Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario A – 11 Domenica

Il popolo eletto: immagine e realtà

Può Dio scegliere un popolo e affidargli dei compiti e dei privilegi? È questo il tema di questa liturgia. Nella prima lettura si dice che Dio ha liberato Israele e lo ha chiamato a diventare il suo popolo: sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. In questo testo si afferma che Dio sceglie Israele su uno sfondo internazionale: «mia è infatti tutta la terra». Inoltre l’identità di Israele è legata a due clausole: «ascoltare la sua voce e custodire l’alleanza». Subito dopo si dirà che Dio si aspetta da questo popolo l’osservanza del decalogo, una legge essenziale, tutta incentrata sulla giustizia e sulla difesa dei diritti umani.

Nel vangelo tutta l’attenzione è ancora puntata su Israele come popolo di Dio. Gesù rivolge il suo messaggio a tutta l’umanità e chiede di pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Certamente Dio è il dio di tutti. Ma subito dopo l’evangelista racconta che Gesù sceglie dodici discepoli, che rappresentano le dodici tribù di Israele, e li manda esclusivamente a questo popolo, a cui lui stesso apparteneva. A esso devono annunziare che il regno di Dio è vicino e fare i segni che ne preannunziano la venuta: guarire gli infermi, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, cacciare i demoni: Israele è ancora in primo piano. Dopo la sua risurrezione Gesù invierà i discepoli a tutte le nazioni. Sono loro che porteranno a compimento il progetto un giorno affidato a Israele formando un nuovo popolo eletto, la Chiesa, che diventa testimone dell’amore di Dio per tutta l’umanità. 

Paolo scrive a una comunità cristiana e mette in luce una realtà sbalorditiva: Dio ci ha amato quando eravamo ancora peccatori e per questo ci ha mandato il suo Figlio Gesù per riconciliarci con lui. Chi accetta questa riconciliazione è un piccolo gruppo che forma una comunità. Ma lo scopo, sempre secondo Paolo, è la riconciliazione dell’umanità con Dio in funzione di una riconciliazione tra diverse persone e gruppi umani.

Il concetto di elezione ha comportato nella storia diversi malintesi, in quanto la salvezza è stata riservata ad alcuni escludendone altri. Una simile discriminazione non può essere attribuita a Dio. Intesa in senso corretto, l’elezione significa assunzione di responsabilità da parte di un popolo o di una comunità in funzione di un progetto universale di salvezza. In caso contrario diventa occasione di tensione e di attriti con il resto della società.

Tempo Ordinario A – 10. Domenica

Misericordia di Dio e salvezza dell’uomo

La prima lettura di questa domenica propone come oggetto di riflessione la misericordia di Dio. Secondo il profeta Osea Dio vuole l’amore e non sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti. Il termine «amore» è la traduzione di una parola ebraica che più propriamente significa «fedeltà» ed è sinonimo del successivo termine «conoscenza»: ambedue indicano un comportamento in sintonia con quanto è richiesto dal rapporto che si ha con una persona (matrimonio, parentela, amicizia, patto). Dio non si accontenta di gesti esterni, come sacrifici o atti di culto. Vuole da parte del popolo una fedeltà che significa ri-conoscere e praticare i suoi comandamenti, che hanno come oggetto la giustizia e la solidarietà nei rapporti con il prossimo.

Nel vangelo si racconta che Gesù chiama come discepolo un pubblicano e mangia con i peccatori. I farisei lo criticano perché pensano che una persona giusta, specialmente un Maestro rinomato come Gesù, non debba sporcare la sua immagine mescolandosi con persone che, per vari motivi, erano considerati come peccatori. Gesù risponde affermando di essere venuto non per i giusti ma per i peccatori, come un medico, il quale si rivolge non ai sani ma ai malati. I suoi critici si ritengono giusti, ma commettono il peccato più grave, quello di giudicare gli altri. Per un malato che si ritiene sano neanche il medico più esperto può fare qualcosa. In questo contesto Gesù cita il testo di Osea, nel quale la traduzione greca ha sostituito il termine amore/fedeltà con misericordia. In realtà questi termini esprimono concetti affini: la fedeltà che Dio si attende dagli uomini coincide esattamente con la misericordia che essi devono esercitare nei confronti dei propri simili.

Nella seconda lettura il tema centrale è quello della «fede», che richiama sia il concetto di fedeltà che quello di misericordia. Secondo Paolo Abramo non era un giusto ma lo è diventato perché è stato fedele al Dio che lo ha chiamato, nonostante le vicissitudini della vita sembrassero negare la possibilità stessa che si realizzassero. 

Nella nostra società siamo tutti confrontati con esigenze che sono superiori alle nostre capacità. Nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti di amicizia. Ciò che prevale il più delle volte è la concorrenza, la lotta per la sopravvivenza. Tanti non ce la fanno. Oppure riescono nel lavoro e fanno fallimento nella famiglia… Abbiamo bisogno di misericordia, di accoglienza. È quello che Gesù si aspetta da noi. Ma a monte ci vuole la fede in un progetto di salvezza che va al di là dei nostri piccoli interessi personali.

Tempo di Pasqua C – 4. Domenica

Il pastore e la sua comunità

La liturgia di questa domenica suggerisce una riflessione sul tema di Gesù buon Pastore. Nella prima lettura è significativo il brano di Isaia che Paolo e Barnaba citano quando, di fronte alle ostilità dei giudei, si rivolgono ai gentili: «Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra» (Is 49,6). Secondo Luca, Paolo e Barnaba, si sentono portatori di un messaggio di salvezza che è stato promulgato da Dio stesso per mezzo di Gesù Cristo e che è valido per tutta l’umanità.

Secondo il brano del vangelo essere salvi significa riconoscere Gesù come pastore, ascoltare la sua voce, essere conosciuti da lui e seguirlo. Per il credente il rapporto con Cristo non è frutto di uno slancio mistico che lo separa dal mondo circostante, ma piuttosto implica l’inserimento in una realtà sociale composta da persone che, proprio perché si rapportano a un unico pastore, sono profondamente unite fra loro. Sullo sfondo si percepisce il concetto di comunità che stava alla base della vita dei primi cristiani. Il rapporto con Gesù all’interno di una forte esperienza comunitaria è salvifico perché libera dall’egoismo, in forza del quale ciascuno è portato a isolarsi e a mettere se stesso al centro di tutto. Riconoscere Gesù come pastore comporta quindi un rapporto vero e profondo fra persone. Questa è la salvezza che i credenti annunziano a una società in cui spesso prevale la violenza.

Nella seconda lettura il rapporto con Gesù viene espresso mediante l’immagine del lavare le proprie vesti nel sangue dell’Agnello, al quale viene attribuito il ruolo di pastore. Con essa si indica non tanto il martirio, quanto piuttosto quello che lo precede, e cioè l’entrare nella logica di Gesù e adottare come metodo di vita la non violenza, rappresentata nella metafora dell’agnello.

La salvezza consiste non nell’accumulare beni materiali o strumenti tecnologici, ma nell’incontrare l’altro, chiunque egli sia, come un amico e un fratello con il quale impegnarci nella ricerca di un mondo migliore. Gesù è salvatore in quanto è capace di rinnovare radicalmente i rapporti fra persone. Nella Bibbia questo tema ha una forte carica polemica in quanto, annunziando la venuta di Dio come pastore unico del popolo, mette in discussione il ruolo di una classe dirigente che non è all’altezza dei suoi compiti.