Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario A – 07 Domenica

Un amore senza frontiere

Nel brano del vangelo viene riportato un brano del Discorso della montagna che corrisponde alla seconda parte del discorso delle antitesi, quella in cui Gesù propone la non violenza e l’amore dei nemici. Come sfondo di questo insegnamento, viene proposto il testo biblico nel quale si esorta il popolo a imitare la santità di Dio, cioè l’attributo in forza della quale egli è al di là di tutti i limiti, fisici e morali, di ogni creatura. Subito dopo l’autore riporta alcuni comandamenti che ricalcano in parte il decalogo: è chiaro dunque che gli israeliti conseguono la santità non con particolari purificazioni rituali, ma osservando i comandamenti di Dio. Al termine di questa lista viene riportato il comandamento che prescrive l’amore del prossimo, il quale appare quindi come il culmine e il riassunto di tutti gli altri. Il prossimo è qui il vicino, il fratello, colui che appartiene allo stesso popolo. L’amore viene esteso espressamente anche al nemico personale, verso il quale deve essere evitato l’odio e il rancore. Nello stesso testo, un po’ più avanti, lo stesso amore è richiesto nei confronti del forestiero, cioè dello straniero che si è stabilito in Israele, che fa parte anch’egli del prossimo. Ma il comandamento non si estende allo straniero in senso proprio, cioè a chi non appartiene al proprio gruppo sociale, politico e religioso. Questo tipo di straniero era considerato come un nemico da cui guardarsi, in quanto rappresentava un pericolo per la vita sociale e religiosa.

Su questo sfondo devono essere lette le parole di Gesù riportate nel vangelo.Egli anzitutto non accetta la legge biblica del taglione (occhio per occhio dente per dente), con la quale si voleva porre un limite alla violenza: per Gesù infatti la violenza non deve essere semplicemente contenuta ma eliminata del tutto. Certo bisogna lottare contro il male, ma superando la tentazione della violenza, anche quando ciò comporta pesanti conseguenze. Gesù inoltre critica il comandamento biblico che inculca l’amore del prossimo nella misura in cui spesso era interpretato in modo limitativo. Per Gesù l’amore, per essere vero, deve estendersi anche ai nemici: gli stranieri, i non giudei, gli oppressori politici e i persecutori. Per Gesù questa è l’immediata conseguenza della fede in Dio. Se Dio è padre di tutti, ama tutti, distribuisce a tutti suoi doni, allora non si può più odiare nessun essere umano, chiunque egli sia. Solo così si imita la perfezione (santità) di Dio, per quanto ciò è possibile a una creatura. 

Nella seconda lettura Paolo contesta la sapienza di questo mondo, che porta al culto della personalità e alla divisione e pone al primo posto la comunità, che è il tempio nel quale Dio ha posto la sua dimora. Ma una comunità è autentica nella misura in cui si apre a tutti e dialoga con tutti, anche con gli estranei e i nemici.

Non violenza e amore dei nemici rappresentano il culmine dell’insegnamento di Gesù, al quale egli stesso ha ispirato tutta la sua vita. Si tratta di una scelta difficile, che va contro corrente e a volte cozza contro quello che sembra il dovere di difendere i propri beni, le persone care, la patria, da ingiuste aggressioni. Naturalmente si tratta di un ideale verso cui tendere, non di una regola da applicare rigidamente. Spesso i cristiani non sono stati fedeli a questo insegnamento in quanto hanno preteso di avere uno statuto speciale nel piano di Dio a scapito degli altri, spesso visti come infedeli da convertire o da distruggere. Se vogliono essere fedeli al vangelo, i cristiani devono abbandonare ogni esclusivismo e affermare con decisione che tutti sono uguali davanti a Dio e si salvano nella misura in cui collaborano alla realizzazione di un mondo migliore. 

Tempo Ordinario A – 06 Domenica

Gesù e la legge

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione sul modo in cui Gesù ha interpretato la legge che Dio ha dato a Israele. Come premessa, la prima lettura attesta la convinzione dei saggi secondo cui Dio ha dato all’uomo la libertà di decidere se fare il bene o il male. Forse l’autore del testo è troppo ottimista circa la libertà di ogni essere umano. Tuttavia è vero che non ha senso promulgare una legge se coloro a cui è diretta non hanno la libertà di fare delle scelte personali.

