Mese: Maggio 2020

Tempo di Pasqua A – Pentecoste

I doni dello Spirito

La festa di Pentecoste commemora la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli come inizio della Chiesa. Nella prima lettura viene riportato il brano degli Atti degli apostoli in cui si descrive questo evento. Nel suo racconto Luca è preoccupato di mostrare come proprio in quella occasione Dio abbia attuato un passo importante per la salvezza di tutta l’umanità. Lo Spirito Santo simboleggia Dio in quanto opera nella storia e nel cuore degli uomini. La sua venuta viene descritta in forma simbolica come lingue di fuoco che discendevano sugli apostoli. Lo Spirito provoca in essi un fenomeno molto conosciuto e apprezzato agli inizi del cristianesimo: il parlare in lingue (glossolalia), cioè pregare Dio in una lingua diversa e sconosciuta, con un profondo fervore accompagnato da forte emotività. Luca però trasforma questo fenomeno in un parlare «altre» lingue, quelle cioè dei presenti provenienti da tutte le parti del mondo. In tal modo egli vuole sottolineare come la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli avesse lo scopo di spingerli ad annunziare il vangelo a tutte le nazioni. 

Il parlare in lingue, di cui avevano dato prova gli apostoli nel giorno di Pentecoste, era molto noto nella comunità di Corinto. Ma di esso si erano impadroniti alcuni «specialisti», persone cioè dotate di questo particolare dono («carisma»), creando un certo scompiglio nella comunità. Dal contesto della seconda lettura appare che è proprio l’esercizio di questo dono che Paolo intende correggere. Scrivendo ai corinzi, egli non condanna coloro che hanno ricevuto questo carisma, ma sottolinea che la glossolalia è solo un carisma fra i tanti che sono elargiti ai membri della comunità per il bene di tutti. Ognuno ha il suo carisma e l’unità della comunità appare proprio nell’interazione fra i diversi carismi. Nessuno è autorizzato ad appropriarsi di un carisma, esaltandolo e squalificando gli altri.

Nel brano del vangelo infine il dono dello Spirito, fatto ai discepoli dal Cristo risorto, viene messo in rapporto con la pace e con il perdono dei peccati. Il compito dei cristiani, animati e guidati dallo Spirito, è dunque quello di portare la pace e di lottare contro ogni tipo di violenza e di ingiustizia, non con mezzi violenti e neppure con la semplice protesta, ma stabilendo fra loro e con tutti un nuovo rapporto di solidarietà e condivisione.

Per essere discepoli di Gesù e membri attivi di una comunità cristiana bisogna riscoprire ogni giorno il proprio carisma e metterlo al servizio degli altri. Se ciò non avviene la Chiesa resta «ingessata», con le sue gerarchie, i suoi dogmi, i suoi riti standardizzati, le prediche noiose, a cui fa riscontro la passività dei presenti e la mancanza di conoscenza reciproca. Ma una Chiesa così ridotta difficilmente potrà diventare artefice di un profondo rinnovamento di tutta la società.

Tempo di Pasqua A – Ascensione del Signore

La glorificazione di Gesù

La festa dell’Ascensione non ha lo scopo di giustificare la scomparsa di Gesù da questo mondo ma di affermare la sua presenza. Nella prima lettura, ricavata dagli Atti degli apostoli, Luca narra come Gesù, dopo la sua risurrezione, sia stato per quaranta giorni con i suoi discepoli e poi sia salito al cielo. Luca è l’unico che descrive in modo visivo il ritorno di Gesù al Padre. Il messaggio contenuto nel racconto degli Atti sta anzitutto nel fatto che Gesù, mentre lascia questo mondo, promette ai discepoli di inviare lo Spirito santo che garantirà loro la sua costante presenza e farà di essi i suoi testimoni. È anche significativo il dettaglio dei due uomini in bianche vesti, cioè gli angeli della risurrezione, che esortano gli apostoli a non fissare il loro sguardo al cielo ma a impegnarsi su questa terra per rendere testimonianza al Signore.

Sulla stessa lunghezza d’onda si situa anche il brano del vangelo. Diversamente da Luca, l’evangelista Matteo non parla di ascensione. Dopo la sua risurrezione, Gesù appare ai discepoli già rivestito di gloria divina e li manda a insegnare tutto quello che aveva detto loro. Il fatto che egli appaia come il Signore esaltato non è un cedimento alla tentazione di trionfalismo, ma la manifestazione simbolica di una lotta vittoriosa contro il potere del male. Per i discepoli che devono continuare la sua opera non c’è dunque spazio per il pessimismo. La promessa di essere con loro fino alla fine del mondo è un segno di speranza e una garanzia di vittoria.

