Mese: Novembre 2019

Tempo Ordinario C – Festa di Cristo Re

La regalità di Gesù

La festa di Cristo re offre ogni anno l’occasione per mettere a fuoco il significato della regalità che i primi cristiani hanno riconosciuto a Gesù attribuendogli l’appellativo di Cristo. Infatti il titolo di re è sinonimo di Messia, unto (in greco christos), in quanto i re di Israele venivano intronizzati con il rito dell’unzione. Le letture di oggi ci aiutano a comprendere meglio la regalità di Gesù e a eliminare i malintesi a cui questo titolo ha dato origine.

Nella prima lettura viene riportata la notizia dell’unzione di Davide come re d’Israele. In questo testo si nota una parvenza di democrazia, in quanto sono gli anziani di Israele che si recano da Davide per insignirlo della regalità. La loro scelta ricade su di lui in seguito alla constatazione che già Dio si era espresso precedentemente in suo favore mediante l’unzione regale conferitagli da Samuele (1Sam 16.12-13). Essi inoltre fanno un’alleanza con Davide: in tal modo pongono anche delle condizioni che il re dovrà osservare. Davide sarà quindi il rappresentante di Dio in mezzo al popolo, ma dovrà stare ai patti e non prevaricare imponendo un giogo troppo pesante ai suoi sudditi.

Nel brano del vangelo si affronta il tema della regalità del Messia, il discendente del re Davide. Gesù è ormai in croce e sia i soldati che uno dei malfattori crocifissi con lui gli dicono: «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». In queste parole affiora la concezione secondo la quale il re deve pensare anzitutto a se stesso, a difendere il suo potere e i suoi privilegi nei confronti dei propri nemici. Il «buon ladrone» invece si rende conto che Gesù è veramente re, ma in un modo diverso: egli è innocente e la sua morte ha a che fare con il suo regno. Perciò esprime il desiderio di entrare in questo regno e viene esaudito. La regalità di Gesù è dunque radicalmente diversa da quella dei potenti di questo mondo. Gesù muore come re, ma proprio in quanto ha rinunziato al potere e ai privilegi della condizione regale per attuare la salvezza dell’umanità, cominciando proprio dai lontani e dagli esclusi.

La seconda lettura mette in luce le prerogative della regalità di Cristo. In essa l’autore afferma che Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio amato, per mezzo del quale abbiamo ottenuto il perdono dei peccati. Riconciliando l’umanità con Dio, Gesù è diventato il capo del corpo, che è la Chiesa. Proprio per questo è riconosciuto retrospettivamente come colui che ha collaborato con Dio all’opera della creazione.

A Gesù è stata attribuita simbolicamente dai primi cristiani la regalità universale in quanto ha saputo dare la vita per la realizzazione del regno di Dio, cioè per l’attuazione di un mondo migliore. Dai suoi discepoli Gesù si aspetta non atti di culto o di devozione ma l’impegno a seguirlo e a collaborare con lui per migliorare il mondo in cui viviamo. 

Kristu Bakhtas

Migliaia di indù in India, in particolare dentro e intorno alla città santa indù di Varanasi nello stato dell’Uttar Pradesh, hanno accettato Cristo come guru senza ricevere il battesimo o altri sacramenti. Conosciuto come Khristu Bhaktas o Devoti di Cristo, mantengono la loro cultura, i festival indù e vivono insieme ai loro fratelli indù. La loro fede viene espressa quando si uniscono regolarmente agli altri per Satgang (incontri di preghiera) e Sadhana (meditazione) per adorare e lodare il loro Satguru (insegnante), Gesù Cristo. Preti e fratelli della Società Missionaria Indiana, una congregazione indigena che ha avuto inizio a Varanasi, l’eterna città dell’induismo, assiste il movimento di Khristu Bhaktas.
Ukanews, I cristiani anonimi dell’induismo 13 novembre 2019

Matricola 75190

Il racconto di Liliana Segre, l’esperienza di una bambina nei lager nazisti. Certe cose si sanno, ma si cerca di rimuoverle, come se fossero un brutto sogno. Eppure bisogna ricordare, perché altrimenti c’è il pericolo di ripetere certi orrori. Quello che mi sconvolge è l’omertà di chi ha visto e si è girato dall’altra parte. Lo capisco. Forse avrei fatto anch’io la stessa cosa. Ma questo non deve più capitare. Perché oggi sappiamo e non possiamo più tirarci indietro. Bisogna reagire insieme. E soprattutto bisogna aver fede in un mondo migliore. Sapendo che il male assoluto si sconfigge solo con il bene assoluto. E la Croce ne è un segno.

Tempo Ordinario C – 33. Domenica

Un mondo nuovo

La liturgia di questa domenica ci richiama a un sano realismo nei confronti del mondo in cui viviamo. Nella prima lettura, di fronte all’ingiustizia che predomina nella società, si prospetta un intervento di Dio che ristabilirà il giusto ordine. I malvagi saranno distrutti mentre per quelli che temono Dio sorgerà un sole di giustizia. È un messaggio di speranza che aiuta i buoni a non cedere alla disperazione e a operare per il bene, nonostante tutti gli ostacoli. 

