Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Tempo di Quaresima C – 3. Domenica

L’appello alla conversione

In questa terza domenica di quaresima la liturgia propone alla nostra riflessione il tema della conversione. Nella prima lettura si parla di un’esperienza che sta a monte di un cammino di conversione, quella cioè di sentirsi coinvolti in un progetto di liberazione che fa parte, per così dire, della stessa natura di Dio, che è definito dal suo stesso nome: Io sono (con voi). Dio infatti rivela a Mosè il suo nome in concomitanza con la sua decisione di intervenire per liberare il suo popolo dalla schiavitù. Il suo scopo non è semplicemente quello di porre fine alle sofferenze degli israeliti, ma di prenderli con sé e di accompagnarli verso la terra che aveva promesso ai loro padri. Nel salmo si dice: «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità». Solo l’esperienza di questa infinita misericordia di Dio può causare una conversione sincera.

Nel brano del vangelo Gesù affronta due casi di attualità, la repressione nel sangue da parte di Pilato di una rivolta organizzata da parte di un gruppo di galilei e la morte di diciotto persone causata dal crollo della torre di Siloe. Riguardo a ciascuno di questi casi Gesù osserva che le vittime non erano peggiori dei suoi ascoltatori e preannunzia che costoro saranno anch’essi vittime di tragedie analoghe se non si convertiranno. E, subito dopo, l’evangelista riporta la parabola dell’albero di fico, al quale viene dato ancora un anno di tempo ma poi se non porta frutto sarà tagliato. Dio ha pazienza con noi, non ci mette alle strette. Ciò non toglie però che noi non possiamo aspettare all’infinito, dobbiamo fare una scelta. Altrimenti le conseguenze possono essere drammatiche per noi stessi e per tutta la società.

Nella seconda lettura Paolo ricorda ai cristiani di Corinto che gli ebrei dell’esodo non sono stati fedeli al loro Dio e perciò hanno ricevuto un severo castigo. E questo nonostante i doni ricevuti, che in qualche modo preannunziavano i due grandi sacramenti ricevuti dai cristiani stessi: il battesimo e l’eucaristia. Secondo Paolo la loro vicenda doveva servire da ammonizione a quei cristiani che non sapevano mantenersi all’altezza delle grandi scelte fatte nel battesimo e rinnovate nella celebrazione eucaristica.

La conversione è un’esigenza che ci accompagna per tutta la vita perché la fedeltà al Vangelo non può mai essere data per scontata. Ma la conversione non è facile e non si può ottenerla facendo ricorso all’arma della paura. Purtroppo la paura del castigo è stata spesso usata anche dai predicatori cristiani come mezzo per richiamare i peccatori alla conversione. Ma Dio non ha bisogno di ricorrere alla paura per attirarci al bene. Dio fa onore al suo nome: la sua misericordia è più convincente della paura. Ma noi dobbiamo aprire gli occhi. E a volte le grandi tragedie personali e dell’umanità sono un’occasione preziosa per rientrare in noi stessi e chiederci qual è il vero senso della nostra vita. Non lasciamocele scappare.

Tempo di Quaresima C – 2. Domenica

La manifestazione della gloria di Dio

Il tema scelto per liturgia di questa domenica è quello della gloria di Dio. È questa una metafora biblica con cui si immagina che il Dio nascosto e misterioso si manifesti all’uomo mediante un’insolita luminosità. Le tre letture proposte della liturgia parlano di uomini che sono venuti a contatto con la gloria di Dio. Il primo è Abramo il quale ha ricevuto da Dio la promessa di avere un figlio da cui sarebbe sorto un grande popolo. Ma si trattava di una promessa irrealizzabile, perché sua moglie Sara era sterile. Egli però non si arrende e continua a credere nella promessa di Dio. È allora che vede quella fiaccola che passa tra le vittime spezzate. È Dio che si impegna in prima persona. È stato un sogno? Solo chi sa sognare qualcosa di grande vede la gloria di Dio che gli indica la via da percorrere.

Nel racconto della trasfigurazione di Gesù abbiamo una nuova manifestazione della gloria di Dio. Chiaramente la scena ha un forte valore simbolico. Il volto di Gesù, i suoi abiti sfolgoranti, tutto denota la presenza di Dio. Anche Mosè ed Elia appaiono nella loro gloria. Mosè è l’uomo che ha visto la gloria di Dio in un roveto ardente, e da questa esperienza è nato il progetto di liberare gli israeliti dalla schiavitù egiziana. Elia invece è il profeta che, dopo aver esortato il popolo alla conversione, è stato portato in cielo in un carro infuocato. Con loro Gesù parla del suo «esodo», con il quale, mediante la sua morte e la sua risurrezione, avrebbe portato a compimento a Gerusalemme il progetto di liberazione che aveva iniziato Mosè e, come Elia, avrebbe manifestato la gloria di Dio. Pietro vorrebbe fare tre tende, una per ciascuno dei tre personaggi apparsi nella gloria: il suo scopo è quello di prolungare un’esperienza estremamente gratificante, ma la voce del Padre lo richiama alla realtà. Ciò che lui e i suoi compagni hanno visto è solo un’anticipazione. Per l’evangelista Luca la manifestazione della gloria di Dio avrà luogo alla fine di un percorso: per questo subito dopo Gesù si metterà in cammino coraggiosamente verso Gerusalemme. E i discepoli devono ascoltarlo, cioè seguirlo.

