Autore: Alessandro Sacchi

Tempo di Quaresima C – 1. Domenica

Le nostre grandi tentazioni

All’inizio della quaresima la liturgia propone una riflessione sul tema della tentazione. Nella prima lettura è riportata una preghiera che gli israeliti dovevano fare quando, durante la festa di Pentecoste, presentavano a Dio le primizie del raccolto. In essa riconoscevano che la terra promessa, nella quale ora si trovavano, era un dono di Dio e quindi tutti i beni che essa produceva appartenevano a tutto il popolo. Questo rito diventava così un importante richiamo alla giustizia sociale e al superamento della grande tentazione di ogni società, quella cioè di concentrare nelle mani di pochi le risorse che dovrebbero servire al bene di tutti.

Nel brano del vangelo si racconta che anche Gesù ha avuto a che fare con la tentazione. In questa grande scena iniziale l’evangelista ha voluto indicare il senso di una prova dolorosa che egli ha dovuto affrontare durante tutto il suo ministero per esprimere fino in fondo il vero senso della sua missione. In questo racconto la tentazione è attribuita a satana. In realtà anche Gesù, come ciascuno di noi, ha dovuto confrontarsi non tanto con un agente esterno quanto piuttosto con il suo essere uomo, sottoposto a condizionamenti apparentemente insuperabili: il bisogno del pane, con tutto ciò che esso comporta in campo economico, il bisogno di riconoscimento, il bisogno di potere. In altre parole, la tentazione di Gesù era quella di una leadership populista, basata sul favore delle folle, orientata a una rivoluzione cruenta contro il potere dominante. Con il ricorso alla parola di Dio, contenuta nella Bibbia, Gesù vince la tentazione accettando di essere il Messia dei poveri e degli ultimi. Diversamente da Matteo, Luca mette all’ultimo posto la tentazione che ha avuto luogo sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme: per lui la vera grande tentazione che Gesù, come qualsiasi essere umano, dovrà affrontare è quella della sofferenza e dalla morte che lo attendono nella città santa. Ma è proprio da questa prova, accettata e superata con fede e coraggio, che scaturisce la salvezza.

E’ di questa salvezza che parla Paolo nella seconda lettura, affermando che essa si attua solo mediante la fede in Gesù. Una fede che è possibile anche a chi non lo ha mai conosciuto perché consiste appunto nel superamento delle tre grandi tentazioni a cui egli, come ogni essere umano, è stato sottoposto.

La storia umana è percorsa da grandi tentazioni: ingordigia, soldi, potere, successo. Anche Gesù ha dovuto affrontare queste tentazioni e le ha superate, fino ad accettare con coraggio una morte dolorosa e umiliante. Con lui anche noi possiamo superare le tentazioni che incontriamo nel nostro cammino. Ma spesso soccombiamo, con conseguenze a volte disastrose. Ma le sofferenze che ne derivano possono essere preziose opportunità per fare un passo in avanti nella ricerca di una società più giusta e solidale. Tutto dipende da come le affrontiamo.

Tempo Ordinario C – 08. Domenica

La parola a servizio della comunità

La prima lettura indica come tema di questa liturgia l’importanza della parola nella vita di una comunità. In questa lettura infatti è riportata in una piccola raccolta di detti che mettono in luce come solo la parola sia capace di dar vita a rapporti comunitari saldi. Per essere efficace, però, la parola deve essere vera, cioè autentica e sincera. Se uno pensa di nascondersi dietro parole false non costruisce nulla perché, anche a prescindere dalla sua volontà, le sue parole rivelano il suo vero essere.

Anche nel brano del vangelo è riportata una piccola raccolta di detti di Gesù dai quali Luca ricava alcune direttive pratiche riguardanti i rapporti all’interno della comunità cristiana. Il collegamento con il tema della parola avviene solo alla fine della raccolta: la bocca dell’uomo, senza neppure che lui se ne accorga, manifesta senza possibilità di equivoco quello che veramente c’è nel suo cuore. Perciò se uno è spiritualmente cieco non può pretendere di fare da guida a un altro che è cieco come lui, perché in questo caso ambedue andrebbero a finire in un burrone; chi vuole fare da maestro deve prima di tutto mettersi personalmente in ascolto del suo Maestro, senza ritenersi superiore a lui. Prima di correggere gli altri, pretendendo di togliere la pagliuzza dal loro occhio, ciascuno deve togliere la trave dal proprio occhio, cioè verificare se il proprio comportamento è veramente in sintonia con l’insegnamento di Gesù. Dietro l’angolo c’è sempre il pericolo dell’ipocrisia che consiste nel voler apparire quello che invece non si è. In questo campo non bisogna illudersi perché quello che uno è veramente si manifesta dalle opere che egli compie come il frutto manifesta la qualità dell’albero.

