Tempo Ordinario C – 22. Domenica

La via dell’umiltà

Israele impara l’umiltà anzitutto facendo l’esperienza dell’onnipotenza del Dio che lo salva e che è il solo Altissimo e conserva viva quest’esperienza nel culto che è una scuola di umiltà. Lodando e ringraziando, l’israelita imita l’umiltà di Davide che danza dinanzi all’arca (2Sam 6,16.22) per glorificare Dio al quale deve tutto (cfr. Sal 103,2-7). Israele ha fatto pure l’esperienza della povertà nella prova collettiva della sconfitta e dell’esilio o nella prova individuale della malattia e dell’oppressione dei deboli. Queste umiliazioni gli hanno fatto prendere coscienza dell’impotenza fondamentale dell’uomo e della miseria del peccatore che si separa da Dio.

Così l’uomo è incline a rivolgersi a Dio con un cuore contrito (Sal 51,19), con quella umiltà, fatta di dipendenza totale e di docilità fiduciosa, che ispira le suppliche di numerosi salmi (cfr. per es. Sal 25; 106). Coloro che lodano Dio e lo supplicano di salvarli si chiamano spesso i «poveri» (Sal 22,25.27; 34,7; 69,33-34); questa parola, che da prima designava la classe sociale degli sventurati, assume un senso religioso a partire da Sofonia: cercare Dio significa cercare la povertà, che coincide con l’umiltà (Sof 2,3). Dopo il giorno di yhwh, il «resto» del popolo di Dio sarà «umile e povero» (Sof 3,12; gr. praüse tapeinos; cfr. Mt 11,29; Ef 4,2).

Nell’AT i modelli di questa umiltà sono Mosè, il più umile degli uomini (Nm 12,3) e il Servo di yhwhche, con la sua umile sottomissione fino alla morte, realizza il disegno di Dio (cfr. Is 53,4-10). Al ritorno dall’esilio, profeti e sapienti predicheranno l’umiltà. L’Altissimo abita con colui che ha lo spirito umile ed il cuore contrito (Is 57,15; 66,2). «Il frutto dell’umiltà è il timore di Dio, ricchezza, gloria e vita » (Pr 22,4). «Quanto più sei grande, tanto più occorre che ti abbassi per trovare grazia dinanzi al Signore» (Sir 3,18; cfr. Dn 3,39). Infine il messia sarà un re umile; entrerà in Sion cavalcando un asinello (Zc 9,9). Veramente il Dio di Israele, re della creazione, e il «Dio degli umili» (Gdt 9,11-12).

Dalla parte degli ultimi

Nella prima lettura si raccomanda l’umiltà come atteggiamento interiore che rende l’uomo gradito a Dio. Ai miti Dio rivela i suoi segreti. Spesso si considera l’umiltà come l’atteggiamento di chi svaluta se stesso. Pensando alla massa di diseredati che vi sono ancora in questo mondo, si comprende come la vera umiltà consista nel vedere il mondo dalla parte degli ultimi e mettersi sul loro piano per poter crescere insieme. Solo cercando di condividere con gli altri quello che si ha è possibile capire se stessi e dare un senso alla propria vita. È partendo dagli ultimi che si può rendere migliore questo mondo. La vera saggezza non consiste nel fare la propria strada, disinteressandosi degli altri, ma nel ricercare il bene di tutti.

La prima parte del brano del vangelo contiene un detto molto strano. A prima vista sembra che Gesù insegni l’ipocrisia: mettersi all’ultimo posto aspettando di essere invitati a occupare il primo. Per dissipare ogni equivoco l’evangelista aggiunge il brano in cui Gesù elenca le persone da invitare quando si fa un banchetto: poveri, storpi, zoppi, ciechi. Non si tratta semplicemente di un consiglio riguardante i banchetti. Mettersi all’ultimo posto significa spendersi per gli ultimi, familiarizzare con loro, aiutarli a crescere. Chi si comporta così non può non crescere in saggezza. L’umanità piena si raggiunge nella condivisione con i poveri, non nella carriera economica e politica o anche religiosa. È proprio vero che chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.

Nella seconda lettura si confronta l’esperienza dei primi cristiani con quella degli israeliti dell’esodo. Per costoro la manifestazione di Dio ha avuto luogo mediante i fenomeni della natura: fuoco, tenebre, lampi, tempesta. I cristiani invece hanno sperimentato Dio nell’assemblea dei giusti, cioè nella comunità cristiana. L’autore di questo scritto vuole dire che l’incontro con Dio non avviene mediante fenomeni esterni, ma all’interno di rapporti interpersonali che si allargano a macchia d’olio. Sullo sfondo delle altre letture della messa questo brano fa comprendere come l’attenzione per i diseredati di questo mondo deve avvenire all’interno di una comunità che mette al primo posto non le cose ma la persona umana. È questa la provocazione che i cristiani devono rivolgere a tutta la società, dove spesso vige la legge del più forte, che comporta discriminazione e sfruttamento del più debole.