Autore: Alessandro Sacchi

Tempo di Quaresima B – 2. Domenica

Il dono del figlio

Le tre letture di oggi sono unite da un filo comune: quello del figlio che è donato dal padre. Nella prima lettura si racconta appunto di un padre, Abramo, che aveva ottenuto da Dio, dopo anni di preghiere e di tentativi andati a vuoto, di avere un figlio, dal quale sarebbe sorto un grande popolo. E ora Dio gli chiede di sacrificarlo a lui. Il lettore viene avvertito che si tratta non di una richiesta vera ma di una prova. Abramo non lo sa ma obbedisce senza fiatare. Il lettore moderno avrebbe molto da obiettare, ma il messaggio del racconto è chiaro: nessun figlio appartiene ai genitori, in quanto riceve un compito che va al di là dei loro sogni e desideri.

Nel vangelo si parla di un altro figlio, Gesù, che è donato da Dio, suo Padre. Di lui si parla in un racconto inusuale, nel quale Gesù appare circondato da una luce divina, simbolo del suo rapporto speciale con Dio. Il racconto assume un significato particolare se si ricorda che Gesù è diretto verso Gerusalemme e ha appena annunziato la sua imminente morte e risurrezione. Accanto a lui appaiono Elia e Mosè, che rappresentano due grandi esperienze di Israele: il profetismo e la legge. Ciò significa che in Gesù si compiono le Scritture, con tutto ciò che esse significano per il popolo ebraico. Pietro vorrebbe rimanere sul monte con Gesù e con i due personaggi che sono con lui. Ma la voce di Dio lo richiama alla realtà: Gesù è il suo figlio amato, per questo deve essere ascoltato, non sulla cima di un monte, ma nel groviglio della vita quotidiana. Gesù è un maestro che indica la via verso il Padre.

Nella seconda lettura si dice che Dio non ha risparmiato il suo figlio ma lo ha dato per noi. Dobbiamo scartare l’interpretazione, suggerita implicitamente dall’abbinamento con la prima lettura, secondo cui Gesù è morto in sostituzione dei peccatori, per offrire a Dio al loro posto una degna ammenda. Non è così: Dio ha dato il suo figlio come guida nel cammino verso di Lui, un cammino che non è facile perché passa attraverso la croce.

Non è facile rinunziare al proprio figlio. Ogni genitore vorrebbe tenerlo sempre per sé. Ma il figlio deve andare, deve fare la sua vita. Neppure Dio ha voluto tenere per sé il suo figlio ma lo ha dato per noi. A noi spetta il compito non di adorarlo, ma di ascoltarlo e seguirlo. Con il rischio di pagare un prezzo molto alto, ma con un vantaggio ineguagliabile: dare un senso alla nostra vita.

Il dono dell’annunzio

Non ho letto il libro di Roberto Repole, “Il dono dell’annuncio. Ripensare la Chiesa e la sua missione” (Edizioni San Paolo, pp. 206, € 22) ma semplicemente la recensione di Maria Teresa Pontara Pederiva. Strano! Non trovo nessuna accenno al fatto che noi ancora oggi proponiamo alla gente un Vangelo che è sovraccarico di dottrine, dogmi, strutture, riti, norme morali che cozzano contro la mentalità non dico di quanti hanno fatto una scelta di vita diversa, ma di persone normali, che pensano, si fanno domande e vogliono vivere il Vangelo secondo i dettami della propria coscienza. La nostra gente non è affetta da una sorta di “analfabetismo religioso”, ma piuttosto ha rimosso tutto un complesso di interpretazioni dogmatiche che non solo non interessano più ma che molte volte provocano un rifiuto, sono sentite come una sfida al buon senso. Una nuova evangelizzazione può venire solo da un cambiamento dottrinale, che metta al primo posto il Vangelo e la sua forza provocatoria e non le successive interpretazioni. Se si farà tutto ciò, le folle non ritorneranno certo a frequentare le nostre chiese, ma avremo comunità che saranno sale della terra e luce del mondo. Altrimenti il Vangelo seguirà altre vie che già oggi tanti “fuorusciti” stanno cercando con alterne vicende.

Tempo di Quaresima B – 1. Domenica

L’esperienza del deserto

Nella prima domenica di Quaresima la liturgia propone una riflessione sul tema del deserto. Nella prima lettura però non si parla di deserto ma dell’alleanza che dopo il diluvio Dio stabilisce non solo con Noè ma anche con tutti gli animali, le piante e il cosmo intero, con la promessa che la terra non sarà più devastata da un cataclisma del genere. Questa visione idilliaca di un mondo rinnovato fa da sfondo a quella del deserto, simbolo di aridità e di maledizione.

Nel vangelo si racconta che Gesù, prima di iniziare la sua predicazione, si ritira nel deserto dove è sottoposto alla tentazione di satana. Diversamente da Matteo e da Luca, Marco non dice in che cosa sia consistita questa tentazione. Si limita a dire che questa prova è durata quaranta giorni. Questo numero richiama quello dei quarant’anni trascorsi dagli israeliti nel deserto prima di giungere alla terra promessa. In questo periodo spesso si sono scoraggiati, si sono lamentati, hanno rimpianto l’Egitto e i vantaggi di stare in una terra coltivata, che dava i suoi frutti, mentre nel deserto c’erano solo siccità e bestie selvatiche.Possiamo immaginare che la tentazione di Gesù sia stata la stessa, quella cioè di tornare indietro, di non accettare la sfida dei poteri forti della società. In realtà con questa sfida Gesù si è confrontato durante tutto il tempo della sua predicazione. Nel deserto Gesù non fa nulla di speciale, ma abita con le fiere selvatiche: è questo un simbolo della pace universale che lui è venuto a portare. La presenza degli angeli indica che Dio non abbandona il suo eletto. Solo dopo essere stato nel deserto Gesù inizia la sua missione, che consiste nell’annunziare la venuta del regno di Dio. 

Nella seconda lettura, tratta da una lettera attribuita a Pietro, si parla di un viaggio simbolico fatto da Gesù nel regno dei defunti per annunziare la salvezza anche a coloro che erano morti nel diluvio. Nelle acque del diluvio l’autore vede, con un po’ di fantasia, una prefigurazione del battesimo in quanto purificazione dei cuori in vista della salvezza. Forse con l’idea di un incontro con l’umanità che lo aveva preceduto, l’evangelista vuole sottolineare come il messaggio di Gesù non abbia limiti di spazio e di tempo ma sia stato messo a disposizione di tutti, fin dall’inizio della storia umana.

Anche noi, pur vivendo in una città in mezzo alla gente, facciamo spesso l’esperienza del deserto. È il deserto della solitudine, dell’insuccesso, della depressione. È un’esperienza che a volte sembra tagliarci le gambe perché mette a nudo la nostra incapacità di vivere in un altro modo, di trasformare questo mondo, di contrastare tutti gli interessi che muovono le persone, noi compresi. Sono momenti dolorosi, che però ci fanno comprendere che non tocca a noi realizzare il regno di Dio; a noi spetta unicamente il compito di scoprire i segni che ne indicano l’approssimarsi e orientare verso di esso i nostri pensieri e le nostre scelte.