Mese: Ottobre 2021

Dio non è neanche un’ipotesi?

Ricavo da Franco Ferrari, Dio non è neanche un’ipotesi?

Alcuni cattolici si sono mostrati molto risentiti da una frase, detta a suo tempo, da Parisi: “Dio per me non è nemmeno un’ipotesi”. Risentimento totalmente ingiustificato. La teologia non contempla tra le sue categorie metodologiche l’ipotesi, se non come analogia debole per dar forza al discorso. L’ipotesi appartiene alla scienza e basta, al discorso scientifico, al metodo scientifico e basta. Ora il problema è vecchio di anni, di secoli, l’ho visto ripresentarsi in moltissime conferenze tra teologi e scienziati, ma anche tra filosofi e scienziati. Esso nasce quando uno invade il campo dell’altro con l’autorevolezza della sua disciplina e pretende di dire qualcosa di assolutamente vero sulla disciplina dell’altro. Il contrasto tra fede e scienza è tutto qua.

La pandemia ci dovrebbe aver insegnato che la scienza non può dire “l’assolutamente vero”, come pretendeva il ministro Speranza in una sua uscita per la stampa nei primi tempi della pandemia. La scienza, ci ricorda Popper, può dire il verosimile, o più semplicemente ciò che oggi funziona per capire un fenomeno, per predire un fenomeno. La frase di Parisi è non solo scientificamente assolutamente legittima, ma non è un’affermazione sull’esistenza di Dio, semmai è un’affermazione sull’impossibilità di uno scienziato in quanto tale di dire qualcosa su Dio (come ribadito ieri in una  lettera pubblicata su Avvenire). (…)

Tempo Ordinario B – 30. Domenica

Gli occhi della fede

La liturgia di questa domenica ci invita a riflettere sulla visione interiore provocata dalla fede. Nella prima lettura è riportato il racconto degli esuli che lasciano Babilonia per tornare nella terra dei loro padri. Essi sono paragonati a dei ciechi che cominciano a vedere, in quanto fanno esperienza di un Dio che indica loro una meta da raggiungere e dà un senso alla loro vita.

Il tema del cieco che riacquista la vista ritorna nel brano del vangelo che conclude la sezione del viaggio di Gesù verso Gerusalemme; con un miracolo analogo era terminata la sezione precedente, nella quale Gesù aveva rimproverato i discepoli di avere occhi e di non vedere. Il cieco Bartimeo riconosce in Gesù il figlio di Davide e chiede di essere guarito dalla sua infermità. L’evangelista aveva riportato all’inizio di questa stessa sezione la proclamazione di Gesù come Messia fatta da Pietro a nome anche degli altri discepoli mentre si trovavano nei pressi di Cesarea di Filippo. I discepoli si attendevano un messia trionfatore, che avrebbe liberato il suo popolo dalla dominazione straniera: perciò stentavano a capire la sua scelta di non violenza che lo avrebbe portato fatalmente alla morte. Essi erano spiritualmente come dei ciechi. Durante il suo viaggio verso Gerusalemme Gesù ha voluto guarire la loro cecità. Perciò ha annunziato per ben tre volte la sua imminente morte e risurrezione e ha insegnato loro che cosa significa essere suoi discepoli. Al termine, la guarigione di Bartimeo rappresenta simbolicamente il punto d’arrivo di questo percorso. Egli infatti riconosce in Gesù non il messia potente che instaura un regno terreno ma colui nel quale si manifesta l’infinita misericordia di Dio che guarisce l’umanità, conferendole quella libertà interiore che è il presupposto di ogni altra liberazione: egli ha visto con gli occhi della fede prima ancora che con quelli del corpo. La sua fede è l’espressione vissuta di ciò che Gesù ha voluto insegnare ai discepoli. Il cieco, una volta guarito, non se ne va per i fatti suoi, ma si mette al seguito di Gesù, diventando così il modello del discepolo che, ormai guarito dal desiderio di potenza, segue Gesù sul cammino della croce.

Nella seconda lettura si descrive Gesù come colui che è diventato il sommo sacerdote in quanto ha offerto una volta per tutte se stesso in sacrificio a Dio. L’autore si preoccupa però di sottolineare che questa dignità non lo separa dal popolo, anzi è l’espressione simbolica della sua compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore. È rendendosi solidale con i peccatori, e non con gesti di potenza, che Gesù ha combattuto il peccato e ha dato ai credenti la visione di un mondo nuovo.

Noi ci lamentiamo spesso che il mondo va male e vorremmo che Dio intervenisse per mettere ogni cosa al suo posto. Ma come? Con un intervento potente che scavalca la libera iniziativa dell’uomo. Dio invece interviene nelle vicende umane in modo diverso, dando a chi crede la visone di un mondo nuovo per il quale vale la pena di impegnarsi e di donare la vita. È Gesù che ci apre gli occhi e ci fa vedere la strada da percorrere. Ma con lui tanti altri hanno illuminato il cammino dell’umanità. La missione della chiesa non è quella di negare la luce che viene dagli altri ma di collaborare con tutti per rendere il mondo un po’ più umano.

Tempo Ordinario B – 29. Domenica

Autorità e potere

La liturgia di quesa domenica propone alla riflessione il tema dell’uso corretto del potere. Nella prima lettura si riporta un passo dei famosi carmi del Servo del Signore. Per capire queste frasi, tirate fuori dal loro contesto, bisogna ricordare che questo Servo era un personaggio importante, che aveva avuto il compito di preparare i giudei esuli in Babilonia al ritorno nella terra promessa. Per fare ciò egli ha dovuto affrontare una situazione di lacerazione interna per creare fra gli esuli un rapporto di comunione. Ci è riuscito, in quanto ha visto una discendenza, cioè ha potuto rendere giusti coloro a cui si rivolgeva. Ma ha dovuto pagare un prezzo molto alto, subendo incomprensioni e violenze che lo hanno portato alla morte. Egli è l’esempio di un governo ispirato alla non violenza e al servizio.

