Riflessioni condivise
La correzione fraterna
È bello trovare uno che, quando stai per cadere o ti trovi ammaccato sull’orlo di una strada, ti dà una mano. Matteo attribuisce a Gesù una procedura usuale nella sua comunità: quando un tuo fratello sbaglia, prima parlane con lui; poi, se non si ravvede, chiama due o tre testimoni e infine, se anche questa volta non si corregge, deferisci il caso alla comunità che prenderà i provvedimenti necessari (Mt 18,15-18). Queste direttive si comprendono nel contesto di una piccola comunità nella quale tutti si sentono corresponsabili di un comportamento coerente con gli insegnamenti di Gesù. Purtroppo però, quando la chiesa è diventata un’istituzione mondiale, non sono servite a evitare gli abusi che ben conosciamo.
Ma oggi che senso hanno per noi queste parole? Certo non ci consentono di mettere il naso nelle scelte degli altri, di giudicare le loro idee o comportamenti e tanto meno di voler riportare chi sbaglia su quella che secondo noi è la retta via. La prima condizione a cui non si può derogare è la tutela della libertà dell’altro, a meno che abbia commesso un crimine che è doveroso denunziare.
E allora che fare? Una sana correzione fraterna ha solo un nome: comunicazione. È solo comunicando i propri pensieri, esperienze, scelte, desideri, errori che si aiutano gli altri a correggersi e a acrescere. Ma attenzione! La comunicazione è un’arte difficile. Chi pretende di imporre verità date per scontate e indiscutibili, come se fossero rivelazione divina, non comunica, ma compie un sopruso che non bisogna tollerare. E per di più la comunicazione deve essere sempre bidirezionale. Per poter comunicare bisogna saper ascoltare e far tesoro di ciò che l’altro ha da dire.
Ma come si fa a comunicare nelle nostre chiese dove si celebrano riti religiosi durante i quali uno solo sa che cosa bisogna fare e dire, e nessuno può interloquire? Forse bisognerebbe farsi un’altra domanda: che cosa dobbiamo fare perché nelle nostre chiese ci si possa sentire come un’autentica famiglia in cui ognuno possa esprimersi libermente, senza sentirsi giudicato?



