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II LETTURA DELLA FESTA  Immacolata Concezione
TESTO DELLA SECONDA LETTURA

Efesini 1,3-6.11-12  

Fratelli, benedetto sia Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto.

11 
In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente, conforme alla sua volontà, 12 perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

COMMENTO
Efesini 1,3-6.11-12 
Il piano salvifico di Dio

La lettera agli Efesini riporta, subito dopo l’intestazione o prologo epistolare, una composizione in prosa ritmica, nella quale si descrive, in forma di preghiera benedicente rivolta a Dio Padre, lo svolgersi per tappe successive del piano salvifico. Il brano consiste in un lungo periodo in cui si accumulano senza sosta ritornelli, riprese tematiche e formule dossologiche. La composizione è una specie di salmo cristiano in forma di benedizione, cioè di una di quelle libere composizioni ispirate al contesto della liturgia comunitaria di cui parla l’autore (cfr.  Ef 5,19b-20). Il lungo brano si può dividere in questo modo:

1. Introduzione tematica (v. 3)

2. Elezione alla santità nell’amore (v. 4)
3. Predestinazione ad essere figli (vv. 5-6)
4. Redenzione e remissione dei peccati (vv. 7-8)
5. Comunicazione del mistero salvifico (vv. 9-10)
6. Eredità dei predestinati e redenzione finale (vv. 11-14) 

Introduzione tematica (v. 3)

La frase iniziale annuncia in modo programmatico il tema , mettendo in risalto i protagonisti dell’iniziativa salvifica: Dio Padre, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, nello «Spirito». Il motivo conduttore è quello della benedizione. Il verbo «benedire» nei LXX traduce in genere l’ebraico barak, che significa «lodare, esaltare, glorificare, ringraziare» Dio, il Signore, nel senso di riconoscere in lui la fonte dei beni salvifici, dai gesti di liberazione storica fino al dono della terra e al compimento delle sue promesse escatologiche. È dunque l’azione benefica di Dio che motiva la sua lode da parte della comunità orante.

Il destinatario della dossologia e il soggetto dell’azione benefica è Dio «Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (cfr. 2Cor 1,3). Con questa frase si esprime non solo la relazione unica di Gesù Cristo con Dio Padre, ma anche il suo ruolo nei confronti della comunità credente che lo proclama «Signore». È lui infatti il mediatore che pone i credenti in relazione filiale con Dio. La dichiarazione iniziale è seguita dalla motivazione, che nel nostro testo è formulata con un participio di carattere attributivo: «che ci ha benedetto». Ad essa fa seguito l’espressione «con ogni benedizione» che, in sintonia con la terminologia biblica fa risalire all’azione benedicente di Dio la comunicazione gratuita ed efficace dei beni salvifici (cfr. Nm 6,22-27).

Nel nostro testo si sottolinea non solo l’ampiezza e la totalità della «benedizione» divina, ma anche il suo carattere «spirituale», che le deriva dal fatto che ha la sua garanzia o pegno anticipatore nel dono dello Spirito. Essa si attua «nei cieli»: questa espressione è caratteristica della lettera agli Efesini, dove ricorre altre quattro volte per indicare l’ambito divino in cui Cristo è entrato con la sua risurrezione (Ef 1,20; 2,6) e da dove esercita la sua totale signoria per rivelare e attuare il disegno salvifico di Dio (Ef 3,10; 6,12). I credenti, che riconoscono l’iniziativa salvifica di Dio Padre, realizzata per mezzo del «Signore Gesù Cristo», sono associati alla signoria celeste di Gesù e ne partecipano fin d’ora in forza della loro esperienza ecclesiale. La collocazione finale della formula «in Cristo» mette in risalto il ruolo di mediatore salvifico proprio di Gesù Cristo come vertice e sintesi di tutto il processo benedicente di Dio Padre.