Il brano del vangelo, ricavato dal discorso della montagna, mette in luce l’insegnamento di Gesù circa la legge. Per i giudei del suo tempo questa abbracciava numerosi precetti che, secondo i rabbini, ammontavano al numero di 613. Secondo Matteo Gesù dice di essere venuto non per abolire ma per dare pieno compimento alla legge e ai profeti: ciò significa che la legge deve essere osservata, non però in modo meccanico, ma nella prospettiva della predicazione dei profeti, i quali hanno insegnato che la giustizia e la solidarietà verso i propri simili stanno alla base del rapporto con Dio. Su questa linea Gesù porta l’esempio di quattro comandamenti presi dal decalogo, quelli cioè che proibiscono l’omicidio, l’adulterio, il ripudio e il giuramento. Per ciascuno di essi egli richiama la necessità di non fermarsi alla semplice formulazione, ma di andare al loro significato profondo. Circa l’omicidio Gesù sottolinea che ci sono diversi modi di uccidere una persona, come l’insulto, la denigrazione, l’emarginazione. Per quanto riguarda l’adulterio, Gesù mette in guardia dal desiderio incontrollato della donna, che porta a servirsi di una persona per il proprio piacere, e si oppone al ripudio perché espone la donna alla povertà e allo sfruttamento anche sessuale. Infine rifiuta non solo il giuramento falso ma anche il giuramento in quanto tale, perché al primo posto bisogna mettere la sincerità. All’origine di ogni comandamento vi è dunque l’esigenza dell’amore, che va oltre quanto è comandato e quindi rende inutile la legge.

Nella seconda lettura si riprende il tema della sapienza. Paolo osserva che essa non appartiene ai dominatori di questo mondo, cioè a coloro che detengono il potere politico e religioso. Essi infatti hanno crocifisso il Signore. Il vero saggio non è chi si limita a praticare dei comandamenti ma colui che imita l’esempio di Cristo.

Per il credente la legge non è abolita ma resta solo come direttrice di marcia; però la motivazione che lo spinge ad agire non è l’autorità del legislatore e neppure la sanzione prevista per i trasgressori ma la ricerca del bene comune. 

Tempo Ordinario A – 05 Domenica

La testimonianza cristiana

In queste letture si affronta il tema della luce in funzione della testimonianza, cioè dell’impatto che il messaggio cristiano deve avere sulla società. Nella prima lettura il profeta prende lo spunto da una pratica rituale molto diffusa al suo tempo, il digiuno. In un contesto di grave ingiustizia sociale egli si domanda in che cosa consista il vero digiuno, quello cioè che piace a Dio. E risponde dicendo che esso consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri e i senza tetto, nel vestire chi è nudo. E aggiunge che, per praticare il digiuno, i credenti dovranno non solo togliere di mezzo l’ingiustizia, ma anche stabilire un rapporto di solidarietà con chi soffre. Solo così diventeranno portatori di una luce capace di trasformare le strutture della vita sociale. 

Nel vangelo lo stesso discorso viene ripreso mediante le metafore del sale della terra, della città sul monte e della lampada sul candelabro. Con queste immagini, Gesù non intende lanciare i suoi discepoli in un’opera di proselitismo a tappeto, come spesso si è pensato, ma vuole richiamarli alle loro responsabilità. L’essere discepoli di Gesù non significa chiudersi in se stessi, formando una società alternativa con le sue regole e le sue sicurezze, ma piuttosto implica la capacità di influire sulla vita di tutta la società. Il Vangelo è l’annunzio della buona notizia che riguarda la venuta del regno di Dio e in questa prospettiva propone dei valori che riguardano tutta la società. Si tratta sostanzialmente di valori umani dalla cui pratica dipende il benessere di tutti. Essi non possono venire imposti dall’esterno, ma devono essere scoperti e capiti da tutti. L’unico modo per farli apprezzare è dunque quello di praticarli, mostrandone così l’efficacia.

È quanto ha fatto Paolo a Corinto: in quella città egli non ha cercato di fare colpo con la sua dottrina o con miracoli, ma si è presentato semplicemente come discepolo del Crocifisso, con grande povertà e umiltà. Solo così ha potuto rendersi credibile e fondare una comunità di discepoli che non impongono ma propongono un nuovo modo di vita. 

Una vera vita di fede non consiste primariamente nella difesa di una struttura ecclesiale, con tutti i suoi riti e le sue dottrine e neppure nella ricerca della salvezza della propria anima. Essa invece significa prendere a cuore il bene di questa umanità, in tutti i suoi aspetti. Impegnandosi per il bene comune si difende la Chiesa e si salva la propria anima.

