Autore: Alessandro Sacchi

Tempo Ordinario C – 30. Domenica

Il pericolo dell’ipocrisia

Il tema delle letture scelte per questa domenica è la condanna dell’ipocrisia, quale appare nella parabola del fariseo e del pubblicano. Come sfondo di questo tema nella prima lettura sono riportate alcune massime di carattere sapienziale che riguardano il comportamento di Dio: egli è giudice imparziale, difende la causa del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso; non trascura la supplica dell’orfano e della vedova; chi soccorre quest’ultima è accolto da lui con benevolenza; la preghiera del povero arriva fino a Dio e provoca il suo intervento. Dio non può essere ingannato o strumentalizzato dalle pretese di chi si ritiene suo amico e rappresentante.

Nel brano del vangelo, Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano sottolineando che essa è un’ammonizione rivolta a persone che presumevano di essere giuste e disprezzavano gli altri. Questa categoria di persone è rappresentata da un fariseo che si ritiene «giusto», cioè un fedele devoto e osservante della legge. Lui stesso ne enumera i motivi: paga la decima di ogni cosa mentre, secondo la legge, grano, mosto e olio sono esentati da tale balzello; digiuna due volte ogni settimana mentre la legge prescrive il digiuno solamente una volta all’anno, nel giorno dell’Espiazione (Kippur), e inoltre si astiene dal furto, dall’adulterio e dalle ingiustizie. Una figura esemplare! Ma ha una caduta di stile quando si confronta con gli altri e in particolare con il pubblicano. Questo suo comportamento solleva un groviglio di domande: che cosa crede di essere? Perché racconta a Dio le sue prodezze? Che cosa si aspetta? Ha fatto tante cose buone ma non ha imparato l’essenziale, cioè l’amore per i fratelli. Diverso è l’atteggiamento del pubblicano. I pubblicani erano gli agenti del fisco al servizio dei romani, si arricchivano a spesa dei loro connazionali ed erano considerati come i peccatori per eccellenza. Il pubblicano della parabola aveva dunque forti motivi per battersi il petto e riconoscersi peccatore. Non cerca di giustificarsi ma riconosce la sua situazione e chiede perdono. Gesù non commenta ma si limita a dire che il pubblicano, e non il fariseo, è riconosciuto da Dio come giusto. Le parti si sono invertite: Dio preferisce un peccatore che si riconosce tale a un rigido osservante che si ritiene giusto.

Dalla seconda lettura risulta che Paolo, dopo aver combattuto la buona battaglia, si aspetta da Dio la corona di giustizia, cioè di essere riconosciuto come giusto da Dio.  Egli era un uomo impegnato nell’evangelizzazione, che ha dedicato la sua vita agli altri, fino al punto di essere portato in giudizio, e ha avuto il coraggio di essere fedele anche quando è stato abbandonato da tutti. Ma non si vanta di essere giusto: solo Dio può riconoscerlo come tale.

Il fariseo e il pubblicano sono figure ben presenti non solo nella società e nella Chiesa ma anche in ciascuno di noi. A quale delle due diamo la preferenza? Per saperlo basta guardare come ci situiamo nei confronti degli altri. Non basta vantarsi delle proprie buone azioni. Solo chi non si ritiene superiore agli altri ma riconosce i propri limiti e implora la misericordia di Dio è in grado di compiere la sua volontà nel modo giusto, cioè amando il proprio prossimo. Da ciò derivano importanti conseguenze su cui Luca ci chiamerà a riflettere nel racconto della conversione di Zaccheo che leggeremo domenica prossima.









Tempo Ordinario C – 29. Domenica

La pazienza di Dio

Nelle letture di questa domenica si può cogliere il tema della modalità con cui Dio interviene nelle vicende umane. Nella prima lettura appare l’immagine di una battaglia in cui gli israeliti sono vincitori perché Mosè sta tutto il tempo con le braccia alzate. Il suo atteggiamento è il simbolo di uno stretto collegamento tra cielo e terra. È dunque Dio che combatte con i suoi eletti contro un esercito nemico. Si tratta di un’immagine pericolosa: come può Dio combattere con gli uni contro gli altri? Ma essa adombra la lotta continua che il credente deve ingaggiare contro il male, sapendo che essa sarà vittoriosa solo nella misura in cui farà riferimento a quei valori superiori di giustizia, di solidarietà e di non violenza che trovano in Dio la loro sorgente.

