Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario C – 06. Domenica

La vera felicità

La liturgia di questa domenica propone alla nostra riflessione un tema molto importante, quello della felicità a cui ognuno di noi aspira. Nella prima lettura il profeta Geremia fa consistere la vera felicità nel confidare nel Signore e non nell’uomo, cioè in se stessi, nelle proprie capacità e in quello che gli altri possono darci. In altre parole, il potere, la gloria, i soldi, il sesso non danno felicità.

Nel brano del vangelo lo stesso tema viene ripreso da Gesù il quale, secondo l’evangelista Luca, indica concretamente chi è veramente felice. Il suo punto di vista è paradossale: sono felici proprio quelle persone che noi riteniamo massimamente infelici: i poveri, gli affamati, coloro che piangono, cioè coloro che appartengono alle classi sociali più umili e diseredate. E ad essi Gesù aggiunge coloro che sono perseguitati per la fede in lui. E per rendere più efficace questo messaggio Gesù aggiunge altrettanti guai rivolti a chi è ricco, a chi ha fame a chi ride e a colui di cui tutti dicono bene: per loro non c’è felicità. Una posizione così radicale si capisce solo nella prospettiva della venuta ormai imminente del regno di Dio, in cui gli ultimi saranno i primi. Luca però doveva fare i conti con il fatto che al suo tempo, parecchi anni dopo la morte di Gesù, la venuta del regno di Dio non sembrava più così imminente. Egli lo sapeva, ma era certo che il messaggio di Gesù, anche in questa nuova situazione, conservava tutta la sua importanza. Certo Gesù non poteva dichiarare beati quelli che soffrono di una povertà estrema; per lui piuttosto sono felici coloro che si mettono dalla loro parte, rinunziando in misura più o meno grande ai loro privilegi per porre le basi di un mondo più giusto e fraterno.

Nella seconda lettura Paolo sposta l’attenzione alla fine dei tempi: un giorno i morti risorgeranno insieme a Gesù, il primo dei risorti, che ha garantito ai suoi discepoli la possibilità di partecipare un giorno alla sua risurrezione. Ma la risurrezione di Gesù opera fin d’ora nei credenti conferendo loro già in questa vita una grande felicità, quella vera, che ha la sua sorgente nell’amore.

Alla luce di tutto l’insegnamento biblico, risulta chiaro che Gesù non rifiuta il possesso dei beni materiali con tutto ciò che comportano, ma il fatto di fondare su essi la propria sicurezza, facendo di essi il fine della propria vita. Tutti i beni di questo mondo diventano sorgente di felicità solo se sono condivisi: chi infatti li cerca non per se stesso, ma per goderne insieme a tutti i fratelli, mette la propria sicurezza non nelle cose materiali ma in quel Dio, che si manifesta nella giustizia e nella fraternità.

Tempo Ordinario C – 05. Domenica

Una chiamata per la missione

La liturgia di questa domenica affronta il tema della vocazione in quanto chiamata alla presidenza della comunità. Nella prima lettura la vocazione di Isaia viene situata significativamente nel tempio di Gerusalemme, che era la più importante struttura istituzionale di Israele. Chi gli appare è il Dio di Israele, al quale esso era dedicato. Non viene quindi messo in questione il tempio in quanto tale, ma il popolo dalle labbra impure al quale Isaia sa di appartenere. Egli viene purificato e solo allora viene inviato a questo popolo per chiamarlo alla conversione.

Anche nel vangelo appare che Pietro, davanti alla manifestazione di Dio in Gesù, si riconosce come peccatore. Diversamente da quanto era capitato a Isaia, Gesù non fa nessun gesto di purificazione su di lui, ma gli dice di non temere e gli dà il compito di essere pescatore di uomini. Per Pietro la vittoria sul peccato, nel quale lui stesso è coinvolto, non può avvenire mediante gesti rituali ma solo diventando pescatore di uomini. Questa espressione in Luca significa letteralmente «uno che prende vivi gli uomini». Per Luca è importante sottolineare che per attirare gli uomini a Cristo, Pietro non dovrà fare come i pescatori che, prendendo i pesci, li uccidono, ma dovrà mantenere vivi coloro a cui si rivolgerà, potenziando le loro facoltà umane di intelligenza e di libertà. Quindi non dovrà essere semplicemente un leader istituzionale, preoccupato del buon funzionamento dell’istituzione di cui è responsabile, ma una figura profetica, capace di coinvolgere gli altri nella sequela di Gesù al servizio di tutta la società.