Nella seconda lettura Paolo esorta i cristiani di Filippi a non perdersi nella ricerca delle cose terrene: essi sono cittadini del cielo, da dove verrà Cristo nella gloria. Non si tratta di un evento imminente, bisogna aspettarlo con fede: ma intanto Cristo si incontra già nella vita quotidiana, collaborando con lui nella realizzazione del progetto di salvezza a cui egli ha dato inizio con la sua morte e risurrezione.

La gloria di Dio può essere vista dall’uomo non con gli occhi del corpo ma con quelli del cuore. È quella luce che invade la persona quando scopre qualcosa che può dare un senso alla sua vita. Sarà la decisione di donare la propria vita per una causa importante. È come fare un sogno con la certezza che si avvererà. Solo sognando si può vedere la gloria di Dio. E solo questa visione può cambiare la vita di una persona.

Triduo Pasquale ABC – Veglia pasquale


La salvezza nella storia

Il lezionario prevede per la Veglia pasquale nove letture bibliche, sette dell’Antico Testamento e due del Nuovo, che sono un compendio dei momenti fondamentali della storia della salvezza. Fra queste letture esiste un ordine d’importanza. Le prime tre raccontano la creazione (Gn 1,1-2,2), il sacrificio di Abramo (Gn 22,1-18), l’uscita dall’Egitto (Es 14,15–15,1). Esse sono ritenute essenziali perché ricordano gli eventi fondanti della storia della salvezza, che ha inizio nella creazione di questo mondo e della chiamata di un popolo che deve svolgere un ruolo di testimone del piano di Dio in questo mondo e nella sua storia.

Seguono poi i testi profetici nei quali appare la promessa di un futuro nel quale si attueranno le promesse di Dio. Anzitutto sono proposti due testi isaiani (Is 54,5-14 e 55,1-11), i quali annunciano una promessa divina di salvezza e una nuova alleanza dopo il dramma dell’esilio. In Is 54,1-17 il Signore trasforma la città-sposa, afflitta, scossa e sconsolata, nella nuova Gerusalemme e così facendo conferma la sua volontà di mantenere per sempre l’alleanza stabilita. Quest’alleanza eterna si allarga in Is 55,1-11 a tutti coloro che, dopo l’esperienza del deserto, ritornano al Signore e si convertono. A questi due testi fa seguito Bar 3,9-15.32-4,4 in cui la sapienza che viene da Dio ed è donata a Israele richiama il Verbo, cioè la Parola della Sapienza che prende dimora non più nella Legge ma nella persona di Gesù. Infine Ez 36,16-28 contiene la grande promessa dell’intervento di Dio che raduna i dispersi di Israele, li purifica con acqua pura da tutti i loro peccati e concede loro un «cuore nuovo» e uno «spirito nuovo». Dopo questo rinnovamento interiore, il Signore pronuncia la formula di alleanza «Voi sarete il mio popolo ed io sarò il vostro Dio» (v. 28), che funge da conclusione dei passi profetici. Nel contesto della Veglia questi passi richiamano le promesse di Dio per tutti i popoli e per tutti i tempi e annunziano che esse si sono realizzate nella morte e nella risurrezione di Gesù. Questo evento è attestato infine nei due testi del Nuovo Testamento riportati come punto d’arrivo di tutta la riflessione vigiliare: Rm 6,3-11 e, a seconda dell’anno liturgico, Mt 28,1-10; Mc 16,1-7; Lc 24,1-12.

Infine è significativo il fatto che nella quinta (Is 55,1-11) e nella settima lettura (Ez 36,16-28) spicca l’immagine dell’acqua, mentre nella sesta (Bar 3,9-15.32-4,4) prevale quella della luce. Nella tradizione cristiana ambedue evocano il battesimo, che non a caso è menzionato esplicitamente nella eucologia dopo il testo di Baruc e il salmo responsoriale: «O Dio, che accresci sempre la tua Chiesa chiamando nuovi figli da tutte le genti, custodisci nella tua protezione coloro che hai fatto rinascere dall’acqua del Battesimo». La luce della sapienza diventa la luce di Cristo Risorto che noi riceviamo per essere a nostra volta luce per il mondo.

I passi dell’Antico Testamento, proclamati alla luce del cero pasquale che rappresenta Cristo luce del mondo, non solo ricordano la storia di cui Gesù è il protagonista, ma continuano tuttora ciò che Cristo risorto ha fatto un giorno con i discepoli di Emmaus: «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27).