Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Tempo di Pasqua C – 4. Domenica

Il pastore e la sua comunità

La liturgia di questa domenica suggerisce una riflessione sul tema di Gesù buon Pastore. Nella prima lettura è significativo il brano di Isaia che Paolo e Barnaba citano quando, di fronte alle ostilità dei giudei, si rivolgono ai gentili: «Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra» (Is 49,6). Secondo Luca, Paolo e Barnaba, si sentono portatori di un messaggio di salvezza che è stato promulgato da Dio stesso per mezzo di Gesù Cristo e che è valido per tutta l’umanità.

Secondo il brano del vangelo essere salvi significa riconoscere Gesù come pastore, ascoltare la sua voce, essere conosciuti da lui e seguirlo. Per il credente il rapporto con Cristo non è frutto di uno slancio mistico che lo separa dal mondo circostante, ma piuttosto implica l’inserimento in una realtà sociale composta da persone che, proprio perché si rapportano a un unico pastore, sono profondamente unite fra loro. Sullo sfondo si percepisce il concetto di comunità che stava alla base della vita dei primi cristiani. Il rapporto con Gesù all’interno di una forte esperienza comunitaria è salvifico perché libera dall’egoismo, in forza del quale ciascuno è portato a isolarsi e a mettere se stesso al centro di tutto. Riconoscere Gesù come pastore comporta quindi un rapporto vero e profondo fra persone. Questa è la salvezza che i credenti annunziano a una società in cui spesso prevale la violenza.

Nella seconda lettura il rapporto con Gesù viene espresso mediante l’immagine del lavare le proprie vesti nel sangue dell’Agnello, al quale viene attribuito il ruolo di pastore. Con essa si indica non tanto il martirio, quanto piuttosto quello che lo precede, e cioè l’entrare nella logica di Gesù e adottare come metodo di vita la non violenza, rappresentata nella metafora dell’agnello.

La salvezza consiste non nell’accumulare beni materiali o strumenti tecnologici, ma nell’incontrare l’altro, chiunque egli sia, come un amico e un fratello con il quale impegnarci nella ricerca di un mondo migliore. Gesù è salvatore in quanto è capace di rinnovare radicalmente i rapporti fra persone. Nella Bibbia questo tema ha una forte carica polemica in quanto, annunziando la venuta di Dio come pastore unico del popolo, mette in discussione il ruolo di una classe dirigente che non è all’altezza dei suoi compiti.

Tempo Ordinario A – 09. Domenica

Una religione senza fede

La liturgia di questa domenica pone una domanda inquietante: è possibile praticare una religione senza avere la fede? Nella prima lettura l’autore mette sulla bocca di Mosè l’esortazione a obbedire ai comandi del Signore, perché solo così gli israeliti potranno ottenere la vita. E perché non se ne dimentichino, Mosè li invita a legare le parole di Dio alla mano e a metterle come un pendaglio tra gli occhi affinché non se le dimentichino. Chiaramente è un’immagine, ma nel mondo ebraico è stata presa alla lettera dando origine all’uso dei filatteri che consiste nel mettere frammenti della Bibbia in altrettante scatolette di cuoio e di legarle una al braccio sinistro e l’altra sulla fronte. È strano: invece di impegnarsi nella pratica dei comandamenti, gli osservanti prendono alla lettera un espediente suggerito per tenerne vivo il ricordo. E così si sentono sicuri di avere compiuto la volontà di Dio.

Nel brano del vangelo le parole di Gesù non sono dirette a coloro che si legano i filatteri sul braccia o sulla fronte, ma ai cristiani che credono di essere fedeli a Dio e a Cristo perché appartengono al numero dei suoi discepoli o addirittura hanno fatto in suo nome delle cose importanti come scacciare i demoni. Oggi Gesù direbbe le stesse cose a coloro che compiono delle pratiche religiose, atti di culto, devozioni, oppure partecipano a crociate contro l’aborto o l’eutanasia o magari fanno opere buone, sacrifici, elemosine. Per Gesù tutto questo non serve a nulla se a monte non c’è una scelta radicale per lui e per i valori fondamentali che ha espresso nel discorso della montagna, di cui questo brano è la conclusione. Gesù non si attende che i cristiani siano perfetti, ma attende da loro una scelta di campo, vuole che costruiscano la loro vita sulla roccia sicura del suo insegnamento. E che non abbiamo paura delle conseguenze.

