Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario B – 06. Domenica

L’accoglienza del diverso

In questa domenica si propone il tema dell’accoglienza del diverso e del superamento di ogni tipo di emarginazione, specialmente quella imposta dalla società in nome della religione.

Nella prima lettura si parla dei risvolti sociali di una malattia come la lebbra che in nome della religione imprimeva in chi ne era colpito uno stigma che lo spingeva ai margini della società. È drammatico il fatto che il lebbroso stesso si riteneva impuro e doveva avvertire gli altri di questo suo stato per evitare che subissero il contagio non della malattia, ma dell’impurità che essa comporta.

Nel brano del vangelo i protagonisti sono due uomini che contestano una legge che era imposta con l’autorità stessa di Dio. Anzitutto il lebbroso che, invece di restarsene segregato fuori dell’accampamento, va direttamente incontro a Gesù e gli chiede di essere risanato. E poi Gesù che si permette di toccare il lebbroso, diventando impuro lui stesso. Avrebbe potuto farne a meno. Ma con questo gesto vuole dire chiaramente che per lui Dio non può aver imposto una legge così crudele e discriminante. L’evangelista osserva che Gesù agisce per compassione, ma al tempo stesso, dopo averlo guarito, lo ammonisce severamente e lo scaccia: non è contro il malato guarito che Gesù si adira ma contro il male di cui è portatore.Egli manda il lebbroso guarito dal sacerdote perché riconosca la guarigione avvenuta e lo reintegri nella comunità. Gesù afferma così che nessuno deve essere emarginato, in qualunque modo ciò avvenga. E di questo devono essere consapevoli anzitutto i sacerdoti. Infine però ne subisce le conseguenze, perché viene lui stesso discriminato, in quanto non può più entrare pubblicamente in una città.

Nella seconda lettura, Paolo esorta i corinzi a fare tutto per la gloria di Dio e a evitare tutto ciò che possa dare scandalo non solo ai cristiani ma anche ai giudei e ai greci. Dare scandalo rappresenta una forma di discriminazione nei confronti di coloro che la pensano o agiscono diversamente. Per Paolo dunque, quando non sono in gioco i valori fondamentali del messaggio cristiano, è necessario il rispetto dell’altro e l’apertura a una ricerca comune, nonostante le differenze. È questa la regola alla quale tutti i credenti devono ispirare tutte le loro scelte. Paolo è il primo a dare l’esempio.

Oggi vi sono ancora tanti esempi di discriminazione nei confronti di diverse categorie di persone: i rom o i migranti, gli omosessuali, i senza fissa dimora, ma anche semplicemente a coloro che intendono pensare con la propria testa, classificati come liberi pensatori. Se vogliamo seguire Gesù dobbiamo imparare a essere trasgressivi, non solo nei confronti di certe leggi palesemente ingiuste, ma di regole e di tabù di cui è impregnata la società e a volte anche la Chiesa. Ciò non può avvenire se non si è disposti a pagare un prezzo a volte alto. 

Discorsi inutili

Noi impariamo, dice Glasser, “il 10 per cento di ciò che leggiamo, il 20 per cento di ciò che ascoltiamo, il 30 per cento di ciò che vediamo, il 50 per cento di ciò che vediamo e ascoltiamo, il 70 per cento di ciò che discutiamo con altri, l’80 per cento di ciò che viviamo di persona, il 95 per cento di ciò che insegniamo a qualcun altro”.
(da Annamaria Testa, L’arte di ascoltare e le sue regole, in Internazionale del 2/2/2021)

