Autore: Alessandro Sacchi

nato ad Alessandria classe 1937 laureato in scienze bibliche

Santissima Trinità C

L’immanenza del Dio trascendente

La festa della Trinità ci offre l’occasione per riflettere sul mistero di Dio. Le letture ci riportano a 2000 anni fa e ai problemi con cui i primi cristiani, come pure i loro fratelli e connazionali ebrei, dovevano confrontarsi nel mondo greco. Sia gli uni che gli altri si trovavano tra due fuochi: da una parte l’immagine biblica di un Dio trascendente, che entra da padrone nelle vicende umane, e, dall’altra, la concezione filosofica greca di un Dio immanente, che si identifica con la natura. Che risposte hanno elaborato?

Una prima risposta si trova nella prima lettura di questa festa. Dio è lassù nei cieli ma ha creato il mondo mediante la Sapienza che promana da lui, è da lui generata, anzi è Dio stesso in quanto è presente in questo mondo per dare ordine e armonia a tutte le cose. Una sapienza che la scienza moderna ci insegna a cogliere e a capire sempre meglio scoprendo le leggi che regolano l’universo.

Ma dove si rende visibile questa Sapienza? Dove si incontra? Sia gli ebrei che i cristiani di 2000 anni fa erano d’accordo nell’affermare che questa Sapienza opera come un soffio divino, lo Spirito santo, che è l’energia vitale che muove tutte le cose e quindi, diremmo noi, ne provoca la continua evoluzione verso forme sempre più sofisticate di vita animale e umana. A questo punto però il punto di vista dei cristiani e quello degli ebrei del loro tempo si divaricano. Per gli ebrei questa Sapienza e lo Spirito che l’accompagna si rendono visibili nella Legge mosaica, che regola la vita delle loro comunità. Per i cristiani invece, come appare nel brano del vangelo, la Sapienza si è resa visibile nel Figlio, Gesù, il quale è stato riempito dallo Spirito di Dio e lo ha conferito a coloro che credono in lui.

Paolo esplicita questo pensiero nella seconda lettura quando afferma che Gesù ci ha aperto l’accesso a Dio; egli infatti è stato apportatore di pace e di riconciliazione in quanto ha insegnato che neppure le più grandi tribolazioni possono cancellare la speranza in un mondo migliore. È lui che ci ha conferito lo Spirito Santo mediante il quale l’amore di Dio è stato infuso nei nostri cuori.

Dio è un mistero che non potremo mai comprendere finché viviamo su questa terra. Quando parliamo di Trinità non dobbiamo immaginare di descrivere questo mistero. Al contrario con questa formula vogliamo esprimere il modo in cui noi lo comprendiamo e ci rapportiamo a esso. Per noi Dio è come un padre che ama tutte le sue creature, le sostiene e dà loro vita. In Gesù noi vediamo il Figlio, l’uomo che ha un rapporto speciale con Dio e il fratello di tutti gli esseri umani, specialmente i più poveri ed emarginati: in loro noi lo possiamo sempre vedere e amare. E infine noi cogliamo lo Spirito in quella forza che ci spinge a impegnarci per il bene comune, senza perdere mai la speranza di rendere un po’ migliore questo mondo, nonostante tutti i nostri limiti e i nostri fallimenti.

Tempo Ordinario B – 7. Domenica

Perdono e guarigione

La liturgia di questa domenica suggerisce il tema del rapporto tra peccato, perdono e guarigione. Nella prima lettura, ricavata dalla seconda parte del libro di Isaia (Deutero-Isaia) si parla della rinascita di Israele dopo l’esilio babilonese. Il popolo aveva peccato ed era stato punito da Dio. Adesso però Dio lo ha perdonato e lo rinnova profondamente. Altrove, sempre nel contesto del ritorno dall’esilio, si fa ricorso all’immagine di malati che, sulla strada verso la terra promessa, sono guariti dai loro malanni. Secondo la mentalità biblica, il peccato è la causa di sofferenze e sventure e spesso anche malattie sono viste metaforicamente come un castigo divino. Perciò la guarigione fisica presuppone un cambiamento interiore, una conversione.

Nel brano del vangelo viene presentato a Gesù un paralitico, con la domanda implicita di guarirlo. Ma stranamente Gesù, proprio vedendo la fede di chi lo aveva condotto da lui, invece di guarirlo gli dice che i suoi peccati sono perdonati. È chiaro che anche per Gesù c’è un rapporto tra peccato e malattia. E su questo punto non è difficile essere d’accordo con lui: senza voler generalizzare, bisogna riconoscere che spesso le malattie sono conseguenza di rapporti sbagliati con se stessi e con gli altri. Perciò la guarigione del corpo presuppone sempre una terapia dell’anima, una «psicoterapia». Il malato non è una macchina da riparare, ma una persona da risanare nel suo intimo prima che nel corpo. Per questo Gesù antepone il perdono alla guarigione fisica. Egli lo fa di sua iniziativa, perché ha visto la fede degli amici del paralitico, e non in seguito a una richiesta del malato. Il perdono infatti, come disposizione d’animo, precede la richiesta del colpevole, il quale può pentirsi solo se sa di poter contare sulla misericordia di chi ha offeso, sia questi un uomo o Dio stesso. Gesù, in quanto Figlio dell’uomo, ha il potere di rimettere i peccati sulla terra perché manifesta il Dio che è amore. Ma lo fa unicamente mediante l’impegno personale di coloro, cristiani o no, che credono in una giustizia vera.

