Mese: Settembre 2021

“Valori non negoziabili”?

Non vorrei rubare il mestiere ai moralisti di professione. Ma spesso ho l’impressione che si faccia consistere la morale in una serie di norme (valori?) che devono essere messi in pratica “senza se e senza ma”. Deve essere chiaro che un conto sono i valori (sempre e tutti non negoziabili), un altro è la loro attuazione nella vita concreta. Il valore fondamentale non negoziabile è espresso nel principio “non fare all’altro quello che non vorresti fosse fatto a te” oppure “amerai il prossimo tuo come te stesso”. In questo principio è compresa la difesa della vita (inclusa la modalità di vita) di ogni essere umano. Su questo non si può mai transigere. Come poi questo valore si applichi nelle diverse situazioni, ciò è negoziabile, e come! Dipende dalle circostanze, dalla cultura e soprattutto dalle persone. Pena di morte, guerra, eutanasia sono sempre state giustificate, bene o male, nella storia dell’umanità. Ma allora diciamo che si tratta di mali che bisogna limitare al massimo fino a eliminarli, facendo tesoro di tutti gli strumenti che lo rendono possibile. Ma sia chiaro che anche oggi vi sono circostanze in cui ciò non è possibile. Perciò bisogna attrezzarsi per evitare guerre, aborti, eutanasia, pena di morte. Ma non mancheranno mai i casi in cui si dirà che era meglio così, che l’alternativa sarebbe stata peggiore del male che si voleva evitare. Certo si tratta di un giudizio non facile: perciò ci sono i tribunali, i comitati etici, l’ONU e quant’altro mai. E’ in questo ambito che il credente potrà portare la sua sensibilità illuminata dalla fede. Ma non potrà imporre il suo punto di vista, magari presentandolo come volontà di Dio.

I “matrimoni” omosessuali

Il tema del matrimonio omosessuale è uno di quelli che condizionano in profondità i rapporti tra Chiesa e cultura moderna. Dietro le rispettive posizioni vi sono due modi di concepire la sessualità: per la chiesa il suo esercizio è permesso solo in vista della procreazione; per la cultura moderna invece fa parte del diritto fondamentale della persona alla libertà e alla ricerca della propria felicità, nel rispetto dello stesso diritto che compete a qualsiasi altro essere umano. Le due concezioni della sessualità devono rispettarsi a vicenda e dialogare tra di loro, come è già avvenuto a partire dal Concilio Vaticano II. L’autorità ecclesiastica non ha il diritto di permettere o proibire agli Stati di prendere posizione circa le unioni omosessuali e di usare per esse il termine «matrimonio». I singoli credenti invece possono influenzare le decisioni civili in forza non della propria appartenenza religiosa ma delle proprie convinzioni, usando tutti i mezzi che le moderne democrazie consentono loro. Bisogna però tener conto che anche nella Chiesa si confrontano punti di vista diversi e quindi deve essere permesso un dibattito aperto, sia tra i teologi che tra la gente comune, senza censure o sanzioni, su tutti gli aspetti del problema, ben sapendo quanto la cultura in cui si è sviluppato il cristianesimo abbia influito sulle posizioni ufficiali. Alla fine si dovranno prendere delle decisioni, ma questo deve avvenire all’interno degli organi collegiali della Chiesa (concilio, sinodo) che sono tali solo se in essi sono rappresentati in uguale misura chierici e laici, uomini e donne, scelti in modo democratico.

Tempo Ordinario B – 25. Domenica

I discepoli di Gesù e il potere

La liturgia di questa domenica riprende il tema dell’imminente morte e risurrezione di Gesù, con lo scopo però di sottolineare un aspetto specifico del ruolo assegnato ai discepoli: la rinunzia al potere. Nella prima lettura si mette in luce come chi vuole agire in sintonia con la sua fede deve rinunziare alla carriera e al successo, anzi deve mettere nel conto incomprensioni e persecuzioni.

Nel brano del vangelo si propone il testo in cui Gesù per la seconda volta preannunzia la sua morte e risurrezione. L’evangelista osserva che i discepoli, i quali lo accompagnavano nel suo cammino, non comprendevano quello che egli diceva. Non che non capissero il senso delle sue parole, ma non riuscivano a entrare nella logica della croce prospettata da Gesù. Il motivo di questa incomprensione viene indicato dall’ evangelista mediante l’aggiunta di un brano nel quale si dice che lungo la via i discepoli avevano discusso per stabilire chi di loro fosse il primo: l’ambizione che impedisce loro di capire il discorso di Gesù. Gesù quindi prende l’occasione per affermare che chi vuol essere primo deve diventare l’ultimo e il servitore di tutti: è proprio per aver fatto lui stesso questa scelta che si avvia verso la sua passione. Gesù afferma poi che chi accoglie un bambino accoglie lui. Per capire le parole di Gesù che preannunzia la sua sofferenza e la sua morte bisogna dunque rinunziare a ogni ricerca del potere e farsi come bambini nella semplicità del cuore.

