Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario A – 31. Domenica

Non padri ma fratelli

Nella prima lettura il profeta Malachia indica il tema di questa liturgia che consiste nella fraternità che deve realizzarsi all’interno di una comunità cristiana. Il profeta accusa i sacerdoti, capi religiosi di Israele, di aver deviato dalla retta via e di essere stati d’inciampo a molti. Ciò avviene quando il ministro di una comunità la gestisce in modo dispotico, in funzione dei propri interessi. Il profeta aggiunge: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre?». Di fronte a Dio tutti i credenti sono uguali. Il capo religioso deve dunque mettersi al servizio di una vera fraternità. Ma ciò è possibile solo se anche i semplici credenti assumono un ruolo attivo nella comunità. 

Nel vangelo Gesù è molto drastico: sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Pongono sulle spalle della gente fardelli che loro non toccano neppure con un dito. Fanno tutto per essere ammirati, adottano abbigliamenti speciali, cercano i primi posti, vogliono essere salutati e chiamati rabbi dalla gente. Ce n’è abbastanza per caratterizzare una categoria di persone che non sono a servizio della comunità ma si servono della religione per i propri interessi. Così facendo favoriscono non l’amore di Dio e del prossimo ma il culto della propria personalità. Da qui hanno origine tante distorsioni religiose che sfociano nei surrogati della vera fede, cioè nel devozionalismo e spesso nella superstizione. Perciò Gesù invita i suoi uditori a fare quello che dicono ma non a imitare quello che fanno. Poi, rivolgendosi ai suoi discepoli, li esorta a non farsi chiamare rabbi, maestri, guide, perché uno solo è il loro Maestro ed essi sono tutti fratelli. Le guide religiose non devono sentirsi al di sopra dei semplici fedeli ma devono essere operatori di fraternità. E ai fedeli spetta il compito di ritrovare la propria dignità di figli di Dio: ciò significa non delegare a nessuno la propria ricerca religiosa, mantenendosi aperti e disponibili verso tutti quelli che cercano Dio, a qualunque religione, popolo o cultura appartengano.

Nella seconda lettura Paolo presenta l’ideale del vero leader religioso che consiste nell’amare la propria gente e mescolarsi con essa, condividendone il lavoro, le gioie, le sofferenze e le difficoltà della vita. Solo così potranno comunicare la «parola di Dio» che è tale perché non resta alla superficie ma penetra nel cuore. Ma ciò esige scambio, comunicazione, dibattito. La parola di Dio non consiste infatti in un complesso di verità astratte, definite una volta per tutte, ma in un messaggio capace di coinvolgere le persone di trasformare la loro vita.

Siamo in un periodo in cui tanti abbandonano la pratica religiosa. Spesso si attribuisce questo esodo a un materialismo pratico che esclude il soprannaturale. Ma ciò è dovuto piuttosto a una struttura in cui tutto viene dall’alto, senza coinvolgere le persone nella ricerca di una spiritualità per i nostri tempi. Perciò sono i leader religiosi che per primi dovrebbero mettersi in questione per imparare ad animare la ricerca di fede di quanti sono loro affidati, senza dare nulla per scontato e avendo come punto di riferimento il vangelo e come unico scopo la fraternità. 

Tempo Ordinario A – 30. Domenica

Il vero amore di Dio

La liturgia di questa domenica ha come tema l’amore di Dio e del prossimo. Nella prima lettura vengono riportate alcune prescrizione del cosiddetto Codice dell’alleanza, una raccolta di precetti che forse è la più antica di tutta la Bibbia. Esse puntano sulla giustizia. Non si deve molestare né opprimere il forestiero. Non bisogna maltrattare la vedova e l’orfano. È proibito il prestito a interesse. E infine bisogna restituire a sera il mantello del povero preso come pegno per un prestito. Si tratta solo di alcuni esempi. L’esigenza fondamentale è quella di far sì che i diritti di ogni persona siano riconosciuti e difesi.