Paolo nella seconda lettura rincara la dose. La salvezza si è rivelata non mediante  l’osservanza delle norme contenute nella legge mosaica, ma mediante la fede in Cristo. È curioso che nel testo greco non si dica «fede in Cristo», ma «fede di Cristo». Con questa preposizione forse Paolo voleva sottolineare che non basta credere in Cristo, nella sua messianicità o nella sua divinità, bisogna condividere quella fede che lo ha portato a mettersi dalla parte degli ultimi, fino a essere lui stesso eliminato dai potenti di questo mondo. In questa scelta di fondo sta l’unica possibilità di salvezza per noi e per tutto il mondo.

Oggi anche nel linguaggio comune si tende a distinguere fede e religione, intendendo la prima come adesione profonda al messaggio di Gesù e la seconda come pratica religiosa. Non so se sia possibile fare una distinzione così netta, perché è evidente che anche la fede ha bisogno di pratiche attraverso le quali esprimersi. Ma è chiaro che è possibile essere religiosi ma non partecipare a quella fede che ha portato Gesù a morire per noi sulla croce. È una verifica che dobbiamo sempre fare per non cadere in una religiosità formale, che finisce per screditare il Vangelo agli occhi di coloro che non si dicono credenti ma si impegnao a fondo per la giustizia e la solidarietà.

Tempo Ordinario A – 08. Domenica

Il regno di Dio e la sua giustizia

In questa liturgia si propone il tema della giustizia su cui si basa il regno di Dio. Nella prima lettura abbiamo uno dei vertici della predicazione di quel profeta dell’esilio chiamato Deutero-Isaia. Agli esuli ancora dispersi in Babilonia egli presenta Dio non più come un giudice severo che punisce il popolo ribelle, ma come una madre che si preoccupa dei suoi figli, provvede ai loro bisogni e li assiste anche quando sbagliano. Solo accogliendo questa immagine di Dio gli esuli potevano trovare il coraggio di mettersi in cammino verso la loro terra.

Nel vangelo Gesù elabora l’idea di Dio proposta nella prima lettura. Ma anzitutto l’evangelista riporta un detto che ci mette nella giusta prospettiva: non si può servire Dio e la ricchezza. I beni materiali sono un mezzo e non devono essere mai considerati come un fine. Gesù aggiunge poi che non dobbiamo preoccuparci per il cibo e per il vestito. Dio nutre gli uccelli del cielo e riveste i fiori dei campi. Come potrà lasciare senza cibo o senza vestito i suoi figli? Prese così, le parole di Gesù potrebbero sembrare azzardate. Purtroppo c’è ancora tanta gente che è spogliata di tutto e muore di fame. Ma Gesù alla fine ci dà una chiave interpretativa: «Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Dunque Gesù non fa promesse a costo zero ma coinvolge i suoi ascoltatori nella ricerca di un mondo migliore, improntato a una giustizia che trasforma radicalmente i rapporti umani. Solo chi crede in questo mondo nuovo e dedica a esso tutta la sua vita può sperimentare l’infinita misericordia di Dio.

Nella seconda lettura Paolo spiega come ciò può avvenire. Egli si presenta come un amministratore dei misteri di Dio. È uno di coloro che cercano il regno di Dio e la sua giustizia e svolge questo compito come fondatore e animatore di comunità. Paolo si comporta con grande coerenza e impegno, e non ha paura di essere giudicato, cioè di essere messo in crisi in quello che rappresenta il cuore del suo messaggio. Per lui è importante che la comunità sia fondata sul vangelo di Gesù.

Il regno di Dio non è un mondo ideale che si realizzerà come per miracolo in un momento della storia o che noi stessi possiamo attuare imponendo alla società nuove strutture di convivenza. Ciò che Gesù annunzia è un mondo più giusto e solidale che ha come riferimento l’amore infinito di Dio per tutta l’umanità. Perché questo ideale si realizzi è importante l’esperienza della comunità cristiana. Essa però ha senso solo se diventa un ambito di vita che anticipa il regno di Dio e conferisce ai suoi membri la possibilità di lottare perché la giustizia pervada tutta società.