Demolizione di case palestinesi

in “il manifesto” del 4 febbraio 2021

“Le ruspe militari ieri sono arrivate alle prime luci del giorno nella piccola comunità di Humsa Al Bqaia, nel nord della Valle del Giordano. In pochi minuti hanno abbattuto tende e strutture in lamiera lasciando diverse famiglie palestinesi senza un riparo. Un gruppo di attivisti si è dato da fare per rimettere in piedi quanto era stato distrutto. È stato inutile. Poco dopo le autorità israeliane ha fatto eseguire un nuovo sgombero. A Humsa Al Bqaia i bulldozer hanno già distrutto 122 strutture e lo stesso accade in altri villaggi e comunità palestinesi di questa parte della Valle del Giordano. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: sono costruzioni abusive sorte su terre demaniali o riservate alle forze armate. Per i palestinesi il punto invece è la loro presenza, per questo da anni vengono spinti verso aree sempre più limitate. Sottolineano che gli insediamenti israeliani nella Valle del Giordano, illegali per la legge internazionale, non sono soggette alle stesse restrizioni e i coloni possono muoversi liberamente.”
(Michele Giorgio)

Brutta notizia in questi giorni nei quali si fa memoria dell’immane tragedia della Shoah!

Una messa “concelebrata”

Ieri papa Francesco ha detto che la Messa «non può essere ascoltata, come se noi fossimo solo spettatori di qualcosa che scivola via senza coinvolgerci», ma «è sempre celebrata, e non solo dal sacerdote che la presiede, ma da tutti i cristiani che la vivono». Parole sacrosante. Mi chiedo però come ciò sia possibile se tutte le preghiere e i gesti sono prestabiliti e compiuti dal sacerdote mentre ai fedeli restano ruoli marginali e anch’essi il più delle volte prestabiliti. Senza un vero scambio di gesti, di pensieri, di esperienze ispirate dalla fede ecc. si celebra un rito (magari “sacerdote” e fedeli insieme) ma non si vive insieme la memoria del Signore.

Tempo Ordinario B – 05. Domenica

La guarigione di un popolo

Le letture di questa domenica affrontano il tema della malattia e della sua guarigione. Nella prima lettura si descrivono, con le parole di Giobbe, gli effetti della malattia: sofferenza, insonnia, angoscia e solitudine. Spesso uno si ammala perché è isolato, depresso, privato della sua libertà, incapace di far fronte alle situazioni difficili della vita. Nell’uomo il corpo e l’anima sono un tutt’uno, non si possono separare. Perciò la guarigione di una persona implica anche una trasformazione dei suoi rapporti con la realtà in cui si trova e con le persone che la circondano.

Nel vangelo si descrive l’attività di Gesù che, dopo aver chiamato i primi discepoli e aver liberato un indemoniato, guarisce la suocera di Pietro. Per fare ciò egli la «prende per mano»: così facendo esprime nei suoi confronti una profonda solidarietà, che la porta, appena guarita, a prodigarsi per gli altri; è questo anche un segno del superamento della barriera che isolava la donna a motivo delle rigide norme di purità. Verso sera, Gesù guarisce molti malati e soprattutto scaccia i demoni: così facendo egli guarisce le malattie del corpo e al tempo stesso risana un male più profondo, simboleggiato negli spiriti impuri, che è la conseguenza dello sfruttamento, dell’emarginazione e della violenza a cui tanti sono sottoposti. Le folle che si accalcano intorno a lui sono segno di un popolo che, proprio per i gesti di Gesù, viene risanato e riconciliato. La preghiera di Gesù nella notte mostra bene come Gesù sia in stretto contatto con quel Dio, del cui regno annunzia la venuta. Al mattino Gesù si rifiuta di tornare dalla folla che lo aspetta perché non vuole lasciarsi chiudere nel ruolo di guaritore e, d’altra parte, intende estendere anche ad altri la sua opera di annunziatore del regno di Dio.

Nella seconda lettura è Paolo che esprime il suoi impegno di farsi tutto a tutti, senza aspettare nessuna ricompensa. Egli pensa che sia quaesto il modo migliore di annunziare il vangelo, perché la sua forza trasformatrice si rivela unicamente nella solidarietà.

Il nostro compito principale come cristiani non è prima di tutto quello di cambiare le strutture che regolano la vita civile ma quello di risanare le ferite provocate nelle persone da pesanti condizionamenti come sfruttamento, violenza, solitudine. E ciò significa soprattutto stringere rapporti nuovi di amicizia, di solidarietà, con i quali si risanano gli altri ma di riflesso se stessi. Molte sofferenze restano, ma quello che importa è dare loro un senso, facendole diventare un mezzo per creare amore e solidarietà. 