Nel brano della sua lettera Giacomo contrappone il comportamento suggerito dalla sapienza che viene dall’alto a quello provocato dalle passioni e dai desideri umani. Mentre la sapienza porta alla giustizia, alla misericordia e alla pace, i desideri umani sfociano nei dissensi e nelle liti. È soprattutto il desiderio del potere che sconvolge non solo la vita sociale ma anche l’armonia della comunità cristiana.

Stiamo vivendo in un periodo di forti tensioni, nel quale emergono spesso interessi personali o di gruppo che condizionano la vita politica e sociale non solo nel nostro Paese ma anche in tutto il mondo. In questa situazione è più che mai necessario mettere al primo posto non la ricerca del consenso ma l’impegno disinteressato per il bene di tutti. In questa situazione il ruolo della comunità cristiana è quello di operare perché si attui una vera democrazia in cui tutti collaborino per il bene comune. Ma questo richiede che in essa si instauri una profonda unità di intenti che si basa non sull’esercizio del potere ma su un dialogo a cui tutti i suoi membri sono chiamati a partecipare su un piano di parità.

Tempo Ordinario B – 24. Domenica

La sofferenza del Messia

La liturgia di questa domenica affronta un tema che ci tocca da vicino: perché la sofferenza di Cristo? Perché la nostra sofferenza? La prima lettura riferisce l’esperienza di un personaggio biblico, chiamato Servo del Signore. Egli era un capo religioso della comunità dei giudei esuli in Babilonia: egli, proclamando l’imminente liberazione e il ritorno nella terra dei padri, ha toccato interessi e privilegi consolidati. In seguito a ciò ha subito una violenta persecuzione, alla quale ha reagito con metodi non violenti e alla fine è andato incontro alla morte. Ma così facendo ha avuto successo perché ha riaggregato il popolo e gli ha aperto la strada del ritorno.

Nel brano del vangelo è Gesù stesso che preannunzia la sua futura sofferenza. Egli affronta il problema alla lontana, chiedendo ai discepoli che cosa pensi di lui la gente. La risposta è generica: Giovanni Battista, Elia o un profeta dell’antichità che, secondo le attese dei giudei, sarebbe ritornato in vita negli ultimi tempi. Gesù non commenta, ma chiede ai discepoli che cosa ne pensino loro. A nome di tutti Pietro risponde: «Tu sei il Messia!». Questa volta Gesù dice a Pietro di tacere. Poi soggiunge: «Il Figlio dell’uomo dovrà molto soffrire, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare». Questa dichiarazione provoca uno scontro frontale con Pietro. Questi per primo rimprovera aspramente Gesù: per lui era chiaro che il Messia non poteva soffrire e morire ma doveva vincere con la forza i nemici del popolo. Gesù a sua volta lo rimprovera aspramente chiamandolo addirittura «satana», l’avversario, e accusandolo di pensare secondo gli uomini e non secondo Dio. Perciò Gesù invita Pietro, e con lui gli altri discepoli, a mettersi dietro a lui, alla sua scuola, senza pretendere di insegnargli quello che deve fare. Dal brano che segue risulta che il discepolo, se vuole veramente seguire il suo Maestro, deve impegnarsi fino in fondo nella ricerca del bene, e questo non è possibile se non a condizione di sofferenze e persecuzioni.

La seconda lettura, ricavata dalla lettera di Giacomo, va dritta al nodo del problema. La fede, se non è seguita dalle opere, è morta. E le opere della fede non sono in primo luogo quelle di carattere cultuale, come le messe e i sacramenti, e neppure l’adesione a dogmi o a principi morali, ma vestire chi è nudo e aiutare chi ha bisogno. E questo chiaramente ha un costo.

È difficile dire se Gesù abbia preannunziato così esplicitamente la sua prossima passione e morte seguita dalla risurrezione. Infatti, quando è venuto il momento, i discepoli ne erano totalmente all’oscuro. Ma è chiaro che Gesù sapeva molto bene, e i discepoli non potevano ignorarlo, che stare dalla parte dei poveri e degli esclusi significava mettersi contro i ricchi e i potenti, andando così incontro alla sofferenza e alla morte. Dio non può volere la sofferenza, anzi esige che si faccia di tutto per eliminarla. Noi però sappiamo che la sofferenza fa parte della condizione umana ed è inevitabile quando si decide di spendere la propria vita per gli altri. In questa prospettiva ogni sofferenza ha senso, anche quella che deriva dalle condizioni di salute proprie o dei propri cari, che possono diventare occasione di incontro e di amore.