Il tema del vangelo viene ripreso anche nella seconda lettura. In essa è riportata una preghiera attribuita a Paolo nella quale egli chiede a Dio per i cristiani di Efeso una più profonda conoscenza di quello che Gesù è stato e ha lasciato ai suoi discepoli. La sua esaltazione viene qui interpretato come una piena partecipazione al governo di Dio sul mondo che si esercita mediante la Chiesa. Non si tratta però di un ruolo politico ma di una testimonianza di vita che si oppone alla logica di questo mondo.

Alla luce delle letture proposte dalla liturgia appare che l’Ascensione di Gesù, con tutta la sua carica simbolica, non ci porta fuori dal mondo ma ci richiama a esso. L’unico modo per vivere la nostra unione con lui non consiste nel ritirarci in noi stessi e pensare a un’altra vita, ma nell’immergerci in questo mondo alla ricerca di un bene di cui tutti siano partecipi. Si tratta di un impegno che riguarda i credenti non solo come individui ma come membri di una comunità che anticipa, con il suo modo di essere, il regno di Dio.

Tempo di Pasqua A – 6. Domenica

Lo Spirito Paraclito

La liturgia di questa domenica, penultima del ciclo pasquale affronta, in vista della festa di Pentecoste, il tema dello Spirito Santo. Nel brano degli Atti degli apostoli scelto come prima lettura si parla di persone che si sono convertite al cristianesimo e sono state battezzate, ma non hanno ancora ricevuto il dono dello Spirito. Perciò Pietro e Giovanni si muovono da Gerusalemme per andare a imporre loro le mani. Con questo racconto Luca vuol dire che è possibile esser battezzati senza aver ancora ricevuto lo Spirito santo. Forse per questo la Chiesa, quando ha ammesso il battesimo dei bambini, ha introdotto un altro sacramento, quello della cresima, che ha lo scopo di conferire al bambino il dono dello Spirito.

Ma in che cosa consiste lo Spirito, come opera in noi? Nel brano di vangelo, Gesù promette di mandare un altro Paraclito, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Lo Spirito di Gesù è il suo modo di pensare e di agire, che si trasmette al credente e lo guida nell’impegno quotidiano per seguirlo e per imitare il suo esempio. Gesù può comunicare lo Spirito ai suoi discepoli perché è la stessa energia vitale che lui ha colto nel suo rapporto con il Padre. Inteso in questo modo, lo Spirito ci mette in un rapporto strettissimo con Gesù, che a sua volta ci rende partecipi del suo rapporto di amore con il Padre. È lo Spirito che ci pone dei problemi, ci illumina sulle decisioni da prendere, aggrega e unisce il credente a tutti coloro che si impegnano a seguire Gesù. Lo Spirito fa da elemento propulsore, suggerendo sempre nuove strade e facendo emergere ciò che di più intimo ciascuno porta dentro di sé. Il rapporto con lo Spirito inizia quando si scopre che dalla persona di Gesù si sprigiona una forza che corrisponde ai propri desideri più profondi e alle proprie aspirazioni. Solo con l’aiuto dello Spirito possiamo elaborare in modo personale il messaggio di Gesù. Perciò lo Spirito riceve l’appellativo di «paraclito» che a volte viene tradotto «consolatore»: questa traduzione non è sbagliata perché lo Spirito svolge il ruolo di sostegno nei momenti di difficoltà, di delusione e di angoscia. Ma il senso di «paraclito» si avvicina di più a quello di «avvocato difensore». Lo Spirito rappresenta infatti nella nostra vita quella profonda convinzione interiore che difende in noi la persona e l’opera di Gesù, cioè ci rende sicuri che il suo messaggio è «vero»: per questo è chiamato «Spirito di verità». 

Nella seconda lettura un autore cristiano che, verso la fine del secolo, scrive a nome dell’apostolo Pietro, ci invita ad adorare Cristo nei nostri cuori, in modo da ottenere la speranza in un mondo nuovo e a batterci perché esso si realizzi. Proprio operando per un mondo migliore possiamo rendere ragione della speranza che è in noi. Chi è entrato in un rapporto personale con Gesù diventa suo testimone. Questa speranza non si testimonia con parole arroganti, tipiche di persone che pensano di avere sempre ragione, ma con rispetto e dolcezza. La violenza, anche solo verbale, è l’antitesi del messaggio di Gesù.