È proprio questa modalità di governo quella a cui Gesù si è ispirato e ha proposto ai suoi discepoli. Anche fra loro c’erano ambizioni e desiderio di potere. Due di loro vorrebbero occupare i primi posti accanto a lui. Lo immaginano come a un re che sconfigge i suoi nemici. Cedono quindi alla tentazione di carrierismo. Ma Gesù mette in luce che il destino che lo attende non è la gloria terrena ma la sofferenza e la morte e propone loro di seguirlo in questo cammino, lasciando da parte ogni ambizione umana. Poi mette in guardia sia i discepoli che tutti coloro che saranno investiti di compiti di governo nella Chiesa dalla tentazione di imitare i potenti di questo mondo. Costoro «dominano» sui loro sudditi, cioè impongono il loro volere e li sfruttano. Gesù invece propone ai suoi discepoli il suo esempio, che consiste nel servire la comunità e tutti i suoi membri perché raggiungano la salvezza. Questo significa sostanzialmente creare rapporti nuovi, ispirati alla solidarietà e all’amore.

Nella seconda lettura Gesù viene proclamato simbolicamente come sommo sacerdote in quanto è dotato di una caratteristica specifica: non solo è dalla parte di Dio ma anche da quella del popolo. E lo dimostra assumendo la nostre debolezze, cioè facendosi solidale con noi. Il vero governo della Chiesa consiste in questa solidarietà con i poveri e gli umili, non su manifestazioni di potere o imposizione di verità astratte.

Viviamo in un mondo in cui, pur invocando partecipazione, solidarietà e trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica, si consegna spesso il destino di intere popolazioni nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come credenti noi dobbiamo riscoprire nella Chiesa l’esercizio dell’autorità come mezzo per affermare la dignità e la libertà di tutti i suoi membri. Solo così potremo aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell’uomo.

Tempo Ordinario B – 28. Domenica

Povertà e ricchezza

La liturgia di questa domenica richiama l’attenzione sull’uso corretto dei beni di questo mondo. La prima lettura suggerisce anzitutto il ricorso alla saggezza, una virtù che, in senso biblico, consiste nel guardare le persone, le cose e le vicende della vita da un punto di vista superiore, che è quello dei grandi valori della giustizia, della solidarietà, dell’amore.

Nel brano del vangelo si racconta di un uomo che chiede a Gesù che cosa deve fare per ottenere la vita eterna. Gesù gli indica come percorso imprescindibile l’osservanza dei comandamenti. Essi proibiscono alcune scelte sbagliate, che ciascuno deve evitare. È la legge di Dio ma anche la legge della coscienza. L’uomo che si è rivolto a Gesù afferma di averli osservati fin dalla sua giovinezza. Gesù riconosce e apprezza il suo comportamento. Ma mostra che ciò non è sufficiente. Ci vuole qualcosa di più, cioè una meta, un ideale da perseguire, che Gesù indica con il nome di regno di Dio. Perciò gli propone di seguirlo, di mettersi alla sua scuola. Ma come gesto previo gli chiede la rinunzia a tutti i suoi beni. Preso alla lettera, quello che Gesù esige è impraticabile. Gesù si esprime in modo iperbolico: per seguirlo bisogna da una parte rinunziare all’ingordigia nei confronti dei beni materiali e, dall’altra, impegnarsi perché tutti abbiano ciò che a loro compete in un contesto di vera fraternità. L’uomo non si sente di seguire Gesù su questa strada e si allontana triste. Gesù allora afferma che il ricco non può entrare nel regno di Dio. Ma anche al ricco offre una chance, che consiste nella capacità di condividere quello che ha. E infine mostra che rinunziando ai propri beni uno riceve il centuplo già in questa vita, cioè ottiene qualcosa di molto più grande, che consiste nella gioia della vera fraternità.

La seconda lettura mette in primo piano l’efficacia della parola di Dio. È solo mediante il riferimento al lieto annunzio del vangelo che impariamo a comprendere la relatività di tutte le cose di questo mondo e a mettere al primo posto i valori fondamentali della giustizia e dell’amore.

Anche se non siamo ricchi secondo i parametri della nostra società, noi non siamo fra coloro che hanno venduto i propri beni e hanno distribuito il ricavato ai poveri. Gesù non ci condanna per questo, ma indica anche a noi una strada più esigente. Ciò che è necessario anzitutto è riconoscerlo come nostro maestro e mettersi alla sua scuola. E poi iniziare un cammino di austerità e di condivisione. Dobbiamo comprendere che c’è una povertà che deve essere combattuta e una povertà che deve essere abbracciata perché tutti abbiano ciò che compete loro. In fondo un passo indietro ci viene richiesto anche dalla situazione attuale, caratterizzata da povertà, pandemie, cambiamenti climatici. Ci sono tanti modi per liberarsi dei beni inutili: pagare le tasse, lasciare i propri beni ai figli, andare ad abitare in una casa più piccola, accogliere una famiglia di immigrati, magari nella nostra seconda casa, aderire a qualche associazione di volontariato, aiutare economicamente iniziative caritatevoli. Ma soprattutto dobbiamo batterci per un mondo migliore, in cui tutti siano riconosciuti come persone, abbiano un lavoro e godano di una vera solidarietà. Così facendo possiamo ottenere anche noi il centuplo già in questa vita.