Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Tempo di Pasqua C – 5. Domenica

L’amore vicendevole

Il tema di questa liturgia è suggerito dal brano del vangelo, nel quale Gesù dà ai suoi discepoli il comandamento dell’amore. In questa prospettiva è molto significativa l’esperienza di Paolo e Barnaba raccontata dagli Atti degli apostoli, di cui parla la prima lettura. I due missionari, annunziando il vangelo, si sono dedicati anima e corpo alla fondazione di comunità cristiane i cui membri seguono l’esempio di Gesù. È nella comunità che, come in una famiglia affiatata, si scopre la bellezza dell’amore reciproco.

Nella lettura del vangelo il tema dell’amore viene portato in primo piano. Nell’Antico Testamento era già comandato l’amore del prossimo. Ma secondo Giovanni, Gesù ha detto qualcosa di più, ha parlato di un comandamento nuovo. Questa novità consiste anzitutto nel fatto che l’amore proposto da Gesù, sulla linea tracciata dai grandi profeti dell’esilio, è solo impropriamente un comandamento. L’amore è un dono che Gesù fa ai suoi discepoli, comunicando loro il suo Spirito. Inoltre questo amore non si identifica semplicemente con l’amore del prossimo in quanto è un amore vicendevole, cioè un amore donato e ricambiato; esso infatti ha la sua origine nel rapporto che Gesù ha con il Padre, nel quale i discepoli sono coinvolti, imparando così ad amarsi gli uni gli altri. Per il credente la pratica dell’amore anticipa la realizzazione finale del progetto di Dio per l’umanità del quale si parla nella seconda lettura.

La Gerusalemme che scende dal cielo è simbolo dei cieli nuovi e della terra nuova che Dio creerà alla fine dei tempi. Allora non ci saranno più lutti e sofferenze e Dio sarà tutto in tutti. Chiaramente si tratta di un’immagine, la quale però aiuta a capire verso che cosa deve tendere l’amore vicendevole dei discepoli. Il mondo nuovo che verrà realizzato da Dio alla fine dei tempi non è altro che il modello a cui i credenti devono tendere impegnandosi per attuare una società più giusta e solidale.

Dal confronto fra le tre letture di questa domenica appare chiaro che il cristianesimo non è una ideologia, cioè in una serie di dogmi, di riti e di precetti morali, da accettare e praticare, nell’ingenua convinzione che così facendo possiamo piacere a Dio. Al contrario, esso consiste in un rapporto nuovo tra persone che condividono la stessa fede in Gesù, il quale le coinvolge nel suo rapporto di amore con il Padre. È l’amore vicendevole che dà origine alla comunità cristiana, la quale si qualifica come una scuola nella quale i cristiani, amandosi fra loro, imparano ad amare il prossimo, dal quale non possono attendersi sempre un ricambio, o addirittura il nemico, dal quale questo ricambio è escluso in partenza. L’amore vicendevole rende i discepoli capaci di impegnarsi perché la società in cui vivono si avvicini sempre più a quelle che sono le caratteristiche della Gerusalemme celeste.

Tempo Ordinario A – 11 Domenica

Il popolo eletto: immagine e realtà

Può Dio scegliere un popolo e affidargli dei compiti e dei privilegi? È questo il tema di questa liturgia. Nella prima lettura si dice che Dio ha liberato Israele e lo ha chiamato a diventare il suo popolo: sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. In questo testo si afferma che Dio sceglie Israele su uno sfondo internazionale: «mia è infatti tutta la terra». Inoltre l’identità di Israele è legata a due clausole: «ascoltare la sua voce e custodire l’alleanza». Subito dopo si dirà che Dio si aspetta da questo popolo l’osservanza del decalogo, una legge essenziale, tutta incentrata sulla giustizia e sulla difesa dei diritti umani.