La pratica del battesimo dei bambini, nonostante il successivo sacramento della cresima, ha fatto sì che esistessero persone che, pur essendo state battezzate, ma non hanno avuto l’esperienza dello Spirito. Per loro l’essere cristiani consiste essenzialmente nella pratica di alcuni riti cristiani, come la Messa domenicale, nell’accettazione di alcuni dogmi o comandamenti etici e nella sottomissione all’autorità gerarchica. È chiaro che in un cristianesimo vissuto in questo modo lo Spirito Santo è assente, è uno sconosciuto. Oggi si sente sempre più la necessità di una vera «spiritualità». Ma lo Spirito si può scoprire nella misura in cui si riserva un tempo per leggere, meditare, riflettere e soprattutto ci si rende disponibili a un’autentica esperienza comunitaria. 

Tempo di Pasqua A – 5. Domenica

Una verità che conduce alla vita

Il tema di questa domenica è adombrato nella prima lettura dove appare come già nella comunità primitiva si sia verificata una spaccatura, quella tra i cristiani di lingua ebraica e quelli di lingua greca. Il motivo sembra banale: l’assistenza alle vedove. Ma probabilmente c’era molto di più: rispetto ai cristiani nati e vissuti in Palestina, Stefano e i suoi compagni avevano una diversa visione del cristianesimo, più dinamica e progressista; per il loro zelo nell’annunziare Gesù, attireranno su di sé la persecuzione dei giudei e Stefano sarà ucciso. È interessante come Luca descrive il comportamento degli apostoli: essi non si atteggiano a detentori esclusivi della verità ma riconoscono ai nuovi cristiani un ruolo importante nella comunità.

Nel vangelo Gesù dice che nella casa del suo Padre ci sono diverse dimore: ritornando al Padre egli va a prepararci un posto. Non penso che Gesù si riferisca all’altra vita. Subito dopo infatti dichiara di essere lui la via, la verità e la vita: in altre parole egli è già, nella nostra esistenza terrena, la via che conduce alla verità dalla quale scaturisce la vera vita. Nel linguaggio di Gesù, così come lo interpreta Giovanni, la verità ha un posto molto importante. Per capire che cosa vuol dire dobbiamo rivolgerci alle Scritture, dove il termine tradotto «verità» significa piuttosto fedeltà. Esso esprime un attributo di Dio, la prerogativa che fa di lui il Dio fedele, che ha misericordia verso Israele e quindi, di riflesso, verso l’uomo in quanto tale. Secondo Gesù Dio non è un’entità astratta, lontana, ma un Padre che non abbandona mai la sua creatura. Affermando di essere la verità Gesù non intende sostituirsi a Dio ma sottolinea come in lui la presenza del Dio fedele prende una forma umana, viene riflessa sul suo volto. Se sul volto di Gesù risplende la fedeltà di Dio, vuol dire che egli è anche la via, in quanto mette chi crede in lui a contatto con questa verità che è la fedeltà di Dio; egli è anche la vita perché dalla verità/fedeltà di Dio deriva la vita vera, una vita orientata verso il Bene sommo che è Dio. Da questo rapporto con Gesù, via verità e vita, deriva per il credente la possibilità di fare le stesse opere compiute da lui; anche la sua preghiera non può non essere ascoltata perché è fatta con Gesù e per mezzo di lui.

Il tema della verità appare indirettamente anche nella seconda lettura dove Gesù è presentato come una pietra viva; anche coloro che credono in lui diventano pietre vive per costruire con lui e su di lui, pietra angolare, il nuovo tempio. In esso i credenti sono partecipi di un sacerdozio santo e offrono a Dio sacrifici spirituali a lui graditi. Questi sacrifici consistono nella proclamazione delle ammirevoli opere di Dio. Il sacerdozio dei cristiani consiste dunque nella comunione che li unisce con Gesù e fra di loro e al tempo stesso nell’annunzio della fedeltà di Dio che opera continuamente per la salvezza di questa umanità che lui ha creato

Nella Chiesa si dà spesso una grande importanza a concezioni astratte, regole morali o riti, il tutto considerato come la Verità suprema a cui aderire. Per i primi cristiani non era così. Per loro la verità non era altro che la fedeltà di Dio che guida le sue creature a un fine di bene. Per loro questa verità/fedeltà era visibile sul volto di un Uomo, Gesù, il quale non solo ha ricevuto il compito di condurre l’uomo alla verità di Dio, ma lui stesso l’ha rivelata e fatta pregustare.