Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Una fede che salva

Bella pretesa quella di Pietro: non è poco chiedere a Gesù di potergli andare incontro camminando sulle acque (Mt 14,28-31). A chi non piacerebbe poter camminare sulle acque del mare in tempesta così, leggermente, senza sprofondare nell’abisso? Pietro ci ha provato, ma quasi andava a fondo perché ha avuto paura. Per sua fortuna lui gli ha dato una mano e lo ha salvato. Anche noi abbiamo a volte la sensazione di camminare sulle acque, non certo quelle del mare ma quelle ugualmente tumultuose della vita. Sembra che tutto vada bene: il lavoro, la famiglia, le amicizie. Poi, in un attimo, capita qualcosa di inatteso e allora si ha l’impressione di precipitare in un abisso senza fondo. E nessuno è lì, pronto a darci una mano. Sono momenti in cui si capisce che cosa significa essere su un barcone che va a picco nel Mediterraneo, portando con sé una, tante vite umane. A meno che non venga un aiuto tanto atteso quanto insperato!

L’avventura di Pietro sembra volerci dire che nella tragedie della vita la fede può darci un aiuto insostituibile. Ma quale fede? Non certo quella che ci fa aspettare un intervento miracoloso dall’alto, capace di risolvere i nostri problemi e di preservarci da situazioni impossibili. È ingenuo pensare che lassù ci sia qualcuno che dirige gli eventi di questo mondo a nostro richiesta.

La fede vera è invece quella che ci sa indicare una meta verso cui camminare e che ci fa afferrare la mano tesa per salvarci. E ci indica un Bene da ricercare al di là dei nostri piccoli interessi personali. Bisogna però riconoscere la mano che Gesù ci tende: quella di una comunità di fratelli e di sorelle coi quali condividere un cammino spesso difficile e irto di ostacoli. Una comunità da costruire. Tendendo però per primi la mano a chi sta per affogare.

Parola di Dio

Fa un certo effetto sentire proclamare, alla fine di una lettura della messa, la formula «Parola di Dio/Parola del Signore» a cui si risponde automaticamente: «Rendiamo grazie a Dio». Ma che cosa ha detto di speciale questo Dio? Sì, il brano del vangelo contiene spesso degli utili orientamenti di vita, ma espressi il più delle volte in un linguaggio così arcaico da lasciarci perplessi. Non parliamo poi della prima lettura, in cui appare spesso in azione un Dio troppo umano, a volte arbitrario e vendicativo. Anche la seconda lettura contiene dei messaggi che facciamo fatica a capire perché non sappiamo chi erano e che cosa pensavano coloro a cui erano indirizzati.

E allora perché non riconoscere che le letture della Bibbia non sono la parola di Dio, ma soltanto la parola di uomini che in nome di Dio hanno comunicato ad altri uomini un messaggio che ritenevano importante per loro, ma con tutti i limiti di qualsiasi parola umana. Che questa parola venga da Dio e non torni a lui senza aver prodotto il suo effetto sembra veramente un po’ azzardato. Aveva ragione Gesù: tante di queste parole sono per noi oggi come semi caduti in un terreno sterile e improduttivo, non sempre per colpa nostra ma spesso per l’enorme divario culturale che ci separa dai primi destinatari della Bibbia.

Ma forse le cose possono essere viste secondo un’altra angolatura. In senso metaforico la parola di Dio è quella voce interiore che si fa sentire quando entriamo in noi stessi, una voce che ci ispira, ci rimprovera, ci consola. Gli autori della Bibbia sono uomini e donne che hanno saputo ascoltare questa voce e l’hanno espressa con parole umane, certo limitate e a volte purtroppo intrise di una cultura che per noi è ormai superata. Le loro riflessioni hanno preparato la strada al messaggio di Gesù, che può essere capito profondamente solo alla luce di quanto essi hanno detto e scritto. Per mezzo del suo vangelo la parola di questi antichi personaggi non ha perso la sua efficacia: non perché dicono cose nuove ma èerché ci costringono a rientrare in noi stessi e ad ascoltare quella parola di Dio che risuona nei nostri cuori.