Nella seconda lettura Paolo mette in luce come Gesù, con la sua risurrezione, abbia riportato la vittoria sul peccato e sulla morte. Egli infatti, con la sua morte accettata liberamente come conseguenza del suo impegno per la giustizia e per una fraternità vera, manifesta un nuovo modo di essere e di vivere nel quale coinvolge coloro che credono in lui. Così facendo egli ha indicato la strada per eliminare il peccato, cioè la violenza che condiziona tutta l’esperienza umana.

Le direttive di Gesù, raccolte da Luca, riguardano tutti i membri della comunità, ciascuno dei quali deve contribuire alla formazione degli altri, comunicando loro con parole vere il proprio cammino di fede. Queste direttive riguardano però in modo speciale quelli che ricoprono incarichi di servizio all’interno della comunità. Le loro parole devono partire dal cuore, cioè da una autentica esperienza interiore, che presuppone l’ascolto del Maestro comune e degli altri membri della comunità.

Tempo Ordinario C – 07. Domenica

Amore dei nemici e non violenza

In questa domenica la liturgia propone di riflettere sul tema della non violenza. Nella prima lettura si raccontano le vicende del futuro re Davide il quale è perseguitato dal re Saul che vuole eliminarlo. Davide fugge e, quando si presenta l’occasione di uccidere il suo avversario, lo risparmia. Per lui Saul è comunque il suo re ed egli sente il dovere, se non proprio di amarlo, almeno di rispettarlo e difendere la sua vita. È questo un significativo esempio di non violenza.

Nel brano del vangelo sono riportati alcuni detti nei quali si pone l’accento sulla necessità di amare non solo le persone care ma anche i propri nemici. Gesù non distingue tra nemici personali, cioè quanti in qualche modo ci fanno del male, e coloro che trasgrediscono le leggi religiose e sociali e infine i nemici del proprio popolo, identificati soprattutto con gli odiati romani, stranieri, pagani e oppressori. Nei confronti di tutti Gesù esige anzitutto che si eviti di reagire alla violenza di cui si è fatti bersaglio con altrettanta violenza. Ma Gesù non si ferma qui: egli vuole una non violenza attiva. Per questo invita a fare nei confronti degli altri, di tutti, anche degli estranei e dei nemici, quello che ciascuno vorrebbe fosse fatto a sé. È questa la regola d’oro, attestata nelle culture più disparate. Poi Gesù sottolinea che il vero amore esige la gratuità, cioè la disponibilità ad amare senza aspettarsi nulla in cambio. Il discepolo di Gesù deve imitare l’esempio di Dio che è misericordioso verso i gli ingrati e i malvagi. E misericordia vuol dire non giudicare e soprattutto perdonare, accettare le persone come sono, senza pretendere nulla. Gesù assicura che, così facendo, si riceve molto più di quello che si è dato. Non in termini di vantaggi o di ricompense, in questa o nell’altra vita, ma come realizzazione di quel bene comune che egli chiama «regno di Dio».

Nella seconda lettura Paolo presenta Gesù come il nuovo Adamo, cioè il capostipite di una nuova umanità liberata dal condizionamento della materia che, secondo le concezioni del tempo, era la sede del peccato. Gesù è risuscitato perché è colui che ha percorso per primo la strada di un amore non violento. Aderire a lui significa superare il proprio egoismo e mettersi al servizio degli altri, chiunque essi siano.

La tentazione di ogni essere umano è quella di chiudersi nel proprio piccolo mondo rappresentato dai familiari, dagli amici, dai propri concittadini e, perché no, dai membri della comunità cristiana. In questa prospettiva è spontaneo considerare l’altro, il diverso, lo straniero come un pericolo per la propria identità, per il proprio benessere oppure magari per la propria fede. Di qui sorgono non solo le guerre ma anche i muri, quelli fatti di cemento o quelli che portano all’emarginazione dell’altro. Per questo l’insegnamento di Gesù ha importanti ricadute anche in campo sociale e politico, dove è necessario superare il desiderio di vendetta è impegnarsi per il perdono e la riconciliazione .