Autore: Alessandro Sacchi

Tempo di Pasqua A – 7. Domenica

La manifestazione della gloria di Dio

La gloria è un’immagine per indicare la manifestazione in questo mondo del Dio invisibile. Questa manifestazione raggiunge il suo culmine nella persona di Gesù, soprattutto nel momento finale della sua vita, quello cioè della sua morte in croce. In quel momento Gesù, rivelando l’amore infinito di Dio, rivela anche la sua gloria in quanto inviato dal Padre per la salvezza del mondo. Egli ha potuto così comunicare la gloria di Dio ai suoi discepoli, con il compito di testimoniarla a tutto il mondo. Essi possono svolgere questa missione in quanto si raccolgono in comunità, adottando fra loro quello stesso tipo di rapporto che egli ha avuto nei loro confronti. Questa scelta comporterà per loro sacrifici e rinunzie, le quali però non toglieranno ma piuttosto aumenteranno la loro gioia.

Tempo di Pasqua C – 6. Domenica

Una comunità guidata dallo Spirito

Nella liturgia di questa domenica si mette in luce l’azione dello Spirito che Gesù risuscitato conferisce ai suoi discepoli. Gli apostoli e gli anziani di Gerusalemme hanno preso una decisione fondamentale circa le condizioni richieste ai gentili perché possano aderire al cristianesimo: a loro non viene imposta l’osservanza della legge mosaica, ma solo alcune norme che devono favorire la loro convivenza con i giudei nella medesima comunità cristiana. Sembra poco, ma è stata una mezza rivoluzione che ha permesso il diffondersi del cristianesimo nel mondo greco-romano. Il ricorso all’autorità dello Spirito santo non vuole dire che questa decisione sia stata rivelata agli apostoli, ma piuttosto che a essa sono giunti in forza di una riflessione sul Vangelo alla quale ha partecipato tutta la comunità. È in questa capacità di riflettere e di decidere insieme che si manifesta l’azione dello Spirito.

Nel brano del vangelo Gesù promette la venuta dello Spirito santo e lo presenta come il Paraclito, cioè colui che testimonia e rende attuale il messaggio di Gesù nella comunità e in tutti i suoi membri. In altre parole lo Spirito è il maestro interiore dei credenti. Il suo compito non è quello di rivelare cose nuove, ma quello di ricordare quanto ha detto Gesù, allo scopo di assimilare più profondamente il messaggio. I credenti devono mettere la parola e l’esempio di Gesù al centro della loro meditazione, in modo da scoprirne il vero significato ed essere coinvolti nel suo cammino verso il Padre. Da ciò appare che il Vangelo non è una legge da eseguire ma un messaggio che deve essere compreso sempre meglio sotto lo stimolo di nuove circostanze o culture. A volte è la società stessa che spinge a una migliore comprensione del messaggio di Gesù. Tutto questo però avviene sotto la guida dello Spirito di Gesù che opera nella comunità e si manifesta proprio nel costante riferimento al suo Vangelo.

Nella seconda lettura continua la riflessione cominciata domenica scorsa sulla Gerusalemme celeste. Questa città rappresenta simbolicamente la chiesa degli ultimi tempi, che deve essere presa come modello della nostra comunità. Sulle sue porte sono scritti i nomi delle dodici tribù di Israele mentre i basamenti portano il nome dei dodici apostoli di Gesù. Ciò significa che la Chiesa attinge all’esperienza di Israele e a quella dei primi discepoli di Gesù, i quali sono i testimoni diretti del suo insegnamento.

In ogni epoca i cristiani sono chiamati a dare, alla luce del Vangelo, una risposta ai grandi problemi che si pongono nella società in cui vivono. Per giungere a una soluzione condivisa è necessario che si confrontino punti di vista diversi. È questo che si intende quando si parla di collegialità e di sinodalità. Al dibattito però devono partecipare non solo i membri della gerarchia, ma tutti i fedeli, in dialogo anche con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Perciò è necessario adottare strutture di partecipazione. È proprio in questo lavoro di ricerca che si manifesta l’azione dello Spirito che non agisce in modo miracolistico ma attraverso la creazione di un orientamento comune.

Tempo di Pasqua C – 5. Domenica

L’amore vicendevole

Il tema di questa liturgia è suggerito dal brano del vangelo, nel quale Gesù dà ai suoi discepoli il comandamento dell’amore. In questa prospettiva è molto significativa l’esperienza di Paolo e Barnaba raccontata dagli Atti degli apostoli, di cui parla prima lettura. I due missionari, annunziando il vangelo, si sono dedicati anima e corpo alla fondazione di comunità cristiane i cui membri seguono l’esempio di Gesù. È nella comunità che, come in una famiglia affiatata, si scopre la bellezza dell’amore reciproco.

Nella lettura del vangelo il tema dell’amore viene portato in primo piano. Nell’Antico Testamento era già comandato l’amore del prossimo. Ma secondo Giovanni, Gesù ha detto qualcosa di più, ha parlato di un comandamento nuovo. Questa novità consiste anzitutto nel fatto che l’amore proposto da Gesù, sulla linea tracciata dai grandi profeti dell’esilio, è solo impropriamente un comandamento. L’amore è un dono che Gesù fa ai suoi discepoli, comunicando loro il suo Spirito. Inoltre questo amore non si identifica semplicemente con l’amore del prossimo in quanto è un amore vicendevole, cioè un amore donato e ricambiato; esso infatti ha la sua origine nel rapporto che Gesù ha con il Padre, nel quale i discepoli sono coinvolti, imparando così ad amarsi gli uni gli altri. Per il credente la pratica dell’amore anticipa la realizzazione finale del progetto di Dio per l’umanità del quale si parla nella seconda lettura.

La Gerusalemme che scende dal cielo è simbolo dei cieli nuovi e della terra nuova che Dio creerà alla fine dei tempi. Allora non ci saranno più lutti e sofferenze e Dio sarà tutto in tutti. Chiaramente si tratta di un’immagine, la quale però aiuta a capire verso che cosa deve tendere l’amore vicendevole dei discepoli. Il mondo nuovo che verrà realizzato da Dio alla fine dei tempi non è altro che il modello a cui i credenti devono tendere impegnandosi per attuare una società più giusta e solidale.

Dal confronto fra le tre letture di questa domenica appare chiaro che il cristianesimo non è una ideologia, cioè in una serie di dogmi, di riti e di precetti morali, da accettare e praticare, nell’ingenua convinzione che così facendo possiamo piacere a Dio. Al contrario, esso consiste in un rapporto nuovo tra persone che condividono la stessa fede in Gesù, il quale le coinvolge nel suo rapporto di amore con il Padre. È l’amore vicendevole che dà origine alla comunità cristiana, la quale si qualifica come una scuola nella quale i cristiani, amandosi fra loro, imparano ad amare il prossimo, dal quale non possono attendersi sempre un ricambio, o addirittura il nemico, dal quale questo ricambio è escluso in partenza. L’amore vicendevole rende i discepoli capaci di impegnarsi perché la società in cui vivono si avvicini sempre più a quelle che sono le caratteristiche della Gerusalemme celeste.