Presentazione di Gesù al tempio

Luce delle nazioni

La presentazione di Gesù al tempio è un episodio simbolico con il quale Luca far risaltare come la salvezza, preannunziata da Dio nelle Scritture e attuata da Gesù, si rende presente nel tempio, luogo in cui abita Dio, e da lì si espande in tutto il mondo.

Nella prima lettura, come sfondo al messaggio del vangelo, la liturgia propone un testo del profeta Malachia nel quale si annunzia che il Signore entra nel suo tempio con lo scopo di purificare i sacerdoti che sono al servizio del culto a lui dovuto. La loro colpa, segnalata da Malachia in altri punti del suo libretto, consiste nel fare del culto un apparato esteriore, che nasconde interessi vari e allontana i fedeli da Dio.

Nel brano del vangelo Luca narra, in modo un po’ maldestro, l’adempimento da parte dei genitori di Gesù, di due precetti rituali: la purificazione della puerpera e il riscatto del primogenito. Egli però non è interessato ai riti ma se ne serve come occasione per far svelare un aspetto della personalità di Gesù da due personaggi che rappresentano il popolo ebraico. Il primo è il vecchio Simeone che, proprio nel luogo più sacro dell’ebraismo, il tempio di Gerusalemme, annunzia che Gesù sarà luce per le genti e gloria del suo popolo Israele. L’ordine è capovolto rispetto a quanto si sarebbero attesi i giudei del suo tempo per i quali, alla luce della promessa fatta al Servo del Signore, egli doveva essere prima “alleanza del popolo” e poi “luce delle nazioni”. In realtà Gesù e i suoi discepoli non sconfesseranno Israele, ma metteranno al primo posto l’annunzio del Vangelo a tutte le genti. Per questo motivo Gesù diventerà pietra di scandalo e provocherà un doloroso dissidio nel mondo giudaico: per alcuni sarà occasione di caduta mentre per altri comporterà la scoperta di una nuova vita. A Maria Simeone annunzia che, in quanto partecipe del destino di Gesù, una spada le trapasserà l’anima. Anche la profetessa Anna svolge un ruolo profetico in quanto riconosce in Gesù colui che avrebbe attuato la redenzione di Gerusalemme.

Nella seconda lettura si mette in luce il meccanismo perverso che influenza i comportamenti umani. Si tratta della paura della morte, che spesso si pensa di poter vincere mettendo al primo posto le proprie sicurezze umane. E’ questa l’origine del peccato che Gesù vince in quanto proclama che la fonte della vera sicurezza è l’amore verso tutti, senza alcuna discriminazione.

Per i giudei del tempo di Gesù era scandaloso mettere in crisi il loro statuto privilegiato di popolo eletto. Proprio per questo di fronte a lui, che non teneva conto di primati o di privilegi, e poi di fronte ai suoi discepoli, che annunziavano il Vangelo a tutti, giudei e gentili, essi si sono divisi: alcuni l’hanno accettato e altri l’hanno rifiutato. L’apertura agli «altri», in quanto mette in crisi le proprie sicurezze, è spesso causa di dissidi insanabili.

Tempo Ordinario A – 04 Domenica

Lo spirito di povertà

Il tema di questa domenica è quello della povertà evangelica. Nella prima lettura si parla di un gruppo umano che sceglie deliberatamente la povertà. Questa però non consiste nel rinunziare al progresso e al benessere, ma nel fare sì che tutti abbiano accesso in modo equo al benessere prodotto. E ciò non solo in forza di leggi giuste, ma per una scelta di condivisione e di solidarietà.

Alla prima lettura corrisponde il brano delle beatitudini così come è riportato da Matteo all’inizio del Discorso della montagna. Fra di esse le più originarie sono le prime quattro che corrispondono alla prime tre di Luca. Esse si riferiscono a un’unica categoria di persone, costituita da coloro che, proprio a causa della loro povertà, sono afflitti e soffrono la fame. Dai racconti evangelici risulta che Gesù era circondato proprio da queste persone, malati, indemoniati, emarginati sociali e religiosi, in una parola da persone provate nel corpo e nello spirito; esse non appaiono di solito come particolarmente pie o giuste, almeno secondo i canoni farisaici, anzi molte appartengono al gruppo dei «peccatori». A questi poveri che lo circondano Gesù annunzia la felicità più piena. La loro condizione infatti sarà capovolta ed essi saranno i primi a entrare nel regno di Dio che sta per venire. Alcuni decenni dopo la morte e la risurrezione di Gesù, Matteo riferisce le sue parole a persone ormai cristiane, le quali godono già le primizie del regno di Dio; perciò sottolinea come essere poveri non serva a nulla se non si è poveri «in spirito», cioè se la povertà non è accettata e vissuta col cuore, in un atteggiamento di fiducia in Dio e di solidarietà con i fratelli. Egli aggiunge che lo spirito di povertà deve andare di pari passo con la misericordia, con la purezza di cuore, con l’impegno per la pace e il coraggio nella persecuzione.

