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Domenica delle Palme – B

La passione di Gesù

Nella domenica delle Palme la liturgia ricorda l’ingresso di Gesù in Gerusalemme (vedi le letture proposte per la processione) e al tempo stesso propone una riflessione sulla passione di Gesù. Come sfondo biblico viene riportato nella prima lettura il terzo carme del Servo del Signore. In esso si sottolinea il coraggio e la determinazione con cui questo personaggio affronta le sofferenze a cui va incontro per attuare il progetto di rinascita del popolo di Israele al termine dell’esilio. Egli si sente chiamato da Dio per questa missione e intende portarla a termine unicamente con un metodo non violento. 

Come brano del vangelo a liturgia propone quest’anno (Anno B) il racconto della passione di Gesù secondo il vangelo di Marco, il più antico dei tre sinottici, dal quale dipendono gli altri due. Secondo l’evangelista, Gesù ha affrontato la sua morte in modo libero e consapevole: dopo averla ripetutamente preannunziata, è diventato lui stesso il regista degli avvenimenti. In altre parole, egli non si è trovato davanti a un ordine di Dio a cui obbedire in modo meccanico, ma ha partecipato attivamente al progetto del regno di Dio che annunziava. La coerenza e il coraggio con cui ha portato a compimento le sue scelte non tolgono nulla, nella presentazione di Marco, alla gravità delle sofferenze a cui è stato sottoposto, affrontate tutte con una profonda umanità. Le folle sono ormai scomparse ed egli è condannato sia dal potere religioso che da quella politico; egli è tradito da uno dei suoi, un altro lo rinnega e tutti lo abbandonano. Egli avanza completamente solo verso il momento finale della sua vita. Pur avendo previsto tutto ciò, Gesù sperimenta una tristezza mortale: nell’orto degli Ulivi cerca invano conforto nei suoi e prega il Padre di liberarlo da quell’ora, ma non è esaudito. Le sue ultime parole sulla croce esprimono la sofferenza estrema, quella cioè di sentire che anche Dio tace, non interviene a salvare il suo fedele. E infine muore dopo aver dato un forte grido. Su di lui si riversa tutta quella sofferenza umana con la quale fin dall’inizio si era fatto solidale. Ma è proprio così che egli inaugura quel regno di Dio che aveva annunziato. Per Marco è solo nel momento della sua passione, quando non c’è più pericolo di malintesi, che Gesù riconosce di essere il Messia. Ed è ancora di fronte al mistero della sua morte che un gentile, il centurione, lo riconosce come il Figlio di Dio.  

Nella seconda lettura Paolo mette in luce come Gesù abbia rifiutato qualsiasi privilegio e si sia fatto solidale con l’umanità accettando la morte più brutale e crudele. Ma proprio in questa umiliazione ha manifestato la grandezza più sublime che gli è stata riconosciuta non solo da Dio ma anche da tutte le creature.

Gesù non ha voluto la sua morte terrificante ma l’ha affrontata con coraggio come conseguenza di una scelta di vita che lo ha portato a combattere il male in modo non violento, mediante l’arma dell’amore, aspettandosi il successo unicamente da Dio. Perciò ha accettato non solo il tradimento e la solitudine ma anche l’angoscia di un apparente fallimento. Per questo la sua morte ci tocca da vicino, ci coinvolge e ci libera dal peccato che alla sua radice non è altro che la violenza dell’uomo sull’uomo.

Tempo Ordinario B – 05. Domenica

La guarigione di un popolo

Le letture di questa domenica affrontano il tema della malattia e della sua guarigione. Nella prima lettura si descrivono, con le parole di Giobbe, gli effetti della malattia: sofferenza, insonnia, angoscia e solitudine. Spesso uno si ammala perché è isolato, depresso, privato della sua libertà, incapace di far fronte alle situazioni difficili della vita. Nell’uomo il corpo e l’anima sono un tutt’uno, non si possono separare. Perciò la guarigione di una persona implica anche una trasformazione dei suoi rapporti con la realtà in cui si trova e con le persone che la circondano.

Nel vangelo si descrive l’attività di Gesù che, dopo aver chiamato i primi discepoli e aver liberato un indemoniato, guarisce la suocera di Pietro. Per fare ciò egli la «prende per mano»: così facendo esprime nei suoi confronti una profonda solidarietà, che la porta, appena guarita, a prodigarsi per gli altri; è questo anche un segno del superamento della barriera che isolava la donna a motivo delle rigide norme di purità. Verso sera, Gesù guarisce molti malati e soprattutto scaccia i demoni: così facendo egli guarisce le malattie del corpo e al tempo stesso risana un male più profondo, simboleggiato negli spiriti impuri, che è la conseguenza dello sfruttamento, dell’emarginazione e della violenza a cui tanti sono sottoposti. Le folle che si accalcano intorno a lui sono segno di un popolo che, proprio per i gesti di Gesù, viene risanato e riconciliato. La preghiera di Gesù nella notte mostra bene come Gesù sia in stretto contatto con quel Dio, del cui regno annunzia la venuta. Al mattino Gesù si rifiuta di tornare dalla folla che lo aspetta perché non vuole lasciarsi chiudere nel ruolo di guaritore e, d’altra parte, intende estendere anche ad altri la sua opera di annunziatore del regno di Dio.

Nella seconda lettura è Paolo che esprime il suoi impegno di farsi tutto a tutti, senza aspettare nessuna ricompensa. Egli pensa che sia quaesto il modo migliore di annunziare il vangelo, perché la sua forza trasformatrice si rivela unicamente nella solidarietà.

Il nostro compito principale come cristiani non è prima di tutto quello di cambiare le strutture che regolano la vita civile ma quello di risanare le ferite provocate nelle persone da pesanti condizionamenti come sfruttamento, violenza, solitudine. E ciò significa soprattutto stringere rapporti nuovi di amicizia, di solidarietà, con i quali si risanano gli altri ma di riflesso se stessi. Molte sofferenze restano, ma quello che importa è dare loro un senso, facendole diventare un mezzo per creare amore e solidarietà.