Nel brano del vangelo si rispecchia la situazione delle prime comunità cristiane, immerse in un mondo profondamente ingiusto e violento. In esse molti cristiani, influenzati dai discorsi dei predicatori apocalittici (i falsi profeti), pensavano che i mali della società in cui vivevano fossero il segno dell’imminente ritorno di Gesù e della fine del mondo. Attribuendo a Gesù lo stesso linguaggio apocalittico, l’evangelista li mette in guardia nei confronti di uno sterile catastrofismo. La fine del mondo verrà, ma questo non è ancora il momento stabilito da Dio. È vero che stanno capitando terribili cataclismi, guerra e rivoluzioni, unitamente alla venuta di falsi profeti e alla persecuzione dei cristiani. Ma tutto ciò fa parte della storia umana. È in questo  mondo, così com’è, che i cristiani devono testimoniare i valori del Vangelo. Non serve evadere dalla realtà e rifugiarsi in un futuro meraviglioso quanto imprevedibile. Bisogna assumersi le proprie responsabilità e operare in questo mondo cercando di renderlo più umano e solidale. 

Nella seconda lettura si dice in che modo possiamo migliorare questo mondo. Lo strumento a nostra disposizione è il lavoro. Ciascuno è invitato a lavorare con le proprie mani. Chi non lavora non mangi. In un momento in cui il lavoro sembra mancare e la disoccupazione aumenta, le parole attribuite a Paolo rappresentano un invito a non darsi per vinti e ad accettare anche i lavori più umili ma necessari per il bene della società. Al tempo stesso queste parole sono un appello agli imprenditori e al governo perché creino posti di lavoro anche quando non si intravede un profitto personale adeguato.

La fede ci dà un supplemento di coraggio e di lungimiranza per affrontare i problemi di questo mondo, con la disponibilità a pagare di persona perché il sole di giustizia, di cui parla la prima lettura, cominci a spendere già da oggi.

Tempo Ordinario C – 32. Domenica

La vita dopo la morte

Il tema di questa liturgia è quello della vita oltre la morte. Nella prima lettura è riportato uno dei pochissimi testi biblici in cui si parla di risurrezione. Si tratta del secondo libro dei Maccabei, uno degli scritti più recenti della Bibbia cristiana che però non è riconosciuto dagli ebrei come ispirato da Dio. I protagonisti del racconto sono persone che danno la vita per la loro fede con la speranza di risuscitare un giorno per aver parte alla rinascita del loro popolo, rinnovato anche in forza del loro sacrificio. Il non mangiare carne di maiale è solo un segno esterno della loro fede.

Nel brano del vangelo è riferita una discussione di Gesù con i sadducei, i quali non ammettevano la risurrezione dei morti mentre invece questa era affermata dai farisei. Per mettere Gesù in imbarazzo, costoro raccontano un fatto basato sulla legge del levirato, in forza della quale se un uomo muore senza figli, suo fratello deve prendere con sé sua moglie per dare al defunto una discendenza. Essi raccontano di una donna che è rimasta vedova senza figli ed è stata presa in moglie dal cognato: questo si è ripetuto altre sei volte. Essi chiedono a Gesù di chi la donna sarà moglie al momento della risurrezione. Da questa storiella risulterebbe l’assurdità della risurrezione perché in questo caso una donna avrebbe contemporaneamente sette mariti, e ciò sarebbe contro le prescrizioni della legge. Essi dimostrano così di intendere la risurrezione come un semplice ritorno alla vita di questo mondo. Gesù si schiera dalla parte dei farisei. E afferma che nella risurrezione si opera una trasformazione radicale dell’essere umano, che non avrà più bisogno del matrimonio; oltre ciò Gesù richiama il messaggio biblico secondo cui il Signore è Dio non dei morti ma dei vivi. Con la sua risposta Gesù non vuole squalificare la vita matrimoniale: per lui la vera vita è quella che si attuerà un giorno nel regno di Dio mediante quella profonda solidarietà tra persone a cui è orientato anche il rapporto tra coniugi.

Nella seconda lettura si affronta il problema della fine dei tempi. Stando il fatto che essa non è imminente e la risurrezione dei morti avrà luogo in un futuro imprevedibile, il tempo attuale deve essere considerato come un tempo non semplicemente d’attesa ma di impegno per l’annunzio del Vangelo.

Riguardo al destino dell’uomo dopo la morte ogni religione e cultura ha elaborato la propria dottrina. L’idea della risurrezione ha un senso diverso: essa è stata elaborata non per spiegare ciò che capiterà dopo la morte ma per dare fondamento all’impegno perché si realizzi già nell’oggi quel mondo nuovo che Gesù ha inaugurato morendo in croce per noi. 

Gesù io non lo amo, ma lo stimo immensamente

Questa frase è attribuita a don Gino Rigoldi da Nando Dalla Chiesa in un articolo del Fatto Quotidiano di oggi. Non so se sia giusto distinguere “amare” da “stimare”. Io distinguerei invece tra “seguire” e “adorare”. Il cristiano è colui che segue Gesù, e in questo senso lo stima e lo ama. Ma l’adorazione è un’altra cosa. Essa fa parte del culto della personalità, che significa proiettare su un altro i propri desideri di onnipotenza per trarne vantaggi spirituali e materiali. La liturgia cristiana non dovrebbe essere vissuta come un culto, ma come una memoria. Gesù bisogna ricordarlo per poterlo seguire e imitare, non per dargli culto o unirsi al suo culto per Dio. Nella Bibbia anche il culto a Dio è stato criticato dai profeti, i quali hanno messo al primo posto l’obbedeienza alla sua volontà.