Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Triduo Pasquale ABC – Venerdì Santo

La gloria del Crocifisso

La morte di Gesù in croce è stata un banco di prova terribile per i suoi discepoli e per tutti coloro che avevano creduto in lui. Per loro era dunque necessario farsene una ragione, dimostrando a sé e agli altri che comunque il suo messaggio restava valido e credibile. A questo scopo era importante la fede nella sua risurrezione che apriva la porta alla speranza di un suo imminente ritorno in occasione del quale, dopo aver vinto la morte, avrebbe attuato il regno di Dio di cui aveva annunziato la venuta. Questa soluzione rischiava però di ridurre la morte di Gesù a un incidente di percorso a cui la risurrezione aveva posto rimedio. E soprattutto il ritardo del ritorno di Gesù poteva far pensare che la sua morte negasse valore a tutte le promesse da lui fatte. In questo contesto era quindi necessario ricercare il senso della sua morte in quanto Messia, cioè come un evento strettamente collegato con la venuta del regno di Dio da lui annunziato.

La liturgia del venerdì santo indica la strada che i primi cristiani hanno percorso per dare un senso alla morte di Gesù, facendo tesoro delle concezioni religiose contenute nella Bibbia. In questo senso era significativa la vicenda del Servo di yhwh, di cui parla la prima lettura: egli infatti aveva preso su di sé tutto il dolore dei suoi connazionali, divisi e oppressi in terra straniera, per ricostituire la loro unità come popolo mediante il ritorno alla fede in Dio su cui si basava la loro identità; questa scelta aveva suscitato violente reazioni che avevano provocato la sua morte, ma aveva reso possibile il ritorno degli esuli nella terra dei padri e la rinascita del popolo. Alla luce di questo esempio i primi cristiani hanno considerato la morte di Gesù come la conseguenza della sua scelta a favore dell’umanità, specialmente degli ultimi, dei diseredati, degli scarti della società. Proprio questa scelta, in aperto contrasto con gli interessi dei detentori del potere in campo religioso e politico, gli ha provocato antipatie e rancori che alla fine hanno causato la sua morte violenta.

Questa concezione è stata elaborata successivamente soprattutto dall’autore della lettera agli Ebrei, il quale immagina Gesù metaforicamente come il sommo sacerdote che offre se stesso come vittima a Dio e così fa il grande passo con cui instaura un nuovo rapporto dell’umanità con Dio. Nel mondo giudaico questa spiegazione era molto significativa proprio perché l’offerta del sacrificio era considerata come un rinnovamento del rapporto con Dio, sul quale si basa la realtà di Israele come popolo libero e solidale. Chiaramente con questa concezione non ha nulla a che vedere l’idea, elaborata successivamente, secondo cui con la sua morte Gesù avrebbe pagato il debito che l’umanità aveva contratto con Dio a causa del peccato originale. Al contrario, la morte di Gesù in croce rappresentava per i primi cristiani il più grande atto di amore di Dio per l’umanità, che poteva essere salvata solo se messa di fronte all’esempio di un amore portato fino alle estreme conseguenze. In questa prospettiva la risurrezione era la manifestazione di una vita nuova, messa fin d’ora a disposizione dei credenti per il bene e il progresso vero di tutta l’umanità.

Il significato salvifico della morte di Gesù è messo in luce nei racconti evangelici della sua passione. Specialmente Giovanni vede in essa la manifestazione sfolgorante della gloria di Dio in quanto proprio mentre veniva condannato Gesù ha dato una testimonianza suprema alla verità, cioè alla fedeltà di Dio, ed è stato intronizzato come il Messia che attua la regalità di Dio in questo mondo. Perciò è proprio sulla croce che lui viene innalzato, cioè si protende verso Dio, manda lo Spirito e dà origine alla comunità dei credenti, che con lui godono fin d’ora la vita nuova da lui sperimentata.

La celebrazione del Venerdì santo deve dunque essere l’occasione per riflettere sul significato che ha per noi la morte di Cristo come punto di riferimento per un autentico cammino di fede. A tal fine però bisogna considerare questo evento alla luce dell’esempio di quanti, cristiani e non, hanno saputo dare la vita per un bene che riguarda tutti, al di là dei muri elevati dall’egoismo umano.

Tempo di Quaresima C – 1. Domenica

Le nostre grandi tentazioni

All’inizio della quaresima la liturgia propone una riflessione sul tema della tentazione. Nella prima lettura è riportata una preghiera che gli israeliti dovevano fare quando, durante la festa di Pentecoste, presentavano a Dio le primizie del raccolto. In essa riconoscevano che la terra promessa, nella quale ora si trovavano, era un dono di Dio e quindi tutti i beni che essa produceva appartenevano a tutto il popolo. Questo rito diventava così un importante richiamo alla giustizia sociale e al superamento della grande tentazione di ogni società, quella cioè di concentrare nelle mani di pochi le risorse che dovrebbero servire al bene di tutti.

