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Spiritualità

Le chiese si svuotano mentre sempre più persone frequentano i centri di spiritualità. Ciò si spiega in quanto la Chiesa presenta un sistema calato dall’alto, con l’autorità di Dio, che contiene tutta una serie di dogmi, di norme morali e, più in generale, una visione dell’uomo e dell’universo che corrisponde a una cultura del passato. Invece la spiritualità parte da noi stessi, dalla nostra storia passata, dai nostri rapporti con gli altri, dai nostri desideri spesso repressi, per imparare a conoscerci e a gestire le nostre idee, i sentimenti e le aspirazioni più profonde, alla ricerca di ciò che è bene sia in generale che in un data situazione. Il cristianesimo ha svolto un ruolo importante indicando a popolazioni ancora bambine la giusta via e spesso imponendola con l’ausilio del potere politico. Oggi sono sempre più numerose le persone che vogliono essere trattate da adulte e non accettano più che si impongano loro con l’autorità di Dio schemi prefabbricati. Dio viene colto non come l’essere superiore che impone la sua volontà ma come una Consapevolezza superiore, avvolta nel mistero, alla quale ci rivolgiamo come un Tu nel quale ci rispecchiamo. Nel cristianesimo resta sempre più importante la persona di Gesù, che non deve essere adorato mediante riti quasi magici per ottenere favori, ma ricordato come un maestro di spiritualità che ancora oggi ci guida nel nostro cammino interiore. Senza dimenticare altri che nel corso dei secoli sono stati maestri di vita.

Quant’era bello il pensiero unico!

Dall’articolo di Salvatore Cernuzio, “Parolin: preoccupanti le divisioni tra conservatori e progressisti, fanno danno alla Chiesa”, in Vatican Insider:
“Le divisioni tra cosiddetti conservatori e progressisti sono «motivo di preoccupazione» nella Chiesa di oggi; entrambi creano infatti una divisione che «fa molto danno alla Chiesa». Ad affermarlo, con l’aplomb diplomatico che lo contraddistingue, è il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in una lunga intervista alla Cope, l’emittente radiofonica della Conferenza episcopale spagnola. A colloquio con il direttore editoriale José Luis Restán, il porporato parla di riforma della Curia e rapporti con la Cina, del viaggio in Iraq e dell’attuale situazione europea, poi si sofferma a riflettere sulle «divisioni e opposizioni» che generano «confusione» in ambienti ecclesiali ma soprattutto tra i fedeli, come quelle che si registrano da settimane tra diversi episcopati dopo la pubblicazione del responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede che vieta la benedizione alle coppie omosessuali”.
Perché non ascoltare la base prima di intervenire con decisioni unilaterali? L’unica alternativa al pensioro unico e alle “divisioni e opposizioni” è una vera sinodalità tra vescovi, ma con la partecipazione determinante del popolo di Dio, come avviene attualmente nel sinodo tedesco.

Sinodalità, comunione, partecipazione

In un articolo intitolato “Sinodo nazionale per la chiesa italiana“, pubblicato nella rivista “Vita Pastorale” del marzo 2021, Enzo Bianchi ha scritto fra l’altro: “La mia esperienza è quella della sinodalità nelle comunità di vita monastica, e devo confessare che ho lavorato anni per instaurarla, ottenendo, però, pochi risultati e riscontrando una preferenza dei soggetti a lasciarsi guidare, a lasciare il comando (certamente buono se attuato con intelligenza e misericordia) alle autorità deputate. Alcune volte le persone rinunciano volentieri a intervenire, a prendere la parola e addirittura a eleggere le necessarie autorità”. Forse Enzo Bianchi si riferisce alla situazione che ne ha provocato l’allontanamento da Bose. Condividuo la sua affermazione. Mi chiedo però se una sinodalità sia possibile in una chiesa in cui tutto è già deciso dall’alto: fede, dottrina, morale, rapporto con la società e la cultura ecc. Persino ciò che dobbiamo dire al Padreterno è stabilito dall’alto nei minimi dettagli. Anche i progetti pastorali e comunitari vengono decisi dalla competente autorità. Facilmente chi esprime dubbi o opinioni diverse rischia di essere condannato o emarginato. Se non si accetta una ricerca dal basso e una libera comunicazione di fede, nonché una partecipazione alla scelta dei propri pastori, non si può parlare di sinodalità. L’unica alternativa è un silenzio che spesso nasconde scontento e frustrazione.