La comunità di Corinto,come la descrive Paolo nella seconda lettura, era formata appunto da questi poveri che, diventando seguaci di Cristo, hanno trovato la salvezza, cioè la beatitudine da lui promessa. 

Dal confronto tra il messaggio di Gesù e l’approfondimento di Matteo appare dunque che Dio non vuole la povertà e tanto meno la miseria, anzi vuole che sia eliminata. Ma per fare ciò è necessario possedere l’amore per la povertà, che spinge a non accaparrarsi i beni della terra ma a condividerli con coloro che ne sono privi.

Tempo Ordinario A – 03. Domenica

La venuta del regno di Dio

In questa domenica appare per la prima volta nella liturgia il tema del regno di Dio annunziato da Gesù. Nella prima lettura è riportato un oracolo contenuto in una sezione del libro del profeta Isaia chiamata «libretto dell’Emmanuele». In esso la nascita di un fanciullo della casa di Davide, viene presentata come l’occasione in cui appare una grande luce, simbolo di una gioia immensa: essa è motivata dal fatto che la popolazione della Galilea, umiliata dalla dominazione straniera, ha ottenuto finalmente la liberazione, fonte di pace e giustizia.

Nel brano del vangelo, Matteo vede l’attuazione della profezia isaiana nel fatto che proprio in Galilea Gesù ha cominciato ad annunziare la venuta del regno di Dio proprio in una regione periferica, abitata in gran parte da gentili. Il regno di Dio consiste in una società in cui cadono le barriere e viene attuata la giustizia, che significa fraternità e condivisione. E per far capire che il lieto annunzio del Regno non era un semplice annunzio teorico, Gesù chiama immediatamente i primi quattro discepoli, i quali lasciano tutto per seguirlo. È inverosimile che ciò sia avvenuto subito all’inizio del ministero di Gesù, prima che egli illustrasse il senso di questo annunzio. Ma per l’evangelista è importante parlarne subito, in quanto mostra in atto la dinamica del regno: là dove esseri umani sanno superare i propri interessi e aggregarsi in vista di un bene comune, il regno di Dio ha inizio, comincia a manifestarsi. La prontezza con cui i primi chiamati seguono Gesù, distaccandosi da tutto quanto possedevano, mostra come questo regno debba avere il primato su tutti i propri interessi personali.

Anche per Paolo il fatto che i cristiani siano uniti nonostante le loro differenze culturali e sociali è l’espressione più efficace della forza trasformatrice del Vangelo, al centro del quale c’è la croce di Cristo. È chiaro che le diversità si superano solo se al primo posto si mette la ricerca del mondo migliore annunziato da Gesù e per il quale egli ha dato la vita.

La venuta del regno di Dio esige da parte dei cristiani non che si dedichino a pratiche rituali o all’accettazione di particolari concezioni religiose quanto piuttosto sull’impegno per la realizzazione di un mondo migliore, dove tutti siano riconosciuti e amati.

Tempo Ordinario A – 02. Domenica

L’Agnello di Dio 

In questa domenica la liturgia propone una terza manifestazione di Gesù, presentato da Giovanni il Battista come «Agnello di Dio». Nella prima lettura ritroviamo un personaggio, il Servo del Signore, del quale si parla in quattro carmi riportati nella seconda parte del libro di Isaia. Domenica scorsa abbiamo letto il racconto della sua vocazione. Oggi la liturgia ci propone il secondo dei quattro carmi che lo riguardano. In esso si dice Dio ha avuto per lui una stima tanto grande da conferirgli il compito non solo di riportare a lui le tribù di Israele e ricondurle nella loro terra, ma anche di essere luce delle nazioni. Egli dovrà portare la salvezza fino ai confini della terra. In realtà il Servo è stato mandato direttamente al suo popolo. Ma il suo messaggio improntato alla non violenza ha un valore universale. Si tratta di una scelta difficile, che pagherà con la morte. Perciò in seguito sarà paragonato a un agnello condotto al macello, a una pecora muta di fronte ai suoi tosatori (Is 53,7).