Nel brano del vangelo si racconta che anche Gesù ha avuto a che fare con la tentazione. In questa grande scena iniziale l’evangelista ha voluto indicare il senso di una prova dolorosa che egli ha dovuto affrontare durante tutto il suo ministero per esprimere fino in fondo il vero senso della sua missione. In questo racconto la tentazione è attribuita a satana. In realtà anche Gesù, come ciascuno di noi, ha dovuto confrontarsi non tanto con un agente esterno quanto piuttosto con il suo essere uomo, sottoposto a condizionamenti apparentemente insuperabili: il bisogno del pane, con tutto ciò che esso comporta in campo economico, il bisogno di riconoscimento, il bisogno di potere. In altre parole, la tentazione di Gesù era quella di una leadership populista, basata sul favore delle folle, orientata a una rivoluzione cruenta contro il potere dominante. Con il ricorso alla parola di Dio, contenuta nella Bibbia, Gesù vince la tentazione accettando di essere il Messia dei poveri e degli ultimi. Diversamente da Matteo, Luca mette all’ultimo posto la tentazione che ha avuto luogo sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme: per lui la vera grande tentazione che Gesù, come qualsiasi essere umano, dovrà affrontare è quella della sofferenza e dalla morte che lo attendono nella città santa. Ma è proprio da questa prova, accettata e superata con fede e coraggio, che scaturisce la salvezza.

E’ di questa salvezza che parla Paolo nella seconda lettura, affermando che essa si attua solo mediante la fede in Gesù. Una fede che è possibile anche a chi non lo ha mai conosciuto perché consiste appunto nel superamento delle tre grandi tentazioni a cui egli, come ogni essere umano, è stato sottoposto.

La storia umana è percorsa da grandi tentazioni: ingordigia, soldi, potere, successo. Anche Gesù ha dovuto affrontare queste tentazioni e le ha superate, fino ad accettare con coraggio una morte dolorosa e umiliante. Con lui anche noi possiamo superare le tentazioni che incontriamo nel nostro cammino. Ma spesso soccombiamo, con conseguenze a volte disastrose. Ma le sofferenze che ne derivano possono essere preziose opportunità per fare un passo in avanti nella ricerca di una società più giusta e solidale. Tutto dipende da come le affrontiamo.

Tempo Ordinario C – 08. Domenica

La parola a servizio della comunità

La prima lettura indica come tema di questa liturgia l’importanza della parola nella vita di una comunità. In questa lettura infatti è riportata in una piccola raccolta di detti che mettono in luce come solo la parola sia capace di dar vita a rapporti comunitari saldi. Per essere efficace, però, la parola deve essere vera, cioè autentica e sincera. Se uno pensa di nascondersi dietro parole false non costruisce nulla perché, anche a prescindere dalla sua volontà, le sue parole rivelano il suo vero essere.

Anche nel brano del vangelo è riportata una piccola raccolta di detti di Gesù dai quali Luca ricava alcune direttive pratiche riguardanti i rapporti all’interno della comunità cristiana. Il collegamento con il tema della parola avviene solo alla fine della raccolta: la bocca dell’uomo, senza neppure che lui se ne accorga, manifesta senza possibilità di equivoco quello che veramente c’è nel suo cuore. Perciò se uno è spiritualmente cieco non può pretendere di fare da guida a un altro che è cieco come lui, perché in questo caso ambedue andrebbero a finire in un burrone; chi vuole fare da maestro deve prima di tutto mettersi personalmente in ascolto del suo Maestro, senza ritenersi superiore a lui. Prima di correggere gli altri, pretendendo di togliere la pagliuzza dal loro occhio, ciascuno deve togliere la trave dal proprio occhio, cioè verificare se il proprio comportamento è veramente in sintonia con l’insegnamento di Gesù. Dietro l’angolo c’è sempre il pericolo dell’ipocrisia che consiste nel voler apparire quello che invece non si è. In questo campo non bisogna illudersi perché quello che uno è veramente si manifesta dalle opere che egli compie come il frutto manifesta la qualità dell’albero.

Nella seconda lettura Paolo mette in luce come Gesù, con la sua risurrezione, abbia riportato la vittoria sul peccato e sulla morte. Egli infatti, con la sua morte accettata liberamente come conseguenza del suo impegno per la giustizia e per una fraternità vera, manifesta un nuovo modo di essere e di vivere nel quale coinvolge coloro che credono in lui. Così facendo egli ha indicato la strada per eliminare il peccato, cioè la violenza che condiziona tutta l’esperienza umana.

Le direttive di Gesù, raccolte da Luca, riguardano tutti i membri della comunità, ciascuno dei quali deve contribuire alla formazione degli altri, comunicando loro con parole vere il proprio cammino di fede. Queste direttive riguardano però in modo speciale quelli che ricoprono incarichi di servizio all’interno della comunità. Le loro parole devono partire dal cuore, cioè da una autentica esperienza interiore, che presuppone l’ascolto del Maestro comune e degli altri membri della comunità.