

Su questa linea, nel brano del vangelo viene riportata una parabola che rappresenta una sfida nei confronti della mentalità comune. Noi siamo portati ad esigere una giustizia in forza della quale ciascuno viene rimunerato in base a ciò che ha fatto, a quanto ha prodotto, alla sua intelligenza e alle sue capacità. È questo il modo di pensare degli operai della prima ora. Per costoro è inconcepibile che anche quelli che hanno lavorato solo un’ora ricevano la stessa paga riservata a loro. Anche noi la pensiamo così e ci scandalizziamo quando capita il contrario, cioè quando uno riceve di più o di meno rispetto a quanto si è meritato. Invece il padrone dà a tutti la stessa paga. Vuol dire che non tiene conto della quantità del lavoro fatto ma dei bisogni della persona, che non può sopravvivere senza quel misero denaro quotidiano. Se applichiamo questo principio ai nostri rapporti con Dio, dobbiamo mettere in crisi il nostro modo di pensare. Facilmente siamo portati a immaginare Dio come un giudice che dà a ciascuno in base a quanto si è meritato. Dio invece non guarda al merito delle persone: egli è buono con tutti, dà a tutti gratuitamente i suoi doni, non esige prestazioni di alcun tipo. E anche alla fine il suo dono è uguale per tutti, poiché a tutti dona se stesso. Ciò non significa che egli non si aspetti dall’uomo l’impegno per compiere la sua volontà; ma ognuno deve fare il bene non per avere qualcosa in cambio in questa o nell’altra vita, ma unicamente per amore.

Nella seconda lettura Paolo indica con chiarezza la via da percorrere. Per lui vivere è Cristo e morire un guadagno. Ma è disposto a restare ancora quaggiù per poter aiutare i suoi cristiani a vivere secondo l’insegnamento di Gesù. Non gli interessa farsi dei meriti o raggiungere quanto prima la beatitudine. Per lui quello che è importate è dedicarsi al bene dei fratelli. La sua più grande soddisfazione consiste nel seguire Gesù su questa strada, sapendo che solo così potrà raggiungere la beatitudine sia in questa come nell’altra vita. 

L’immagine comune di un Dio giudice, che premia i buoni e punisce i cattivi, è una goffa caricatura del Dio di Gesù. Per lui infatti Dio è bontà infinita, che distribuisce le sue grazie a ciascuno, a prescindere dai suoi meriti. Ciò significa che ciascuno è chiamato a impegnarsi nel bene non con lo scopo di farsi dei meriti, neppure per ottenere il paradiso, ma per puro amore: la gioia di fare il bene è già una ricompensa per chi si dedica al suo prossimo. Se applicato alla vita sociale e politica, questo messaggio ha una forte carica sovversiva. È intollerabile una società in cui i più fortunati ottengono grossi privilegi mentre i poveracci ricevono solo le briciole. La forbice che divide i ricchi dai poveri non solo non è evangelica ma neppure contribuisce al progresso economico di una nazione. A tutti è richiesto di impegnarsi fino in fondo per il bene comune ma a tutti deve essere data la possibilità di condurre una vita dignitosa e sicura. E questo non solo a chi è nato in un certo paese, ma anche a coloro che per situazioni a volte drammatiche devono lasciare la loro patria. 

Tempo Ordinario A – 24. Domenica

Un perdono creativo

Il tema di questa liturgia è indicato dalla prima lettura. In essa si richiama il fatto che Dio vuole il perdono e non esaudisce coloro che invece mantengono il rancore e praticano l’odio. L’obbedienza a Dio si manifesta soprattutto nel perdono. È questa l’esigenza fondamentale dell’alleanza tra Dio e Israele e quindi di qualsiasi religione. Sembra però che il perdono di Dio sia subordinato a quello dell’uomo: Dio perdona a condizione che l’uomo per primo sia disposto a perdonare. Il salmo responsoriale mette in luce invece la misericordia di Dio che non ammette condizioni.

Il tema del perdono viene ripreso nel brano del vangelo in cui è riportata la parabola del servo spietato. Questa parabola era forse originariamente autonoma e Matteo ne ha fatto un’illustrazione del principio secondo cui bisogna perdonare settantasette volte al giorno, cioè sempre. Presa in sé, la parabola non riguarda però direttamente il perdono ma il regno di Dio e i rapporti che si instaurano al suo interno. Lo sfondo è quello di una società profondamente ingiusta nella quale esiste un divario enorme tra pochi ricchissimi e una massa di poveri e diseredati. In questa società i ricchi si appropriano di enormi capitali, sottraendoli alle classi più povere, le quali sono sottoposte a vessazioni crudeli e devastanti. In questa prospettiva la parabola vuole dire che Dio non accetta questa situazione, che essa non è compatibile con il suo regno così come è annunziato da Gesù. Perciò il regno di Dio esige che i credenti si impegnino fin d’ora per una società più giusta e solidale. Nel contesto attuale in cui è inserita, la parabola assume però un significato più profondo: se vogliamo anticipare nell’oggi il regno di Dio dobbiamo perdonare chi ci offende come Dio perdona ognuno di noi. Dio non aspetta che noi perdoniamo chi ci offende per donarci il suo perdono, ma è il suo perdono che ci dà la forza di perdonare. Perdonando chi ci offende entriamo nella logica di Dio e così facendo anticipiamo la venuta del suo regno. Non è sufficiente perdonare chi ce lo chiede e a determinate condizioni. Infatti, senza un perdono incodizionato è impossibile creare quel tessuto di rapporti nuovi che caratterizzano un mondo giusto e solidale. Per chi si pone in questa lunghezza d’onda, cadono gli interessi personali ed emerge in primo piano la ricerca di un bene che riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini. Di conseguenza ciò che conta non è più l’offesa ricevuta ma la possibilità di coinvolgere anche colui che sbaglia in un processo globale di riconciliazione e di fraternità. È questo il vero significato e la radice del perdono.