Nel brano del vangelo si parla di Giovanni il Battista che riconosce in Gesù «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». In questa espressione è interessante il simbolismo dell’agnello che, letto in riferimento al tema del Servo del Signore di cui parla la prima lettura, presenta Gesù come il liberatore del popolo, non dalla dominazione romana, come tanti si aspettavano, ma dal peccato. Giovanni il Battista non parla dei peccati individuali ma del «peccato del mondo». Con questa espressione si indica una situazione di peccato che si manifesta nelle strutture ingiuste, nella corruzione, nella violenza, che causano sofferenza e morte. Gesù è venuto proprio per combattere contro questo peccato che pervade il mondo. E ha fatto ciò non provocando una rivoluzione violenta ma mettendosi dalla parte degli ultimi e condividendo le loro sofferenze.Così facendo però ha suscitato l’odio dei potenti che l’hanno eliminato.

Nella seconda lettura Paolo si rivolge ai cristiani di Corinto chiamandoli «santi» e sottolineando che essi sono tali in quanto hanno creduto in Gesù e sono in sintonia con tutti coloro che in ogni luogo lo invocano. Come discepoli di Gesù i cristiani devono essere uniti non solo fra loro ma anche con tutti i credenti che appartengono ad altre religioni e con tutti gli uomini e donne di buona volontà, per lottare contro ogni ingiustizie e violenza. 

Il perdono del peccato è qualcosa che ci riguarda da vicino non solo come individui ma anche come membri di una comunità che lotta, con mezzi non violenti, contro le strutture ingiuste di questo mondo. Ma questo comporta la necessità di puntare su un rapporto vero fra persone, prima che sul culto e sulle devozioni, accettando le sofferenze e le prove che ne conseguono.

Tempo Natalizio A – Battesimo del Signore

Il giusto fra i peccatori

Il fatto che Gesù abbia ricevuto il battesimo da Giovanni è importante non solo perché segna l’inizio del suo ministero pubblico, ma anche perché rappresenta una scelta che caratterizzerà la sua futura attività. Nella prima lettura si presenta la vocazione di un anonimo profeta, chiamato Servo di yhwh, nel quale Dio si compiace. Su di lui scende lo Spirito del Signore che gli dà forza per riaggregare la massa dei giudei dispersa nell’esilio e riportarli nella loro terra. A tale scopo egli non dovrà provocare un movimento di rivolta ma rinnovare il loro rapporto con yhwh, il Dio che li aveva liberati dalla schiavitù egiziana. Il Servo infatti è stato chiamato «per la giustizia», cioè per manifestare la fedeltà di Dio al suo popolo. Egli porta a termine questo compito rifiutando ogni tipo di violenza e di costrizione. Ciò significa immergersi personalmente in una massa di gente frustrata, logorata da anni di esilio, preda di tensioni ed egoismi: un metodo certamente rischioso che l’ha portato alla morte. Ma che si è dimostrato vincente. 

Nel brano del vangelo si racconta il battesimo di Gesù. I primi cristiani hanno situato in questo contesto la sua manifestazione come Messia e Figlio di Dio, mettendo in secondo piano il fatto che egli è stato battezzato in mezzo a una folla di persone che andavano al Giordano per confessare i loro peccati. Ma è proprio immergendosi in questa moltitudine composta prevalentemente da persone emarginate e sofferenti, esseri umani considerati come peccatori dai rappresentanti della religione ufficiale, che Gesù dimostra di essere il Messia annunziato dalle Scritture. Egli ha assunto il ruolo non di un re potente ma quello del Servo che ha liberato i giudei dall’esilio: solo così infatti poteva «adempiere ogni giustizia», cioè manifestare al popolo la misericordia di Dio, come egli stesso dice a Giovanni. Immergendosi nell’acqua con i peccatori Gesù non ha compiuto dunque qualcosa di disdicevole per un giusto, ma piuttosto ha dimostrato come il vero «giusto», il «Figlio di Dio», il Messia, si riveli non appartandosi in un luogo sacro ma condividendo le sofferenze e i limiti propri di ogni essere umano.

Nella lettura degli Atti degli apostoli è Pietro stesso che illustra questa scelta di Gesù spiegando che egli, dopo e come effetto del battesimo, passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo. A ciò tendeva la sua scandalosa amicizia con i peccatori. Per questo ha accettato fin dall’inizio la prospettiva di una morte violenta.