Tempo Ordinario B – 04. Domenica

Contro il potere del male

Il tema di questa domenica è speculare rispetto a quello di domenica scorsa in quanto presenta la lotta di Gesù contro i demoni come l’espressione più significativa della venuta del regno di Dio.

La prima lettura presenta la figura del profeta fa da sfondo al tema dell’autorevolezza di Gesù di cui si parla nel brano del vangelo. Il profeta non aveva nessun potere dal punto di vista politico, ma era considerato come il continuatore dell’opera di Mosé. Spettava infatti a lui il compito di tener vivo il ricordo di quanto Dio aveva fatto per la liberazione del popolo e di richiamarlo alla fedeltà verso il suo Dio. Sono i profeti che hanno messo in guardia gli israeliti dal rischio di seguire altre divinità e hanno annunziato il castigo per i loro peccati, ma al tempo stesso hanno garantito loro il perdono e la misericordia di Dio.

Nel brano del vangelo, dopo aver detto che Gesù annunzia la venuta del regno di Dio, l’evangelista spiega che cosa ciò significava in un ambiente come il suo. In esso la dominazione romana, appoggiata dai sacerdoti, provocava oppressione, fame, schiavitù e anche gravi disturbi mentali. Annunziando la venuta del regno di Dio, Gesù prometteva un capovolgimento della società in forza del quale avrebbero avuto il primo posto i poveri, i malati, gli esclusi. Come prova di ciò l’evangelista racconta subito dopo che Gesù libera un indemoniato. La possessione diabolica è una metafora che indica l’effetto della violenza di ogni tipo che colpisce gli individui e la società. La liberazione dell’indemoniato è dunque il segno della vittoria di Dio sul potere del male e quindi la prova che il suo regno è vicino. Perciò Gesù è riconosciuto fin dall’inizio del suo ministero come un maestro autorevole, che accompagna le parole con i fatti. Egli però non accetta di essere chiamato «santo di Dio» perché non ha bisogno di titoli onorifici o approvazione. L’evangelista attesta qui per la prima volta il suo rifiuto di qualifiche che lo avrebbero trascinato nel campo di un messianismo nazionalista contrario alle sue scelte. 

Nella seconda lettura Paolo, in vista dell’imminente ritorno di Gesù, afferma che può essere consigliabile, a chi si sente chiamato, la rinunzia al matrimonio. Così facendo egli non intende svalutare la vita matrimoniale ma vuol far capire che esiste anche un’altra modalità, secondo lui più efficace, di prepararsi al ritorno ormai imminente di Gesù. Al di là del dilemma matrimonio-celibato, quello che conta è l’adesione al programma di liberazione annunziato da Gesù.

Come Gesù, anche il credente deve essere autorevole sia nella società che nella famiglia e nella comunità. Ma egli lo diventa a condizione di comportarsi in sintonia con ciò in cui crede. La nostra società sarebbe diversa se i credenti fossero veramente persone autorevoli, capaci cioè di impegnarsi fino in fondo per attuare un mondo più giusto e solidale.

Tempo Ordinario B – 03. Domenica

Chiamati per il regno di Dio

Il tema del vangelo di questa domenica è la venuta ormai prossima del regno di Dio annunziato da Gesù. La prima lettura è stata scelta per introdurre questo tema. Giona però non porta a Ninive un lieto annunzio, ma un annunzio di sventura: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». L’autore di questo libretto non dice quale fosse il peccato di questa grande città, ma lo possiamo dedurre dalle accuse dei profeti, in modo speciale di Naum, che descrive la distruzione della città: idolatria, ingiustizia, sfruttamento e oppressione nei confronti dei più deboli. Nella predicazione di Giona però era implicita una buona notizia: la possibilità per i niniviti di essere preservati da tale castigo a patto che si convertissero. È quanto essi fanno e Dio cambia idea ed evita di fare il male che aveva minacciato.

