Documento senza titolo
I LETTURA DELLA FESTA  Tempo Ordinario - 19a Domenica
TESTO DELLA PRIMA LETTURA

1 Re 19,9a.11-13a

In quei giorni, essendo giunto Elia al monte di Dio, I'Oreb, entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: 11 "Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore". Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto.

12 
Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco.
Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. 13 Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna.

COMMENTO

1 Re 19,9a.11-13a 

Elia al monte Oreb 

La parte centrale dei due libri dei Re è costituita dai Cicli di leggende riguardanti i due primi grandi profeti del Nord, Elia ed Eliseo. Nel ciclo di Elia (1Re 17-19; 21) si raccontano gli avvenimenti connessi con la grande siccità (17,1-18,46), il viaggio di Elia all’Oreb (19,1-21) e infine l’episodio della vigna di Nabot (c. 21). Dopo aver offerto il sacrificio al monte Carmelo, al termine del quale erano stati sterminati quattrocentocinquanta profeti di Baal, Elia sta fuggendo da Gezabele che ne vuole la morte (19,1-3), e in forza di un cibo misterioso (19,5-8) giunge all'Oreb, il luogo dove era stata conclusa l’alleanza tra JHWH e Israele. Qui il profeta si incontra con Dio, il quale gli comunica la sua volontà. Il testo liturgico riporta alcuni versetti di questo racconto in cui si narra l’incontro di Elia con Dio sul monte Oreb. Sullo sfondo di questo racconto si intravedono alcuni episodi dell’Esodo: la vocazione di Mosè presso il roveto ardente (Es 3,1-6), la teofania del Sinai (Es 19,9-25) e l’incontro di Mosè con Dio dopo il peccato del popolo (Es 33,18-23).

l termine di un viaggio durato quaranta giorni e quaranta notti, un periodo di tempo che richiama le peregrinazioni di Israele nel deserto, Elia giunge «al monte di Dio, l’Oreb» (v. 8). Questa località è la stessa che in altre fonti è chiamata Sinai. Che l’Oreb fosse il luogo di Dio è detto in Es 3,1: forse in esso si trovava già prima della venuta degli israeliti un luogo di culto frequentato dalle tribù del Sinai. Giunto in questo luogo desolato, Elia entra in una grotta per passarvi la notte (v. 9a); dopo l’intermezzo dei vv 9b-10, che sono un’anticipazione del v. 14, Dio gli dice di uscire e di fermarsi alla sua presenza (v. 11): questa notizia richiama l’esperienza di Mosè che, al momento della manifestazione di Dio, si trovava anch’egli nella cavità di una rupe (cfr. Es 33,22). È qui che si attua anche per Elia l’incontro con JHWH, il quale «passa» (v. 10a): anche Mosè aveva sperimentato la Gloria di JHWH mentre «passava» accanto a lui (Es 33,22).

Subito dopo l’autore descrive le modalità con cui si attua il passaggio di JHWH: egli accenna a tre fenomeni nei quali i suoi contemporanei avrebbero potuto ravvisare la presenza di JHWH, ma a proposito di ciascuno egli dice che JHWH non era in esso (vv. 11b-12a). I tre fenomeni sono un vento talmente impetuoso da spaccare le montagne, un terremoto, il fuoco. Tutti e tre questi fenomeni fanno parte della teofania del Sinai, che si configura come un terribile uragano e come l’eruzione di un vulcano (cfr. Es 19,16-18); inoltre il terzo elemento richiama il fuoco che bruciava senza consumarlo il roveto in cui Dio si è manifestato a Mosè (Es 3,2). Nell’antico Oriente la presenza di Dio in questo mondo veniva spesso descritta mediante immagini ricavate da fenomeni naturali che a una mentalità prescientifica apparivano, proprio per il loro carattere potente e misterioso, come una manifestazione del divino. L’esperienza di Elia si pone chiaramente in antitesi a questa concezione: Dio non si manifesta (più) nei fenomeni atmosferici, come si immaginava nel mondo mediorientale e in Israele, ma in qualcos’altro.

Dopo lo scatenarsi dei fenomeni atmosferici, nei quali Dio non era presente, l’autore afferma che vi fu il «mormorio di un vento leggero» (v. 12b). In questa espressione la parola «vento» traduce un termine ebraico che letteralmente significa «silenzio» e solo raramente assume un significato che si avvicina a «sussurro» (Gb 4,16; Sal 107,29). Ciò potrebbe significare che l’autore vuole sottolineare, in contrasto con la violenza che spesso gli era attribuita e che Elia stesso aveva adottato contro i profeti di Baal, la mitezza che caratterizza l’azione di Dio nel mondo. Ma ciò è difficilmente dimostrabile, in quanto subito dopo Dio assegna a Elia tre compiti di cui due sfoceranno in azioni violente e sanguinose. È più probabile invece che l’autore, dopo aver escluso che Dio si riveli in fenomeni rumorosi esteri, voglia dire che egli è percepito unicamente nel silenzio del proprio cuore. Ai suoi profeti Dio parla direttamente e mette la sua parola sulla loro bocca perché lo trasmettano al suo popolo.

