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II LETTURA DELLA FESTA  Tempo Ordinario - 19a Domenica
TESTO DELLA SECONDA LETTURA

Romani  9,1-5

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.

3 Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.

4 Essi sono israeliti e possiedono l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, 5 i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa. Dio benedetto nei secoli. Amen.

COMMENTO

Romani 9,1-5 

Nella terza sezione della lettera ai Romani (cc. 9-11), Paolo affronta l’altra grande obiezione che poteva essere sollevata, e lo era di fatto (cfr. 3,1-8), contro la dottrina della giustificazione mediante la fede: come mai la salvezza portata da Gesù Cristo, non è stata accettata proprio dal popolo al quale per primo era stata promessa? La risposta dell’apostolo si articola in tre momenti: anzitutto egli dimostra che il modo in cui si è attuata la salvezza non mette in questione la fedeltà di Dio (c. 9); poi sottolinea come sia stato proprio Israele a escludersi dalla salvezza per la sua infedeltà (c. 10); infine egli mostra che di fatto, malgrado le apparenze, la salvezza non si attua senza la partecipazione di questo popolo (c. 11). La liturgia riprende solo alcuni brani della lunga argomentazione dell’apostolo. Il primo è proprio l’attuale testo liturgico che riporta la parte iniziale di tutta la sezione. In esso Paolo passa in rassegna i privilegi propri del popolo eletto; poi proseguirà affermando che Dio sceglie liberamente coloro che ne fanno parte: ciò comporta che, chiamando i gentili alla salvezza, egli non fa torto a Israele, il cui errore consiste precisamente nell’aver rifiutato il dono che gli veniva fatto.

Paolo si introduce affermando che quanto sta per dire gli è suggerito dallo stesso Cristo, e quindi non è una menzogna, ma la pura verità; a conferma di ciò porta la testimonianza della sua coscienza (v. 1). Il termine «coscienza»  (syneidêsis), che non ha corrispondenti diretti nell’AT, è la trasposizione in greco del termine «cuore», che designa la parte più intima dell’essere umano, quella in cui nascono i sentimenti e si prendono le decisioni più impegnative della vita. Dio scruta la mente e il cuore (cfr. Ger 20,12). Non si può mentire a Dio.

Ciò che Paolo intende attestare con tanta forza ai suoi corrispondenti è l’esperienza di una grande sofferenza che lo affligge proprio nel profondo del cuore (v. 2). Si intuisce che questo dolore gli è provocato dal fatto che i suoi connazionali giudei sono in gran parte separati da Cristo. Infatti egli vorrebbe essere separato (anatema, scomunicato) da Cristo, se ciò portasse qualche vantaggio a coloro che egli considera ancora come «fratelli» e suoi consanguinei «secondo la carne», cioè legati a lui da una parentela naturale (v. 3).

Il distacco dei giudei da Cristo è tanto più doloroso per Paolo in quanto essi sono stati dotati di numerosi privilegi (vv. 4-5): essi hanno l’onore di chiamarsi e di essere «israeliti», possiedono l’«adozione a figli» (hyiothesia, figliolanza), hanno sperimentato la presenza («gloria») di Dio in mezzo a loro, le «alleanze» (diathêkai), spesso ripetute nel corso della storia sacra, la legislazione, il culto (latreia), le promesse, i patriarchi. Soprattutto da essi proviene Cristo «secondo la carne», cioè in base alla sua origine naturale (cfr. 1,3). Sebbene anche i giudei siano soggetti all’ira di Dio (2,1-3,20), ciò non toglie nulla al ruolo speciale che essi, come popolo, hanno avuto nella storia della salvezza (cfr. 3,1-2).

Paolo conclude il brano dicendo di Cristo che egli «è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli». Secondo questa frase, così come è resa dalla CEI e da numerose altre traduzioni, egli sembra affermare espressamente la divinità di Cristo. Tuttavia è improbabile che sia questa la sua intenzione perché tale concetto non viene mai esplicitato nel suo epistolario. D’altra parte la frase può essere tradotta anche in questo modo: «Da essi proviene Cristo secondo la carne. Sia benedetto nei secoli Dio, egli che è sopra ogni cosa». Secondo questa traduzione l’apostolo non intende dare una spiegazione circa l’origine trascendente di Cristo, ma si rivolge a Dio Padre con una breve preghiera (dossologia) che si conclude, secondo l’uso liturgico, con l’Amen.

Linee interpretative

L’enumerazione dei privilegi ottenuti da Israele è sufficiente per porre il problema da cui Paolo è assillato: i primi ad entrare nella nuova economia salvifica inaugurata da Cristo non avrebbero dovuto essere proprio i giudei? Se ciò non è avvenuto, come si può negare che la responsabilità risalga a Dio stesso, il quale guida i destini degli individui e dei popoli? Ma in questo caso non si dovrà forse dire che Dio è stato infedele alle sue promesse? In caso contrario come non giungere alla conclusione che il vangelo annunziato da Cristo è falso?

Il fatto che i giudei hanno rifiutato una salvezza che proprio a loro per primi era destinata, non può mettere in dubbio la fedeltà di Dio e quindi la credibilità del vangelo. Paolo lo afferma mettendo in discussione il modo corrente di concepire l’appartenenza al «popolo eletto». Quando decide di scegliere un popolo perché collabori in modo speciale al suo progetto salvifico, Dio non tiene conto di privilegi o di precedenze, ma è guidato unicamente dalla sua misericordia. Egli è libero di chiamare chi vuole, e le sue scelte non possono essere comprese e tanto meno contestate. L’elezione quindi non può essere oggetto di diritto da parte di nessuno, tanto meno di coloro che pretendono di averla in qualche modo meritata.

Le promesse fatte a Israele non riguardano quindi tutti coloro che sono israeliti per nascita, ma coloro che mediante la fede sono diventati suo popolo, siano essi giudei o gentili. D’altra parte già le Scritture avevano predetto che un giorno i gentili sarebbero stati chiamati da Dio, mentre non tutti gli israeliti avrebbero raggiunto la giustificazione. Non si può dunque dire che Dio è stato infedele alle sue promesse, ma piuttosto che il popolo di Israele, nella sua parte istituzionale, è venuto meno alla sua vocazione, in quanto si è basato sui suoi meriti invece che sulla misericordia di Dio. Nonostante il suo tentativo di tenersi ancorato alla dottrina dell’elezione di Israele, Paolo giunge così a relativizzarla. Dio chiama tutti gli uomini alla salvezza, e chi l’accetta costituisce il popolo di Dio. Ciò era valido fin dall’inizio. Mediante Cristo il modo di agire di Dio è stato chiaramente manifestato, dando così origine a un movimento trasversale di persone che con lui e per mezzo suo cercano solo nella fede la salvezza.

 

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