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Quant’era bello il pensiero unico!

Dall’articolo di Salvatore Cernuzio, “Parolin: preoccupanti le divisioni tra conservatori e progressisti, fanno danno alla Chiesa”, in Vatican Insider:
“Le divisioni tra cosiddetti conservatori e progressisti sono «motivo di preoccupazione» nella Chiesa di oggi; entrambi creano infatti una divisione che «fa molto danno alla Chiesa». Ad affermarlo, con l’aplomb diplomatico che lo contraddistingue, è il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in una lunga intervista alla Cope, l’emittente radiofonica della Conferenza episcopale spagnola. A colloquio con il direttore editoriale José Luis Restán, il porporato parla di riforma della Curia e rapporti con la Cina, del viaggio in Iraq e dell’attuale situazione europea, poi si sofferma a riflettere sulle «divisioni e opposizioni» che generano «confusione» in ambienti ecclesiali ma soprattutto tra i fedeli, come quelle che si registrano da settimane tra diversi episcopati dopo la pubblicazione del responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede che vieta la benedizione alle coppie omosessuali”.
Perché non ascoltare la base prima di intervenire con decisioni unilaterali? L’unica alternativa al pensioro unico e alle “divisioni e opposizioni” è una vera sinodalità tra vescovi, ma con la partecipazione determinante del popolo di Dio, come avviene attualmente nel sinodo tedesco.

Tempo di Pasqua B – 2. Domenica

Un’economia di comunione

Il tema della liturgia di questa domenica viene indicato dalla prima lettura in cui si presenta la condivisione dei beni come esigenza fondamentale della comunione fraterna. Questo infatti è il messaggio che ci proviene dall’esempio dei primi cristiani, membri della comunità di Gerusalemme. In essa gli apostoli proclamavano con forza la risurrezione di Gesù, e i credenti aderivano a questo messaggio diventando un cuor solo e un’anima sola Questo cambiamento interiore si manifestava poi nella loro disponibilità a condividere i propri beni per venire incontro ai bisogni dei più poveri.

Nel brano del vangelo viene riportato il racconto dell’apparizione di Gesù ai discepoli così come è descritto nel vangelo di Giovanni. Anzitutto Gesù conferisce ai discepoli il dono della pace come frutto della sua passione e morte. Inoltre egli li manda nel mondo a perdonare i peccati e per questo dona loro lo Spirito Santo. All’inizio del quarto vangelo, Giovanni il Battista aveva indicato Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo; ora egli stesso assegna ai discepoli il compito di lottare contro il peccato in tutte le sue forme. Essi quindi dovranno essere gli strumenti di un grande progetto di riconciliazione di tutti gli esseri umani fra loro e con Dio. Per mezzo loro Gesù vuole attuare una convivenza nuova basata sull’amore. L’episodio di Tommaso è una scena simbolica che ha uno scopo didattico. Con essa l’evangelista vuole dissipare i dubbi di coloro che fanno fatica ad accettare la risurrezione di Gesù come inizio di una vita nuova nella propria persona e nella storia umana. 

Nella seconda lettura si affronta il tema della fede che si concretizza nell’osservanza dei comandamenti di Dio; essi non sono gravosi perché hanno come scopo il bene di tutti i suoi figli. Non tratta semplicemente di aderire a verità astratte o a direttive morali, ma piuttosto di continuare l’opera di Gesù nella storia umana. Inoltre l’autore ci assicura che la nostra fede vince il mondo. Se ci impegniamo nel compito di portare al mondo il perdono di Dio, possiamo essere sicuri della vittoria, nonostante tutte le prove e le sconfitte a cui andremo incontro.

La vittoria del Crocifisso sui poteri del mondo si rende palese nella realizzazione di un grande progetto di riconciliazione che comporta anzitutto un’equa distribuzione dei beni di questo mondo. Si tratta di un’utopia per la quale vale la pena di impegnarsi. Ma ciò sarà possibile solo se sapremo rinunziare a tante forme di superfluo per far sì che altri abbiano il necessario. In questa impresa la comunità cristiana deve essere la palestra nella quale il credente si addestra, imparando a combattere l’ostacolo più grosso che è quello dell’ingordigia umana. 

Sinodalità, comunione, partecipazione

In un articolo intitolato “Sinodo nazionale per la chiesa italiana“, pubblicato nella rivista “Vita Pastorale” del marzo 2021, Enzo Bianchi ha scritto fra l’altro: “La mia esperienza è quella della sinodalità nelle comunità di vita monastica, e devo confessare che ho lavorato anni per instaurarla, ottenendo, però, pochi risultati e riscontrando una preferenza dei soggetti a lasciarsi guidare, a lasciare il comando (certamente buono se attuato con intelligenza e misericordia) alle autorità deputate. Alcune volte le persone rinunciano volentieri a intervenire, a prendere la parola e addirittura a eleggere le necessarie autorità”. Forse Enzo Bianchi si riferisce alla situazione che ne ha provocato l’allontanamento da Bose. Condividuo la sua affermazione. Mi chiedo però se una sinodalità sia possibile in una chiesa in cui tutto è già deciso dall’alto: fede, dottrina, morale, rapporto con la società e la cultura ecc. Persino ciò che dobbiamo dire al Padreterno è stabilito dall’alto nei minimi dettagli. Anche i progetti pastorali e comunitari vengono decisi dalla competente autorità. Facilmente chi esprime dubbi o opinioni diverse rischia di essere condannato o emarginato. Se non si accetta una ricerca dal basso e una libera comunicazione di fede, nonché una partecipazione alla scelta dei propri pastori, non si può parlare di sinodalità. L’unica alternativa è un silenzio che spesso nasconde scontento e frustrazione.