Autore: Alessandro Sacchi

Tempo di Pasqua C – 2. Domenica

La liberazione dal peccato

La liturgia di questa domenica mette in luce il tema della liberazione dal peccato che Gesù risorto continua ad attuare per mezzo dei suoi discepoli. Nella prima lettura si dice che, dopo la sua risurrezione, i suoi discepoli gli hanno reso testimonianza, e lo hanno fatto non con discorsi altisonanti ma attuando un profondo rapporto comunitario e seguendo il suo esempio, cioè guarendo le malattie e lottando contro ogni genere di male che colpisce la gente comune, soprattutto i più poveri ed emarginati.

Nel brano del vangelo è Giovanni che, raccontando l’apparizione di Gesù risorto ai discepoli, indica il compito che egli ha affidato loro. Ciò che essi dovranno fare si sintetizza in due parole: perdonare i peccati. Questo compito si attua mediante una guarigione che parte dalla persona e si espande a tutta la società. Il perdono dei peccati significa infatti aiutare le persone a superare i sentimenti di violenza che si annidano nel cuore umano. Per fare ciò i discepoli dovranno suscitare la fede in un progetto d’amore che parte dall’Alto e creare rapporti nuovi improntati all’amore. Ciò è possibile solo dando origine a un movimento di liberazione da tutte le strutture ingiuste che si esprime mediante la formazione di comunità basate sulla fede. Si tratta di un compito difficile da attuare: perciò Gesù conferisce ai discepoli il suo Spirito, che consiste in una convinzione profonda che fa superare ogni difficoltà. E come risultato Gesù promette la pace che dal cuore dei credenti si espande a tutta la società. In questo contesto è importante la figura simbolica dell’apostolo Tommaso, il quale giunge alla fede solo dopo aver visto Gesù risorto. Chiaramente si trattava non semplicemente di riconoscere che Gesù è vivo ma di credere che il suo progetto di liberazione da ogni forma di male non era stato accantonato, ma sarebbe stato portato avanti da lui per mezzo dei suoi discepoli.

Nella seconda lettura è significativo il modo in cui Gesù si presenta a Giovanni: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi». Questa frase mostra come sia possibile impegnarsi per la vita, in tutte le sue manifestazioni, perché Gesù, il Vivente, è con noi.

Dalle letture di questa domenica risulta che il cristianesimo porta nel suo DNA la lotta contro il potere del male in questo mondo, dovunque si annidi, sulla linea di quanto ha fatto e ha detto Gesù e sotto la sua guida. Il perdono dei peccati non avviene mediante un gesto rituale ma consiste nell’impegno per la guarigione delle anime e dei corpi in funzione della liberazione di tutta la società dalle strutture ingiuste che pervadono i rapporti tra persone. È un compito difficile, che richiede di saper coordinare i propri sforzi con quelli di tutti gli uomini e donne di buona volontà, sotto la guida di un Maestro come Gesù e con la forza che viene dal suo Spirito.

Una politica migratoria razzista

“Non c’è una umanità di serie A e un’umanità di serie B. Fa bene Colombo a ricordare i lager libici,
dove da anni vengono perpetrati orrendi crimini. Denunciamo ovunque le violenze e non restiamo
indifferenti. Perciò plaudiamo all’accoglienza dei profughi ucraini, ma restiamo esterrefatti di fronte
a una politica migratoria evidentemente razzista che discrimina chi ha la pelle più scura: gli studenti
stranieri o i lavoratori temporanei di altre nazionalità, che erano in territorio ucraino, non sono
compresi nella protezione accordata dall’Europa. Bambini afghani, siriani, curdi restano a morire
fuori dalle nostre frontiere. Il problema è lo Stato nazionale, una forma politica discriminatoria che
ora mostra il suo volto decrepito e violento. Perciò auspichiamo una Unione europea dei popoli in
grado di superare il criterio della nazione. Chi è di sinistra, anziché prendere le parti di una nazione
contro l’altra, dovrebbe assumere il punto di vista che un tempo si diceva inter-nazionalista e che
oggi potremmo dire al di là delle nazioni”.