Nel brano del vangelo è riportata la parabola del giudice iniquo che fa giustizia alla povera vedova solo a motivo della sua insistenza. Secondo quanto osserva Gesù, questo giudice rappresenta Dio che tante volte, nonostante le loro preghiere, sembra lasciare i credenti alla mercé dei loro nemici. Gesù vuole rassicurare i suoi: Dio non è impotente ma al momento giusto, quando lo riterrà opportuno, interverrà per fare giustizia ai suoi eletti. Nel frattempo però temporeggia, ha pazienza, prende tempo e dà tempo, si nasconde dietro le quinte: ciò non significa che dia via libera al male ma che lascia ai credenti la responsabilità di operare in suo nome. La parabola riguarda anche la necessità di una preghiera costante, come osserva Luca nell’introduzione. La preghiera indica la via e dà il coraggio necessario per percorrerla.

Dalla seconda lettura si ricava che, nella lotta per il bene, si trova un valido aiuto nelle Scritture, le quali non sono un prontuario di verità infallibili a cui aderire ma uno strumento per insegnare, convincere, correggere ed educare a quella giustizia che si attua mediante la fede in Gesù. Le Scritture non danno soluzioni prefabbricate ma indicano un percorso di liberazione che non esclude ma conferma quanto di buono e di giusto ha saputo esprimere la mente umana.

La vita umana è tutta una grande battaglia contro gli idoli di questo mondo, che esercitano anche su di noi il loro influsso negativo. Noi per istinto vorremmo che Dio intervenisse ogni volta per risolvere i nostri problemi. Gesù vuol farci capire che Dio non ci abbandona mai, ma ha i suoi tempi e le sue modalità che noi possiamo scoprire solo se noi stessi operiamo secondo i valori del suo regno, che sono la giustizia e la solidarietà tra tutti i viventi.

Tempo Ordinario C – 28. Domenica

Ringraziamento

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione su una dimensione fondamentale della vita cristiana, quella della riconoscenza. Nella prima lettura si racconta la guarigione, a opera del profeta Eliseo, di Naaman Siro, un generale, uomo ricco e potente, e per di più straniero, colpito da una grave malattia, la lebbra. In questo testo, in quanto sfondo del brano evangelico, è importante sottolineare alcuni aspetti che denotano un cammino di fede: la ritrosia di Naaman di fronte alle parole del profeta, poi la sua accettazione e la guarigione; il suo desiderio di sdebitarsi con il profeta, il quale però non accetta i suoi regali; la sua decisione di portare con sé un po’ di terra di Israele è motivata dal suo desiderio di adorare su di essa YHWH come se si trovasse nel paese abitato dal suo popolo.

Nel brano del vangelo, Luca racconta un episodio analogo: la guarigione da parte di Gesù non di uno, come riferisce Marco, ma addirittura di dieci lebbrosi. Essi non sono ricchi e potenti come Naaman, ma poveracci espulsi dalla società, privi di qualsiasi prospettiva umana. Gesù non fa nessuna promessa ma semplicemente ordina loro di presentarsi al sacerdote al quale spettava il compito di riconoscere la guarigione avvenuta. È dunque un gesto di fede quello che Gesù chiede loro. Tutti vanno e, cammin facendo, guariscono. Allora capita l’imprevisto: uno di loro si distacca dal gruppo e, lodando Dio, va a ringraziare Gesù. Luca osserva che era un samaritano, uno straniero, che nulla aveva a che fare con il Dio di Israele. Forse, diversamente dagli altri, non pensava di avere un diritto alla guarigione. Gesù si stupisce che solo uno, e per di più uno straniero, sia tornato: ciò che lo ha colpito non è tanto il fatto che ringrazi lui, ma che dia gloria a Dio. A lui solo perciò Gesù dice che, in forza della sua fede, ha ottenuto la salvezza. Anche gli altri avevano creduto, ma lui solo ha riconosciuto il dono ricevuto, quindi la sua fede lo ha salvato, anche senza appartenere al popolo e alla religione di Israele. La salvezza dunque consiste nel saper riconoscere e ringraziare.

Nella seconda lettura l’autore, presentandosi come Paolo, prigioniero, dichiara di vivere la sua sofferenza come un mezzo per portare la salvezza a quelli che Dio ha scelto. E spiega che questa salvezza consiste in un rapporto profondo che unisce il credente a Gesù morto e risuscitato e ad accettare il suo messaggio d’amore. E questo vale per tutti, anche per coloro che appartengono a un’altra religione o a nessuna religione, perché il messaggio di Gesù giunge a tutti, purché abbiano il coraggio di guardare dentro se stessi.

Tutta la vita è un seguito di doni che risalgono in ultima analisi a Dio ma ci raggiungono per mezzo di innumerevoli intermediari. E questo vale non solo per i pochi eletti ma per tutta l’umanità. È importante che non si ignorino i doni ricevuti e che non si voglia a ogni costo sdebitarsi: infatti è anche questo un modo di rifiutare il dono, La salvezza viene unicamente dal riconoscere e condividere, con gratitudine, i doni ricevuti.