Secondo il vangelo di Marco invece Gesù non pone nessuna condizione. Il suo vangelo è una buona notizia perché annunzia che Dio agisce di sua iniziativa e gratuitamente per trasformare il mondo. Il suo regno consiste in un mondo nuovo, dove tutti sono fratelli e sorelle e condividono in pace i doni che Dio ha fatto a tutti i suoi figli. Per lui la conversione consiste non in una confessione dei peccati o in riti penitenziali come quelli praticati dai niniviti o il battesimo amministrato da Giovanni il Battista, ma semplicemente nel credere a questa buona notizia, lasciandosi coinvolgere nella nuova realtà a cui Gesù dava inizio. Tutto il resto sarebbe scaturito spontaneamente da questa scelta. Come esempio dell’efficacia di questa buona notizia l’evangelista riferisce la chiamata dei primi discepoli, i quali sono così fortemente attratti da Gesù da lasciare tutto per mettersi al suo seguito. Il costituirsi del gruppetto dei discepoli è il segno più evidente che Dio sta già realizzando il suo regno.

Ma allora che cosa implica la chiamata di Gesù? Lo spiega Paolo nella seconda lettura quando invita i corinzi a vivere «come se…». Questa espressione potrebbe essere interpretata come un invito all’ipocrisia. Invece con essa Paolo li esorta a non dare un valore assoluto ad alcuna realtà terren:, i soldi, il matrimonio e la famiglia, le gioie e i dolori della vita. In altre parole, Paolo invita ad adottare nei rapporti con gli altri una logica nuova, che è quella dell’amore e della solidarietà. Infatti questo mondo è destinato a finire mentre i valori del regno di Dio rimangono in eterno. 

La chiamata a seguire Gesù esige anche da noi la disponibilità ad aprire gli occhi, a vedere l’opera di Dio che si realizza già ora mediante tanti uomini e donne di buona volontà, che si lasciano affascinare dai valori del Regno da lui annunziato. Ciò implica un cambiamento radicale di mentalità che comporta un diverso modo di vivere. Seguire Gesù non significa essere muti consumatori di servizi religiosi ma impegnarsi per un mondo nuovo, conforme ai valori del vangelo.

Tempo Ordinario B – 02. Domenica

La vocazione

Nella prima lettura si racconta la chiamata di un personaggio che ha assunto un ruolo molto importante nella storia di Israele. L’episodio è sintomatico. Samuele era stato offerto a Dio dalla madre per ringraziarlo di averle dato un figlio. Egli era ancora un ragazzino quando ha ricevuto l’incarico di custodire l’arca dell’alleanza. Quando nella notte sente qualcuno che lo chiama, per due volte pensa che sia il sommo sacerdote Eli. Alla terza, dietro suggerimento di Eli stesso, si rende conto che è Dio a chiamarlo e risponde con queste parole: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». Ciò che colpisce è la prontezza con cui Samuele accetta l’invito del Signore il quale gli affiderà un compito molto importante a favore di tutto il popolo.

Anche nel vangelo si parla di una chiamata. Questa volta non è un sacerdote che fa da intermediario ma Giovanni Battista. Egli designa Gesù come «Agnello di Dio». Questo appellativo ha radici profonde nell’ebraismo e rappresenta, secondo l’evangelista, la designazione più adatta per esprimere la missione di Gesù. È un invito implicito che Giovanni il Battista fa a due suoi discepoli perché lo accolgano come il loro nuovo Maestro. Essi si mettono allora a seguire Gesù e gli chiedono dove abita. Ma quello che provoca la loro decisione di seguirlo sono le parole con cui Gesù li invita ad andare con lui e a vedere. L’evangelista non riferisce che cosa si siano detti in tutto il tempo che sono rimasti insieme, ma vuol far capire che è stata l’esperienza personale a convincerli che Gesù è veramente il Messia. Uno dei due, Andrea, incontra poi suo fratello Simone e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia» e lo conduce da Gesù. Questi si limita a guardarlo intensamente gli assegna un nuovo nome: Pietro. È questo il segno della missione che gli è conferita. 