(da Donatella Di Cesare, Caro Colombo, pure io sto coi bimbi (tutti). Infatti dico “No armi”, in “Il fatto quotidiano” del 4/4/2022)

Domenica delle Palme – C

La misericordia di Dio nella passione del Figlio

Nella domenica delle Palme la liturgia ricorda l’ingresso di Gesù in Gerusalemme (vedi le letture proposte per la processione) e al tempo stesso propone una riflessione sulla passione di Gesù. Come sfondo biblico viene riportato nella prima lettura il terzo carme del Servo del Signore. In esso si sottolinea il coraggio e la determinazione con cui questo personaggio affronta le sofferenze a cui va incontro per attuare il progetto di rinascita del popolo di Israele al termine dell’esilio. Egli si sente chiamato da Dio per questa missione e intende portarla a termine unicamente con un metodo non violento.

Nel racconto degli ultimi momenti della vita terrena di Gesù, Luca cerca di dare una risposta allo scandalo della morte violenta del Messia. Egli lo fa in modo narrativo, mostrando che essa è stata provocata dall’intervento di forze diaboliche che si sono scatenate contro di lui. All’origine di tutto c’è Satana che ha portato a termine la sua tentazione prendendo possesso di Giuda e tentando Simone e gli altri discepoli. Vi sono poi i membri del sinedrio, che vogliono a tutti i costi la sua morte e lo deridono quando si trova sulla croce, Ponzio Pilato che vorrebbe liberarlo ma poi cede alla pressione dei membri del sinedrio, Erode che si prende gioco di lui, i soldati che lo deridono e lo crocifiggono, uno dei due malfattori crocifissi accanto a lui che lo insulta. Sembra che tutte le forze del male, sia politiche che religiose, si siano coalizzate contro di lui per eliminare lo scomodo profeta che aveva rivelato l’infinita misericordia di Dio per tutta l’umanità.

Ma proprio il momento della sua apparente sconfitta segna l’inizio di un perdono che riguarda in primo luogo proprio coloro che si muovono intorno a lui: coloro che l’hanno crocifisso, uno dei malfattori crocifissi accanto a lui, le donne che si battono il petto e tutto il popolo giudaico che assiste alla sua morte senza far propri gli insulti rivolti a lui dai loro capi. Tutti questi dettagli mettono in risalto come il popolo giudaico non ha abbandonato Gesù, ma gli è stato vicino dissociandosi così dai suoi capi. Pur non escludendo la colpa dei giudei, Luca fa dunque un’importante distinzione, che mette in luce il suo sentimento di apertura e di com­prensione verso il popolo giudaico, che si è trovato coinvolto suo malgrado in una tragedia la cui portata effettiva gli sfuggiva. Anche Pilato, pur avendo condannato Gesù, non era ostile a lui e ha riconosciuto la sua innocenza, come d’altronde ha fatto il centurione al momento della sua morte.

Sullo sfondo di questa profonda interpretazione della morte di Gesù emerge molto vivido, come nel contesto dei tre grandi annunzi della passione fatti da Gesù durante la sua vita terre­na, il tema della sequela. Luca non ricorda l’abbandono dei discepoli, anche se nelle ammonizioni rivolte loro da Gesù al termine della cena è prevista la loro defezione a cui fa seguito la conversione. È lo sguardo di Gesù che provoca il pianto di Pietro, il quale potrà così confermare i suoi fratelli. Luca inoltre presenta, come simbolo e modello di sequela, nuove figure di attori nel dramma della passione: il Cireneo che porta la croce dietro Gesù, la folla che lo segue battendosi il petto, il buon ladrone, che entra con Gesù in paradiso, il centurione che riconosce in Gesù un uomo giusto, i suoi conoscenti e le donne che lo avevano seguito dalla Galilea e infine Giuseppe di Arimatea, un discepolo oc­culto che si prende cura del corpo di Gesù. Il racconto della morte di Gesù si salda così con quello della cena, al termine della quale Luca ha raccolto le ammoni­zioni di Gesù riguardanti la sequela, mostrando che essa è l’unica strada aperta al discepolo, anche dopo il trauma del tradimento, per entrare nel regno di Dio da lui annunziato.

Nella seconda lettura Paolo mette in luce come Gesù abbia rifiutato qualsiasi privilegio e si sia fatto solidale con l’umanità accettando la morte più brutale e crudele. Ma proprio in questa umiliazione ha manifestato la grandezza più sublime che gli è stata riconosciuta non solo da Dio ma anche da tutte le creature.