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VANGELO DELLA FESTA  Tempo Pasquale - 6a Domenica
TESTO DEL VANGELO

Giovanni 14,15-21

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.

18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui.

COMMENTO

Giovanni 14,15-31

Lo Spirito di verità

Il primo discorso di addio di Gesù (c. 14) è tutto dedicato al tema del suo imminente ritorno al Padre. Oltre la prima parte del capitolo (vv. 1-14), la liturgia riprende anche in diverse occasioni, con l’omissione di qualche versetto, la seconda (vv. 15-31), nella quale si richiama l’attenzione sulla venuta dello Spirito. Il discorso non procede in modo omogeneo. In un primo momento l’accento è posto sulla venuta dello Spirito consolatore (vv. 15-21), poi si parla dell’inabitazione del Padre e del Figlio nel credente (vv. 22-24), infine si approfondisce maggiormente l’opera dello Spirito (vv. 25-31). 

La presenza di Gesù mediante lo Spirito (vv. 15-21)

L’amore del Padre (cfr. 3,16), che si manifesta attraverso l’amore del Figlio per l’umanità (cfr. 13,1; 14,21), dà origine ad un analogo amore da parte dei discepoli verso Gesù. Questo amore si manifesta spontaneamente attraverso l’osservanza dei suoi «comandamenti» (entolai) (v. 15). È questo un motivo ricorrente nel capitolo (cfr. vv. 21.23.24). L’esigenza di obbedire a una legge è tipica non solo dell’antica, ma anche della nuova alleanza che Gesù ha rappresentato simbolicamente durante la cena nella lavanda dei piedi e ha poi ratificato sulla croce. Nel contesto della cena si parla però non di «comandamenti» al plurale, ma di un unico comandamento che ha per oggetto l’amore vicendevole (cfr. 13,34); anche nel presente contesto non si parla più successivamente dei comandamenti, ma della sua «parola», sia al singolare che al plurale (cfr. vv. 23.24). Si può quindi supporre che anche qui l’evangelista pensi, al di là del significato letterale del termine, all’unico comandamento dell’amore.

All’amore dei discepoli corrisponde da parte di Gesù la preghiera, mediante la quale ottiene dal Padre che mandi loro un altro Consolatore (paràklêtos), il quale rimarrà sempre con loro (v. 16). Il termine Paraklêtos applicato allo Spirito, indica in lui non solo colui che consola in un momento di difficoltà, ma anche l’avvocato, l’intercessore, colui che esorta e incoraggia: il suo compito è dunque quello di continuare l’opera di Gesù rendendola attuale nella vita della chiesa. Lo Spirito adempie dunque la promessa fatta dai profeti che avevano visto nella sua infusione alla fine dei tempi il compimento dell’alleanza escatologica (cfr. Ez 36,27). Designando lo Spirito come un «altro» consolatore, Gesù presenta implicitamente se stesso come il primo Consolatore, in quanto è lui che compie l’opera di salvezza voluta dal Padre. Ora però Gesù sta per lasciare i suoi discepoli, mentre  il Consolatore rimarrà sempre con loro.

Gesù prosegue affermando che il Consolatore, designato anche come Spirito di verità, non può essere conosciuto e ricevuto se non dai discepoli (v. 17). In quanto associato alla «verità», che designa la fedeltà di Dio manifestata da e in Gesù (cfr 1,14), lo Spirito ha il compito di portare a termine il progetto di Dio nel mondo. Il mondo però, in quanto si identifica con il potere delle tenebre (1,5.10), non lo può ricevere come non ha ricevuto lo stesso Gesù: di fatto l’opera dello Spirito è efficace nella misura in cui subentra la risposta della fede, che non tutti sono disposti a dare. I discepoli, in quanto hanno creduto in Gesù, «conoscono», cioè entrano in un rapporto vitale con lo Spirito, il quale prende dimora in loro: tutte le loro azioni saranno perciò ispirate e guidate dallo Spirito.

Gesù stesso ritornerà dai suoi discepoli e si rivelerà a coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti, rendendoli sempre più coscienti del rapporto che lo lega al Padre e a loro (vv. 18-20). Queste parole, pronunziate da Gesù prima della sua morte, si riferiscono certamente alle sue apparizioni dopo la risurrezione. Ma rilette dopo la sua morte, esse assumono un significato più profondo: per mezzo dello Spirito è Gesù stesso che ritorna dai suoi discepoli e rimane con loro rendendoli partecipi del suo amore e di quello del Padre. Lo Spirito non rende dunque superflua nei discepoli la presenza del Padre e del Figlio, ma piuttosto ne è il segno e la garanzia. Gesù conclude riprendendo e sviluppando le parole iniziali (cfr. v. 15): il Padre ama coloro che amano il Figlio e osservano la sua parola, e anch’egli li ama e si manifesterà a loro (v. 21).

L’inabitazione del Padre e del Figlio nel credente (vv. 22-24)

A questo punto viene riportata una domanda fatta da Giuda, la quale dovrebbe servire a rilanciare il discorso. Questo discepolo, che l’evangelista distingue espressamente dall’Iscariota, è probabilmente lo stesso chiamato Giuda di Giacomo (cfr. Lc 6,16). Egli chiede come mai Gesù si manifesti solo ai discepoli e non al mondo (v. 22). Secondo la mentalità giudaica il Messia è inviato da Dio per instaurare il suo regno in questo mondo: non è quindi concepibile che solo alcuni colgano la sua manifestazione, mentre tutti gli altri ne sono esclusi.