Nella seconda lettura ci è data la chiave per capire la fonte del perdono cristiano: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore». Ciò che conta non è la nostra vita fisica, con tutto quello che comporta, ma l’essere con il Signore e condividere con lui una nuova vita, che è quella dell’amore. Questa partecipazione alla vita di Gesù non deve però essere intesa in modo individualistico e intimistico, ma come un impegno a lottare con lui e con tutti gli uomini e donne di buona volontà perché venga un mondo migliore.

Il perdono non è facile, specialmente quando si è oggetto di gravi ingiustizie, come per un genitore l’uccisione del proprio figlio. Siamo ancora molto lontani dal regno di Dio annunziato da Gesù. Ma è lì che dobbiamo tendere. La miglior difesa di noi stessi, dei nostri diritti, della nostra sicurezza non sono l’intervento della giustizia degli uomini o di Dio, ma l’impegno costante per realizzare un mondo migliore, sulla linea di quanto indicato dalle Scritture. Solo così il perdono diventa creativo, segna l’inizio di una vita nuova.

Tempo Ordinario A – 23. Domenica

Un amore responsabile

La prima lettura indica come tema della liturgia la responsabilità del profeta nei confronti di tutto il popolo e di ciascuno dei suoi membri. Egli è come una sentinella che deve avvertire la città del pericolo che si avvicina. È possibile che tutto il popolo o qualcuno dei suoi membri, magari chi ha responsabilità di governo, vada fuori strada e il profeta lo venga a sapere da Dio stesso oppure dalla sua coscienza illuminata dalla fede. Il suo compito è allora quello di intervenire e di segnalare il pericolo che si avvicina: se lo fa, lui è salvo, qualunque sia la reazione degli interessati, altrimenti sarà il primo a pagarne le conseguenze. Il compito del profeta è essenziale per il buon funzionamento di una comunità: se il profeta viene meno alla sua missione o non viene ascoltato, la comunità si disgrega.

Nel brano del vangelo questo principio è applicato alla comunità cristiana. In esso si tratta direttamente della lite tra due membri della comunità, uno dei quali si sente oggetto di un’ingiustizia da parte dell’altro. Chi ritiene di aver ricevuto un torto potrebbe tacere, magari per compassione nei confronti di chi gliel’ha inflitto o per quieto vivere. Secondo Matteo Gesù disapprova questo atteggiamento. Chiudendo gli occhi sul torto ricevuto si pone la premessa di una ripetizione dell’abuso a danno di altre persone e di tutta la comunità. Perciò se il richiamo personale a chi ha sbagliato non ha effetto, alla fine è tutta la comunità che deve essere coinvolta e che deve dare un giudizio definitivo. I due detti riportati successivamente da Matteo, in questo particolare contesto mettono in luce due aspetti complementari del dovere di correggere chi sbaglia: da una parte la comunità deve prendere decisioni conformi alla volontà di Dio, al quale spetta in ultima analisi il compito di ratificarle; dall’altra essa deve agire in sintonia con l’insegnamento di Gesù, intorno al quale essa è convocata, specialmente nel contesto della preghiera comune.

Nella seconda lettura si parla di amore vicendevole. Questo amore deve essere rivolto alla ricerca del bene comune. Perciò è importante, quando si sente il dovere di intervenire nei confronti di un membro della comunità, chiedersi non solo qual è il bene in assoluto, ma qual è la decisione più valida anche per il bene di chi ha sbagliato.

Le parole attribuite da Matteo a Gesù non devono essere utilizzate come motivazione per delazioni e condanne che portano a emarginare certe persone solo perché hanno idee diverse dalle proprie. Tuttavia è importante che, quando si viene a conoscenza di abusi che si verificano in una parrocchia o in una comunità religiosa, si abbia il coraggio di parlarne, sia con l’interessato che con i responsabili della comunità. Anche un caso a prima vista puramente privato può essere sintomo di un malessere più profondo, che non deve essere sottovalutato. La prassi di insabbiare e nascondere, magari per timore dello scandalo, non serve per il bene della comunità e neppure per quello dei diretti interessati.