Mese: Febbraio 2020

Tempo di Quaresima A – 1. Domenica

La tentazione

La quaresima inizia con una riflessione sul tema della tentazione. Nella prima lettura si parla della creazione dei progenitori e della loro caduta. È un racconto mitologico, che riguarda non tanto l’esperienza di una improbabile coppia originale, quanto piuttosto quella di ciascuno di noi. I progenitori cedono alla tentazione di essere come Dio. È questa la grande tentazione dell’uomo, che si concretizza nel mettere se stesso al centro, pretendendo che tutto, persone e cose, ruotino intorno a lui.

Nel brano del vangelo si racconta la tentazione che Gesù ha dovuto affrontare all’inizio della sua vita pubblica. L’evangelista parla di una tentazione in tre momenti: trasformare le pietre in pane, buttarsi giù dal pinnacolo del tempio, adorare il diavolo per avere da lui il potere su tutti i regni del mondo. Anche qui non si tratta di una descrizione oggettiva dei fatti, ma di un racconto che esprime in modo simbolico la pressione che sarà esercitata su Gesù in tutto il suo ministero, per indurlo a capeggiare un movimento di rivolta armata contro i romani. Era questo ciò che la gente si aspettava dal Messia in quanto Figlio di Dio. Questa concezione del Messia si basava sulla ricerca del potere economico e politico nonché del consenso pubblico come mezzo per realizzare una società migliore. Gesù ha vinto le suggestioni del diavolo e ha puntato invece su una grande azione risanatrice, che partiva dal cuore della gente, pur sapendo che ciò avrebbe comportato, apparentemente, una sconfitta.

Nella seconda lettura, Paolo parla della nostra solidarietà con Adamo, l’uomo peccatore, e la sua sostituzione con la solidarietà con Cristo. Questa comporta per noi il superamento della tentazione di mettere il nostro io al primo posto. Ciò si realizza quando si comprende che non si può essere felici da soli e che un mondo migliore si basa sul rapporto con l’altro. 

Le tentazioni di Gesù sono le stesse a cui sono andati incontro Israele e la Chiesa nella sua storia millenaria. Sono anche le stesse a cui è sottoposto ciascuno di noi. Purtroppo sia Israele che la Chiesa hanno spesso ceduto alla tentazione. Anche noi, nel nostro piccolo, cediamo facilmente alla suggestione del potere umano, in tutti i suoi aspetti. Non c’è bisogno di chiamare in causa Dio o il diavolo per spiegare la nostra inclinazione al male. La tentazione fa parte del nostro essere creature limitate e angosciate dalla paura. E così anche la caduta. Ma Dio è lì per indicarci la strada e per darci la forza di percorrerla.

Tempo Ordinario A – 07 Domenica

Un amore senza frontiere

Nel brano del vangelo viene riportato un brano del Discorso della montagna che corrisponde alla seconda parte del discorso delle antitesi, quella in cui Gesù propone la non violenza e l’amore dei nemici. Come sfondo di questo insegnamento, viene proposto il testo biblico nel quale si esorta il popolo a imitare la santità di Dio, cioè l’attributo in forza della quale egli è al di là di tutti i limiti, fisici e morali, di ogni creatura. Subito dopo l’autore riporta alcuni comandamenti che ricalcano in parte il decalogo: è chiaro dunque che gli israeliti conseguono la santità non con particolari purificazioni rituali, ma osservando i comandamenti di Dio. Al termine di questa lista viene riportato il comandamento che prescrive l’amore del prossimo, il quale appare quindi come il culmine e il riassunto di tutti gli altri. Il prossimo è qui il vicino, il fratello, colui che appartiene allo stesso popolo. L’amore viene esteso espressamente anche al nemico personale, verso il quale deve essere evitato l’odio e il rancore. Nello stesso testo, un po’ più avanti, lo stesso amore è richiesto nei confronti del forestiero, cioè dello straniero che si è stabilito in Israele, che fa parte anch’egli del prossimo. Ma il comandamento non si estende allo straniero in senso proprio, cioè a chi non appartiene al proprio gruppo sociale, politico e religioso. Questo tipo di straniero era considerato come un nemico da cui guardarsi, in quanto rappresentava un pericolo per la vita sociale e religiosa.