Il suo intervento però non provoca nessuna chiarificazione, in quanto nella sua risposta Gesù non fa altro che ripetere quanto già detto precedentemente. Egli si esprime in due frasi parzialmente parallele: se qualcuno lo ama, osserverà la sua parola e di conseguenza il Padre lo amerà e ambedue prenderanno dimora in lui (v. 23); al contrario chi non lo ama non osserva la sua parola, la quale non è sua, ma del Padre che lo ha mandato (v. 23). La manifestazione del Figlio è dunque subordinata all’accoglienza della sua parola, la quale mette i discepoli in comunicazione non solo con lui, ma anche con il Padre, dal quale in ultima analisi essa proviene. Dal parallelismo tra le due frasi risulta che le parole (al plurale) di Gesù si identificano con la sua parola (al singolare), che è la parola stessa del Padre (cfr. 7,16-17; 14,10), anzi è lui stesso, in quanto Verbo di Dio incarnato (cfr. 1,1.14).

L’opera dello Spirito (vv. 25-31)

Nell’ultimo passaggio del brano Gesù osserva che le cose sopra riportate sono state dette da lui ai discepoli mentre si trovava ancora con loro (v. 25): la sua è stata quindi una comunicazione ancora condizionata da quello strumento limitato che è la parola umana. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che sarà inviato dal Padre nel suo nome, insegnerà loro ogni cosa e ricorderà tutto ciò che egli ha detto (vv. 25-26): per mezzo dello Spirito si attuerà dunque quella conoscenza piena di Dio che era stata preannunziata dai profeti (cfr. Ger 31,34; Is 54,13) in quanto solo lo Spirito può parlare nell’intimo dei cuori. Il rapporto diretto tra Gesù e i suoi discepoli passa quindi in secondo piano rispetto a quello che si stabilisce tra loro e lo Spirito. Questi però non farà altro che portare a termine l’opera iniziata da Gesù, rendendo i discepoli interiormente capaci di capire e di assimilare quanto egli stesso aveva loro insegnato. Parallelamente Gesù annunzia il dono della sua pace, sottolineando che essa è diversa da quella del mondo (v. 27a): mentre la pace di questo mondo consiste sostanzialmente nell’assenza di guerra, la sua pace si fonda sull’amore che abbatte le barriere e unisce i cuori. La venuta dello Spirito e il dono della pace vanno di pari passo. Per questo i discepoli non devono turbarsi o avere timore (27b): pur tornando al Padre, egli lascia loro una sicurezza che non potrà mai venir meno.

Gesù ripete poi nuovamente ai discepoli che ora se ne va, ma ritornerà da loro: per coloro che lo amano il fatto che egli vada al Padre deve essere fonte di gioia, perché il Padre è più grande di lui (v. 28): in quanto inviato, Gesù ha gli stessi poteri del Padre, ma è a lui subordinato (cfr. 1Cor 15,28) e a lui deve condurre l’umanità perché ottenga la gioia della salvezza. Egli ha detto loro queste cose prima che avvengano, affinché, quando si realizzeranno, essi possano credere (v. 29). Infine Gesù dice ai discepoli di non avere più molto tempo a disposizione per parlare con loro, perché viene il principe del mondo, al quale deve essere sottoposto, perché appaia che egli ama il Padre e compie ciò che egli gli ha comandato; e conclude invitandoli ad alzarsi e a lasciare il cenacolo (vv. 30-31). La passione di Gesù è dunque opera non di Dio, ma delle potenze a lui avverse (cfr. 13,27), alle quali è concesso un momentaneo successo solo in vista della salvezza di tutta l’umanità.

Linee interpretative

La Pasqua di Gesù consiste nel suo ritorno al Padre, mediante il quale si rivela la pienezza dell’amore gratuito di Dio per l’umanità peccatrice. Dopo la sua morte Gesù manda il suo Spirito, mediante il quale il Padre e lui stesso prendono dimora nei suoi discepoli. Si attua così la nuova alleanza annunziata dai profeti, dalla quale ha origine per essi un’esperienza di amore che, attraverso Gesù, si apre al Padre e ai fratelli: in tal modo l’amore cessa di essere un comandamento per divenire un’esigenza interiore, la cui pratica da parte dei discepoli rappresenta il segno più evidente della salvezza ormai attuata.

Mediante un sovrapporsi di frasi abbastanza monotone e ripetitive, l’evangelista vuol far capire, ispirandosi a concetti tipici della sua cultura, che Gesù ha saputo amare fino in fondo i suoi simili, prodigandosi per loro e accettando su di sé tutto il peso dell’odio e della violenza in cui erano immersi. Mediante questa scelta radicale di vita ha manifestato l’amore infinito di Dio per tutta l’umanità. I suoi comandamenti, identificati con le sue parole, non sono altro se non le esigenze di vita che scaturiscono dal suo modo di essere e di agire: non si tratta dunque di comandi in senso proprio, ma della sua persona stessa in quanto ha la capacità di evocare l’amore di Dio e di trascinare i credenti sulla strada da lui percorso. La forza trainante che scaturisce dal suo esempio viene identificata con la figura biblica dello Spirito, che è la stessa potenza divina che ha spinto Gesù ad amare fino alla fine. In altre parole lo Spirito è il suo modo di pensare e di vivere (cfr. 1Cor 2,16) che egli trasmette loro in modo pieno morendo in croce: sotto l’azione dello Spirito essi faranno la sua stessa esperienza, e questo li porterà a capire sempre più in profondità la sua persona e il suo messaggio.

 

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