Autore: Alessandro Sacchi

Tempo di quaresima C – 5. Domenica

Un perdono aperto sul futuro

La liturgia di questa domenica mette in luce il messaggio evangelico del perdono. Nella prima lettura la salvezza viene identificata nel perdono di Dio che consente ai giudei dall’esilio babilonese di ritornare nella loro tera. A nome di Dio il profeta proclama: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche. Ecco, io faccio una cosa nuova». Egli porta l’immagine di una grande strada che si apre nel deserto. Per essa si incamminano gli esuli che ritornano nella loro terra con la speranza in un mondo nuovo. Il perdono di Dio è orientato al futuro, rende possibile riprendere un cammino che si era bloccato.

Nel brano del vangelo viene proposto il racconto della donna adultera perdonata da Gesù. In realtà Gesù non usa il verbo «perdonare» e neppure chiede alla donna di convertirsi. Egli non entra nel merito di ciò che ha fatto o non fatto: «Neppure io ti giudico». Si limita a non condannarla e le dice: «Va’ e d’ora in poi non peccare più». In altre parole Gesù dimostra chiaramente che il passato, qualunque sia stato, non gli interessa. Per lui è importante il futuro. Per bocca sua Dio indica alla donna, come aveva fatto un giorno con gli esuli di Babilonia, una nuova strada da percorrere. In contrasto con coloro che la volevano lapidare, le dà la speranza di raggiungere anche lei la pienezza del regno di Dio da lui annunziato.

Infine nella seconda lettura Paolo afferma di non aver ancora raggiunto la piena conoscenza di Cristo: egli è ancora in cammino e spera di raggiungere un giorno la perfezione. Anche questa lettura indica una strada da percorrere. I limiti e gli sbagli di ciascuno non hanno importanza. L’unico vero peccato è quello di fermarsi e di non credere più che sia possibile migliorare se stessi e nel mondo in cui abitiamo.

Le letture di questa domenica ci aiutano a superare lo schema tradizionale secondo cui Dio ci perdona perché noi ci pentiamo e gli chiediamo perdono. Secondo Gesù è il perdono di Dio che ci trasforma, ci apre una strada nuova, ci illumina nella ricerca non del nostro interesse personale ma del regno di Dio, cioè di un mondo più giusto e solidale. Anche nei nostri rapporti interpersonali il perdono, come atteggiamento di fondo, deve precedere il pentimento di chi ci ha offesi. Anche la giustizia umana, il cui compito è quello di garantire l’ordine sociale, deve perseguire questo scopo non semplicemente con il rigore della legge ma investendo anzitutto nel recupero di chi ha sbagliato.

Tempo di Quaresima C – 4. Domenica

La riconciliazione

Il tema della liturgia di questa domenica è indicato con chiarezza nella seconda lettura, dove si parla della riconciliazione tra Dio e l’umanità. In questa prospettiva si può leggere la prima lettura nella quale si parla degli israeliti che, dopo essere entrati nella terra promessa, praticano la circoncisione per la prima volta, dopo il periodo del deserto, e cominciano a godere i frutti della terra in cui sono entrati. Questo evento viene commentato come un intervento di Dio che ha allontanato da loro l’infamia dell’Egitto. Questa infamia consiste nella mentalità dello schiavo che gli israeliti hanno portato con sé nelle loro peregrinazioni nel deserto: infatti era stato quello il periodo in cui, davanti alle difficoltà del cammino intrapreso, invece di riporre la loro fiducia nel Dio che li aveva liberti, avevano rimpianto le cipolle d’Egitto.

Nel brano evangelico è riportata la parabola del padre misericordioso. In essa non si dice perché il figlio minore se ne sia andato, ma possiamo immaginare che egli fosse spinto da un desiderio di libertà che riteneva gli fosse negata dal padre. Per lui il ritorno, determinato non dall’amore ma da uno stato di necessità, comporta la scoperta di un’altra immagine di padre che precedentemente gli era sfuggita. Un padre che non si sente offeso dal comportamento del figlio, lo lascia andare e, quando torna, lo accoglie senza rimproveri, gli impedisce persino di concludere la sua confessione e fa festa per lui. Al contrario il figlio maggiore continua a sentirsi come uno schiavo nella casa del padre e di conseguenza non sa accogliere il fratello minore che è ritornato dopo una dolorosa esperienza di miseria e di solitudine. La parabola mette dunque in luce come solo l’esperienza della infinita misericordia di Dio apre la strada alla riconciliazione tra gli uomini.

