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II LETTURA DELLA FESTA  Tempo Ordinario - 06a Domenica
TESTO DELLA SECONDA LETTURA

1 Corinzi 10,31-11,1

 

Fratelli, 31 sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.

32 
Non date motivo di scandalo né ai giudei, né ai greci, né alla chiesa di Dio; 33 così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l'utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.

11,1 
Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo.

 

COMMENTO
1 Corinzi 10,31-11,1 
Tutto per la gloria di Dio 
 
Questo piccolo brano si trova al termine della sezione che Paolo dedica al problema delle carni sacrificate agli idoli (cc. 8-10). A questo proposito aveva posto all’inizio l’accento sul rispetto della coscienza altrui (c. 8), ma poi, dopo aver portato il suo esempio di disponibilità verso tutti (c. 9), aveva sottolineato il rischio dell’idolatria, e di conseguenza aveva dato direttive piuttosto restrittive (10,1-30). Il testo liturgico riporta la conclusione di tutta l’argomentazione.

Paolo chiude la lunga sezione dedicata alle carni sacrificate agli idoli con un’esortazione in cui propone un orientamento generale valido in tutti i campi in cui il credente si trova ad operare: «Fate tutto per la gloria di Dio» (v. 31). Ciascuno deve porsi come meta non l’affermazione delle proprie idee e la prassi che ne deriva, ma la gloria di Dio, cioè l’attuazione della sua volontà che consiste nella ricerca del bene comune. Ciò deve avvenire nel campo alimentare (mangiare e bere) che nella cultura dell’epoca condizionava in modo determinante i rapporti tra le persone. Ma in realtà questo principio si applica a tutti i campi in cui le persone interagiscono. L’ambito in cui i corinzi devono cercare la gloria di Dio non è dunque primariamente quello della preghiera, ma quello ben più impegnativo dei rapporti comunitari.

La ricerca della gloria di Dio ha un risvolto negativo: il credente deve evitare di dare scandalo, letteralmente deve essere senza biasimo (aproskopos), cioè non deve adottare un comportamento contrario alla fede che professa, dando così occasione alla critica degli altri e ponendo un ostacolo nel loro cammino verso Dio. È significativo che ciò deve avvenire non solo nei confronti della comunità che già appartiene a Dio, ma anche dei giudei e dei greci (v. 32). Questa direttiva viene da lui fondata sulla propria disponibilità verso tutti, da lui esplicitata in 9,19-23: egli per primo si sforza di piacere a tutti in tutto, senza cercare il proprio interesse (symforon) ma quello di «molti» in senso inclusivo, cioè di un numero più grande possibile di persone, perché giungano alla salvezza (v. 33). Il suo scopo è quello di avvicinarle alla fede, supponendo che solo così possano fare un’esperienza profonda di liberazione da tutto ciò che rende la vita priva di senso: è questo il modo in cui lui stesso rende gloria a Dio.

Su questo sfondo di impegno per gli altri Paolo fonda l’invito a diventare suoi imitatori. Questa richiesta non sarebbe priva di presunzione se lui stesso non fosse imitatore di Cristo (11,1). Attraverso il suo comportamento i corinzi devono imparare a cogliere nelle loro situazioni di vita tutte le implicazioni della predicazione e dell’esempio di Cristo. Solo così anche loro possono diventare suoi discepoli. 

Linee interpretative

Nelle comunità paoline il problema delle carni sacrificate agli idoli era certamente complesso e non poteva essere facilmente risolto con alcune direttive pratiche. Paolo è consapevole di ciò, per questo conclude dando due orientamenti fondamentali a cui tutti devono ispirare il loro comportamento, in questo come negli altri campi della loro vita: la ricerca della gloria di Dio e l’attenzione a non dare scandalo. Queste due direttive sono complementari, perché la ricerca della gloria di Dio, in ambito giudaico-cristiano, non consiste primariamente in atteggiamenti di tipo rituale, ma in una scelta di vita a servizio del regno di Dio. Questo poi esige un impegno personale a favore della giustizia, della dignità della persona, dell’armonia e della pace tra tutte le creature. Nulla suscita più biasimo dell’affermazione delle proprie idee e dei propri diritti, senza riguardo per i diritti degli altri, e più in genere del cammino, spesso faticoso, che essi compiono per raggiungere la propria libertà.

È significativo il fatto che Paolo esorti i corinzi a non provocare il biasimo non solo della chiesa di Dio, cioè dei loro fratelli nella fede, ma anche dei giudei e dei greci. In questa frase affiora la convinzione secondo cui anche i non cristiani non sono privi della capacità di emettere corretti giudizi morale, e quindi di valutare la coerenza dei cristiani con il credo che professano. Ma più in profondità il cristiano deve comportarsi in modo tale da indicare a tutti strade e percorsi per giungere a un corretto rapporto con Dio. Paolo lo sottolinea in chiusura rifacendosi al proprio atteggiamento di condivisione con tutti, finalizzato esclusivamente alla loro salvezza. Non si tratta qui chiaramente di una finalità proselitistica, ma della ricerca di un bene che sia veramente tale per tutti, al di là delle scelte personali di ciascuno in campo religioso. Egli invita dunque tutti i credenti ad essere missionari come lui, intendendo per missione la lotta quotidiana per un mondo migliore, in cui siano già anticipati quei rapporti che caratterizzeranno la fase finale del regno.

 

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