Autore: Alessandro Sacchi

Demolizione di case palestinesi

in “il manifesto” del 4 febbraio 2021

“Le ruspe militari ieri sono arrivate alle prime luci del giorno nella piccola comunità di Humsa Al Bqaia, nel nord della Valle del Giordano. In pochi minuti hanno abbattuto tende e strutture in lamiera lasciando diverse famiglie palestinesi senza un riparo. Un gruppo di attivisti si è dato da fare per rimettere in piedi quanto era stato distrutto. È stato inutile. Poco dopo le autorità israeliane ha fatto eseguire un nuovo sgombero. A Humsa Al Bqaia i bulldozer hanno già distrutto 122 strutture e lo stesso accade in altri villaggi e comunità palestinesi di questa parte della Valle del Giordano. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: sono costruzioni abusive sorte su terre demaniali o riservate alle forze armate. Per i palestinesi il punto invece è la loro presenza, per questo da anni vengono spinti verso aree sempre più limitate. Sottolineano che gli insediamenti israeliani nella Valle del Giordano, illegali per la legge internazionale, non sono soggette alle stesse restrizioni e i coloni possono muoversi liberamente.”
(Michele Giorgio)

Brutta notizia in questi giorni nei quali si fa memoria dell’immane tragedia della Shoah!

Una messa “concelebrata”

Ieri papa Francesco ha detto che la Messa «non può essere ascoltata, come se noi fossimo solo spettatori di qualcosa che scivola via senza coinvolgerci», ma «è sempre celebrata, e non solo dal sacerdote che la presiede, ma da tutti i cristiani che la vivono». Parole sacrosante. Mi chiedo però come ciò sia possibile se tutte le preghiere e i gesti sono prestabiliti e compiuti dal sacerdote mentre ai fedeli restano ruoli marginali e anch’essi il più delle volte prestabiliti. Senza un vero scambio di gesti, di pensieri, di esperienze ispirate dalla fede ecc. si celebra un rito (magari “sacerdote” e fedeli insieme) ma non si vive insieme la memoria del Signore.

Tempo Ordinario B – 05. Domenica

La guarigione di un popolo

Le letture di questa domenica affrontano il tema della malattia e della sua guarigione. Nella prima lettura si descrivono, con le parole di Giobbe, gli effetti della malattia: sofferenza, insonnia, angoscia e solitudine. Spesso uno si ammala perché è isolato, depresso, privato della sua libertà, incapace di far fronte alle situazioni difficili della vita. Nell’uomo il corpo e l’anima sono un tutt’uno, non si possono separare. Perciò la guarigione di una persona implica anche una trasformazione dei suoi rapporti con la realtà in cui si trova e con le persone che la circondano.

Nel vangelo si descrive l’attività di Gesù che, dopo aver chiamato i primi discepoli e aver liberato un indemoniato, guarisce la suocera di Pietro. Per fare ciò egli la «prende per mano»: così facendo esprime nei suoi confronti una profonda solidarietà, che la porta, appena guarita, a prodigarsi per gli altri; è questo anche un segno del superamento della barriera che isolava la donna a motivo delle rigide norme di purità. Verso sera, Gesù guarisce molti malati e soprattutto scaccia i demoni: così facendo egli guarisce le malattie del corpo e al tempo stesso risana un male più profondo, simboleggiato negli spiriti impuri, che è la conseguenza dello sfruttamento, dell’emarginazione e della violenza a cui tanti sono sottoposti. Le folle che si accalcano intorno a lui sono segno di un popolo che, proprio per i gesti di Gesù, viene risanato e riconciliato. La preghiera di Gesù nella notte mostra bene come Gesù sia in stretto contatto con quel Dio, del cui regno annunzia la venuta. Al mattino Gesù si rifiuta di tornare dalla folla che lo aspetta perché non vuole lasciarsi chiudere nel ruolo di guaritore e, d’altra parte, intende estendere anche ad altri la sua opera di annunziatore del regno di Dio.

Nella seconda lettura è Paolo che esprime il suoi impegno di farsi tutto a tutti, senza aspettare nessuna ricompensa. Egli pensa che sia quaesto il modo migliore di annunziare il vangelo, perché la sua forza trasformatrice si rivela unicamente nella solidarietà.

Il nostro compito principale come cristiani non è prima di tutto quello di cambiare le strutture che regolano la vita civile ma quello di risanare le ferite provocate nelle persone da pesanti condizionamenti come sfruttamento, violenza, solitudine. E ciò significa soprattutto stringere rapporti nuovi di amicizia, di solidarietà, con i quali si risanano gli altri ma di riflesso se stessi. Molte sofferenze restano, ma quello che importa è dare loro un senso, facendole diventare un mezzo per creare amore e solidarietà.