Elezione e chiamata alla santità (v. 4)

La prima tappa del disegno salvifico è così espressa: «Poiché in lui ci scelti prima della creazione del mondo» (v. 4a). Il verbo «scegliere» indica l’iniziativa libera e gratuita di Dio a favore del suo popolo liberato, introdotto nell’alleanza e fatto destinatario dei beni salvifici (cfr. Dt 4,34.37). Esso ricorre nell’epistolario paolino per rimarcare l’assoluta gratuità ed efficacia salvifica di Dio a favore dei credenti (1Cor 1,27.28). L’espressione «prima della creazione del mondo» richiama forse la concezione giudaica circa la preesistenza di alcune realtà spirituali (la legge, la sapienza, il messia). Ma è preferibile interpretarla alla luce delle espressioni bibliche nelle quali la chiamata o investitura dei profeti è fatta risalire a prima della nascita (Ger 1,4; Is 49,1.5; cfr. Gal 1,15; cfr. Rm 8,28-31).

I credenti sono stati eletti «per essere santi ed immacolati al suo cospetto nell’amore» (v. 4b), cioè per entrare nell’ambito della santità divina, che comporta l’eliminazione del peccato e una vita moralmente pura (cfr. Ef 5,25-27). L’espressione «nell’amore» (en agapêi), che conclude la frase, indica l’ambito da cui promana l’azione elettiva di Dio, oppure sottolinea che la santità e la purezza morale proprie dei credenti si attuano essenzialmente nell’esercizio dell’amore. Questo secondo significato è lo stesso che la formula assume nel seguito della lettera, dove è usata altre cinque volte (Ef 3,17; 4,2.15.16; 5,2).

Predestinati ad essere figli (vv. 5-6)

Lo statuto dei credenti viene ora presentato come partecipazione alla condizione filiale: «predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo secondo il beneplacito della sua volontà, (e questo) a lode e gloria della sua grazia, che ci ha donato nel suo (Figlio) diletto» (Ef 1,5-6). Per esprimere la relazione degli eletti con Dio l’autore fa ricorso al vocabolo «filiazione (adottiva)» (hyiothesia), che rimanda ad un’istituzione giuridica dell’ambiente greco-romano. Nelle sue lettere Paolo fa uso di questa categoria giuridica per esprimere la dignità dei battezzati che partecipano fin d’ora alla condizione filiale di Gesù Cristo, il Figlio unico di Dio (Gal 4,5; Rm 8,15.23; cfr. 9,4). Il vocabolo è sconosciuto alla versione greca della Bibbia (LXX) e non si trova nei testi extrapaolini del NT.

Anche l’adozione filiale dei credenti viene fatta risalire alla radicale e gratuita iniziativa di Dio Padre, che riversa sui credenti l’abbondanza della sua benedizione in Cristo. Per dare espressione a questo secondo momento del processo salvifico si fa ricorso al verbo «pre-destinare», (predeterminare, prestabilire). Con questo verbo si sottolinea la gratuità dell’iniziativa salvifica di Dio che precede ogni merito da parte dell’uomo (cfr. Rm 8,28-30).

A questo punto viene introdotta la formula «secondo il beneplacito (kata tên eutokian) della sua volontà», che ricompare con piccole variazioni in altri due momenti della composizione (Ef 1,9a.11b). Essa mette in luce come tutto il processo salvifico corrisponda ad una decisione iniziale e determinante di Dio. Su questa formula si innesta una frase di carattere dossologico, che viene nuovamente ripresa in seguito: «a lode della (sua) gloria» (Ef 1,6a; 1,12a.14c). La «gloria» nella tradizione biblica indica lo splendore irraggiante della potenza benefica di Dio. Questa ora viene riconosciuta e proclamata dalla comunità che celebra l’azione salvifica di Dio Padre in Cristo.

Nella seconda parte del v. 6 l’accento è posto nuovamente sull’aspetto della «gratuità», indicata con il sostantivo «grazia» e il verbo «donare» (lett. «fare grazia»). Con questa terminologia si precisa il significato della «benedizione» iniziale che si riversa sui credenti come sovrabbondante donazione di Dio. Il fondamento e l’ambito storico di questa gratuita e benigna donazione di Dio è indicata con l’espressione: «nell’amato». Quest’ultima formula corrisponde all’espressione «in Cristo» o «in lui» dei versi precedenti. Ma essa aggiunge all’espressione dell’amore gratuito di Dio una qualifica di carattere «filiale». Non è casuale che nel seguito della lettera con questo lessico si descriva l’amore di Cristo, che «ha dato se stesso per noi» (Ef 5,2.25). Proprio questo amore gratuito e salvifico di Gesù Cristo è la fonte e il modello delle relazioni di amore che caratterizzano lo stile di vita dei credenti.