Nella seconda lettura si mette in luce il rapporto strettissimo che intercorre tra il discepolo e Gesù: il suo corpo è membro di Cristo e perciò anche tempio dello Spirito Santo. Formare un solo corpo con Gesù significa lasciarsi coinvolgere nella sua persona e nei suoi valori, nel suo modo di essere e di pensare. Ogni cristiano ha una vocazione che lo unisce intimamente a Gesù e al tempo stesso lo mette al servizio del suo corpo che è la chiesa, cioè la comunità dei credenti.  

Ogni essere umano, anche se non ne è cosciente, porta con se una chiamata alla vita e all’amore. L’incontro con Gesù, se è autentico, rivela e approfondisce questa chiamata in forza della quale il discepolo si mette al suo seguito e al servizio dei fratelli. La chiamata può assumere diverse forme, ma in ogni caso porta ad assumere responsabilità specifiche al servizio della comunità. La scoperta della propria vocazione è un passo decisivo nella crescita di una persona, in quanto comporta la possibilità di dare un senso alla propria vita

Battesimo di Gesù B

La sfida del battesimo

La liturgia ricorda il battesimo di Gesù come una seconda epifania, cioè un momento speciale in cui egli si è manifestato al mondo. Con questa festa terminano le celebrazioni natalizie e inizia il tempo ordinario, in cui la liturgia propone la lettura del vangelo di Marco (anno B). È questa un’occasione preziosa in cui siamo invitati a riflettere sul nostro battesimo in quanto modellato sul battesimo di Gesù.

La prima lettura è rivolta ai giudei esuli a Babilonia che ormai intravedevano la liberazione e il ritorno nella terra promessa. Il profeta, i cui oracoli sono riportati nella seconda parte del libro di Isaia, intende dare loro un’ulteriore garanzia circa la realizzazione del progetto di Dio. Egli sta per fare con il popolo rinnovato un’alleanza eterna perché sia il testimone di una salvezza che dovrà estendersi a tutti i popoli. Ma il profeta sottolinea anche che essi devono collaborare con l’azione divina. Ciò significa nutrirsi metaforicamente del cibo che egli dà loro: in altre parole, essi devono cercare il Signore, fidarsi di lui e abbandonare i propri interessi personali per adottare i pensieri del Signore.

Nel brano del vangelo si narra il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni il Battista. Questi invitava i peccatori alla conversione e amministrava loro il battesimo come segno del perdono di Dio. È comprensibile perciò che i primi cristiani sentissero un certo imbarazzo per il fatto che Gesù aveva ricevuto il battesimo di Giovanni insieme a una folla di persone che confessavano i loro peccati. Secondo Marco, il vangelo più antico, che è la fonte principale degli altri due, il significato del battesimo di Gesù si capisce a partire da ciò che è avvenuto subito dopo. Appena ha ricevuto il battesimo, Gesù ha visto i cieli aperti e lo Spirito di Dio, in forma di colomba, discendere su di lui mentre una voce dal cielo diceva: Tu sei il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Questa visione non deve essere letta come un evento accaduto oggettivamente ma come un racconto composto dall’evangelista per esprimere il significato del battesimo di Gesù. La visione da lui ricevuta mostra chiaramente che la presenza di Gesù tra i peccatori non è stata la risposta a un suo bisogno di purificazione, ma l’occasione in cui ha iniziato a compiere la missione che il Padre gli aveva assegnato. In quel momento Gesù si è impegnato a raccogliere un popolo rinnovato e purificato, disposto ad accettare su di sé la regalità di Dio. Immergendosi nell’acqua con i peccatori, Gesù non ha compiuto qualcosa di disdicevole per il figlio di Dio, ma piuttosto ha mostrato come il vero «figlio di Dio», il Messia, si riveli non in un tempio o una reggia ma condividendo le sofferenze e i limiti propri di ogni essere umano. Si spiega così la scandalosa amicizia con i peccatori che ha contrassegnato il ministero pubblico di Gesù (cfr. Mc 2,15). 

