Ebrei 12,18-24

18Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. (…) 22Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa 23e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele.

Il brano liturgico fa parte di una sezione dello scritto in cui l’autore illustra la via che il cristiano deve seguire nel suo cammino di fede (12,14 – 13,19), La sezione inizia con una esposizione (12,14-29) di cui la liturgia riprende solo alcuni versetti. L’autore, dopo essersi introdotto con un brano esortativo sulla necessità di vigilare, prosegue confrontando l’esperienza dei cristiani con quella degli israeliti ai piedi del monte Sinai. Costoro hanno visto fuoco ardente, oscurità, tenebra e tempesta, squillo di tromba e suono di parole, al punto tale che per la paura scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola (vv. 18-19). L’autore ricava i dettagli di questa descrizione da alcuni testi biblici, in modo speciale dal racconto della teofania del Sinai (Es 19,9-25). Il testo procede nei vv. 20-21, omessi dalla liturgia, che sottolineano la distanza tra Dio, presente nella sacra montagna, e il popolo. Il mediatore stesso di questa alleanza è un Mosè impaurito e tremante, terrificato dallo spettacolo che si presenta davanti ai suoi occhi.

L’esperienza dei cristiani è totalmente diversa. Anzitutto si sono accostati al monte Sion, la città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste. È chiaro che si tratta di tre appellativi diversi per indicare una stessa realtà, che è la città celeste, la Gerusalemme del cielo dove si trova il santuario di Dio, nel quale Gesù è giunto mediante il suo sacrificio. In questo luogo santo essi si sono trovati in compagnia di migliaia di angeli, nell’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli. La moltitudine degli angeli fa parte della coreografia del mondo divino (cfr. Dn 7,10). Il raduno festoso (panêguris) è l’assemblea (ekklesia), cioè la comunità, a cui partecipano i primogeniti e gli spiriti dei giusti. I membri della comunità cristiana sono chiamati primogeniti in quanto sono gli eredi del popolo di Dio, il primogenito (cfr. Es 4,22) e discepoli di Cristo, il primogenito fra molti fratelli (Rm 8,29). Il loro nome è scritto nei cieli (cfr. Lc 10,20; in Ap 3,5; 13,8; 20,12.15; 21,27 si parla invece del «libro della vita») in quanto sono dotati di un rapporto speciale con Dio che li distingue da tutti gli altri esseri umani. Gli spiriti dei giusti sono invece probabilmente i cristiani defunti (cfr. Sap 4,13; Dn 3,86): essi sono qualificati come «coloro che sono resi perfetti»: si tratta dunque di coloro che hanno raggiunto la meta, cioè la piena partecipazione al progetto salvifico di Dio. Tutti costoro si stringono intorno a Dio e a Gesù. Dio riceve l’appellativo di «giudice di tutti», in quanto a lui spetta il compito di separare i buoni dai cattivi; Gesù, invece, in antitesi a Mosè, di cui si è parlato prima, è indicato come il mediatore della «nuova alleanza» (cfr. Ger 31,31-34 citato in Eb 8,10-12 e 9,15). Un’ulteriore presenza, omessa dalla liturgia, è quella del «sangue dell’aspersione», più eloquente di quello di Abele (v. 24b): si tratta del sangue di Cristo, in forza del quale egli è entrato una volta per tutte nel santuario celeste (cfr. Eb 9,12-13). Il brano prosegue poi con un’esortazione ai cristiani perché non rifiutino, come hanno fatto i loro predecessori, il Dio che ha parlato loro (cfr. vv. 25-29).

L’autore di Ebrei descrive i beni salvifici che i suoi lettori hanno già ottenuto, leggendoli nella prospettiva della meta da raggiungere e mettendoli a confronto con ciò che hanno lasciato alle spalle. Alla religione della paura si sostituisce un’esperienza religiosa piena di gioia e di luce. L’autore si riferisce alla vita di una normale comunità cristiana, presentandola nella prospettiva della Gerusalemme celeste, verso la quale i suoi lettori devono tendere, per far loro capire che solo così possono dare un senso alla loro fede.