Su questo sfondo devono essere lette le parole di Gesù riportate nel vangelo.Egli anzitutto non accetta la legge biblica del taglione (occhio per occhio dente per dente), con la quale si voleva porre un limite alla violenza: per Gesù infatti la violenza non deve essere semplicemente contenuta ma eliminata del tutto. Certo bisogna lottare contro il male, ma superando la tentazione della violenza, anche quando ciò comporta pesanti conseguenze. Gesù inoltre critica il comandamento biblico che inculca l’amore del prossimo nella misura in cui spesso era interpretato in modo limitativo. Per Gesù l’amore, per essere vero, deve estendersi anche ai nemici: gli stranieri, i non giudei, gli oppressori politici e i persecutori. Per Gesù questa è l’immediata conseguenza della fede in Dio. Se Dio è padre di tutti, ama tutti, distribuisce a tutti suoi doni, allora non si può più odiare nessun essere umano, chiunque egli sia. Solo così si imita la perfezione (santità) di Dio, per quanto ciò è possibile a una creatura. 

Nella seconda lettura Paolo contesta la sapienza di questo mondo, che porta al culto della personalità e alla divisione e pone al primo posto la comunità, che è il tempio nel quale Dio ha posto la sua dimora. Ma una comunità è autentica nella misura in cui si apre a tutti e dialoga con tutti, anche con gli estranei e i nemici.

Non violenza e amore dei nemici rappresentano il culmine dell’insegnamento di Gesù, al quale egli stesso ha ispirato tutta la sua vita. Si tratta di una scelta difficile, che va contro corrente e a volte cozza contro quello che sembra il dovere di difendere i propri beni, le persone care, la patria, da ingiuste aggressioni. Naturalmente si tratta di un ideale verso cui tendere, non di una regola da applicare rigidamente. Spesso i cristiani non sono stati fedeli a questo insegnamento in quanto hanno preteso di avere uno statuto speciale nel piano di Dio a scapito degli altri, spesso visti come infedeli da convertire o da distruggere. Se vogliono essere fedeli al vangelo, i cristiani devono abbandonare ogni esclusivismo e affermare con decisione che tutti sono uguali davanti a Dio e si salvano nella misura in cui collaborano alla realizzazione di un mondo migliore. 

Tempo Ordinario A – 06 Domenica

Gesù e la legge

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione sul modo in cui Gesù ha interpretato la legge che Dio ha dato a Israele. Come premessa, la prima lettura attesta la convinzione dei saggi secondo cui Dio ha dato all’uomo la libertà di decidere se fare il bene o il male. Forse l’autore del testo è troppo ottimista circa la libertà di ogni essere umano. Tuttavia è vero che non ha senso promulgare una legge se coloro a cui è diretta non hanno la libertà di fare delle scelte personali.