Di fronte alla manifestazione divina anche Elia, come Mosè (Es 3,6; cfr. 33,22; 34,8), si copre il volto, esce dalla caverna dove si trovava e si ferma al suo ingresso (v. 13). Lì gli viene rivolta la parola del Signore. Il gesto di coprirsi il volto esprime la concezione secondo cui nessun essere umano può vedere Dio e sopravvivere (Gdc 13,22), se non in casi eccezionali e per una speciale disposizione divina (cfr. Es 24,11). Con questa idea si voleva esprimere una profonda percezione della santità e della trascendenza di Dio: Dio è un mistero troppo grande e troppo superiore all’uomo perché questi lo possa vedere, al punto che, se per assurdo ciò accedesse, l’interessato rimarrebbe disintegrato. Questo senso della trascendenza divina ha impedito col tempo ai giudei di rappresentare Dio con immagini e addirittura di pronunziare il suo nome.

Linee interpretative

In questo racconto Elia appare come lo strenuo difensore del culto jahwista. Egli si reca all’Oreb dove JHWH si era rivelato ai padri e aveva stretto con essi l’alleanza. Egli appare così come il grande rappresentante della corrente profetica che, secondo il Deuteronomio, avrebbe incarnato nella storia l’opera e la persona di Mosè (cfr. Dt 18,15-18). Secondo questa tradizione proprio Mosè, che aveva comunicato al popolo le parole di JHWH, era stato il primo grande profeta della religione jahwista (cfr. Dt 34,10). La corrente profetica si pone quindi sulla linea di Mosè nella difesa dell’alleanza, sulla quale si basa l’esistenza stessa del popolo. Elia in particolare si reca anch’egli all’Oreb, dove incontra Dio e e ripete gli stessi gesti compiuti da Mosè. Ciò significa che, se Israele si distacca dal Dio supremo che lo ha liberato dall’Egitto e l’ha introdotto nella terra promessa, non solo perde la sua identità ma anche la ragione stessa di esistere. Infatti abbandonando JHWH tradirà necessariamente anche i suoi comandamenti che impongono la giustizia nei rapporti interpersonali. Da qui deriva quello sgretolamento interno che i profeti presentano come un “punizione” di Dio.

La rivelazione silenziosa di Dio a Elia mette in luce un tratto caratteristico della religione profetica, la quale si basa su una esplicita rivelazione divina. Molte volte nella Bibbia si narrano apparizioni esterne di Dio di cui sono destinatari particolari individui. Ma è chiaro che si tratta di immagini che tendono a esprimere in modo narrativo quella che è un’esperienza interiore di Dio. Dio si manifesta non all’esterno dell’uomo, ma nel suo interno, nel suo cuore. La manifestazione di Dio è messa a disposizione di ogni essere umano, come appare dai racconti della Genesi (cc. 1-11): senza l’incontro con l’assoluto l’uomo non può realizzare se stesso, in quanto egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26). Purtroppo questa possibilità è spesso nascosta sotto uno spesso strato di preoccupazioni materiali. Perciò all’interno e all’esterno di Israele sono sorti uomini speciali, che hanno avuto una percezione più profonda e immediata del divino. Questa capacità è stata vista come un dono particolare, fatto da Dio a singole persone, ma in funzione di tutto il popolo e di tutta l’umanità. Esprimendo la loro esperienza di Dio, i prescelti hanno il compito di far sorgere nei loro ascoltatori un’esperienza analoga alla loro, La mediazione di uomini particolarmente dotati è una caratteristica specifica delle religioni “profetiche”. Il carattere “rivelato” dei loro messaggi si può cogliere nel suo giusto significato solo se si inquadra nel più ampio contesto di una rivelazione equamente distribuita in tutta l’umanità e in tutti i suoi membri.

 

NEWS
Documento senza titolo
 
mercoledì 5 ottobre 2016

Centro missionario PIME
FRONTIERE
Il missionario 

 

 
#####
 
 
mercoledì 12 ottobre 2016

Centro missionario PIME
FRONTIERE
La religiosa 

 

 
#####
 
 
mercoledì 19 ottobre 2016

Centro missionario PIME
FRONTIERE
Il testimone

 

 
#####
 
 
mercoledì 26 ottobre 2016

Centro missionario PIME
FRONTIERE
Il pastore

 

 
#####
 

Documento senza titolo
###
###
###
Documento senza titolo
ISCRIZIONE ALLA NEWSLETTER DI NICODEMO
Documento senza titolo
###
###
###
Documento senza titolo
DAI GIORNALI
Una laicità di nuovo tipo
###
La qualità della vita
###
Le disuguaglianze interpellano la giustizia
###
LA MESSA FESTIVA
Documento senza titolo
Messa rito Ambrosiano
Messa rito Romano
Omelia rito Ambrosiano
Omelia rito Romano
Sei il visitatore