Nella seconda lettura emerge espressamente il tema della riconciliazione. Paolo parla direttamente della riconciliazione degli uomini con Dio, il quale non aspetta che essi gli chiedano perdono, ma interviene gratuitamente in loro favore e li accoglie in Cristo. Questa riconciliazione presuppone il superamento dell’idea di un Dio potente che impone la sua volontà, in favore di quella di un Dio che, dietro le quinte, guida l’umanità verso una meta di giustizia e di pace.

La riconciliazione tra Dio e l’umanità diventa visibile quando si impara a considerare Dio non come un sovrano potente, che regge le vicende umane con le sue leggi e con severe punizioni in questa e nell’altra vita, ma come un padre amorevole che accoglie tutti i suoi figli. Apparentemente questo cambio di prospettiva può apparire come una pericolosa deriva. E invece è la condizione per ritrovarsi insieme come fratelli e sorelle, dotati di una stessa dignità e quindi chiamati ad abbattere i muri che ci separano e a creare una diversa convivenza, basata non sul potere ma sull’amore.

Tempo di Quaresima C – 3. Domenica

L’appello alla conversione

In questa terza domenica di quaresima la liturgia propone alla nostra riflessione il tema della conversione. Nella prima lettura si parla di un’esperienza che sta a monte di un cammino di conversione, quella cioè di sentirsi coinvolti in un progetto di liberazione che fa parte, per così dire, della stessa natura di Dio, che è definito dal suo stesso nome: Io sono (con voi). Dio infatti rivela a Mosè il suo nome in concomitanza con la sua decisione di intervenire per liberare il suo popolo dalla schiavitù. Il suo scopo non è semplicemente quello di porre fine alle sofferenze degli israeliti, ma di prenderli con sé e di accompagnarli verso la terra che aveva promesso ai loro padri. Nel salmo si dice: «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità». Solo l’esperienza di questa infinita misericordia di Dio può causare una conversione sincera.

Nel brano del vangelo Gesù affronta due casi di attualità, la repressione nel sangue da parte di Pilato di una rivolta organizzata da parte di un gruppo di galilei e la morte di diciotto persone causata dal crollo della torre di Siloe. Riguardo a ciascuno di questi casi Gesù osserva che le vittime non erano peggiori dei suoi ascoltatori e preannunzia che costoro saranno anch’essi vittime di tragedie analoghe se non si convertiranno. E, subito dopo, l’evangelista riporta la parabola dell’albero di fico, al quale viene dato ancora un anno di tempo ma poi se non porta frutto sarà tagliato. Dio ha pazienza con noi, non ci mette alle strette. Ciò non toglie però che noi non possiamo aspettare all’infinito, dobbiamo fare una scelta. Altrimenti le conseguenze possono essere drammatiche per noi stessi e per tutta la società.

Nella seconda lettura Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che gli ebrei dell’esodo non sono stati fedeli al loro Dio e perciò hanno ricevuto un severo castigo. E questo nonostante i doni ricevuti, che in qualche modo preannunziavano i due grandi sacramenti ricevuti dai cristiani stessi: il battesimo e l’eucaristia. Secondo Paolo la loro vicenda doveva servire da ammonizione a quei cristiani che non sapevano mantenersi all’altezza delle grandi scelte fatte nel battesimo e rinnovate nella celebrazione eucaristica.

La conversione è un’esigenza che ci accompagna per tutta la vita perché la fedeltà al Vangelo non può mai essere data per scontata. Ma la conversione non è facile e non si può ottenerla facendo ricorso all’arma della paura. Purtroppo la paura del castigo è stata spesso usata anche dai predicatori cristiani come mezzo per richiamare i peccatori alla conversione. Ma Dio non ha bisogno di ricorrere alla paura per attirarci al bene. Dio fa onore al suo nome: la sua misericordia è più convincente della paura. Ma noi dobbiamo aprire gli occhi. E a volte le grandi tragedie personali e dell’umanità sono un’occasione preziosa per rientrare in noi stessi e chiederci qual è il vero senso della nostra vita. Non lasciamocele scappare.