Nella seconda lettura Paolo spiega in che cosa consista l’oggetto della fede che egli ha annunziato ai corinzi: si tratta essenzialmente della liberazione dal peccato, che Cristo ha attuato mediante la sua morte e risurrezione. Su questa linea si pone anche lui con il suo apostolato instancabile nella fondazione di comunità nelle quali si manifesti la nuova vita portata da Gesù.

L’eliminazione del peccato, che si annida nei cuori e nelle strutture ingiuste della società, è stato il vero scopo della predicazione di Gesù e il motivo per cui è stato ucciso. La lotta contro il peccato così inteso è anche l’unica ragione che giustifica l’esistenza della Chiesa. Perciò chi riceve un compito direttivo al suo interno non deve essere interessato unicamente alla sua difesa e preservazione ma deve guidarla nell’impegno per realizzare una società più giusta e solidale. Per questo deve essere autorevole senza essere autoritario, esercitando il ruolo profetico che non deve mai mancare in un’istituzione che ha il compito di annunziare, come ha fatto Gesù, non se stessa ma la venuta del regno di Dio.

Tempo Ordinario C – 12 Domenica

Una morte che dà la vita

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione su una sofferenza che apparentemente porta alla morte ma in realtà è sorgente di vita. La prima lettura richiama tre concetti a prima vista antitetici: pianto, consolazione purificazione. Ogni sofferenza provoca pianto e amarezza, perché è sempre l’anticamera della morte, di cui l’inviato di Dio ha fatto l’esperienza. Ma a essa fa seguito la consolazione, a patto però che sappiamo coglierne il senso, farla diventare parte di un progetto che mira a edificare un mondo migliore, in cui prevale non il potere ma il servizio vicendevole.

Il brano del vangelo richiama l’attenzione sull’identità di Gesù. È Gesù stesso che pone la domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?» Risposta: «Giovanni Battista, Elia o uno degli antichi profeti ritornato in vita». Gesù resta in silenzio e poi chiede nuovamente: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro risponde: «Il Cristo di Dio». Questa volta Gesù si innervosisce e ordina di non dirlo a nessuno. Né le folle né i discepoli hanno capito chi è veramente Gesù. E allora tocca a lui spiegarlo: «Il figlio dell’uomo deve soffrire molto…». Gesù si definisce non in funzione di un potere che gli altri gli attribuiscono come profeta o come Messia, ma per quello che sta per fare: andando a Gerusalemme, per annunziare il regno di Dio nella città santa, egli va consapevolmente incontro alla sofferenza e alla morte. È questa la strada che indica ai suoi discepoli se vogliono capire veramente cos’è la vita che ha proposto loro quando li ha invitati a seguirlo.

La seconda lettura indica in che cosa consiste e che cosa significa una morte che dà la vita: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo e donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». La discriminazione dell’altro è un mezzo per difendere se stesso, per non morire. Ma in realtà è la causa della morte interiore, con tutte le sue conseguenze. Solo abbattendo le barriere e stabilendo rapporti il più possibili sinceri con gli altri si ottiene la vita. Ma ciò esige che si muoia a se stessi, con tutte le conseguenze che ne possono derivare.

Uno degli aspetti più caratteristici della nostra società è il rifiuto della morte, la ricerca della vita a ogni costo. Gesù ci indica una strada diversa: rinnegare se stessi e seguirlo sulla via di una vera fraternità. È una strada impervia che comporta l’esperienza della sofferenza, della solitudine, dell’umiliazione. Ma è l’unica percorrendo la quale si ottiene la consolazione e la pace interiore, unita alla purificazione da noi stessi e dal nostro egoismo.