Redenzione e remissione dei peccati (vv. 7-8)

Il dono di Dio si realizza in un modo umanamente inatteso: «nel quale (Cristo) abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia, che egli ha abbondantemente riversato su di noi con ogni sapienza e intelligenza» (vv. 7-8). L’uomo peccatore, per entrare in rapporto con Dio ha bisogno della remissione dei peccati. Essa si attua storicamente mediante la morte di Cristo in croce, che viene qui presentata, in sintonia con il linguaggio paolino, come «redenzione mediante il suo sangue» (cfr. Rm 3,24-25). La terminologia della «redenzione» (apolytrôsis) rimanda all’istituto giuridico del riscatto degli schiavi. Nella tradizione biblica si dice che Dio «redime/riscatta» il suo popolo dalla schiavitù con gesto potente ed efficace senza pagare il riscatto a nessuno (Es 6,6; Is 43,1.3). Per i cristiani la rendenzione, di cui si parla ancora nel v. 14b, si è attuata nella sua dimensione sia storica che escatologica mediante la morte di Gesù Cristo.

Di conseguenza i credenti fin d’ora possono ottenere la redenzione «mediante il sangue» del Figlio amato. Con quest’ultima espressione si ha un riferimento alla morte di Gesù come atto di totale donazione che rende effettiva e piena la redenzione. Essa di fatto viene identificata con la «remissione dei peccati». Solo l’iniziativa gratuita ed efficace di Dio può eliminare i peccati che impediscono la comunione vitale con lui (Ef 2,5).

L’autore dell’inno dossologico non si preoccupa di definire ulteriormente le modalità della redenzione. Egli invece richiama l’attenzione ancora una volta sulla «grazia» di Dio, come fonte dell’evento redentivo: «secondo la ricchezza della sua grazia». Poi tutto il suo interesse si concentra su quello che si può chiamare il processo di «rivelazione» o «comunicazione» dell’evento salvifico, che appare come un «dono di sapienza ed intelligenza», che conferisce cioè non solo la comprensione, ma anche un’interiore adesione e conformità al disegno di Dio rivelato ed attuato in Cristo (cfr. Ef 3,14-19).

Comunicazione del mistero salvifico (vv. 9-10)

L’abbondante donazione della sapiente intelligenza «ha fatto conoscere il mistero della sua volontà». Il termine «mistero», che ricorre sei volte in Efesini, traduce nella versione dei LXX il termine aramaico razah (cfr. Dn 2,27-28), che corrisponde all’ebraico sôd, ricorrente nei testi di Qumrân, dove designa il disegno nascosto di Dio, rivelato ai destinatari da lui prescelti. Il mistero nascosto è ora rivelato in Cristo e proclamato a tutti mediante l’annuncio del vangelo (Ef 3,9; 6,19). Questo «mistero» è posto in relazione con  la volontà di Dio, particolarmente accentuata nel suo aspetto gratuito ed efficace: «secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito». Questa progettazione divina, che ha il suo fulcro in Cristo, viene poi espressa con una terminologia attinta al linguaggio amministrativo: «in vista della (sua) realizzazione (eis oikonomian) nella pienezza dei tempi». Questo linguaggio è ripreso poi anche nel seguito della lettera sempre in rapporto al «mistero» (cfr. Ef  3,2.9).

L’espressione «pienezza dei tempi» (cfr. Gal 4,4) assume una connotazione di ampiezza cosmica: «per ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra» (Ef 1,10bc). Il verbo «ricapitolare» (anakephalaiousthai) ricorre nel NT solo qui e in Rm 13,9, nel senso di «riassumere» o «concentrare». Non si può escludere un riferimento all’immagine del «capo» (kephalê) che nella nostra lettera viene riferita a Cristo in quanto esercita la sua signoria sulla chiesa, suo corpo, ma anche, per iniziativa di Dio stesso, su tutte le cose, di cui la chiesa rappresenta la «pienezza» (Ef 1,22-23). Sullo sfondo di questo contesto cristologico la «ricapitolazione» di tutte le cose in Cristo viene a significare che in lui trova unità e senso tutta la realtà («le cose del cielo e quelle della terra»).

