Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario A – 23. Domenica

Un amore responsabile

La prima lettura indica come tema della liturgia la responsabilità del profeta nei confronti di tutto il popolo e di ciascuno dei suoi membri. Egli è come una sentinella che deve avvertire la città del pericolo che si avvicina. È possibile che tutto il popolo o qualcuno dei suoi membri, magari chi ha responsabilità di governo, vada fuori strada e il profeta lo venga a sapere da Dio stesso oppure dalla sua coscienza illuminata dalla fede. Il suo compito è allora quello di intervenire e di segnalare il pericolo che si avvicina: se lo fa, lui è salvo, qualunque sia la reazione degli interessati, altrimenti sarà il primo a pagarne le conseguenze. Il compito del profeta è essenziale per il buon funzionamento di una comunità: se il profeta viene meno alla sua missione o non viene ascoltato, la comunità si disgrega.

Nel brano del vangelo questo principio è applicato alla comunità cristiana. In esso si tratta direttamente della lite tra due membri della comunità, uno dei quali si sente oggetto di un’ingiustizia da parte dell’altro. Chi ritiene di aver ricevuto un torto potrebbe tacere, magari per compassione nei confronti di chi gliel’ha inflitto o per quieto vivere. Secondo Matteo Gesù disapprova questo atteggiamento. Chiudendo gli occhi sul torto ricevuto si pone la premessa di una ripetizione dell’abuso a danno di altre persone e di tutta la comunità. Perciò se il richiamo personale a chi ha sbagliato non ha effetto, alla fine è tutta la comunità che deve essere coinvolta e che deve dare un giudizio definitivo. I due detti riportati successivamente da Matteo, in questo particolare contesto mettono in luce due aspetti complementari del dovere di correggere chi sbaglia: da una parte la comunità deve prendere decisioni conformi alla volontà di Dio, al quale spetta in ultima analisi il compito di ratificarle; dall’altra essa deve agire in sintonia con l’insegnamento di Gesù, intorno al quale essa è convocata, specialmente nel contesto della preghiera comune.

Nella seconda lettura si parla di amore vicendevole. Questo amore deve essere rivolto alla ricerca del bene comune. Perciò è importante, quando si sente il dovere di intervenire nei confronti di un membro della comunità, chiedersi non solo qual è il bene in assoluto, ma qual è la decisione più valida anche per il bene di chi ha sbagliato.

Le parole attribuite da Matteo a Gesù non devono essere utilizzate come motivazione per delazioni e condanne che portano a emarginare certe persone solo perché hanno idee diverse dalle proprie. Tuttavia è importante che, quando si viene a conoscenza di abusi che si verificano in una parrocchia o in una comunità religiosa, si abbia il coraggio di parlarne, sia con l’interessato che con i responsabili della comunità. Anche un caso a prima vista puramente privato può essere sintomo di un malessere più profondo, che non deve essere sottovalutato. La prassi di insabbiare e nascondere, magari per timore dello scandalo, non serve per il bene della comunità e neppure per quello dei diretti interessati. 

Tempo Ordinario A – 22. Domenica

Il significato della sofferenza

La sofferenza è una realtà misteriosa, difficile da capire. La prima lettura presenta, con le sue stesse parole, l’esperienza che ha fatto uno dei grandi profeti, Geremia. Egli deve annunziare la rovina a un popolo ribelle, che lo considera come un profeta di malaugurio e perciò lo perseguita. Geremia ne è amareggiato al punto che vorrebbe tirarsi indietro, rinunziare alla sua missione. Ma non ci riesce perché la parola di Dio gli brucia dentro come un fuoco. Suo malgrado dovrà riconoscere che un compito così importante come quello che ha ricevuto richiede la disponibilità anche a una grande sofferenza.

Nel brano del vangelo si narra che anche Gesù è andato consapevolmente incontro alla sofferenza e alla morte. Nel contesto immediato non si dice quali sono stati i motivi che lo hanno messo su questa strada. Dalle sue parole traspare però che per lui si tratta di un percorso obbligato per portare a termine la sua missione. Quando egli ne parla con i suoi discepoli, Pietro reagisce rifiutando drasticamente questa prospettiva. La sua opposizione non deriva semplicemente dall’affetto verso il Maestro o dalla paura di fare la sua stessa fine. Pietro, seguendo Gesù, ha creduto che lui era il Messia e che la venuta del regno di Dio da lui annunziato era imminente. Per Gesù si tratta però di prepararsi con un impegno non violento per gli ultimi di questo mondo, assumendosene le conseguenze; Pietro invece pensa a un gesto di potenza contro i nemici di Dio e del suo popolo, gli odiati romani. Gesù e Pietro sono uno accanto all’altro, aspettano la venuta del regno di Dio ma pensano che ciò si verificherà con modalità diverse. Con il suo rimprovero Gesù vuole fugare ogni equivoco e invita Pietro a mettersi al suo seguito non solo esternamente ma anche con il cuore. E subito dopo gli indica la via della sequela, che consiste nel rinnegare se stesso e nell’accettare la croce come espressione del dono di sé.

