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Il dono dell’annunzio

Non ho letto il libro di Roberto Repole, “Il dono dell’annuncio. Ripensare la Chiesa e la sua missione” (Edizioni San Paolo, pp. 206, € 22) ma semplicemente la recensione di Maria Teresa Pontara Pederiva. Strano! Non trovo nessuna accenno al fatto che noi ancora oggi proponiamo alla gente un Vangelo che è sovraccarico di dottrine, dogmi, strutture, riti, norme morali che cozzano contro la mentalità non dico di quanti hanno fatto una scelta di vita diversa, ma di persone normali, che pensano, si fanno domande e vogliono vivere il Vangelo secondo i dettami della propria coscienza. La nostra gente non è affetta da una sorta di “analfabetismo religioso”, ma piuttosto ha rimosso tutto un complesso di interpretazioni dogmatiche che non solo non interessano più ma che molte volte provocano un rifiuto, sono sentite come una sfida al buon senso. Una nuova evangelizzazione può venire solo da un cambiamento dottrinale, che metta al primo posto il Vangelo e la sua forza provocatoria e non le successive interpretazioni. Se si farà tutto ciò, le folle non ritorneranno certo a frequentare le nostre chiese, ma avremo comunità che saranno sale della terra e luce del mondo. Altrimenti il Vangelo seguirà altre vie che già oggi tanti “fuorusciti” stanno cercando con alterne vicende.

Scure medievale sul priore di Bose

“Secondo le bislacche teorie dell’esecutore del decreto, in ogni fondatore si cela un abusatore (sic!) ed Enzo Bianchi confermerebbe il suo teorema alla lettera. Ma l’esclusione forzata sarebbe anche quella degli eredi di Bose. Il padre si è svelato ai loro occhi come un malato inguaribile di narcisismo. Può accadere. Ma destinare il fondatore al confino… Papa Francesco è il solo ad avere l’autorità e il giusto sguardo per salvare Enzo Bianchi da una umiliazione che non merita.”
(da Scure medievale sul priore di Bose di Massimo Recalcati in La Stampa del 11 febbraio 2021).
Ma perché proprio il papa ha avvallato una decisione così astrusa? Perché si è lasciato coinvolgere personalmente in quella che poteva essere semplicemente una bega di convento? E per di più in modo tale da non potersi tirare indietro. E’ difficile evitare il dubbio che ci sia qualcosa d’altro che non si può dire. Oppure che si sia voluto affossare un’esperienza post-conciliare, approfittando di dissidi interni. Ma perché? Una cosa è certa: qualunque sia la spiegazione che si dà, resta valido il titolo dell’articolo di Recalcati.

La forza dell’utopia

Mi ha colpito la conclusione dell’articolo di Gad Lerner:i Pci, quel “tagliacuci” sulla rivoluzione  in il Fatto Quotidiano del 9 febbraio 2021:
“Scrive dunque di Schicchi la futura senatrice a vita Ravera: “Era uno di quegli anarchici con cui Gramsci amava conversare. ‘Anche l’utopia serve al cammino degli uomini – mi diceva poi Gramsci, sorridendo – fa la sua tenue luce, là dove ciò che realmente sarà non sappiamo’…”. Ecco, forse è proprio l’utopia a mancarci, cent’anni dopo”.
Aggiungerei: “diciamo pure duemila anni dopo”.