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II LETTURA DELLA FESTA  Tempo Ordinario - 28a Domenica
TESTO DELLA SECONDA LETTURA
Filippesi 4,12-14.19-20

Fratelli, 12 ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza. 13 Tutto posso in colui che mi dà la forza.

14 Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione. 19 Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù. 20 Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

COMMENTO

Filippesi 4,12-14.19-20 

Tutto posso in colui che mi conforta 

Il testo liturgico è ricavato dalla parte più antica della lettera ai Filippesi. Paolo, prigioniero probabilmente a Efeso, aveva ricevuto la visita di Epafrodito (Fil 2,25) il quale, oltre a prestargli la sua assistenza, gli aveva portato un aiuto in denaro da parte dei cristiani di Filippi (cfr. 4,18). Si suppone che l’apostolo abbia risposto immediatamente a questo dono con un biglietto di ringraziamento, di cui la parte essenziale è stata conservata in Fil 4,10-20. Il brano si divide in due parti: stile di vita di Paolo (vv. 10-14); collaborazione dei filippesi e ringraziamento di Paolo (vv. 15-20). Il testo liturgico si limita a riprendere alcuni versetti della prima e della seconda parte.

Nella prima parte (vv. 10-14) Paolo esordisce manifestando la sua gioia per gli aiuti ricevuti perché vede in essi una nuova manifestazione dei sentimenti che i filippesi hanno per lui. Per quanto lo riguarda egli non ha una necessità urgente dei loro aiuti, in quanto ha imparato a essere «autosufficiente» (autarkês) in ogni occasione (cfr. vv. 10-11). 

Paolo illustra poi, all’inizio del testo liturgico, la sua autosufficienza con queste parole: «Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza» (v. 12). Le tre coppie di concetti contrapposti, povertà e ricchezza, sazietà e fame, abbondanza e indigenza, indicano gli estremi di tutta una serie di esperienze, positive e negative, considerate di secondaria importanza e affrontate con una certa dose di noncuranza. Paolo si esprime qui facendo ricorso al concetto stoico di «autarchia» (autosufficienza), che consiste nella capacità di accontentarsi del necessario e di sapersene procurare quanto è conveniente per la vita, e a quello epicureo di «atarassia», che è lo stato di perfetta tranquillità e serenità d’animo raggiunta dal saggio libero dalle passioni. Egli però aggiunge: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (v. 13). Diversamente dai filosofi, Paolo basa la sua imperturbabilità non su qualità dell’anima acquisita mediante un lungo esercizio, ma sulla fiducia in Dio che gli dà la forza di accettare con coraggio ogni situazione, positiva o negativa, che la vita apostolica presenta. Dopo aver sottolineato questo suo atteggiamento interiore, egli ritorna al concetto iniziale: «Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione» (v. 14). Gli aiuti dei filippesi gli sono graditi nella misura in cui sono un segno di partecipazione (koinônia, comunione, solidarietà) alle sofferenze che egli sopporta per il vangelo (cfr. 1,7).

Inizia qui la seconda parte del brano. Paolo ricorda il contributo che i filippesi gli hanno dato in diverse occasioni (vv. 15-20). Quando, dopo aver evangelizzato Filippi, aveva lasciato la Macedonia, solo loro lo avevano aiutato finanziariamente ed quando si trovava a Tessalonica gli avevano inviato per due volte il necessario. A scanso di equivoci, l’apostolo soggiunge, che non è il loro dono che ricerca, ma il vantaggio (karpos, frutto) che essi stessi ne ottengono. Adesso poi ha ricevuto mediante Epafrodito i loro doni, che considera come un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio, e di conseguenza ha il necessario e anche il superfluo (cfr. vv. 15-18). Ciò significa che il dono ricevuto non è stato fatto direttamente a lui, ma a Dio stesso.

Nei due versetti finali, gli unici ripresi dal testo liturgico, Paolo aggiunge che al dono dei filippesi corrisponderà un ulteriore dono da parte di Dio a loro vantaggio: «Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù» (v. 19). Aiutando Paolo essi in realtà hanno offerto un sacrificio a Dio, quindi si sono messi nella condizione di ricevere da parte sua per mezzo di Cristo doni ancora più grandi, di carattere sia spirituale che materiale. Dio è più generoso degli uomini. Il brano termina con una dossologia: «Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (v. 20). Sia il dono fatto a Paolo, sia gli ulteriori doni che i filippesi riceveranno, tutto deve servire alla gloria di Dio Padre.

Linee interpretative

Paolo non dimostra di essere troppo entusiasta per gli aiuti finanziari che gli sono stati inviati dai filippesi. Naturalmente egli se ne rallegra e ringrazia i donatori. Ma al tempo stesso sottolinea come personalmente non ne abbia bisogno. In altre occasioni, pur ritenendo legittimo il contributo finanziario di una comunità a coloro che le hanno annunziato il vangelo, egli personalmente lo ha rifiutato, in quanto poteva assumere la forma di un salario per il lavoro fatto (cfr. 1Cor 9,7-12). Ne fa tesoro invece se rappresenta una collaborazione alla sua attività apostolica. Ma anche in questo caso ciò che apprezza maggiormente non è l’aspetto materiale del dono, quanto piuttosto il sentimento che lo provoca. Per lui gli aiuti che gli sono pervenuti sono anzitutto un’offerta sacrificale fatta a Dio, e solo secondariamente un servizio alla sua persona. Il fatto di averglieli mandati in un momento in cui egli soffre per il vangelo (cfr. 1,7), significa aver capito l’importanza dell’annunzio e il desiderio di collaborare con lui in questa opera.

In definitiva Paolo punta sull’idea di solidarietà (comunione), della quale gli aiuti finanziari sono solo uno strumento. Il denaro è utile solo se è espressione di un coinvolgimento personale e serve ad attuare la collaborazione tra persone diverse in uno stesso progetto apostolico. Egli vuol far comprendere che l’impegno missionario non si esaurisce donando somme di denaro che permettono di compiere opere di carità o di evangelizzazione, ma esige la testimonianza di tutta una comunità che, vivendo il vangelo, lo annunzia a chi ancora non lo conosce.

 

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