Il brano del vangelo, ricavato dal discorso della montagna, mette in luce l’insegnamento di Gesù circa la legge. Per i giudei del suo tempo questa abbracciava numerosi precetti che, secondo i rabbini, ammontavano al numero di 613. Secondo Matteo Gesù dice di essere venuto non per abolire ma per dare pieno compimento alla legge e ai profeti: ciò significa che la legge deve essere osservata, non però in modo meccanico, ma nella prospettiva della predicazione dei profeti, i quali hanno insegnato che la giustizia e la solidarietà verso i propri simili stanno alla base del rapporto con Dio. Su questa linea Gesù porta l’esempio di quattro comandamenti presi dal decalogo, quelli cioè che proibiscono l’omicidio, l’adulterio, il ripudio e il giuramento. Per ciascuno di essi egli richiama la necessità di non fermarsi alla semplice formulazione, ma di andare al loro significato profondo. Circa l’omicidio Gesù sottolinea che ci sono diversi modi di uccidere una persona, come l’insulto, la denigrazione, l’emarginazione. Per quanto riguarda l’adulterio, Gesù mette in guardia dal desiderio incontrollato della donna, che porta a servirsi di una persona per il proprio piacere, e si oppone al ripudio perché espone la donna alla povertà e allo sfruttamento anche sessuale. Infine rifiuta non solo il giuramento falso ma anche il giuramento in quanto tale, perché al primo posto bisogna mettere la sincerità. All’origine di ogni comandamento vi è dunque l’esigenza dell’amore, che va oltre quanto è comandato e quindi rende inutile la legge.

Nella seconda lettura si riprende il tema della sapienza. Paolo osserva che essa non appartiene ai dominatori di questo mondo, cioè a coloro che detengono il potere politico e religioso. Essi infatti hanno crocifisso il Signore. Il vero saggio non è chi si limita a praticare dei comandamenti ma colui che imita l’esempio di Cristo.

Per il credente la legge non è abolita ma resta solo come direttrice di marcia; però la motivazione che lo spinge ad agire non è l’autorità del legislatore e neppure la sanzione prevista per i trasgressori ma la ricerca del bene comune. 

Tempo Ordinario A – 05 Domenica

La testimonianza cristiana

In queste letture si affronta il tema della luce in funzione della testimonianza, cioè dell’impatto che il messaggio cristiano deve avere sulla società. Nella prima lettura il profeta prende lo spunto da una pratica rituale molto diffusa al suo tempo, il digiuno. In un contesto di grave ingiustizia sociale egli si domanda in che cosa consista il vero digiuno, quello cioè che piace a Dio. E risponde dicendo che esso consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri e i senza tetto, nel vestire chi è nudo. E aggiunge che, per praticare il digiuno, i credenti dovranno non solo togliere di mezzo l’ingiustizia, ma anche stabilire un rapporto di solidarietà con chi soffre. Solo così diventeranno portatori di una luce capace di trasformare le strutture della vita sociale. 

Nel vangelo lo stesso discorso viene ripreso mediante le metafore del sale della terra, della città sul monte e della lampada sul candelabro. Con queste immagini, Gesù non intende lanciare i suoi discepoli in un’opera di proselitismo a tappeto, come spesso si è pensato, ma vuole richiamarli alle loro responsabilità. L’essere discepoli di Gesù non significa chiudersi in se stessi, formando una società alternativa con le sue regole e le sue sicurezze, ma piuttosto implica la capacità di influire sulla vita di tutta la società. Il Vangelo è l’annunzio della buona notizia che riguarda la venuta del regno di Dio e in questa prospettiva propone dei valori che riguardano tutta la società. Si tratta sostanzialmente di valori umani dalla cui pratica dipende il benessere di tutti. Essi non possono venire imposti dall’esterno, ma devono essere scoperti e capiti da tutti. L’unico modo per farli apprezzare è dunque quello di praticarli, mostrandone così l’efficacia.

È quanto ha fatto Paolo a Corinto: in quella città egli non ha cercato di fare colpo con la sua dottrina o con miracoli, ma si è presentato semplicemente come discepolo del Crocifisso, con grande povertà e umiltà. Solo così ha potuto rendersi credibile e fondare una comunità di discepoli che non impongono ma propongono un nuovo modo di vita. 

Una vera vita di fede non consiste primariamente nella difesa di una struttura ecclesiale, con tutti i suoi riti e le sue dottrine e neppure nella ricerca della salvezza della propria anima. Essa invece significa prendere a cuore il bene di questa umanità, in tutti i suoi aspetti. Impegnandosi per il bene comune si difende la Chiesa e si salva la propria anima.