È proprio sulla comunità dei credenti che la seconda lettura richiama la nostra attenzione. Paolo ricorda che in Cristo Dio ha attuato le sue promesse e ne rende partecipi coloro che credono in lui: infatti ha conferito loro l’unzione, ha impresso il sigillo, ha infuso nei loro cuori lo Spirito che è un anticipo della pienezza futura. Con queste parole egli vuole dire che la comunità cristiana, se è fedele a Cristo è dotata di una funzione terapeutica nei confronti dei suoi membri.

La malattia e la morte non sono semplicemente l’effetto di agenti patogeni, ma derivano in gran parte da tutto quello che definiamo come peccato, cioè dalla mancanza di giustizia e di amore. Esistono tante cause di carattere sociale e politico, quali la corruzione, la malsanità, la disgregazione politica, le violenze e i crimini, che attentano alla salute delle persone. La guarigione del corpo esige anche una terapia dell’anima. Ai medici spetta il compito di curare il corpo, tenendo conto che hanno di fronte a sé non una cosa ma una persona. A noi spetta il compito enorme di risanare lo spirito attuando rapporti nuovi tra le persone. Se questo non lo facciamo noi credenti, mi chiedo onestamente chi potrebbe farlo e con quali mezzi.

Pentecoste C

La globalizzazione dello spirito

La festa di Pentecoste mette in luce il carattere universalistico della salvezza portata da Gesù. Negli Atti degli apostoli Luca descrive in modo narrativo la venuta dello Spirito sui discepoli durante la festa delle Settimane, chiamata in greco Pentecoste perché aveva luogo cinquanta giorni dopo la Pasqua. In essa si celebra l’evento del Sinai, in cui Dio per mezzo di Mosè aveva donato la sua Legge a Israele.Per comporre il suo racconto Luca si serve delle metafore che nell’ambiente giudaico erano tradizionalmente collegate a questa festa. Anche lui immagina il terremoto, il fragore del tuono, il fuoco, ma dà a tutta la scena un nuovo significato: ciò che è comunicato non è più una legge che impone un certo comportamento, ma lo Spirito, che agisce nei cuori e fa comprendere sempre più in profondità il messaggio di Gesù. Il fatto che lo Spirito prende la forma di lingue di fuoco significa che Dio non si limita a illuminare i discepoli ma li guida e li sostiene nell’annunzio del vangelo in tutto il mondo. Per questo Luca afferma che i rappresentanti di diverse nazioni erano presenti al momento della discesa dello Spirito. Lo strano fenomeno del parlare in «altre» lingue, capite da tutti i presenti sebbene provenissero da nazioni diverse, ha un forte significato simbolico, in quanto serve a dimostrare che il messaggio cristiano non soltanto deve essere rivolto a tutti, ma anche deve diventare comprensibile a tutti. Sarà questo il compito della Chiesa, che non dovrà limitarsi a raccontare le opere di Gesù e a ripetere le sue parole ma dovrà «tradurle», facendo uso non solo della lingua dei nuovi ascoltatori ma anche dei simboli, delle metafore, delle immagini propri della loro cultura. Se ciò non avviene, ben difficilmente il messaggio di Gesù potrà toccare il cuore degli ascoltatori.

Nel brano del Vangelo di Giovanni scelto per questa festa si dice che Gesù, durante l’ultima cena, ha detto ai suoi discepoli di non poter dire loro tutto quanto vorrebbe perché essi non erano ancora in grado di capire; ma lo Spirito avrebbe fatto loro comprendere tutta la verità. Questa verità non consiste in concetti astratti, ma nella scoperta di sempre nuovi risvolti e implicazioni del vangelo. Perciò allo Spirito è attribuito l’appellativo di Paraclito, avvocato difensore, perché è lui, presente nel cuore dei credenti, che difende, cioè rendere attuale, il vangelo di Gesù in loro e per mezzo loro lo comunica a tutta l’umanità.

Nella seconda lettura Paolo si rivolge ai cristiani di Roma esortandoli a vivere secondo lo Spirito e non secondo la carne. Non è la ricerca egoistica dei beni materiali che produce il vero progresso dell’umanità una fraternità effettiva e vissuta che è dono dello Spirito.

La festa di Pentecoste richiama il tema molto attuale della globalizzazione di cui conosciamo vantaggi e svantaggi. Questa celebrazione mette in luce come prima della globalizzazione economica venga quella dello Spirito. Solo se tra tutti i popoli si attuerà una vera solidarietà e condivisione, la globalizzazione comporterà un vero progresso dell’umanità. Se invece avrà la prevalenza l’ingordigia umana, allora la globalizzazione comporterà immense tragedie e sofferenze. La Chiesa, proprio per la sua vocazione «cattolica», ha il compito di richiamare i valori dello Spirito come garanzia di progresso nella pace e nella collaborazione fra i popoli.