Nel vangelo tutta l’attenzione è ancora puntata su Israele come popolo di Dio. Gesù rivolge il suo messaggio a tutta l’umanità e chiede di pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Certamente Dio è il dio di tutti. Ma subito dopo l’evangelista racconta che Gesù sceglie dodici discepoli, che rappresentano le dodici tribù di Israele, e li manda esclusivamente a questo popolo, a cui lui stesso apparteneva. A esso devono annunziare che il regno di Dio è vicino e fare i segni che ne preannunziano la venuta: guarire gli infermi, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, cacciare i demoni: Israele è ancora in primo piano. Dopo la sua risurrezione Gesù invierà i discepoli a tutte le nazioni. Sono loro che porteranno a compimento il progetto un giorno affidato a Israele formando un nuovo popolo eletto, la Chiesa, che diventa testimone dell’amore di Dio per tutta l’umanità. 

Paolo scrive a una comunità cristiana e mette in luce una realtà sbalorditiva: Dio ci ha amato quando eravamo ancora peccatori e per questo ci ha mandato il suo Figlio Gesù per riconciliarci con lui. Chi accetta questa riconciliazione è un piccolo gruppo che forma una comunità. Ma lo scopo, sempre secondo Paolo, è la riconciliazione dell’umanità con Dio in funzione di una riconciliazione tra diverse persone e gruppi umani.

Il concetto di elezione ha comportato nella storia diversi malintesi, in quanto la salvezza è stata riservata ad alcuni escludendone altri. Una simile discriminazione non può essere attribuita a Dio. Intesa in senso corretto, l’elezione significa assunzione di responsabilità da parte di un popolo o di una comunità in funzione di un progetto universale di salvezza. In caso contrario diventa occasione di tensione e di attriti con il resto della società.

Tempo Ordinario A – 10. Domenica

Misericordia di Dio e salvezza dell’uomo

La prima lettura di questa domenica propone come oggetto di riflessione la misericordia di Dio. Secondo il profeta Osea Dio vuole l’amore e non sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti. Il termine «amore» è la traduzione di una parola ebraica che più propriamente significa «fedeltà» ed è sinonimo del successivo termine «conoscenza»: ambedue indicano un comportamento in sintonia con quanto è richiesto dal rapporto che si ha con una persona (matrimonio, parentela, amicizia, patto). Dio non si accontenta di gesti esterni, come sacrifici o atti di culto. Vuole da parte del popolo una fedeltà che significa ri-conoscere e praticare i suoi comandamenti, che hanno come oggetto la giustizia e la solidarietà nei rapporti con il prossimo.

Nel vangelo si racconta che Gesù chiama come discepolo un pubblicano e mangia con i peccatori. I farisei lo criticano perché pensano che una persona giusta, specialmente un Maestro rinomato come Gesù, non debba sporcare la sua immagine mescolandosi con persone che, per vari motivi, erano considerati come peccatori. Gesù risponde affermando di essere venuto non per i giusti ma per i peccatori, come un medico, il quale si rivolge non ai sani ma ai malati. I suoi critici si ritengono giusti, ma commettono il peccato più grave, quello di giudicare gli altri. Per un malato che si ritiene sano neanche il medico più esperto può fare qualcosa. In questo contesto Gesù cita il testo di Osea, nel quale la traduzione greca ha sostituito il termine amore/fedeltà con misericordia. In realtà questi termini esprimono concetti affini: la fedeltà che Dio si attende dagli uomini coincide esattamente con la misericordia che essi devono esercitare nei confronti dei propri simili.

Nella seconda lettura il tema centrale è quello della «fede», che richiama sia il concetto di fedeltà che quello di misericordia. Secondo Paolo Abramo non era un giusto ma lo è diventato perché è stato fedele al Dio che lo ha chiamato, nonostante le vicissitudini della vita sembrassero negare la possibilità stessa che si realizzassero. 

Nella nostra società siamo tutti confrontati con esigenze che sono superiori alle nostre capacità. Nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti di amicizia. Ciò che prevale il più delle volte è la concorrenza, la lotta per la sopravvivenza. Tanti non ce la fanno. Oppure riescono nel lavoro e fanno fallimento nella famiglia… Abbiamo bisogno di misericordia, di accoglienza. È quello che Gesù si aspetta da noi. Ma a monte ci vuole la fede in un progetto di salvezza che va al di là dei nostri piccoli interessi personali.