Eredità dei predestinati e redenzione finale (vv. 11-14)

Nella parte finale della benedizione (vv. 11-14) si indicano come destinatari dell’iniziativa salvifica di Dio due gruppi di persone, designati rispettivamente con il «noi» (i giudei) e con il «voi» (i gentili). Per ambedue la salvezza si realizza «in lui», cioè in Cristo (vv. 11a. 13a). La priorità storica, riservata ai convertiti dal giudaismo, è legata alla loro speranza messianica (cfr. Ef 2,12). Ma anche nei confronti dei gentili si riscontra la stessa ed identica azione gratuita e benefica di Dio, «che opera tutto efficacemente secondo la sua volontà».

Nella presentazione dell’itinerario di salvezza dei gentili sono indicate le tappe dell’iniziazione cristiana: ascolto della parola di «verità», che coincide con il vangelo, fonte di salvezza; la sua accoglienza nella fede; il dono dello Spirito santo, presentato come il «sigillo» dell’appartenenza a Dio e la «caparra» del pieno compimento del suo disegno di salvezza. Il dono dello Spirito santo da parte di Dio come «sigillo» e «caparra» è la conferma che le sue promesse si sono compiute in Gesù Cristo e la garanzia della redenzione finale (1Cor 1,21-22; 5,5). Questa è qui espressa con il linguaggio biblico della «eredità» e della «redenzione di ciò che Dio si è acquistato» (cfr. Is 43,21). La prima immagine rimanda alla condizione filiale dei credenti, la seconda a quella della loro liberazione e appartenenza definitiva a Dio. In quest’ultima espressione si avverte la prospettiva escatologica che dilata l’orizzonte della preghiera di «benedizione». Il carattere contemplativo e orante della composizione viene suggellata dal ritornello finale: «a lode della sua gloria». Esso fa eco a quelli che ritmano i versi precedenti e conferma il carattere eminentemente dossologico della composizione.

Linee interpretative

La preghiera di benedizione di Ef 1,3-14 pone in risalto l’aspetto teologale della salvezza cristiana. La fonte o l’autore della salvezza, intesa come progetto e processo in cui sono inseriti i credenti, è Dio, «il Padre del Signore nostro Gesù Cristo». Questa accentuazione dell’iniziativa divina va di pari passo con quella della «gratuità», ripresa nel seguito della lettera (cfr. Ef 2,8-10). Questa dimensione «teologale» della salvezza è intimamente connessa con quella cristologica. È in Cristo, nell’«amato», che si rivela ed attua il piano salvifico di Dio con una dimensione cosmica universale: la ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Su questo sfondo Gesù Cristo è presentato come il pantokrator cosmico, a partire però dal suo ambito di rivelazione storica che è la chiesa, il suo corpo (Ef 1,22-23).

La prospettiva ecclesiale, che assume verso la fine un’esplicita connotazione ecumenica, va collocata in questo orizzonte cosmico universale. I destinatari dell’azione di Dio, di «ogni benedizione», sono coinvolti nel suo progetto salvifico non solo perché sono associati alla condizione filiale di Cristo e sono diventati partecipi della redenzione, ma perché sono inseriti nel processo di «rivelazione e comunicazione» sapienziale, diventando in qualche modo consapevoli e responsabili della trasmissione «missionaria» di questo «mistero» di Dio, che ha il suo centro e culmine in Cristo. Attraverso coloro che sono stati prescelti, tutta l’umanità viene chiamata ad assumere coscientemente il rapporto filiale verso Dio, quale è stato rivelato da Cristo mediante la sua vita e la sua morte. Questa convergenza verso Dio in Cristo di tutta l’umanità può avvenire con diversi gradi di coscienza e di partecipazione. Sostanzialmente essa non consiste in un ingresso nell’istituzione ecclesiale, ma piuttosto nella condivisione delle finalità che Dio ha indicato nella persona di Cristo.

 

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