Per i cristiani ricevere il battesimo significa fare proprie le scelte di Gesù: come lui, anch’essi accettano di non separarsi da questo mondo ma di essere solidali con i poveri, gli emarginati e quelli che hanno fatto nella vita scelte sbagliate: solo così possono fare anch’essi l’esperienza consolante di essere figli di Dio.

Tempo Natalizio – Epifania

Una buona notizia per tutti

L’Epifania è la festa nella quale i cristiani riflettono sul carattere universale della loro fede. Nella prima lettura, ricavata dalla terza parte del libro di Isaia, si descrive un evento futuro che riguarda il destino di Israele. Un giorno Gerusalemme, città in cui, secondo la fede israelitica, Dio ha posto la sua dimora, si riempirà di luce. Allora a essa affluiranno tutte le genti, attratte dalla luce di Dio, portando con sé i loro doni: l’oro come segno della loro adesione alla regalità di Dio e l’incenso, simbolo della loro partecipazione al culto. Secondo il profeta i popoli otterranno la salvezza, ma solo se si aggregheranno a Israele e daranno culto al suo Dio.

Secondo Matteo la promessa riportata nel libro di Isaia si è realizzata con la venuta di Gesù. La visita dei magi alla sua culla rappresenta per loro l’anticipo simbolico di un grande pellegrinaggio di popoli che in diversi modi avrebbero aderito a Cristo, accettando il suo messaggio e mettendolo alla base della loro esistenza. I doni che i magi portano sono gli stessi ricordati da Isaia ai quali si aggiunge la mirra, con cui si anticipa nuovamente il destino doloroso del bambino. Purtroppo, secondo Matteo, il re Erode e tutta Gerusalemme, invece di rallegrarsi per la nascita del re dei giudei, sono turbati ed Erode pensa già come eliminarlo. In questa scena l’evangelista vede l’anticipazione del dramma che porterà una parte consistente del popolo giudaico a rifiutare il suo Messia. 

L’autore della lettera agli Efesini, da cui è ripresa la seconda lettura, attribuisce a Paolo la rivelazione di un mistero nascosto alle precedenti generazioni, in forza del quale le genti sono chiamate condividere con i giudei che avevano creduto in Cristo le promesse fatte al popolo di Israele. Anche per questo autore le promesse fatte dai profeti si stanno realizzando per mezzo di Gesù. 

La venuta dei magi significa simbolicamente l’adesione a Cristo di gente di ogni colore e lingua che attraverso di lui hanno ottenuto la salvezza. Oggi però siamo consapevoli che la stessa salvezza raggiunge in molti modi anche i fedeli di altre religioni e coloro che si dicono atei ma praticano i valori evangelici. Il compito dei cristiani non è dunque più quello di convertire più gente possibile al cristianesimo ma di entrare in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà per dare vita a un mondo migliore in cui prevalgano i valori evangelici della pace, della giustizia e della solidarietà.

Il senso della vita

Qualche giorno fa, nella notte tra il 21 e il 22 dicembre, due ragazzine, Gaia e Camilla, ambedue sedicenni, sono state investite e uccise da un automobilista. Al funerale la sorella di Camilla ha detto: “Eri la piccola di casa. Qualche giorno fa ci avevi chiesto quale era il senso della vita e non ti ho saputo rispondere. Ecco, adesso lo dico: il senso della vita sei tu”. Questa frase mi ha molto colpito. Mi sono chiesto come mai la sorella più grande non aveva saputo rispondere alla domanda di Camilla. Forse non ci aveva mai pensato. Non credo. La risposta è un’altra. Effettivamente la vita non ha nessun senso. E’ un mistero, un’enigma incomprensibile. Non sappiamo da dove veniamo, che cosa ci stiamo a fare in questo mondo, dove andiamo a finire dopo la morte. Buio completo. La vita non ha nessun senso se non quello che riusciamo a darle noi. Ma non è facile e non si arriva mai a una risposta definitiva. In altre parole il senso della vita sta proprio nella ricerca di un senso che non c’è ma che noi vogliamo darle. Una ricerca difficile che a volte non si vuole affrontare. Si rimuove la domanda stessa. Ma allora l’alternativa è unica: la droga. E di droghe ce ne sono tante: non c’è che l’imbarazzo della scelta. E se non si trova una droga soddisfacente (e la droga non dà se non sprazi fugaci di soddisfazione) allora non resta altro che la depressione di una vita senza senso.