Nella seconda lettura Paolo invita i cristiani di Roma a offrirsi a Dio come sacrificio vivente. E li esorta a non conformarsi alla mentalità di questo mondo. Per seguire veramente Gesù dobbiamo distaccarci da tante cose, soprattutto da noi stessi e dai nostri interessi materiali. Dio non vuole preghiere meccaniche o gesti rituali ma il dono di sé che consiste nel fare la sua volontà, cioè nella ricerca del bene in tutti i suoi aspetti.

Di fronte alle situazioni ingarbugliate dei nostri giorni, il Vangelo ci richiama alla necessità di fare delle scelte radicali. Magari non si tratterà di mettere in pericolo la nostra vita, anche se a volte ciò può avvenire, come è capitato ai medici e agli infermieri che hanno curato i malati di coronavirus. Il più delle volte dovremo semplicemente chiederci da che parte stiamo, che cosa vogliamo raggiungere nella vita, a che cosa dobbiamo rinunziare per rendere migliore la nostra società. Oggi si parla spesso di riforme. Certo sono necessarie, specialmente se si vuole far ripartire il nostro Paese. Ma non dovrebbe trattarsi unicamente di un cambiamento di strutture. Quello che è necessario è soprattutto un cambiamento dei cuori. E questo dipende da noi, dalla nostra fede, dal nostro impegno per un mondo migliore.

Tempo Ordinario A – 21. Domenica

L’autorità nella Chiesa

Il tema di questa liturgia è indicato nella prima lettura dove si parla di un avvicendamento nella carica di maggiordomo nel regno di Giuda. Il dignitario che la occupava viene rimosso e al suo posto viene insediato un altro che «sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda». Sulla sua spalla viene posta la «chiave della casa di Davide», cioè il potere di prendere, in nome del re, le decisioni più valide per il bene di tutta la popolazione. A un amministratore corrotto ne subentra un altro che ha veramente a cuore il bene di tutti.

Nel brano del vangelo si parla di un’analoga autorità conferita da Gesù a Simon Pietro. Nel vangelo di Marco, Pietro proclama che Gesù è il Cristo (Messia), ma Gesù non è del tutto d’accordo con lui e difatti subito dopo si presenterà non come il trionfatore atteso dai suoi connazionali ma come l’uomo dei dolori che va verso la croce. Invece l’evangelista Matteo (e lui soltanto) riporta subito dopo la proclamazione di Pietro un testo nel quale Gesù afferma che quanto egli ha detto gli è stato rivelato dal Padre. Al tempo stesso gli attribuisce la qualifica di Cefa, «roccia, pietra» e gli conferisce un ruolo speciale nella sua Chiesa. Questa saràfondata su di lui, cioè condividerà la sua fede in Gesù Messia. Illuminata e guidata da questa fede la Chiesa non potrà essere sconfitta dalle porte degli inferi, cioè dagli attacchi del male che domina in questo mondo. In essa a Pietro viene assegnato un compito speciale. Anzitutto a lui vengono conferite le chiavi del regno di Dio. Questa espressione significa che il ruolo di Pietro non si esaurisce nell’organizzazione della chiesa ma è in funzione del regno di Dio che la Chiesa deve annunziare e anticipare. Inoltre gli è assegnato il compito di legare e sciogliere: questa espressione significa cheegli dovrà confermare i suoi fratelli (cfr. Lc 22,31-32) e sarà il pastore del gregge (cfr. Gv 21,15-17). Si tratta in altre parole di un compito pastorale di illuminazione e di stimolo alla vita comunitaria.

Nella seconda lettura Paolo invita i cristiani di Roma a riconoscere in Dio l’unico sapiente che ha creato il mondo e guida l’umanità a un fine di salvezza. Qualsiasi autorità nella Chiesa non ha altra ragione di essere che la gloria di Dio.

È difficile precisare la portata reale della promessa che, secondo Matteo, Gesù ha fatto a Pietro. Originariamente si riferiva forse al ruolo di guida religiosa svolto da Pietro in una particolare comunità, come poteva essere quella di Antiochia (cfr. Gal 2,11-13). È solo nel contesto in cui Matteo l’ha inserita che essa assume una portata universale. D’altra parte non sono chiare le facoltà e i limiti assegnati a Pietro ed eventualmente ai suoi successori. Certo non si può supporre che Gesù avesse in mente tutte le prerogativa del papa ricavate dalle sue parole nel corso dei secoli. Per noi è importante sottolineare che il ruolo di Pietro nella Chiesa è in funzione del regno di Dio. E difatti il papa è oggi riconosciuto come un grande leader religioso e morale che indica le strade del regno a tutta l’umanità. Ma lo fa non da solo bensì in comunione con tutti i credenti, con i quali condivide questa responsabilità.