Nella seconda lettura si dice che chi è stato generato da Dio non può non amarlo. Ma se veramente ama Dio come suo Padre, egli deve amare anche tutti coloro che Dio ha generato. Infatti l’amore per Dio si manifesta nell’osservanza dei suoi comandamenti che hanno come oggetto fondamentale l’amore del prossimo. È proprio amando Dio e il prossimo che il credente vince il mondo, cioè sconfigge il peccato che si annida nelle strutture ingiuste che corrompono i rapporti tra le persone.

L’uso di amministrare il battesimo ai bambini ha fatto perdere lungo i secoli il significato del battesimo cristiano. In un periodo come il nostro, nel quale molti genitori rinunziano a far battezzare i loro figli, è importante riscoprire il significato del battesimo, che implica, come dice la prima lettura, un vero cambiamento di mentalità. Esso significa diventare discepoli di Gesù ed entrare così nell’ottica di Dio, impegnandosi con lui in una lotta senza quartiere contro il male che pervade la società. Ciò si attua entrando a far parte di una comunità in cui si anticipa nell’oggi, come richiede la seconda lettura, quel regno di giustizia e di pace che Gesù è venuto ad annunziare

Natale – Messa della vigilia

Una storia che continua

Nella vigilia del Natale la liturgia presenta la nascita di Gesù come compimento dell’esperienza di Dio di cui è stato protagonista il popolo di Israele. Come prima lettura viene proposto un brano del Terzo-Isaia nel quale il popolo di Israele è rappresentato come la sposa amata da Dio, rivestita di salvezza e di giustizia, la cui gloria risplende davanti a tutti i re della terra. È una visione ideale che presuppone una situazione precedente di devastazione e di abbandono. Il susseguirsi di grazia, peccato, castigo, a cui fa seguito il perdono e un nuovo inizio è tipico della visione biblica della storia. È un modo per indicare il faticoso cammino dell’uomo, in cui Dio è presente come colui che non lo abbandona mai, ma lo illumina, lo incoraggia, lo sostiene perché non venga meno nella sua ricerca di giustizia e si rialzi quando è caduto.

Nel brano del vangelo è riportata la genealogia di Gesù come è presentata da Matteo. La genealogia è un modo per raccontare in sintesi la storia di una persona o di un popolo. Ogni nome della genealogia richiama una storia di peccato e di grazia che orienta verso un personaggio nel quale l’evangelista riconosce il Messia, il Cristo, figlio di Davide, atteso dal suo popolo. Gesù appartiene a questo popolo di cui illumina retrospettivamente la storia con tutte le sue luci e le sue ombre; ma al tempo stesso la supera segnando un nuovo inizio che va al di là di tutte le aspettative. Con Giuseppe infatti la genealogia si interrompe in quanto Gesù non è generato da lui ma da Maria, sua sposa, il cui ruolo è adombrata nelle quattro donne citate nella genealogia, le quali hanno generato in modo anomalo un vero discendente di Abramo. Il collegamento tra una storia che finisce e una che comincia è fatto da Giuseppe che, illuminato da Dio, prende Maria come sua sposa e adotta Gesù come suo figlio. Per mezzo suo Gesù è il figlio di Abramo e di Davide, ma in quanto generato da Maria è il nuovo Adamo con il quale ha inizio una nuova umanità.

Nella seconda lettura anche Paolo, secondo il racconto degli Atti degli apostoli, mostra come Gesù giunga al termine di una lunga storia di salvezza ma al tempo stesso la superi. Egli è designato da Paolo come il salvatore che Giovanni il Battista indica a Israele come uno al quale egli non è degno neppure di slacciare i sandali.

Il Natale è per noi lo spartiacque tra un tempo che finisce e uno che inizia. Gesù è il compimento non solo dell’esperienza spirituale di Israele ma anche di quella di tutta l’umanità che l’ha preceduto. Ma con lui si apre una nuova strada non solo per quelli che credono in lui e lo accolgono come il Messia ma anche per coloro che non lo riconoscono come tale: tutti infatti devono confrontarsi con il suo messaggio di salvezza che riguarda tutta l’umanità.