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VANGELO DELLA FESTA  Tempo Ordinario - 06a Domenica
TESTO DEL VANGELO

Marco 1,40-45

In quel tempo, 40 venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi!". 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci!".

42 
Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 "Guarda di non dire niente a nessuno, ma va', presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro".

45 
Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

COMMENTO
Marco 1,40-45
 
La guarigione di un lebbroso

// Mt 8,1-4 // Lc 5,12-16

Il ritorno di Gesù dalla Giudea, dove aveva ricevuto il battesimo da Giovanni il Battista, segna l’inizio della sua predicazione, contrassegnata dal lieto annunzio dell’imminente venuta del Regno di Dio (1,14-15). Dopo aver narrato la chiamata dei primi quattro discepoli (1,16-20) e una «giornata tipo», localizzata nella cittadina di Cafarnao (1,21-39), l’evangelista racconta la guarigione da parte di Gesù di un lebbroso. Il racconto abbraccia tre momenti: anzitutto il malato viene risanato (vv. 40-42), poi Gesù gli impone di non dir nulla a nessuno e lo invia dai sacerdoti (vv. 43-44), infine il malato guarito, disobbedendo a questa ingiunzione, divulga il fatto dappertutto (v. 45).

Il malato si accosta a Gesù e lo supplica in ginocchio, dicendo: «Se vuoi, puoi purificarmi» (v. 40). Egli viene designato come «lebbroso», senza ulteriore specificazione. Al tempo di Gesù la lebbra comprendeva diverse malattie della pelle, di cui alcune erano guaribili. Il morbo di Hansen è stato diagnosticato in tempi molto recenti (1873). L’atteggiamento umile e un po’ distaccato del malato dipende dal fatto che, secondo la legge mosaica, il lebbroso era considerato impuro e non poteva avere contatti con il resto della popolazione (Lv 13,45-46). Sullo sfondo vi è dunque il tema della «impurità», che separa gli esseri umani tra loro e da Dio, addirittura in forza di una disposizione attribuita a Dio stesso. Il lebbroso dimostra una grande fede nel poteri straordinari di Gesù, ma al tempo stesso lascia a lui la decisione se guarirlo o no.

L’evangelista osserva che, di fronte alla richiesta del malato, Gesù si commuove, lo tocca con la mano e gli dice: «Lo voglio, sii purificato», e subito la lebbra scompare (v. 41-42). Nel linguaggio biblico la compassione di Gesù, espressa con un verbo, splanchnizô, che richiama il movimento delle viscere, non è tanto un sentimento umanitario, quanto piuttosto una manifestazione di quella misericordia che spinge JHWH a radunare il suo popolo e unirlo a sé (cfr. Es 34,6): si tratta dello stesso impulso che Gesù sentirà di fronte a una folla disorientata e divisa come pecore senza pastore (Mc 6,34). Il gesto di toccare il lebbroso è un segno di solidarietà con l’umanità sofferente, ma al tempo stesso rappresenta una dura contestazione delle leggi di purità, che impedivano a chiunque di venire a contatto con questi malati.

Subito dopo aver concesso la guarigione, Gesù ammonisce severamente il miracolato e lo manda via proibendogli di far sapere agli altri quello che gli è accaduto (vv. 43-44a). I verbi «ammonire» (embrimaomai, adirarsi) e «mandar via» (ekballô), indicano una dura reazione, analoga a quella che Gesù aveva avuto nei confronti del demonio (1,34; cfr. anche 1,12): questo trattamento potrebbe essere un segno di disapprovazione verso il lebbroso guarito, motivato dal fatto che egli non si atterrà alla consegna del silenzio (segreto messianico), ma più probabilmente si tratta di un gesto di condanna nei confronti della situazione in cui erano lasciati questi malati a motivo di una erronea concezione religiosa (cfr. anche Gv 11,28).

Infine Gesù ordina all’uomo di presentarsi al sacerdote e di offrire per la sua purificazione il sacrificio prescritto dalla legge (v. 44b): solo il riconoscimento da parte dei sacerdoti poteva infatti eliminare l’emarginazione sociale e religiosa provocata dalla lebbra (Lv 14,1-32). Per Gesù dunque il miracolo non è fine a se stesso, ma deve aprire la strada a una totale reintegrazione nella vita della comunità. L’espressione «a testimonianza per loro» (cfr. Mc 6,11; 13,9) può significare «in loro favore», cioè come riconoscimento del ruolo che compete ai sacerdoti, o piuttosto, forse più a ragione, «contro di loro», ossia come critica nei loro confronti, in quanto essi, pur prendendo atto della guarigione del malato, non sono in grado di attuarla e neppure sono disposti a riconoscere colui che l’ha provocata.

Il miracolato non obbedisce a Gesù, ma comincia a proclamare (kêryssein polla, annunziare molte cose) e a divulgare il fatto (diaphêmizein ton logon, diffondere la parola): questa terminologia tende a presentarlo come il simbolo del missionario cristiano. Gesù invece è costretto a rimanere in luoghi deserti, prendendo su di sé in tal modo proprio quell’emarginazione da cui aveva liberato il lebbroso; ma ciò non impedisce alla gente accorre a lui da ogni parte (v. 45).

Linee interpretative 

Nella guarigione del lebbroso il progetto di Gesù diventa chiaro. La trasgressione delle leggi di purità manifesta il suo rifiuto nei confronti di una norma che, interpretata rigidamente, separa l’uomo dal suo prossimo e da Dio. È significativo che la guarigione avvenga proprio in forza di questa trasgressione. Gesù porta la purezza proprio là dove le leggi umane, in nome di Dio, proclamavano l’impurità e imponevano una separazione che nulla aveva a che vedere con la dignità della persona umana creata da Dio. Tuttavia Gesù si prende cura che questa guarigione provochi l’effetto desiderato, cioè la riammissione del malato guarito in seno alla comunità. Per questo egli lo manda dai sacerdoti, nonostante la poca stima che egli mostra nei loro confronti. Forse anche per loro la sua testimonianza può costituire un’efficace provocazione.

La guarigione del lebbroso richiama l’analogo miracolo compiuto da Eliseo in favore di Naaman Siro, un gentile anch’egli lebbroso che, una volta guarito, si era convertito al culto di JHWH, pur ottenendo di restare in mezzo al suo popolo (2Re 5,1-19; cfr. Lc 4,27). Su questo sfondo il miracolo di Gesù rivela un nuovo significato: la venuta del regno di Dio rappresenta un risanamento non solo di tutto l’uomo, ma anche di tutti gli uomini, non solo di quelli che sono emarginati all’interno del popolo giudaico, ma anche quelli che, come Naaman Siro, venivano ritenuti impuri dai giudei in forza della loro origine etnica e delle loro usanze religiose. Mettendo in discussione le leggi di purità tipiche della religione giudaica, Gesù scatena una reazione a catena di cui dovrà subire un giorno le dolorose conseguenze.

 

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