Autore: Alessandro Sacchi

Tempo di Pasqua C – 3. Domenica

Libertà e obbedienza

La liturgia di questa domenica ci suggerisce una riflessione sul tema dell’obbedienza. Nella prima lettura è Pietro che, davanti al sinedrio che gli proibisce di annunziare il Vangelo di Gesù, risponde che bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. È un’affermazione molto ardita perché Pietro sta parlando al sommo sacerdote, che era il più alto rappresentante di Dio in Israele. Pietro non è un ribelle, ma un ebreo praticante. Quindi ritiene che il credente abbia il diritto e il dovere di discernere se una direttiva, da chiunque venga, rispecchia il volere di Dio o no e quindi se sia giusto adeguarsi a essa. È questa la vera libertà, ma per ottenerla bisogna essere disposti a pagare un prezzo a volte molto alto.

Il brano del vangelo, aggiunto quando il libro era già completato, racconta in realtà non una seconda apparizione di Gesù, ma una tradizione diversa del suo primo incontro con i discepoli, focalizzato specialmente su Pietro e il discepolo che Gesù amava. Gesù si manifesta a loro secondo modalità che, simbolicamente, si riferiscono alla vita futura della Chiesa. Il pasto offerto da Gesù dopo la pesca miracolosa simboleggia l’eucaristia, che consiste nella memoria dell’ultima cena di Gesù: è lì che egli si manifesta mediante le Scritture e nel segno del pane e del vino e con il suo esempio muove il cuore dei fedeli. Sono significative soprattutto le parole che Gesù risorto dice a Pietro. Già il fatto che per tre volte l’Apostolo debba attestare il suo amore per Gesù richiama le tre volte in cui lo ha rinnegato. Ma si tratta di un fatto ormai superato. Per il futuro Gesù conferisce a Pietro il compito di essere pastore, ma le pecore non appartengono a lui bensì a Gesù. Egli quindi potrà e dovrà guidare il gregge non come piace a lui ma in nome e secondo le direttive del Maestro. Infine Pietro dovrà dare la vita per il gregge, come ha fatto Gesù: è questo il vero metodo di governo a cui devono adeguarsi i pastori.

Nella seconda lettura Gesù è rappresentato come un grande re, al quale sono dovuti onore e gloria. È una scena di grande maestà e potenza. Tutte le creature si prostrano davanti a lui. Ma egli è pur sempre l’agnello immolato, che guida coloro che credono in lui non con comandi a cui obbedire ma con la forza del suo esempio.

Per un discepolo di Gesù la prerogativa più importante è la libertà. Perciò il compito principale dei pastori non è quello di dare ordini o direttive, ma quello di promuovere la formazione della coscienza dei credenti perché raggiungano la libertà vera. Non è un buon metodo di governo quello di imporre con l’autorità divina una direttiva umana. Se ciò dovesse accadere, i credenti hanno tutto il diritto e il dovere di discernere qual è veramente la volontà di Dio. E a volte dovranno saper dire, come ha fatto Pietro, che bisogna obbedire a Dio e non agli uomini. Ciò vale nei confronti di qualsiasi autorità umana: a un ordine ingiusto bisogna saper dire di no, qualunque sia il prezzo da pagare.

Tempo di Pasqua C – 2. Domenica

La liberazione dal peccato

La liturgia di questa domenica mette in luce il tema della liberazione dal peccato che Gesù risorto continua ad attuare per mezzo dei suoi discepoli. Nella prima lettura si dice che, dopo la sua risurrezione, i suoi discepoli gli hanno reso testimonianza, e lo hanno fatto non con discorsi altisonanti ma attuando un profondo rapporto comunitario e seguendo il suo esempio, cioè guarendo le malattie e lottando contro ogni genere di male che colpisce la gente comune, soprattutto i più poveri ed emarginati.

Nel brano del vangelo è Giovanni che, raccontando l’apparizione di Gesù risorto ai discepoli, indica il compito che egli ha affidato loro. Ciò che essi dovranno fare si sintetizza in due parole: perdonare i peccati. Questo compito si attua mediante una guarigione che parte dalla persona e si espande a tutta la società. Il perdono dei peccati significa infatti aiutare le persone a superare i sentimenti di violenza che si annidano nel cuore umano. Per fare ciò i discepoli dovranno suscitare la fede in un progetto d’amore che parte dall’Alto e creare rapporti nuovi improntati all’amore. Ciò è possibile solo dando origine a un movimento di liberazione da tutte le strutture ingiuste che si esprime mediante la formazione di comunità basate sulla fede. Si tratta di un compito difficile da attuare: perciò Gesù conferisce ai discepoli il suo Spirito, che consiste in una convinzione profonda che fa superare ogni difficoltà. E come risultato Gesù promette la pace che dal cuore dei credenti si espande a tutta la società. In questo contesto è importante la figura simbolica dell’apostolo Tommaso, il quale giunge alla fede solo dopo aver visto Gesù risorto. Chiaramente si trattava non semplicemente di riconoscere che Gesù è vivo ma di credere che il suo progetto di liberazione da ogni forma di male non era stato accantonato, ma sarebbe stato portato avanti da lui per mezzo dei suoi discepoli.

Nella seconda lettura è significativo il modo in cui Gesù si presenta a Giovanni: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi». Questa frase mostra come sia possibile impegnarsi per la vita, in tutte le sue manifestazioni, perché Gesù, il Vivente, è con noi.

Dalle letture di questa domenica risulta che il cristianesimo porta nel suo DNA la lotta contro il potere del male in questo mondo, dovunque si annidi, sulla linea di quanto ha fatto e ha detto Gesù e sotto la sua guida. Il perdono dei peccati non avviene mediante un gesto rituale ma consiste nell’impegno per la guarigione delle anime e dei corpi in funzione della liberazione di tutta la società dalle strutture ingiuste che pervadono i rapporti tra persone. È un compito difficile, che richiede di saper coordinare i propri sforzi con quelli di tutti gli uomini e donne di buona volontà, sotto la guida di un Maestro come Gesù e con la forza che viene dal suo Spirito.

Una politica migratoria razzista

“Non c’è una umanità di serie A e un’umanità di serie B. Fa bene Colombo a ricordare i lager libici,
dove da anni vengono perpetrati orrendi crimini. Denunciamo ovunque le violenze e non restiamo
indifferenti. Perciò plaudiamo all’accoglienza dei profughi ucraini, ma restiamo esterrefatti di fronte
a una politica migratoria evidentemente razzista che discrimina chi ha la pelle più scura: gli studenti
stranieri o i lavoratori temporanei di altre nazionalità, che erano in territorio ucraino, non sono
compresi nella protezione accordata dall’Europa. Bambini afghani, siriani, curdi restano a morire
fuori dalle nostre frontiere. Il problema è lo Stato nazionale, una forma politica discriminatoria che
ora mostra il suo volto decrepito e violento. Perciò auspichiamo una Unione europea dei popoli in
grado di superare il criterio della nazione. Chi è di sinistra, anziché prendere le parti di una nazione
contro l’altra, dovrebbe assumere il punto di vista che un tempo si diceva inter-nazionalista e che
oggi potremmo dire al di là delle nazioni”.

(da Donatella Di Cesare, Caro Colombo, pure io sto coi bimbi (tutti). Infatti dico “No armi”, in “Il fatto quotidiano” del 4/4/2022)