Nel vangelo Gesù affronta il tema dei rapporti del credente con Dio e con il prossimo. Secondo Matteo, lo scriba che pone a Gesù la domanda circa il comandamento più grande vuole metterlo in difficoltà; in realtà nelle sue parole si riflette la preoccupazione, tipica del giudaismo, di trovare un punto di unità fra le diverse prescrizioni della legge. Mentre la domanda verteva su un solo comandamento, la risposta di Gesù è più articolata. Prima cita il comandamento, contenuto nel libro del Deuteronomio, che prescrive di amare Dio con tutto il cuore, sottolineando che «questo è il più grande e primo comandamento»; poi aggiunge un altro comandamento preso dal libro del Levitico: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». E commenta: «Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti». Con queste parole Gesù vuol dire che per piacere a Dio non è sufficiente praticare la legge, che prescrive la giustizia sociale, ma ci vuole l’amore, la cui importanza e sottolineata dai profeti. Inoltre Gesù vuol far capire che non si può amare Dio se non si ama il prossimo e viceversa. L’amore non è un semplice sentimento ma implica un impegno nei confronti dell’altro che, a partire dal Creatore, si estende a tutte le sue creature.

Nella seconda lettura Paolo loda i tessalonicesi perché hanno partecipato con lui alla diffusione del vangelo. L’Apostolo parla di una comunità che è tutta missionaria, e lo è soprattutto perché rifiuta un modello di vita basato sull’egoismo e si impegna affinché il valore supremo dell’amore pervada tutta la società. 

L’amore verso Dio esige dunque che sia riconosciuto a ognuno i diritti che gli competono come persona umana; questo scopo però non si consegue solo emanando leggi giuste ma praticando l’amore e la fraternità. La pratica dell’amore così inteso è una missione che ha come scopo la creazione di un mondo migliore. Più che convertire gli altri al cristianesimo, è necessario lottare con tutti gli uomini di buona volontà perché questo ideale di fraternità si realizzi. 

Tempo Ordinario A – 29. Domenica

Fede e potere politico

La liturgia di questa domenica propone un tema molto attuale, quello cioè del rapporto tra fede e politica. Nella prima lettura si parla di Ciro, un re persiano che ha abbattuto il potente impero babilonese e si è impadronito dei territori che gli appartenevano. Per i giudei esuli in Babilonia è stato il segnale della riscossa, in quanto Ciro ha emanato un editto con il quale permetteva a loro, come a tutti i popoli che erano stati deportati dai babilonesi, di ritornare nella propria terra. Il profeta che ha scritto questo testo vede in Ciro addirittura l’«eletto» (Messia) «l’uomo della provvidenza» e gli annunzia una particolare predilezione da parte di YHWH, il Dio dei giudei. Anche se lui non lo conosce, Dio lo ha scelto come strumento per realizzare il suo progetto di salvezza. Il potere politico è dunque legittimo ma solo nella misura in cui promuove il bene comune.

Nel vangelo viene riportata subito all’inizio una frase di appezzamento nei confronti di Gesù, tanto più valida in quanto pronunziata dai suoi avversari: Gesù annunzia con franchezza la via di Dio e non guarda in faccia a nessuno. Dopo questa introduzione, i suoi interlocutori gli chiedono se sia lecito pagare il tributo a Cesare: essi sanno che rifiutandolo aderiva ai movimenti di ribellione contro i romani mentre approvandolo andava contro gli umori di tanti suoi connazionali. Gesù risponde con la frase famosa e spesso ripetuta: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Si tratta di un testo che lungo i secoli è stato interpretato nei modi più svariati e applicato alle situazioni più diverse. Con questa frase, presa nel suo contesto originario, Gesù non vuole dire che il potere romano è legittimo, ma rifiuta di aderire a un’opposizione al regime che faceva ricorso a metodi violenti. Al tempo stesso però, in sintonia con tutto l’insegnamento biblico, sottolinea come l’unica cosa importante, a cui non si può e non si deve mai derogare, sia l’impegno di «dare a Dio ciò che è di Dio», cioè di sottomettersi a lui, nella ricerca del suo regno e della sua giustizia.

Nella seconda lettura Paolo elogia i destinatari del suo scritto per la loro fede operosa, il loro amore e la loro speranza. Per lui è importante che le opere del credente siano ispirate dall’amore che ha la sua fonte nella fede e va di pari passo con la speranza in un mondo migliore.

Gesù dunque chiede al credente di intervenire nel campo politico, non con lo scopo di ottenere privilegi o di imporre schemi precostituiti, ma in funzione di una società più giusta e solidale. È chiaro che ciò può creare dei conflitti, specialmente quando una nazione è governata da un regime dispotico. In questo caso Gesù non esclude for­me di ribellione o di disobbedienza civile. Quello che rifiuta è la violenza in tutti i suoi aspetti. Egli stesso ha dato l’esempio, pagando di persona per le sue scelte.