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II LETTURA DELLA FESTA  Tempo Pasquale - 6a Domenica
TESTO DELLA SECONDA LETTURA

1 Pietro 3,15-18

Carissimi, 15 adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.

Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, 16 con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17 E' meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.

18 Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.


COMMENTO

1 Pietro 3,15-18

La fortezza nella persecuzione

La Prima lettera di Pietro è uno scritto cristiano della fine del I secolo che si presenta come opera del grande apostolo di cui porta il nome, ma che secondo gli studiosi moderni è una raccolta di tradizioni che al massimo potrebbero risalire in qualche modo a Pietro o al suo ambiente. Essa non è una lettera vera e propria, ma un’omelia a sfondo battesimale. Essa si apre con l’indirizzo e una benedizione iniziale (1,1-5) a cui fa seguito il corpo della lettera che si divide in tre parti: 1) Identità e responsabilità dei rigenerati (1,6 - 2,10); 2) I cristiani nella società civile (2,11 - 4,11); 3) Presente e futuro della Chiesa (4,12 - 5,11). Nella seconda di queste tre parti l’autore, dopo aver dato direttive a ogni categoria di cristiani, suggerisce il comportamento da tenere nelle persecuzioni (3,13-18). Quest’ultimo brano è introdotto da una beatitudine rivolta a coloro che soffrono per la giustizia e da una esortazione a non avere paura dei persecutori (vv. 13-14); esso prosegue poi con alcune direttive (vv. 15-18) che sono riprese dalla liturgia.

La persecuzione non può non suscitare paura e sgomento; ma di fronte ad essa il credente deve assumere un atteggiamento positivo: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (v. 15a). Il miglior antidoto nei confronti della paura consiste nel mantenere fermo il rapporto con Cristo. È soprattutto nei loro cuori che i credenti devono «adorare» (hagiazein, santificare) Cristo, riconoscendogli il compito di guida e maestro interiore. Così facendo essi daranno un senso alla loro vita, che si manifesterà in atteggiamenti di fiducia e di speranza. Vivendo in questo modo essi saranno preparati a dare una risposta convincente a coloro che, vedendo la loro speranza, pongono delle domande circa la sua origine. In altre parole, i cristiani non devono prendere l’iniziativa di dichiarare la loro fede: è sufficiente infatti che manifestino una speranza che susciti degli interrogativi, ai quali potranno rispondere indicandone l’origine nel messaggio evangelico. La testimonianza della vita deve dunque precedere quella verbale, che ha semplicemente la funzione di esplicitare ciò che in essa è implicito.

La risposta del cristiano alle domande che gli vengono fatte non deve però venir meno a precise esigenze di comportamento: «Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (vv. 15b-17). Un atteggiamento fatto di dolcezza (praütês, mitezza, non violenza), di rispetto (phobon, timore) e di «buona coscienza», cioè determinato da un’intenzione retta, senza secondi fini, è l’unico in grado di sconfessare quanti mettono in dubbio la rettitudine del loro comportamento «in Cristo», cioè della loro vita cristiana. È importante che alle parole corrispondano le opere, le quali soltanto sono veramente convincenti. Se poi, nonostante tutto, non si è capiti e si viene fatti oggetto di vessazioni, non bisogna sentirsi delusi perché, dovendo comunque soffrire, è meglio che ciò avvenga avendo fatto il bene piuttosto che il male. 

Infine, nei momenti di difficoltà il cristiano deve sempre rifarsi all’esempio di Cristo: «Anche Cristo è morto una volta sola per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito» (v. 18). L’efficacia della sofferenza di Cristo è vista nel fatto che egli è morto «una sola volta» (apax) «per i peccati» (peri hamartiôn), cioè a motivo dei peccati, che ha eliminato una volta per tutte. L’idea di fondo è quella del Servo di JHWH il quale, prendendo su di sé le conseguenze dei peccati del popolo, ha rotto la spirale della violenza rendendo possibile la riconciliazione del popolo. L’autore sottolinea che Cristo, accettando volontariamente la sua morte, ha dimostrato di essere un  giusto in quanto ha operato «per» (hyper) gli ingiusti, cioè ha messo un argine alla loro ingiustizia. E per questo motivo è morto sì «nella carne», cioè nel suo corpo mortale, ma è stato vivo «nello spirito» (pneumati), cioè ha dimostrato di essere portatore della potenza stessa di Dio, al quale ha ricondotto l’umanità peccatrice.

Linee interpretative

Le direttive contenute in questo brano rivelano una situazione in cui i cristiani sono fatti oggetto di vessazioni, se non di aperte persecuzioni. La preoccupazione più grande dell’autore è quella di prevenire lo scoraggiamento che potrebbe minare la loro fede. Egli perciò raccomanda di mantenere vivo il rapporto interiore con Cristo, dal quale soltanto scaturisce quella speranza che consiste nel dare un significato alle scelte quotidiane della vita. Questo modo di reagire alla persecuzione non solo darà loro la possibilità di mantenersi fedeli a Cristo, ma susciterà delle domande nei loro avversari, alle quali essi dovranno saper rispondere in modo sincero e spontaneo, indicando qual è la sorgente della loro speranza, cioè la fede in Cristo.

L’autore si preoccupa anche che i cristiani non cadano in un’autodifesa arrogante e aggressiva, che li metterebbe sullo stesso piano dei loro avversari. Essi devono saper evitare ogni tipo di violenza, anche solo verbale. In loro non deve esserci alcun senso di rivalsa, anzi devono imparare da Cristo che, soffrendo senza avere fatto nulla di male, collaborano con lui nella sua lotta contro il peccato e aprono agli altri la via verso Dio. In questa prospettiva anche la sofferenza più grande, quella della morte, non è poi una disgrazia così terribile, perché riguarda, come per Cristo, soltanto il corpo fisico, mentre in realtà rappresenta una vittoria dello Spirito sul potere del male.

 

 

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