Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Mitezza

Nell’antichità la cavalcatura scelta per i propri spostamenti era normalmente anche uno status symbol, come per noi oggi l’automobile. Allora per un re presentarsi sul dorso di un asinello era come oggi per un politico di alto rango far uso di una piccola utilitaria. Chi vuole farsi valere deve necessariamente usare i segni del potere. E l’auto è uno di quelli. Non solo, ma è facile la tentazione, al momento dato, di alzare la voce, mettendo a tacere uno scomodo interlocutore. Esistono tanti modi per affermare il proprio potere, mettendo con le spalle al muro chi ha la sfacciataggine di opporsi o di dissentire.

Gesù ha rifiutato ogni segno del potere e si è presentato come mite e umile di cuore. Questa scelta si manifestava certo nel tono dimesso, nel suo sapersi mescolare con la gente comune, senza rifiutare l’abbraccio, la stretta di mano, la condivisione di un pasto, l’amicizia con i peccatori. Ma è soprattutto nel suo insegnamento che ha manifestato la sua mitezza e la sua umiltà. È stato un maestro che non si è mai seduto in cattedra, non ha fatto prediche e neppure ha enunciato dogmi o regole di comportamento, ma ha scelto come metodo di insegnamento la parabola, la massima sapienziale, il proverbio: un metodo che stimola la riflessione e coinvolge gli ascoltatori in una ricerca personale.

Ma soprattutto la mitezza di Gesù si è manifestata nel saper ascoltare. È questa una disposizione che si trova raramente in coloro che hanno in mano quel grosso potere che si chiama cultura. Per lui la verità non viene dal cielo, ma deve essere estratta dal cuore di ogni persona, anche la più povera e ignorante. Con l’intento non di istruire, ma di stabilire dei rapporti, di creare comunione e fraternità.

Per questo Gesù non ci ha lasciato nulla di scritto ma ci ha fatto dono del suo Spirito che ci trasforma e ci rinnova. I vangeli non sono il riassunto della predicazione di Gesù ma semplicemente raccolte di ricordi, in cui la sua figura è vista attraverso il prisma ottico delle prime comunità cristiane. In essi egli è presente e continua ad interpellarci perché non desistiamo mai dal ricercare il senso della nostra vita.

Nell’antichità la cavalcatura scelta per i propri spostamenti era normalmente anche uno status symbol, come per noi oggi l’automobile. Allora per un re presentarsi sul dorso di un asinello era come oggi per un politico di alto rango far uso di una piccola utilitaria. Chi vuole farsi valere deve necessariamente usare i segni del potere. E l’auto è uno di quelli. Non solo, ma è facile la tentazione, al momento dato, di alzare la voce, mettendo a tacere uno scomodo interlocutore. Esistono tanti modi per affermare il proprio potere, mettendo con le spalle al muro chi ha la sfacciataggine di opporsi o di dissentire.

Festa della Trasfigurazione

Seguire Gesù

La festa della trasfigurazione la prima lettura ci riporta a un tempo di gravi tensioni in cui il popolo giudaico si è trovato a causa della persecuzione del re Antioco IV Epifane /2015-164 a.C.). In questo contesto la visione di Daniele rappresenta una forte contestazione degli imperi di questo mondo, rappresentanti come potenze demoniache che al momento stabilito vengono distrutte. Al loro posto Dio stabilisce il suo regno mediante un suo rappresentante, al quale affida il compito di attuare quei principi di giustizia e di solidarietà che ispirano la sua azione nel mondo.

Il racconto della trasfigurazione fa seguito a un brano in cui Gesù chiede ai discepoli: «Chi dice la gente che io sia? Cosa ne dite voi? Essi rispondono che la gente lo considera un profeta, loro invece vedono in lui il messia. Ma Gesù non si pronunzia e preferisce preannunziare la sua passione e la sua morte, seguita dalla risurrezione (Mc 8,27-31). Nel racconto della trasfigurazione viene data una risposta più esplicita alla domanda sull’identità di Gesù, facendo riferimento alle immagini dell’Antico Testamento, ben note ai primi cristiani, tutti di origine ebraica. Le vesti di Gesù, diventate straordinariamente bianche, indicano che egli è un personaggio trascendente, in cui Dio si rivela. Elia e Mosè, apparsi accanto a lui, sono coloro che, nella Bibbia, rappresentano la corrente profetica e la legge di Dio. Gesù è presentato in dialogo con loro, per significare che egli non nega il loro messaggio, ma lo porta a compimento. L’apparizione della nube ricorda il figlio dell’uomo, di cui si parla nella prima lettura, il quale riceve da Dio il regno e la potenza. Infine Dio stesso interviene, nella nube, a indicare la vera identità di Gesù: egli è il suo figlio prediletto, cioè il Messia atteso dai suoi connazionali. Si saldano così l’Antico e il nuovo Testamento: il primo non è eliminato ma è portato a compimento.

Alla fine del racconto resta solo Gesù. La legge e i profeti sono scomparsi. In lui soltanto si concentra tutta la rivelazione di Dio. Ciò che interessa al narratore non è però l’esaltazione della persona di Gesù, ma l’invito ad ascoltarlo, che proviene da Dio stesso, rappresentato dalla nube: anche nell’Antico Testamento Dio aveva invitato gli israeliti ad ascoltare i profeti, suoi rappresentanti (cfr. Dt 18,15).

Nei confronti di Gesù, nonostante il suo rapporto con Dio che lo fa più grande di Mosè e dei profeti, non sono dunque richiesti atti di culto, ma l’adesione al suo messaggio e l’impegno quotidiano per seguirlo nel suo cammino verso la croce. Questo tema è ripreso nella seconda lettura, dove il messaggio dei profeti viene presentato non come un’anticipazione ma come la conferma di ciò che Gesù è stato e ha detto.

Rito o memoria?

Sì, è vero, un rito può esprimere un ricordo, una memoria. Ma se questo rito si ripete all’infinito, per solennizzare qualunque evento, senza una vissuta partecipazione a ciò che si ricorda, forse è legittima la domanda circa la sua efficacia commemorativa. Se ricordiamo la tragica fine di uno che si è impegnato fino in fondo per la giustizia e la solidarietà, bisognerà pur fare qualche gesto che lo ricordi e mostri in concreto gli effetti della sua scelta. Sarà sufficiente una partecipazione esteriore, l’ascolto di testi non conosciuti e non capiti o di una predica non condivisa, una fugace stretta di mano per esprimere il coinvolgimento in una vita donata per gli ultimi, per i rifiuti dell’umanità? Che cosa hanno ormai a che vedere con il gesto finale di Gesù le grandi celebrazioni, con tanti vescovi e preti e una massa anonima, con in prima linea tante teste coronate? E nel nostro piccolo, che senso hanno le nostre messe domenicali a cui partecipano persone che non si conoscono, non condividono, ma si limitano ad assistere alla “messa di precetto”, magari con tanta devozione oppure scalpitando per una predica troppo lunga? Forse dobbiamo cominciare a farci queste domande, quando constatiamo desolati che la gente diserta le nostre messe.