Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

La correzione fraterna

È bello trovare uno che, quando stai per cadere o ti trovi ammaccato sull’orlo di una strada, ti dà una mano. Matteo attribuisce a Gesù una procedura usuale nella sua comunità: quando un tuo fratello sbaglia, prima parlane con lui; poi, se non si ravvede, chiama due o tre testimoni e infine, se anche questa volta non si corregge, deferisci il caso alla comunità che prenderà i provvedimenti necessari (Mt 18,15-18). Queste direttive si comprendono nel contesto di una piccola comunità nella quale tutti si sentono corresponsabili di un comportamento coerente con gli insegnamenti di Gesù. Purtroppo però, quando la chiesa è diventata un’istituzione mondiale, non sono servite a evitare gli abusi che ben conosciamo.

Ma oggi che senso hanno per noi queste parole? Certo non ci consentono di mettere il naso nelle scelte degli altri, di giudicare le loro idee o comportamenti e tanto meno di voler riportare chi sbaglia su quella che secondo noi è la retta via. La prima condizione a cui non si può derogare è la tutela della libertà dell’altro, a meno che abbia commesso un crimine che è doveroso denunziare.

E allora che fare? Una sana correzione fraterna ha solo un nome: comunicazione. È solo comunicando i propri pensieri, esperienze, scelte, desideri, errori che si aiutano gli altri a correggersi e a acrescere. Ma attenzione! La comunicazione è un’arte difficile. Chi pretende di imporre verità date per scontate e indiscutibili, come se fossero rivelazione divina, non comunica, ma compie un sopruso che non bisogna tollerare. E per di più la comunicazione deve essere sempre bidirezionale. Per poter comunicare bisogna saper ascoltare e far tesoro di ciò che l’altro ha da dire.

Ma come si fa a comunicare nelle nostre chiese dove si celebrano riti religiosi durante i quali uno solo sa che cosa bisogna fare e dire, e nessuno può interloquire? Forse bisognerebbe farsi un’altra domanda: che cosa dobbiamo fare perché nelle nostre chiese ci si possa sentire come un’autentica famiglia in cui ognuno possa esprimersi libermente, senza sentirsi giudicato?

Il vero volto di Dio

È strano che, secondo il racconto di Matteo, Gesù non ha ancora finito di lodare Pietro perché ha riconosciuto in lui il re/Messia atteso dal suo popolo che già lo accusa di essere satana, l’avversario, colui che pensa non secondo Dio ma secondo gli uomini. Per capire ciò che l’evangelista vuole dire bisogna ricordare che i vangeli non sono un racconto biografico della vita di Gesù, ma piuttosto un assemblaggio di ricordi a volte non del tutto armonizzati. In questo caso Matteo ha ripreso un testo di Marco nel quale si raccontava di un diverbio tra Pietro e Gesù. Secondo Marco Pietro aveva riconosciuto sì che Gesù è il Cristo, ma poi lo aveva criticato perché aveva preannunziato la sua futura sofferenza e morte.

Il problema era questo: in fin dei conti, chi era Gesù, il re/Messia vincitore dei nemici atteso dai giudei o l’uomo umiliato e sconfitto come lui stesso si definiva? Secondo Marco, Pietro optava per il primo e perciò rimprovera Gesù, il quale a sua volta non risparmia una tirata d’orecchi al suo fedele discepolo. Matteo ricorda questo battibecco, ma prima ha inserito nel tessuto del racconto un testo da cui appare che Gesù aveva affermato di essere, sebbene secondo modalità diverse, l’atteso del suo popolo, e Pietro aveva il merito di averlo riconosciuto.

Ma allora che cosa dobbiamo ricavare da questo collage di testi? Una cosa molto semplice: che Gesù è stato veramente l’erede della lunga esperienza spirituale del suo popolo, l’uomo che ha saputo rivelare con le parole e le opere, fino alla sua morte in croce, il vero volto di Dio. Un Dio però che non è il sovrano potente che sta in cielo ed esige la sottomissione dell’uomo, ma Colui che opera in modo nascosto ma efficace per realizzare la salvezza dell’umanità: una salvezza che si consegue non con il potere delle armi o dei soldi, ma con quello della non violenza ispirata dall’amore. E di conseguenza Gesù vero uomo di Dio, non mette avanti etichette o titoli nobiliari, non esige di essere adorato, ma invita i suoi discepoli a seguirlo nel doloroso cammino della croce.

Il primato di Pietro

Il vangelo di Matteo riporta una frase che Gesù avrebbe detto all’apostolo Pietro che lo aveva appena riconosciuto come Messia: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Una promessa davvero impegnativa. Strano però che l’evangelista Marco, che pure racconta lo stesso episodio, non ne sapesse nulla. E poi che cosa vuol dire «fonderò la mia chiesa», dal momento che Gesù non ha mai detto di voler fondare una chiesa e tanto meno ha spiegato in che cosa consistesse tale progetto. Tutte domande destinate a rimanere senza risposta.

Ciò che resta è la fortuna che questo detto ha avuto. Lungo i secoli le parole attribuite a Gesù da Matteo sono state usate dai papi per avanzare pretese di carattere non del tutto evangelico, sia in campo religioso che politico. Se avessimo tratto dal detto di Gesù «amerai il prossimo tuo come te stesso» tutto quello che è stato ricavato dalle parole che Gesù avrebbe rivolto a Pietro, forse il mondo in cui viviamo sarebbe un po’ più umano.

Oggi per fortuna tante cose sono cambiate. I papi hanno deposto il famigerato «triregno» e hanno cercato di spiegare alla gente, credenti o no, proprio quell’esigenza fondamentalmente umana di amare il proprio prossimo affermata da Gesù. I grandi principi della giustizia, dei diritti della persona, della fraternità, del dialogo, della democrazia, della pace, sono diventati il pane quotidiano dell’insegnamento papale. Chi altro oggi potrebbe esprimere un messaggio così elevato con altrettanta autorità?

Qualunque fosse il significato originario del detto attribuito a Gesù, il ruolo del papa risulta oggi molto importante. Ma come dimenticare che tutto il potere attribuito a una gerarchia sacerdotale ha prodotto la passività dei credenti? Che valore avrà la parola del capo di un esercito stanco e ormai ingessato nel ruolo di fruitore di servizi religiosi? Era questo il progetto di Gesù? Sarà difficile sentire la voce del gregge senza limitare quella eccessivamente invasiva dei pastori.